Se prima c’è l’educazione, poi arriva il progresso – Padre Gheddo intervistato da Girardi

Intervista a Padre Piero Gheddo, missionario e scrittore del Pime
 (a cura di Antonio Girardi)
Padre Gheddo, non pensa anche Lei che la Chiesa dovrebbe rendersi più povera per essere più vicina agli “ultimi” del mondo?

Ma la Chiesa è già vicina ai poveri. In molti Paesi africani la Chiesa, i preti, le suore, i volontari laici, le comunità cristiane, i vescovi sono già vicini al popolo, vivono con questa gente. Un chirurgo musulmano in Pakistan mi ha consegnato una lettera per il Papa nella quale chiedeva di mandare altri missionari cattolici, suore, preti e laici che oggi scarseggiano, perché portino avanti l’opera di civilizzazione considerata necessaria alla crescita in aree anche lontanissime dai capoluoghi. In molti territori i governi non arrivano, oppure sono troppo corrotti, o privilegiano solo le città. Nel Mato Grosso, in Amazzonia, dove lavoriamo noi del Pime, se non ci fosse la Chiesa non ci sarebbe nessuno. Quindi dire che la Chiesa dovrebbe stare dalla parte dei poveri mi sembra ridicolo e anche un po’ assurdo.

Ma il riferimento è soprattutto alle gerarchie, ai vertici della Chiesa.

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Dobbiamo tutti convertirci, questo è evidente. L’ho detto prima nella mia conversazione: la prima cosa da fare per aiutare i poveri è convertirci a Gesù Cristo, a una vita secondo il Vangelo. Ma questo vale per tutti, vale per i vescovi come per me prete e per il cristiano comune. Che i vertici della Chiesa non vivano secondo il Vangelo, questo attiene al peccato e all’egoismo dell’uomo.

Cosa pensa dei viaggi del Papa?

Sono positivissimi. Bisogna andare a vedere sul posto cosa producono, che avvicinamento al Vangelo generano. Noi siamo talmente abituati a sentire i discorsi del Papa, tutti i mercoledì e le domeniche, che quando parla non ci fa più effetto. Ma quando il Papa va una sola volta in Pakistan nell’arco di trent’anni, i suoi discorsi ad esempio ai giovani o al dialogo islamo-cristiano sono tradotti nella lingua locale e diffusi ovunque. A distanza di vent’anni la gente li legge ancora. In Giappone è accaduto lo stesso. Hanno una grande efficacia i viaggi del Papa. E’ un po’ come i Beati. Si dice: il Papa fa troppi Beati. Sì, ma un Beato ha efficacia là, un altro in un posto diverso, anche se noi non li ricordiamo nemmeno.

Alla Chiesa cattolica si rimprovera di ritenere che il cristianesimo sia la radice dello sviluppo dei popoli. Così si negherebbe che Dio lavora per lo sviluppo anche attraverso le altre religioni.

Le altre religioni, quelle organizzate, sono certamente dei passi in avanti rispetto alle religioni dell’uomo primitivo. Anche l’Islam è stato un grande passo in avanti rispetto ai popoli che prima adoravano idoli. Però il passo definitivo, il completamento di questi sforzi sta nel cristianesimo, nella Parola di Dio. Noi oggi consideriamo le religioni non cristiane una preparazione a Cristo. Ma il senso della missione oggi non è quello di andare a convertire gli uomini. Andiamo a proporre il Vangelo attraverso la carità, attraverso l’interesse per l’uomo, attraverso la Parola e attraverso l’impegno per lo sviluppo. Poi chi vuole si converte e si fa battezzare.

Lei mette l’accento sull’educazione. Ma la questione concreta del sottosviluppo di molti Paesi, si dice, è innanzitutto economica.

Il fatto è che noi viviamo in una civiltà materialista, nella quale non riusciamo più a capire il collegamento che c’è fra religione e sviluppo, fra cultura e sviluppo, fra educazione e sviluppo. Ci sembrano aspetti poco influenti sulla concretezza dei problemi. Ma chi va nei Paesi poveri e ci vive si accorge subito che non è così. Un missionario trentino in Tanzania, Padre Camillo Calliari, mi diceva: “io ho fatto molto per questa gente, ho portato l’acquedotto, ho costruito il caseificio, l’ospedale, ma qui hanno bisogno della rivoluzione del Vangelo, occorre cambiare la mentalità delle persone.

Perché qui in Italia la fede non sembra centrare affatto con lo sviluppo?

Perché qui ragioniamo in termini tecnico-economici. E questo è sbagliato: “sotto” c’è sempre la cultura, l’educazione, la religione. Quando si parla di popoli poveri sia gli otto Grandi del mondo sia i no-global si riferiscono ai soldi. Ma i soldi, da soli, non producono sviluppo. Ci vogliono, certo, ma quando c’è una educazione a produrre. Altrimenti generano corruzione.

Ma nei Paesi arretrati non è contraddittorio spendere energie per la scuola anziché direttamente per i poveri?

Non è affatto contraddittorio. La scuola intesa in senso lato, anche come scuola-fattoria, professionale, è proprio l’elemento primario per “tirar su” i poveri. Quando noi missionari del Pime siamo andati in India, nel 1855, i paria erano degli schiavi della terra e lo sono rimasti fino al 1950. Come abbiamo aiutato i paria noi del Pime, ma anche altri istituti che sono venuti lì, i salesiani e altri? Educandoli. Con la scuola. Non abbiamo fatto tante proteste. Perché tu quando formi i figli dei paria e li mandi a scuola, ne fai dei professionisti, infermieri, educatori, medici, poi deputati, poi vescovi e preti la loro categoria sale. Oggi il governo indiano riconosce che il riscatto dei paria è dovuto ai missionari cristiani, alle chiese. Non solo cattoliche, anche protestanti.

Che ruolo occupa il lavoro nei Paesi poveri dal punto di vista del nesso cultura-sviluppo?

Bisogna distinguere fra economie di sussistenza ed economie di mercato, che producono per il mercato. Nelle economie di sussistenza i popoli vivono giorno per giorno. Il passaggio, l’evoluzione da questo stato di sussistenza ad una mentalità produttiva, orientata a guadagnare e ad esportare non è facile. Ci vuole l’educazione e la condivisione concreta. Per questo i nostri missionari hanno messo in piedi fattorie-scuola. Quando vengono educati un po’ di ragazzi e ragazze ad una produttività agricola anche per la vendita e l’esportazione al di là del mercatino del villaggio, allora questi coinvolgono gli altri a livello di famiglie e a poco a poco si crea lo sviluppo. Pensi che al largo della Guinea Bissau esistono ottanta isole, alcune anche molto grandi. Quando l’alta marea si ritira lascia la spiaggia piena di pesci. Un missionario di Chioggia, Padre Luigi Scantamburlo, si è messo in testa di insegnare ai guineani a pescare. Ha detto loro: “Vengono qui le compagnie della pesca e voi vi accontentate del pesce che pescate voi?” Ha creato allora 80-90 cooperative di pesca e fatto costruire le barche, i motori, la barca frigorifera e adesso dovrebbero realizzare la fabbrica della farina di pesce da vendere nella capitale. Ebbene Padre Luigi mi ha detto che la maggior difficoltà non è stata quella di insegnare ai giovani queste tecniche, ma di convincere gli anziani, i capifamiglia che occorreva pescare più del dovuto, più del necessario a loro stessi per vivere. Bisogna però stare molto attenti all’invidia. Perché in un villaggio di poveri non è tollerato che uno cresca più degli altri. Il ragazzo che studia, lavora e poi riceve uno stipendio deve andarsene perché altrimenti gli portano via tutto. Se tutte le case sono fatte di paglia non puoi costruirtene una in muratura. Per noi è difficile da capire, ma questa è la loro mentalità. Per introdurre una cultura del lavoro moderna occorre quindi tempo, pazienza, condivisione e il coinvolgimento della gente. Infatti Padre Luigi ha trascorso la maggior parte del suo tempo a discutere di queste cose con i capivillaggio e i capifamiglia. Anche perché l’ideale di questi popoli non è progredire, ma mantenere la tradizione del passato. Accettano volentieri la bicicletta o la televisione, ma non qualcosa che cambi davvero questa mentalità.

A cosa dovrebbe puntare a Suo avviso una riforma della scuola in Italia?

So pochissimo della scuola in Italia, ma secondo me la scuola dovrebbe educare e non solo istruire tecnicamente fornendo dati sulla storia, la matematica ecc.. Come diceva una mia carissima zia che mi ha formato ed era una maestra elementare: ‘noi maestri siamo come voi preti. Non basta che noi insegniamo a leggere e a scrivere: noi dobbiamo educare la persona’. Formare, educare, e-ducere. Per preparare di più i ragazzi a questa sfida del mondo moderno che è la globalizzazione, la scuola italiana dovrebbe dedicare ad esempio dei corsi integrativi a questo tema. Ci sono tanti corsi integrativi sull’ecologia, sulla sanità, le leggi, ecc. e altri temi sicuramente interessanti, ma il tema centrale di oggi è il rapporto con questi altri popoli, perché la crescente globalizzazione è la vera sfida del futuro e quindi dei giovani.

Ma in questi corsi integrativi probabilmente si insegnerebbe che il problema del rapporto tra popoli ricchi e Paesi poveri è l’economia di eguaglianza, il commercio delle armi, l’estinzione del debito…

E’ sbagliato. La globalizzazione deve partire dal campo culturale, educativo, religioso, della rivoluzione delle idee per avvicinare tutti i popoli e creare un mondo migliore sotto ogni profilo. Ma il mondo migliora prima ancora che per l’economia e la sociologia, grazie alle idee, alla religione, alla cultura. Bisogna quindi partire da lì, vale a dire anche dalla nostra fede, per arrivare poi anche all’economia. Mi pare invece che stiamo diventando un po’ tutti pagani, ma dove non c’è più Gesù Cristo saltano fuori i maghi….

Talvolta i missionari sono accusati di “proselitismo” e di voler “violentare” le coscienze portando ad altri popoli l’annuncio di Cristo.

Io credo che ci sia tutta un’ideologia del mondo moderno che non deriva tanto dal consumismo ma dal laicismo e dal marxismo, che presuppone che l’occidente non ha nulla da insegnare agli altri popoli, perché ha sfruttato, è razzista, ecc.. Questo è sbagliatissimo. L’occidente ha ricevuto la fede. E qui conta la fede nella vita? La fede non è un’etichetta o un praticare un rito come un altro. La fede è proprio la vita, è ciò che ha portato al progresso. Quindi noi dobbiamo da un lato essere sempre in cammino per diventare migliori cristiani, ma dall’altro aver la coscienza che siamo già cristiani perché abbiamo avuto il dono della fede, apparteniamo alla Chiesa e quindi abbiamo qualcosa da comunicare agli altri. Non per imporlo, ma da testimoniare e comunicare.

C’è bisogno di missione in Italia?

Certo che ce n’è bisogno, sempre e ovunque, ma in modo particolare in Italia, dove negli ultimi 30-40 anni ci siamo lasciati travolgere dal consumismo, dal materialismo, dal laicismo, dal marxismo per cui abbiamo perso la nostra fede e identità. A un certo punto Zanotelli nell’intervista rilasciata all’Adige, alla domanda: ‘secondo te, cosa dovrebbe fare la Chiesa di oggi nel Trentino?’ risponde: ‘deve proporre dei valori’. Valori? Deve proporre Gesù Cristo. Perché come diceva Paolo VI i grandi valori senza Gesù Cristo diventano dis-valori. Tutti vogliono la pace, chiedono la solidarietà ma non si va da nessuna parte se non c’è il modello, l’ispirazione, senza la persona di Gesù Cristo. Per questo io rimprovero a Zanotelli di non parlare mai di Cristo, dei missionari e della Chiesa. Parla solo della Chiesa ‘berlusconizzata’. Un anno e mezzo fa a Milano sono andato ad ascoltarlo. Ha parlato un’ora e 40 minuti, ma della Chiesa una volta sola quando ha detto: ‘giovani, dovete ridurre i vostri consumi, dovete abolire ogni spreco, non sposatevi in Chiesa, andate in Comune con i vestiti di vestiti di tutti i giorni’.

Se Lei potesse rivolgersi adesso a Padre Alex Zanotelli, cosa gli direbbe?

Parla da missionario e non da agitatore di masse. Non lasciarti trascinare dall’ondata di tutti quelli che ti battono le mani perché segui la corrente dei no-global.

Intervista a cura di Antonio Girardi

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