Una grazia da chiedere a Clemente – Padre Gheddo su Lettera agli Amici di padre Clemente

Le belle notizie si danno sempre volentieri. Come i lettori sanno, ho seguito la causa di padre Clemente fin da prima che iniziasse ad oggi. Ebbene, negli ultimi mesi si è verificata un’accelerazione imprevista del cammino verso la beatificazione. Non è certamente imminente, ma più vicina oggi di quanto fosse sei-otto mesi fa. Troppo lungo spiegarne i motivi e i passi fatti. Voglio solo dire che dobbiamo veramente ringraziare il Signore! E’ Lui che muove e orienta tutto, certo servendosi di noi uomini, ma noi siamo solo “servi inutili”.

Esaminando ancora una volta le testimonianze al Tribunale diocesano di chi ha conosciuto Clemente (contenute nel volume della “Positio”, in vendita presso Rita Gervasoni all’indirizzo del bollettino e da suor Franca Nava al Pime di Milano a 40 Euro l’una), mi sono commosso parecchie volte per l’esemplarità della vita di Clemente e il ricordo che ne hanno tantissime persone. I testi affermano all’unanimità che il Servo di Dio visse profondamente unito a Dio nel distacco dai beni terreni e confidando nella Provvidenza. Suo unico interesse la gloria di Dio, il bene dei fratelli, la difesa dei piccoli e dei deboli, il tendere a Dio con tutte le forze, mettendolo sempre al primo posto pur nelle non piccole difficoltà della sua lunga vita (65 anni in Birmania!), fra guerre e guerriglie, briganti e dittature, miserie estreme e a volte mancanza del necessario alla vita.

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I Testi lo definiscono “uomo giusto, pieno di fede e di speranza”, “uomo di pace”, “uomo di Dio”, “uomo buono ed innamorato di Dio” (Positio, pp. 89, 97, 103, 104, 109, 116). Colpiva la sua straordinaria bontà e il suo saper mettere sempre Dio al primo posto: “Padre Vismara era un uomo tutto dedicato a Dio, che si era dato tutto a Dio. La sua unica ricchezza era Dio. Lo dico senza paura. Questa è la cosa più bella di lui. Era tutto di Dio” (p. 116). Sacerdoti e fedeli ravvisavano nel Servo di Dio una virtù superiore, non comune agli altri missionari che pur apprezzavano: “Io penso che sia veramente un santo, perché fra tutti i missionari che ho conosciuto, non ne ho visto più uno simile a padre Vismara. Egli si sacrificò tanto per amore di tutti, dei poveri, di noi poveri soprattutto. Per questo molta gente e anch’io lo preghiamo” (pp. 188, 75-76,1 04, 78, 112-113, 129, 174).

La Chiesa propone sempre più spesso beati e santi del nostro tempo, con un solo scopo: di provare concretamente, come dice il Concilio Vaticano II al cap. V sulla “La vocazione universale alla santità” (n. 40), che: “Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità”. E poi parla del “multiforme esercizio della santità” (n. 41), cioè i santi sono diversi l’uno dall’altro, tutti però decisamente orientati a mettere Dio al primo posto nella loro vita e ad amare il prossimo come se stessi. Come noi pensiamo che era padre Clemente e preghiamo perché questo sia riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa

A volte mi sorprendo a sognare. Bisogna sognare non solo da giovani, ma anche da anziani della terza o quarta età. Sogno che tutti noi, cari amici e devoti di padre Clemente, ciascuno col suo carattere, nella sua vocazione ricevuta da Dio, possiamo aspirare seriamente alla santità: bisogna combattere contro noi stessi, ma con l’aiuto di Dio possiamo fare un cammino verso la meta, di essere sempre più simili a Gesù, pur nella nostra piccolezza e debolezza. Il piccolo mondo in cui viviamo ne sarebbe trasformato. Infatti la singolarità della santità di padre Clemente non sta in quello che ha fatto, ma nel come l’ha fatto. Eccezionale è il suo spirito di fede, amore al prossimo specie ai più piccoli e poveri, dedizione e costanza alla preghiera e nei suoi doveri, capacità di sacrificarsi, serenità, ottimismo, umiltà, pazienza, distacco dal denaro, fiducia assoluta nella Provvidenza; e anche profonda umanità, buon senso, equilibrio, saggezza in tutto, come ha dimostrato nei suoi 65 anni di vita birmana.

Colpisce che anche i testi non cattolici e non cristiani, ma buddisti e musulmani, abbiano giudicato il Servo di Dio come una persona giusta e pura (Positio, p. 160). Per tutti egli fu un padre, una vera icona di Dio Padre che ama ed accoglie ogni uomo, come attesta U Lau Meh: “Nessuno ha mai parlato male di Padre Vismara: Tutti ne parlavano e ne parlano bene, anche i buddisti e gli islamici e tutti soffriamo perché lo abbiamo perso, anche se sappiamo che dal Cielo ancora ci protegge e ci aiuta, intercedendo per noi presso Dio. Per questo noi lo preghiamo” (p. 102). Lasciatemelo dire: che bello sognare che, quando moriremo, lasceremo anche noi un simile ricordo! E’ un “sogno”, ma realizzabile con l’aiuto di Dio e anche chiedendo questa grazia attraverso il nostro carissimo padre Clemente.

Lettera agli Amici di padre Clemente (2007)

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