Perché Haiti è un paese sotto-sviluppato? – Padre Gheddo su “Armagheddo”

haiti-poveriIn seguito alla trasmissione su Radio Maria (ore 21-22,30) che ho fatto il terzo lunedì del mese 18 gennaio su Haiti (vedi il testo sul mio sito: www.gheddopiero.it), ho ricevuto alcune telefonate e messaggi che chiedono perchè la grande differenza fra i due stati in cui è divisa l’isola di Hispaniola, Haiti (sotto-sviluppato) e Santo Domingo in via di rapido sviluppo.

Oggi Haiti è distrutto dal terremoto ma l’abisso che separa i due paesi era evidente già prima di questo tragico avvenimento.  Alcuni dati dell’Onu degli ultimi anni.

–         Haiti è al 149° posto su 182 nazioni nell’Indice di sviluppo umano, Santo Domingo al 92° posto. Prodotto nazionale lordo (Pil) pro capite 698 (in diminuzione) e 3.772 dollari (in aumento negli ultimi anni). Il 72% degli haitiani vive con meno di due dollari al giorno, contro il 15% dei cittadini di Santo Domingo. La speranza di vita alla nascita è di 55 anni ad Haiti, 65 anni a Santo Domingo.  Analfabetismo: 53% ad Haiti, 13% a Santo Domingo.  

Per capire le diverse situazioni di due paesi in un’unica isola, bisogna conoscere la storia. L’isola di Hispaniola, scoperta da Cristoforo Colombo nel 1492, era colonia spagnola ma trascurata dagli spagnoli che avevano occupato tutta l’attuale America Latina (eccetto il Brasile), dal Messico al Cile e all’Argentina. Nel 1625 la Francia incomincia a colonizzare la parte orientale dell’isola e nel 1664 la Spagna riconosce la sua proprietà sull’attuale Haiti. La Francia si impegna a colonizzare la sua parte dell’isola con numerosi coloni francesi, importando molti schiavi dall’Africa e coltivando canna da zucchero, caffè, cacao, banane e altra frutta tropicale. Nel 1700 Haiti era la più ricca delle colonie dell’emisfero occidentale (allora chiamata “La perla dei Caraibi”), grazie, soprattutto, alle notevoli esportazioni di zucchero e cacao, mentre Santo Domingo, rimasto spagnolo, era povero, poco abitato e quasi abbandonato.

Durante e dopo la Rivoluzione francese del 1789, le nuove idee sui diritti dei popoli si diffondono nelle colonia francesi e anche ad Haiti si verifica una rivolta di popolo, non più come a Parigi contro i re e i nobili, ma la rivolta dei neri contro i francesi. Dopo  varie vicende di guerra civile, nel 1804 Haiti dichiara la sua indipendenza, il secondo paese indipendente del continente americano dopo gli Stati Uniti. Ma mentre gli Stati Uniti (la cui nascita ufficiale è del 1798) conobbero un rapido sviluppo politico-economico, per Haiti l’indipendenza formale dalla Francia segna l’inizio di due secoli di guerre civili e dittature. Nel 1800 Haiti è guidata da una serie di presidenti, la maggioranza dei quali rimane in carica solo per pochi anni o mesi. E anche in seguito non ha più avuto stabilità politica, eccetto nel breve periodo di occupazione da parte dell’esercito americano (1915-1934) per mettere fine al caos in cui il paese era precipitato.

Al contrario, Santo Domingo ottiene l’indipendenza dalla Spagna in modo abbastanza pacifico nel 1844 con un popolo unito e, anche se nella sua storia vi sono stati periodi turbolenti e di dittature, da tempo gode di una discreta stabilità politica. Oggi a Santo Domingo i bianchi e mulatti sono l’88% dei 9 milioni di abitanti, ad Haiti i neri sono il 94% e i mulatti il 5% degli otto milioni di haitiani. Ma la maggioranza nera di Haiti è divisa in tante etnie e fazioni, secondo il luogo e la lingua d’origine degli antenati schiavi. Fino ad oggi in Haiti l’unità di popolo e la stabilità politica, condizioni indispensabili per lo sviluppo economico, sono sconosciute.

Questa la radice etnico-storica che spiega la differenza fra due paesi vicini. La storia dimostra che anche se un popolo ha diritto all’indipendenza, se questa viene concessa quando quel popolo non è unito e preparato a governarsi, si rivela dannosa per il popolo stesso. Le guerre o guerriglie di liberazione africane del secolo scorso (tanto esaltate mezzo secolo fa in Italia) e anche quella di Haiti di due secoli fa, falliscono sempre o quasi sempre, perché violenza chiama violenza e nelle guerre o guerriglie civili le ideologie e gli uomini più violenti inevitabilmente prevalgono.

Piero Gheddo

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