Sempre più urgente la “missio ad gentes” – Padre Gheddo su Il Timone

“La missione ad gentes sembra in fase di rallentamento… Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani… Nella storia della Chiesa, la spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità, come la sua diminuzione è segno di una crisi di fede”. Così Giovanni Paolo II nella “Redemptoris mìssio” (1990, n.2). Negli ultimi vent’anni, la situazione non è migliorata, l’Occidente cristiano, in crisi morale e religiosa, si chiude sempre più. Finita la missione alle genti? Assolutamente no. Il Papa polacco era convinto che “il nostro tempo offre nuove occasioni (di missione)… Dio apre alla Chiesa gli orizzonti di un’umanità più preparata alla semina evangelica… Nessun credente in Cristo, nessuna istituzione della Chiesa può sottrarsi a questo dovere supremo: annunziare Cristo a tutti i popoli”.

La globalizzazione dell’umanità rende sempre più urgente la missione fra i non cristiani. Ecco perchè. I due continenti non cristiani, Asia e Africa, quattro quinti della popolazione mondiale (5 su 7 miliardi!), sono alla ribalta della scena mondiale. Popoli giovani (nell’Africa nera il 70% sotto i trent’anni) che aspirano ad un miglioramento delle loro condizioni di vita, disposti a lavorare 12 ore al giorno, in condizioni disumane di lavoro e di abitazione. Non solo, ma ad esempio, l’India sforna circa 200.000 laureati in ingegneria all’anno, il doppio di quanti ne producono Stati Uniti ed Europa assieme. Dall’inizio degli anni novanta, Cina e India (più di tre volte gli abitanti dell’Europa, Russia compresa), crescono dell’8-9-10 per cento l’anno il valore dei loro Pil nazionali.

Uno studio della banca americana Goldman Sachs (2007) afferma che nel 2035 il Pil della Cina (oggi seconda potenza economica mondiale) avrà superato quello degli Stati Uniti e 15 anni dopo (nel 2050) il Pil dell’India sarà maggiore di quello dell’intera Europa. Il treno dello sviluppo, con le locomotive di Cina, Giappone e India, traina numerosi paesi asiatici, Indonesia, Vietnam, Corea del Sud, Taiwan, Thailandia, Filippine, Bangladesh. L’Africa nera, quasi abbandonata dall’Occidente cristiano, è campo libero per la “nuova colonizzazione” (senza potere politico) di Cina, India, Giappone, Taiwan, Corea del sud.

L’opinione pubblica italiana, anche cattolica, è scarsamente informata di questi scenari che stanno maturando nelle periferie del mondo e non si rende conto di come, in un prossimo futuro, noi seguaci di Gesù Cristo saremo chiamati ad una testimonianza della nostra fede molto più impegnativa di quella attuale. La crescita economica dei paesi non cristiani non basta. In Cina la dittatura del partito comunista, non può durare a lungo. Ogni anno sono decine di migliaia le proteste e gli scioperi repressi nel sangue. L’India, paese libero e democratico, ha ancora l’infamia delle caste, un 37% di analfabeti e 250 milioni di indiani sopravvivono al livello minimo di sussistenza.

Nella “Caritas in Veritate” (2009) Benedetto XVI scrive: “L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano” (n. 78). E spiega perché (n. 11): “Senza la prospettiva di una vita eterna, il progresso umano in questo mondo rimane privo di respiro. Chiuso dentro la storia, esso è esposto al rischio di ridursi al solo incremento dell’avere; l’umanità perde così il coraggio di essere disponibile per i beni più alti, per le grandi e disinteressate iniziative sollecitate dalla carità universale”. Conclusione: “L’annunzio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo” (n. 8), il Vangelo è indispensabile “per la costruzione della società secondo libertà e giustizia” (13).

L’Asia e l’Africa che si sviluppano avranno sempre più bisogno di Cristo, unico Salvatore di tutti i popoli. Nel volume “Meno male che Cristo c’è” (Lindau, Torino 2011, pagg. 330), stimolato da Gerolamo Fazzini documento perchè la missione della Chiesa non è affatto prossima all’estinzione. Anzi si può prevedere che le Chiese antiche, come la nostra d’Italia, riacquisteranno vigore nel proiettarsi verso l’esterno. “La fede si rafforza donandola! La nuova evangelizzazione dei popoli cristiani troverà ispirazione e sostegno nell’impegno per la missione universale” (R.M. 2).

Ecco in estrema sintesi cosa comporterà per noi cristiani d’Europa questa prossima situazione del mondo globalizzato:

1) La “missione alle genti” non va più concepita come il compito proprio dei “missionari” e degli istituti missionari, ma come il dovere primario dei battezzati e delle comunità ecclesiali. “La missione è di tutto il popolo di Dio… La partecipazione dei laici all’espansione della fede risulta chiara fin dai primi tempi del cristianesimo ad opera sia di singoli fedeli, sia dell’intera comunità” (R.M. 62). Questo è vero anche oggi. In Corea del sud mi dicevano che ci sono molte conversioni di adulti (ogni parrocchia dai 300 ai 500 battesimi di adulti l’anno) e nel catecumenato ogni neofita partecipa ad un gruppo o movimento parrocchiale assumendo qualche impegno di carattere missionario. Non si concepisce il battezzato “passivo”, ciascuno deve dare alla Chiesa quel che può, anche in termini di tempo.

2) Ci sarà sempre bisogno di missionari specifici e dell’aiuto economico-tecnico per le popolazioni che ancora non hanno ricevuto il primo annunzio o che rimangono indietro nel cammino verso lo sviluppo. I paria in India sono160 milioni, i tribali 70 milioni, le basse caste 60 milioni! Le Chiese cristiane, e in particolare quella cattolica, sono state e sono protagoniste nell’elevazione umana e sociale di questi poveri. In Cina è peggio. Un italiano in Cina da vent’anni, visitato di recente, mi diceva: “L’uomo qui non conta nulla. Se uno cade da un ponteggio lo licenziano e ne prendono un altro. Forse questo è l’unico paese al mondo dove permane il capitalismo più selvaggio”.

3) Nel prossimo futuro la nostra vita sarà più austera. Noi italiani (col più alto debito nazionale fra i paesi industrializzati!) viviamo al di sopra delle nostre possibilità. L’attuale crisi economica ha come radice questo debito macrosopico, creato negli anni settanta e ottanta. L’austerità (cioè la riduzione del superfluo) è la via maestra per tornare ad essere un paese competitivo ed avere le risorse per essere solidali verso le sorelle e i fratelli più poveri.

4) Il mondo cristiano deve offrire nuovi modelli di produzione della ricchezza con finalità gratuite di aiuto ai poveri. Papa Benedetto ha introdotto il “principio di gratuità” nel discorso economico, un azzardo logico. Nella “Caritas in Veritate” (n. 46) afferma che sono nate “imprese tradizionali che sottoscrivono dei patti di aiuto ai Paesi arretrati…. (e) concepiscono il profitto come uno strumento per raggiungere finalità di umanizzazione del mercato e della società”. Fraternità e gratuità – quasi inconciliabili con il mercato – possono davvero essere incarnate nell’attività economica “ordinaria” e non solo nel mondo no-profit? Si possono citare due esempi, ma ce ne sono altri:

a) L’”economia di comunione”, maturata in seno al Movimento dei Focolari, che quest’anno festeggia i primi vent’anni di vita (lanciata da Chiara Lubich nel 1991 in Brasile). Oggi sono almeno 800 le imprese che operano, in tutto il mondo, seguendo la logica della fraternità e della gratuità, creando ricchezza e posti di lavoro ma con un’attenzione specifica al “bene primo”, ossia la persona umana.

b) Il “Commercio equo e solidale”, fondato in Olanda nel 1986 da un prete cattolico, Frans van der Hoff, insieme all’economista Nico Roozen. Il commercio equo e solidale è una realtà economica importante a livello mondiale, che dà lavoro – secondo equità e giustizia – a tante persone, sia nel Sud del mondo che nel Nord e coinvolge un gran numero di volontari.

Padre Gheddo su Il Timone (2011)

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