Perché gli aiuti all’Africa non producono sviluppo? – Padre Gheddo su Tempi

Al G8 dell’Aquila (8-10 luglio) si è discusso su quanti aiuti mandare all’Africa. Ma fra Nord e Sud del mondo c’è una sostanziale incomprensione. Noi ricchi, i nostri governi ed enti internazionali, pensiamo che più aiuti si mandano e più l’Africa si sviluppa. Obama ha promesso in Ghana 20 miliardi di dollari in tre anni. Ma vi sono giovani ed onesti africani che non sono d’accordo. Un mese fa ho ricevuto una “Lettera aperta ai Grandi del G8”, firmata dagli “studenti africani” dei seminari romani, dove si legge: “Visto che nessuna nazione al mondo si è sviluppata da sola senza l’aiuto delle altre, l’unico aiuto che Vi chiediamo per la lotta contro la povertà, in nome del rispetto della nostra dignità umana, è questo: “Promuovere la produzione ed occupazione in Africa. Vogliamo la canna da pesca, non il pesce, per cui diciamo: No all’assistenzialismo! No ai programmi di sviluppo per l’Africa elaborati da voi!…”.
Parole che esprimono bene l’umilizione degli africani quando leggono notizie come questa: “Gli aiuti mandati in Africa negli ultimi 40 anni sono 300 miliardi di dollari”. Non so se la cifra corrisponde al vero, ma i risultati di questi aiuti li conosciamo: l’Africa a sud del Sahara è sempre agli ultimi posti delle statistiche mondiali dell’Onu: pil, analfabetismo, Aids, guerre e guerriglie, corruzione dei governi, colpi di stato e instabilità politica, partecipazione al commercio internazionale, ecc.
Perché gli aiuti hanno fallito? Gli aiuti producono sviluppo dove c’è un popolo preparato ad usarli, altrimenti producono corruzione e una classe dirigente che pensa anzitutto a se stessa. Si continua a parlare di un “Piano Marshall per l’Africa”. Ma il vero “Piano Marshall”, “European Recovery Programm” (ERP), stanziò 17 miliardi di dollari per un periodo di cinque anni (1947-1952) e rimise in piedi i paesi europei distrutti dalla guerra e dai bombardamenti. Ho un ricordo vivo di quegli anni. Nel 1953 Monaco di Baviera era ancora semi-distrutta, i tedeschi abitavano in modeste casupole o in vere baracche, ma in periferia avevano costruito molte fabbriche dove si lavorava con orari di 12 ore-12 ore, giorno e notte.
E’ immaginabile questo in Africa? Assolutamente no e non per pigrizia degli africani, ma perché tutta la loro storia non li ha preparati a questo. I tedeschi, come noi europei, venivamo da millenni di maturazione culturale e lavorativa che ha prodotto il mondo moderno; gli africani, senza alcuna loro colpa, sono usciti dalla preistoria (cioè non avevano la scrittura) alla fine dell’Ottocento e in mezzo secolo hanno raggiunto l’indipendenza in stati organizzati come quelli europei. Il Congo Belga diventò indipendente il 1° luglio 1960 con 15 milioni di abitanti in un paese esteso sette volte l’Italia, con soli 14 laureati congolesi. Il primo ministro Patrice Lumumba (laureati a Mosca ed esaltato dalle sinistre europee come “il liberatore del Congo”) espulse in 15 giorni tutti i belgi e gli stranieri che facevano funzionare il paese, scuole, ospedali, trasporti, banche, mercati, telefoni, radio, ecc.
La recente storia africana è davvero tragica e noi europei abbiamo un enorme debito morale verso i fratelli del continente nero. Ma oggi è chiaro perchè gli aiuti in denaro producono poco ed è superfluo elencare casi concreti. Hanno ragione gli amici “studenti africani” delle Università pontificie di Roma, che chiedono ai popoli ricchi una cosa sola: “Promuovere la produzione ed occupazione in Africa. Vogliamo la canna da pesca e non il pesce”. Ma per fare questo occorre fare scuole e non come quelle di molti villaggi africani con 80-100 bambini, senza libri né quaderni, senza luce e senz’acqua, con insegnanti spesso in sciopero perché non pagati. Come si fa a sviluppare un continente con scuole come queste? Nelle città e per le élites c’è di meglio, ma per l’80% dei bambini africani non c’è nient’altro.
Padre Gheddo – Tempi 2009

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