Perche’ la chiamate rivista missionaria? – Padre Gheddo su “Mondo e Missione”

riviste missionarieNel 2002 un lettore scrive ad una importante rivista missionaria italiana: “Ogni tanto vi leggo e mi chiedo: perchè la chiamate ‘rivista missionaria’? L’impressione netta che si ricava dai vostri articoli è che la salvezza non viene da Gesù Cristo (quante volte è nominato?), né che l’annunzio del Vangelo è il primo compito dei missionari, ma che la salvezza è un problema sociale, politico ed economico. Senza dire che, in una rivista di cristiani, è auspicabile una minore parzialità: perchè tirare sempre in ballo Berlusconi, anche quando c’entra come i cavoli a merenda? Volendo essere una rivista missionaria, date ai lettori la consapevolezza che il mondo cambia e il male è vinto, anzitutto e realmente, con la conversione dell’uomo al Vangelo. Non inculcate (certo senza intenzione) lo spirito di lotta tra ricchi e poveri, che innesca la spirale dell’odio, da cui vengono tutti i mali. Cristo ci libera dal peccato e chi ne è libero fa le opere della giustizia. Don Emilio Colombo, Buscate (Mi)”.

Ho sentito l’impulso di telefonare al parroco di Buscate per complimentarmi con lui: ha centrato in poche righe quello che oggi è il dramma di parte della stampa missionaria e non della minore. Leggendo certe riviste “missionarie” penso anch’io: dov’è finito Gesù Cristo? Dov’è finita la Chiesa, il cui compito primario è di annunziare Cristo ai popoli? Che immagine diamo della “vocazione missionaria”?

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La stampa missionaria deve trasmettere ai lettori la coscienza che la fede è il più grande dono che Dio ci ha fatto e dobbiamo testimoniarlo e comunicarlo agli altri; deve far riscoprire Cristo come unico Salvatore dell’uomo, suscitare l’amore a Cristo e la passione di portarlo a tutti i popoli. Se non comunica questi sentimenti e si dedica ad altri compiti, può realizzare buone azioni sociali, culturali, politiche, sindacali, ma non è più “stampa missionaria”. O no?

Oggi la Chiesa rischia, a volte, di apparire come un’agenzia umanitaria, una specie di Croce Rossa Internazionale di pronto intervento per i casi più urgenti. Enzo Bianchi, ragionando su questo tema, scrive: “La pastorale dominante oggi nelle parrocchie è quella che porta i nomi del volontariato, dell’impegno, dell’attivismo, in cui cioè un cristiano passa praticamente il suo tempo di vita ecclesiale in opere filantropiche, impegnato nell’organizzazione della carità. Tutto questo trasforma la Chiesa in un’istituzione filantropica tra le altre, che non è più in grado di pronunziare quella parola di salvezza...” (E. Bianchi, “Ricominciare nell’anima, nella Chiesa, nel mondo”, a cura di Marco Guzzi, Marietti 1991, pag. 50).

Madre Teresa diceva che “la più grande disgrazia del popolo indiano è di non conoscere Gesù Cristo”. Il dono più grande che possiamo fare ai popoli è il Vangelo: come missionari ne siamo convinti, ma poi, nelle riviste missionarie, questo non risulta più evidente, si dà per scontato, non se ne parla mai o quasi mai.

Paolo VI scrive (“Evangelii Nuntiandi”, 32): “Molti cristiani, anche generosi e sensibili alle questioni drammatiche che racchiude il problema della liberazione, volendo impegnare la Chiesa nello sforzo di liberazione, hanno spesso la tentazione di ridurre la sua missione alle dimensioni di un progetto semplicemente temporale; la salvezza di cui essa è messaggera, e sacramento, a un benessere materiale; la sua attività, trascurando ogni preoccupazione spirituale e religiosa, a iniziative di ordine politico o sociale. Ma se così fosse, la Chiesa perderebbe il suo significato fondamentale. Il suo messaggio di liberazione non avrebbe più alcuna originalità e finirebbe per essere accaparrato e manipolato da sistemi ideologici e da partiti politici“.

Mi chiedo: perchè gli istituti missionari e i loro organismi unitari (Cimi, Fesmi, Suam, Emi, ecc.) non si interrogano su questo problema, che rischia di far perdere al nostro popolo l’immagine autentica del missionario e della sua vocazione? Ci lamentiamo della scarsità di vocazioni missionarie: ma che immagine diamo di noi stessi e dei nostri istituti ai giovani? E’ pensabile che un giovane doni tutta la sua vita alla missione, entri in un istituto missionario, maschile o femminile, per un motivo diverso che da un profondo amore a Gesù Cristo? E allora, dove, nelle nostre riviste, gridiamo e testimoniamo che la fede e l’amore e l’imitazione di Cristo sono l’unica chiave di salvezza per l’umanità?

Piero Gheddo

Mondo e Missione – ottobre 2003

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