Un’esperienza di dialogo con l’islam nel Camerun – Padre Gheddo a Radio Maria

Catechesi su Radio Maria, lunedì 19 maggio 2008 (ore 21 – 22,30)
Appunti di padre Piero Gheddo, Pime

Cari amici di Radio Maria, come voi sapete, nel dicembre 2007 sono stato 22 giorni in Camerun in visita ai missionari del Pime e vi ho già parlato di alcuni aspetti della missione in quel grande paese africano. Oggi voglio presentarvi un modo di fare missione diverso da quello a cui siamo abituati. In genere, quando si parla di missionari, si pensa ad un sacerdote, un fratello, una suora, un laico che si impegnano ad aiutare i poveri, a costruire chiese e scuole, ad insegnare il catechismo e battezzare, a formare comunità di credenti in Cristo.
Ma la missione ha tanti aspetti nuovi che bisogna conoscere per averne un’idea meno superficiale. Ad esempio il dialogo con il non cristiani, oggi importantissimo poichè le grandi religioni non cristiane si stanno organizzando, prendono coscienza delle loro ricchezze e storie ed esercitano un forte influsso sulla vita e le culture dei popoli che ancora attendono il Vangelo.
Questa sera vi racconto in modo molto concreto la vita di un amico missionario del Pime, padre Giuseppe Parietti, che è in Camerun del Nord da 31 anni e si è dedicato al dialogo con i musulmani del posto. Sono stato con lui 4-5 giorni, abbiamo parlato a lungo e mi ha trasmesso la sua esperienza, in un compito missionario che mi interessa molto e deve interessare anche voi. Si parla molto di dialogo con le religioni, ma pochi sanno cos’è e come si svolge in concreto.

I parte – Islam e cristianesimo nel Nord Camerun

L’islam ha circa un miliardo e 300 milioni di seguaci in tutto il mondo. In Italia conosciamo soprattutto l’islam più vicino, quello del Medio Oriente e del Nord Africa, che è anche l’islam più antico e più radicale, anti-occidentale, da cui è nato il cosiddetto “terrorismo di radici islamiche”. Ma se vogliamo avere un’idea meno superficiale della prima religione del mondo, quella che ha più seguaci, è importante conoscere anche un altro islam, quello dell’Africa nera, sotto il deserto del Sahara, molto diverso dall’islam più antico. E capire che l’islam non è una fede monolitica, nel mondo ha diverse interpretazioni e modi di viverla.

Come gli ascoltatori di Radio Maria sanno, nel dicembre 2007 sono stato quasi un mese in Camerun e una quindicina di giorni nel Nord di questo grande paese, esteso una volta e mezzo l’Italia con due parti ben distinte: il Sud in regione tropicale e forestale, più evoluto e in gran parte cristianizzato; e poi il Nord, circa mille chilometri distante, con in mezzo una vastissima regione quasi disabitata, con montagne e foreste vergini. Nel Nord Camerun siamo nel Sahel, la fascia di pre-deserto del Sahara, in regione di steppa e foresta arida, abitata da popoli tribali ancora in parte animisti e una forte minoranza di musulmani. Questi ultimi, provenienti dal Senegal e dal Mali, sono giunti dalla vicina Nigeria con la conquista militare all’inizio del secolo XIX. Sono ancora una minoranza, ma potrebbero diventare anche maggioranza convertendo le popolazioni tribali animiste. Qui lavorano i missionari del Pime e le Missonarie dell’Immacolata (le suore del Pime), come altri istituti e anche sacerdoti, suore e laici diocesani “Fidei Donum” di diocesi italiane: Como, Vicenza, Milano, Saluzzo.

Il cristianesimo giunge nel Nord Camerun solo con la colonizzazione tedesca all’inizio del 1900, un secolo dopo l’arrivo dell’islam. Anche i tedeschi, come poi i francesi, si servivano dei musulmani che erano la popolazione più evoluta, favorendo la diffusione pacifica dell’islam, anche per la mentalità laicista e anti-cristiana allora dominante nella cultura europea (frutto dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese). I primi missionari cristiani del nord erano i luterani tedesci dal 1900 al 1916. Nel primo dopoguerra, i colonizzatori francesi impedivano ai missionari cattolici di andare al Nord. Ci sono andati solo nel 1946 gli Oblati di Maria Immacolata. Il Pime è venuto nel 1967 e oggi in due diocesi, Yagoua e Maroua.
Oggi nel Nord Camerun, che ha circa 6 milioni di abitanti (su 16 milioni di camerunesi). Nel Nord i musulmani sono il 30% i cristiani il 10%, il resto, cioè la maggioranza, sono tribali animisti. I musulmani sono soprattutto nelle città, mentre gli animisti vivono nelle campagne e nelle foreste e montagne, dove c’è una buona rete di missioni cristiane cattoliche e protestanti.

Nel Nord Camerun gli animisti tradizionali sono ancora la grande maggioranza, però, man mano che entrano in contatto col mondo moderno, le scuole, il mercato, le strade, radio e televisione, si convertono all’islam o al cristianesimo. Sono poveri e vanno dove trovano un aiuto, una possibilità di educazione e di evoluzione. Preferiscono il cristianesimo, ma dove non ci sono missionari cristiani e arrivano i commercianti musulmani, si convertono all’islam. Ecco perché anche oggi è importante l’evangelizzazione in queste regioni e paesi africani dove sono presenti islam a cristianesimo: perché se qualche etnia si converte all’islam, difficilmente passa poi al cristianesimo.

Sotto il presidente musulmano del Camerun Ahmed Ahidjo (1960-1982), il governo mirava a unificare tutto il Nord Camerun sotto la religione islamica, per bilanciare un Sud cristianizzato. La nomenclatura statale era tutta di musulmani, chi voleva avere un lavoro doveva farsi musulmano. A quel tempo i giziga cattolici davano ai bambini un nome cristiano e uno musulmano, così erano sempre a posto anche con i funzionari di stato. Oggi, con un presidente cattolico (Paul Biya), i funzionari che vengono dal sud al Nord sono cattolici e protestanti e la pressione per convertirsi all’islam è molto diminuita da parte delle strutture statali.
I tribali si convertono all’islam o al cristianesimo secondo chi incontrano e le varie circostanze. I musulmani usano dare vestiti nuovi per attirarli all’islam, il Corano stesso dice che bisogna incoraggiare i nuovi convertiti con dei doni. Il cristianesimo dà scuole e assistenza sanitaria e insegna lavori nuovi in campo artigianale e rurale. I vescovi del Nord Camerun insistono sul fatto che la Chiesa deve anzitutto favorire la promozione umana, cioè scuole e assistenza sanitaria e insegnare un lavoro in modo da trattenere la gente nelle campagne e impedire che vadano a finire nelle baraccopoli delle città. Soprattutto aiutare i giovani a iniziare delle piccole imprese di produzione e cooperative di lavoro e di vendita dei loro prodotti.

Ma poi il Vangelo è il Vangelo e richiede una conversione profonda, cambiare mentalità e sistema di vita. Fa molta difficoltà la poligamia e poi la mentalità pagana che vive del sospetto e della paura e tutto il problema della stregoneria: il Vangelo è liberante ma questo è un processo lungo e anche faticoso, mentre convertirsi all’islam è molto più semplice e facile anche perchè l’islam lascia sopravvivere le superstizioni precedenti, basta che uno prenda un nome islamico e faccia la dichiarazione di fede davanti a due testimoni.

Sia il cristianesimo che l’islam di fronte agli animisti hanno un’attrattiva, perché socialmente li portano ad un gradino superiore di sviluppo, di civiltà. Convertirsi all’islam o al cristianesimo dipende anche da varie cause e circostanze locali. Il Pime al Nord lavora fra due etnie importanti: i giziga che hanno aderito in maggioranza all’islam, però si fanno anche cristiani; e i tupuri che fin dall’inizio si sono messi contro l’islam e sono l’etnia più numerosa e importante del Nord Camerun.
La conversione all’islam è favorita dal fatto che la poligamia tradizionale degli africani è ammessa nell’islam, però diventando islamici i tribali finiscono per perdere le loro tradizioni e la loro lingua: diventano come i fulbé, l’etnia islamica pricipale del Nord Camerun, e parlano il fulfuldè, una delle poche lingue africane che sono diffuse in vaste regioni, ma di questa dirò meglio più avanti.
Invece, diventando cristiani, i tribali debbono rinunziare alla poligamia ma conservano la lingua e molte loro tradizioni che la Chiesa accetta.

In Italia si dice spesso che la missione alle genti è finita, perché ormai le giovani Chiese hanno i loro vescovi, preti, suore e comunità laicali. E poi i “pagani” li abbiamo anche in Italia. Nel Nord Camerun questo non è vero. Se non ci fossero i missionari italiani e di altri paesi cattolici (Francia, Belgio, Spagna, Polonia) ci sarebbe pochissimo clero locale perché le comunità cattoliche sono giovani e proprio per questo non producono molte vocazioni alla vita consacrata.

II parte – Padre Parietti vive un anno in una famiglia islamica

Cari amici di Radio Maria, voglio presentarvi l’esperienza di un missionario del Pime che da molti anni è impegnato nel dialogo con l’islam. Il Pime è attivo nel dialogo con l’islam in vari paesi e in forme diverse, Filippine, Bangladesh, Algeria, Guinea-Bissau e Camerun. Si parla molto di rapporti difficili con l’islam, ma in genere cattolici e musulmani vivono separati gli uni dagli altri. Si studia l’islam ma non si incontrano davvero i fedeli del Corano. Padre Giuseppe Parietti sta dedicando la sua vita a conoscere l’islam dall’interno: ha vissuto in una famiglia musulmana per un anno intero e poi frequenta da amico i credenti nel Corano camerunesi. Ho potuto stare con lui alcuni giorni nella città di Maroua, quindi intervistarlo a lungo.
La sua è stata un’esperienza originale, nata dalla venerazione per il Beato padre Carlo De Foucauld, che come sapete era vissuto fra i musulmani del deserto del Sahara e venne ucciso a Tamanrasset il 1° dicembre 1916. Il giovane Giuseppe Parietti era affascinato a questa figura e si proponeva di essere missionario per seguirne le orme, cioè di entrare da amico e da credente in Cristo nel mondo islamico.

Padre Giuseppe è in Africa da 31 anni. Quando era stato destinato al Camerun, mentre studiava missiologia a Roma, frequentava anche il Pontificio Istituto di Studi Arabo Islamici per studiare l’arabo; e poi, mentre era a Parigi per la lingua francese, ha fatto dei corsi di linguistica africana per avere un avviamento allo studio della lingua dei musulmani del Camerun, il fulfuldè, una delle lingue africane più diffuse sotto il deserto del Sahara, dal Senegal fino al Sudan, si parla soprattutto nel commercio e nei mercati, nei rapporti fra popolazioni di lingue diverse.

Giunto in Camerun nel 1977, Giuseppe è andato nella missione di Guidiguis fra l’etnia dei tupurì, una delle più importanti del Nord Camerun, dov’è rimasto per 23 anni con padre Silvano Zoccarato, il fondatore di quella missione, oggi missionario in Algeria, dove sta iniziando una presenza del Pime nel deserto del Sahara, anche lui fra i musulmani. Parietti era viceparroco di Guidiguis, ma intanto studiava la lingua dei tupurì, esercitava il ministero fra questi tribali che si convertono a Cristo, ma visitava anche le famiglie musulmane della zone imparando
il fulfuldè. Mi dice:
“Andavo tutte le sere nel quartiere musulmano, visitavo le famiglie e mi sono sempre trovato a casa mia, ero accolto e benvoluto da tutti. Col mio registratore andavo in alcune famiglie musulmane a sentir parlare il fulfuldé. Ho stretto varie amicizie con queste famiglie. Era una bella esperienza di amicizia con un popolo non cristiano e per il mio lavoro di missionario ho incominciato a capire che la trasmissione della fede avviene attraverso l’accoglienza, il rispetto vicendevole, la tolleranza reciproca, il dialogo. L’annunzio di Cristo non è un’imposizione, ma una proposta che tutti sono liberi di accettare o rifiutare, quindi va fatta rispettando sempre gli altri, ascoltandoli, diventando amico.
“Ero venuto in Camerun per testimoniare Cristo ai camerunesi e meditavo la prima lettera di Pietro, 3, 15, dove l’apostolo dice: date testimonianza della vostra speranza, con dolcezza e rispetto. Questo l’atteggiamento del dialogo: annunziare la fede sì, ma con dolcezza e rispetto dell’altro. Il dialogo, prima che una tecnica o un metodo, è un atteggiamento della mente e del cuore. Anch’io ho cercato di annunziare la mia fede, quando me lo chiedevano, e di capire anche la fede dell’altro”.

Dopo 23 anni fra i tupurì non cristiani, padre Parietti viene mandato nella città di Maroua, circa 250.000 abitanti, ad iniziare una presenza del Pime nella capitale Nord Camerun dove ormai l’Istituto ha parecchi missionari fra i non cristiani. Lo scopo principale della residenza è di essere casa di studio, di riposo e di ospitalità per missionari e laici e di procura delle missioni; e poi di servire nel ministero missionario la diocesi di Maroua. Infatti padre Parietti cura il distretto di Petté, una nuova parrocchia che sta sorgendo e che non è ancora parrocchia solo perché non ci hanno ancora messo un prete residente. Là sul posto c’è un catechista che tiene la parrocchia. Il missionario va alla domenica e a volte per impegni particolari come ritiri per laici, per giovani, per coppie, ecc. Notare che Petté è a 60 chilometri da Maroua, sulle montagne con le prime comunità cristiane di tribali: ma 60 km. nel Nord Camerun non sono come 60 km. sulle autostrade italiane!).

Infine, padre Giuseppe ha dato anche un’altra finalità alla casa del Pime a Maroua: ne ha fatto un centro per l’incontro, lo studio e il dialogo con l’Islam.

Nel 2000, appena arrivato a Maroua, ha pensato di riprendere la lingua fulfuldè che già aveva studiato a Parigi ed a Guidiguis. Il fulfuldé è lingua dei fulbé, l’etnia musulmana del Nord Camerun, che ha in mano le città, i commerci, i negozi, la vita politica e amministrativa e altro. Padre Giuseppe ha passato un anno e più ospite di una coppia anziana di coniugi musulmani che parlano bene il fulfuldé. Capite? Un anno intero ospite di una famiglia che l’ha accolto bene e gli ha permesso di vivere in casa come un fratello. Una scelta certamente coraggiosa e singolare, credo quasi unica nell’incontro con l’islam. O almeno, visitando quasi tutti i paesi islamici non ho mai incontrato un caso del genere.

Ho visitato con padre Giuseppe questa casetta in Maroua, formata da quattro stanzette piccole e senza finestre, che servono solo per andare a dormire e tenere i propri vestiti o altro. Poi c’è una serie di piccoli cortili per vari servizi all’aperto: la cucina, il lavatoio e la sala da pranzo e poi il cortile d’entrata alla casa. In Italia siamo abituati a case tutte chiuse o singoli appartamenti, a volte c’è un cortiletto. In Camerun, dove fa sempre caldo, la casa di una famiglia ha stanze private in muratura e poi spazi all’aperto dove si vive abitualmente. Tutta la proprietà è cintata da un alto muro, si entra solo per una piccola porta sulla strada. In Italia viviamo soprattutto nelle case, in Africa e fra i musulmani del Camerun si vive all’aperto.

Padre Giuseppe è vissuto un anno con due coniugi anziani, abitando in una piccola stanzetta in muratura, dove aveva la sua brandina, un tavolino, un armadio per i vestiti e uno scaffaletto per i libri, una sedia e nient’altro. Gli chiedo come si svolgeva la sua vita.

“Ero ospite di riguardo – dice – mangiavo con loro e seguivo la vita della loro famiglia. Noi uomini, col marito e a volte altri parenti o amici, mangiavamo nella sala all’aperto sotto la tettoia coperta di paglia, seduti su stuoie. Le donne in altro cortiletto. Si mangiava assieme prendendo il cibo con le mani. Al mattino il tè con qualche pezzo di pane o con i loro bigné o biscotti fatti con la farina ma non zuccherati; a mezzogiorno e sera la polenta di miglio o il riso bollito con le loro salse, qualche volta un po’ di pesce, qualche volta carne. Mangiavo di tutto. Mi faceva problema quando c’era il pesce secco che aveva un odore molto forte, ma insomma si mangiava. Le donne cucinavano nel vicino piccolo cortiletto col fuoco a legna, noi uomini sedevamo e mangiavamo nel cortile più grande, coperto da una tettoia di paglia, per difendere dalla pioggia e dal sole scottante. Bevevamo l’acqua di rubinetto della città che sapeva a volte un po’ di cloro. Come vedi non sono morto e in un anno non ho mai preso tifo o altro.
“Tutto il resto mi piaceva molto, una vita semplice, naturale, parlando di problemi umani quotidiani, i figli, la famiglia, il mercato, i prezzi, le vicende cittadine e dei conoscenti e parenti. Ero come uno di famiglia. Vivevamo assieme lutti e gioie della famiglia, ne parlavamo con molta sincerità, era molto bello. Veniva fuori la sapienza di quegli amici che sono gente semplice, non istruita, e la presenza di Dio a partire dalla quale giudicavano tutti i fatti della vita, naturalmente secondo il Corano, che è la parola di Dio che loro conoscono. Quando loro pregavano io ascoltavo in silenzio con rispetto e nel mio cuore pregavo anch’io. Mi stupiva sempre la loro fede profonda, non superficiale in Dio e nel vedere ovunque la legge di Dio e la bontà di Dio. Naturalmente, quando era il caso, davo la mia testimonianza cristiana secondo il Vangelo e loro ascoltavano”.
“Ogni giorno andavo alla Cattedrale cattolica a celebrare la S.Messa, poi celebravo con loro le feste e parlavamo di tutto, anche di religione. Però non bisogna discutere delle differenze fra islam e cristianesimo. Loro sono convinti dell’islam e bisogna lasciarli in pace, continuando a testimoniare il cristianesimo e quando Dio vorrà loro stessi capiranno la differenza. Nella situazione attuale di tensioni col mondo islamico, bisogna vivere il Vangelo, la carità, la fede e la speranza ed essere la luce e il sale del mondo, come dice Gesù. Il resto, se Dio vuole, verrà di conseguenza”.

Chiedo a padre Giuseppe se in quell’anno di vita con i musulmani ha avuto occasione di fare un dialogo religioso. Si mette a ridere e dice:
“Voi in Italia avete un’idea sbagliata del dialogo inter-religioso. Immaginate convegni di esperti, dibattiti di università, incontri fra i teologi e i grandi capi delle religioni. Io ho fatto un’altra esperienza. Mi piace l’espressione “il dialogo della vita” inventata da Giovanni Paolo II. Il Concilio ha almeno sei espressioni per dire che le religioni hanno i loro valori, che indicano la presenza dello Spirito anche al di fuori della Chiesa. La convivenza con l’altro, la presenza dell’altro è una ricchezza da raccogliere, una provocazione per la mia fede. E’ vero che noi conosciamo Cristo, che è la Parola ultima di Dio, però la Chiesa è sempre in cammino di conversione e il richiamo alla conversione può venire anche da altri. Ecco l’apertura alla presenza dello Spirito che ci dà i suoi stimoli anche attraverso la presenza dell’altro”.

Padre Giuseppe ha vissuto un anno in una famiglia musulmana, tra parenti e amici. Hanno parlato poco di problemi religiosi e mai discusso di cristianesimo o di islam. A volte ha risposto a domande su Gesù da parte di gente del popolo: “Loro chiedevano e io spiegavo cosa dice il Vangelo e la Chiesa di Gesù e cosa dice il Corano, spiegando le differenze fra cristiani e musulmani. Ma sempre senza polemica, con rispetto di tutte le fedi e credenze religiose. L’impressione che ho ricevuto dall’incontro con molti musulmani a livello popolare è che la loro fede e preghiera sono profonde, convinte, non superficiali. Sono sinceri e parlo del popolo non di altre categorie di persone che ho avvicinato poco. Sono vissuto a livello di popolo credente, non di elites politiche o culturali o commerciali”.

Nella famiglia nella quale viveva, padre Giuseppe ha ammirato una grande saggezza nei casi della vita, il rispetto e anche l’affetto che avevano per lui. Lo vedevano pregare, sapevano che al mattino andava in chiesa a celebrare la Messa ed a pregare. La preghiera li faceva sentire vicini, li univa. In altri paesi islamici ho sentito dire che chi non prega viene squalificato come “un uomo senza Dio”. Ho chiesto a padre Giuseppe se hanno parlato del terrorismo cosiddetto islamico. Mi risponde di no. Nel piccolo e isolato mondo del Nord del Camerun questa notizia non è arrivata in modo chiaro, i giornali ne hanno dato altre spiegazioni: la colpa naturalmente è dell’America.
Giuseppe dice: “Erano certamente contrari al terrorismo, ma io non li provocavo mai su temi come questo. Il terrorismo è la realtà che fa rumore, ma non è tutta o la principale realtà del mondo islamico, la gente comune non si sente responsabile di questo. Loro hanno ricevuto la loro fede e ne sono più che convinti. A livello popolare ho trovato questa grande fede che mi stupiva sempre. Io ero presente alle loro preghiere e ascoltavo in silenzio, Il Signore certamente ha accettato e gradito quelle preghiere, perché Lui sa tutte le lingue e conosce i pensieri più intimi di ogni uomo”.

III parte – I valori dell’islam e i risultati del dialogo

1) Chiedo a padre Giuseppe quali sono i valori dell’Islam che più ha ammirato.

“Soprattutto io vedo due valori in questi musulmani del Nord Camerun, che sono molto manifesti: il primato di Dio e la fedeltà alla legge di Dio e alla preghiera. Naturalmente i musulmani pregano e adorano il Dio del Corano, che è diverso dal Dio del Vangelo, rivelatoci da Cristo. In altre parole, venerano Gesù come un profeta non come Figlio di Dio. Per loro l’ultima Parola di Dio è stata rivelata in Maometto ed è contenuta nel Corano.
Però il Padre che sta nei Cieli sa molto bene tutto questo e apprezza le loro preghiere fatte con sincerità. Ho ammirato la loro vita, la preghiera e la fede profonda in Dio che guida la vita di tutti gli uomini, è sempre presente nel loro pensiero e nelle loro espressioni. Vivono in un mondo sacralizzato, hanno il pensiero fisso di Dio e questo si manifesta tante volte nella giornata e nelle loro conversazioni in modo spontaneo. In tanti momenti hanno in bocca la parola Dio, siamo nelle mani di Dio, preghiamo Dio per questo e quello, Dio sa tutto e vede la nostra situazione: sono modi di intercalare normali, che esprimono una fede profonda. Sono convinti che la vita viene vissuta davanti a Dio, che ci chiede sempre conto delle nostre azioni”.

“Secondo valore: la fedeltà ai doveri religiosi, ai cinque pilastri dell’islam, la preghiera e tutto il resto. Questa fedeltà mi è di stimolo per vivere più in profondità la mia fede. Il dialogo è proprio questo: condividere le proprie ricchezze e io vedo nei miei interlocutori questa ricchezza di fede e di vita secondo la fede. Da parte mia testimonio per quanto posso il Vangelo, che è una buona notizia, ma che è anche una lotta per vivere il nostro cammino nella Croce di Gesù. Quando il Corano scrive parole di ammirazione per i cristiani, dice che si ammirano in loro la dolcezza, l’umiltà, la carità”.

2) La presenza di padre Giuseppe fra i musulmani di Maroua ha ottenuto due effetti positivi immediati:

Primo, il vescovo di Maroua, il belga mons. Philippe Joseph Stevens dei Piccoli Fratelli del Vangelo (di De Foucauld), ha incaricato padre Parietti della Commissione diocesana del dialogo con l’islam e di mantenere i rapporti ufficiali con le autorità islamiche. Con lui c’è un missionario spagnolo più giovane, padre Juan Antonio Alyanz missionario dello Spirito Santo (Padri Spiritani), che ha pure studiato l’islam e l’arabo al Pisai di Roma.
I due missionari sono conosciuti fra i musulmani, anche per i loro lavori sulla lingua fulfuldé (di cui dirò più avanti), vengono invitati alle loro feste, portano ai musulmani i documenti di augurio della Santa Sede all’islam. Ci sono incontri con i rappresentanti islamici, sia per andare assieme dalle autorità civili in circostanze particolari, sia per incontrarsi fra di loro per studiare le soluzioni ai vari problemi sociali: ad esempio, cosa fare per le leggi e i regolamenti dello stato, affinchè non penalizzino le religioni; discutere assieme il problema dell’aids e come impedire che lo stato continui nella tendenza a dare priorità alla sua sicurezza, alle armi e non all’educazione del popolo e allo sviluppo economico e sociale. La tendenza del governo è di non concedere aiuti alle iniziative private, ma finalizzare tutto allo stato, educazione, sanità, sviluppo, ecc.. Padre Giuseppe dice:

“Il grande imam di Maroua è il presidente degli imam del Camerun e della città capitale del Nord. Il “Lamido”, cioè il capo politico dei Fulbé che ci sono qui nel Nord Camerun, sarebbe lui il capo dei musulmani, ma ha incaricato l’imam di rappresentarlo, di dirigere la scuola coranica e altro. Abbiamo buoni rapporti con le autorità religiose, ma l‘islam non è monolitico, ciascuno va un po’ per conto suo. Tempo fa c’è stata una polemica fra i musulmani di Maroua. E’ venuto un predicatore dall’estero che parlava infuocato contro i cristiani, l’hanno fatto subito tacere e mandato via dal paese”.
“Qui a Maroua, i musulmani vorrebbero essere uniti come lo siamo noi cattolici, diciamo che ci invidiano il Papa, perché nell’islam ciascuno va per conto suo. Il governo poi non vuole liti fra le religioni, ma anche i capi islamici non attaccano la Chiesa. L’anno scorso è stato pubblicato un opuscolo contro la Chiesa e i cristiani firmato dalla “Jeunesse islamique”. L’abbiamo portato al grande imam che ha detto di non essere lui il responsabile di quell’opuscolo e nessuno dei suoi. Finora non si sa da chi è stato scritto e stampato, ma l’opuscolo è stato ritirato, non c’è più”.

Il 20 dicembre 2007 ho partecipato con altri missionari alla “Festa del montone”, una delle principali feste islamiche in cui si ricorda il sacrificio del montone immolato da Abramo a Dio, alla quale padre Giuseppe e padre Alyanz erano invitati. In un immenso piazzale di Maroua si è radunata una folla di fedeli superiore certamente ai 50.000 uomini (le donne festeggiano in altra piazza). Scioccante vedere quella moltitudine di uomini tutti vestiti col “bubu”, il camicione bianco o azzurro dei musulmani del deserto, con un copricapo tondo in testa per proteggersi dal sole scottante. Si mettono in piedi, si inginocchiano, si piegano in avanti, pregano all’unisono, guidati dalla voce del grande Imam. Due ore di preghiera, con letture del Corano e due omelie, in arabo e in fulfuldé.
Poi tutti in piedi ad attendere l’arrivo del Lamido, che giunge a cavallo con i suoi cavalieri, i cavalli bardati in modo solenne con finimenti variopinti e di cuoio, i cavalieri con lance, spade sguainate e bandiere dell’islam svolazzanti. Insomma, una sfilata solenne davanti alla folla che applaude. In coda, un povero montone che segue tentando di resistere all’uomo col guinzaglio che lo trascina. Il suo intuito animale gli fa prevedere vicina la fine. Infatti il Lamido, sceso da cavallo, dice due parole in fulfuldé, probabilmente un’invocazione a Dio, impugna un coltellaccio ricurvo e con un colpo preciso taglia la gola al montone in un silenzio impressionante. Allora scoppia un fragoroso applauso liberatorio, a conclusione della festa che però continua tutta la giornata e anche nella notte nelle case e nei quartieri, dove sgozzano migliaia di montoni allevati proprio per quel giorno. Il giorno precedente erano venduti in un grande mercato nello stesso piazzale del sacrificio. Il Lamido, prima di risalire a cavallo, saluta cordialmente padre Giuseppe e padre Alyanz e tutti noi che siamo vicini.

Quella mattinata sotto il sole (mi sono preso una dolorosa congiuntivite per la polvere finissima del deserto che penetra ovunque!) è stata per me quasi una rivelazione della forza dell’islam, anzi, della “umma”, la comunità dell’islam: una folla innumerevole, quasi illimitata di uomini, divisi poi nella vita dei singoli da mille problemi e liti, ma uniti alla voce dell’Imam e del Lamido. Non la folla di Piazza San Pietro quando ascolta e applaude il Papa: a Roma sono uomini e donne e bambini uniti dalla fede e dalla venerazione per il “Cristo in terra”, ma ciascuno agisce in modo spontaneo: chi si siede, chi beve da una bottiglietta, chi parla, chi si muove, chi canta e chi sta in silenzio, chi tiene in braccio un bambino, chi entra e chi esce: uniti nella fede, ma ciascuno con la sua individualità, la sua personalità.
Là nello sterminato piazzale di Maroua osservavo bene quella moltitudine di uomini: erano veramente un uomo solo in tutto. Se si piegavano in avanti erano tutti piegati in avanti, se si alzavano in piedi erano tutti in piedi, pregavano tutti ad una sola voce e via dicendo. Non c’era nulla e nessuno che si muovesse in modo diverso, spontaneoo facesse qualcosa di diverso. Per capire la grandezza e la forza dell’islam, bisogna aver vissuto quella festa dal di dentro e aver osservato per ore quella moltitudine di uomini, senza una sola donna, senza un solo bambino! Ecco, pensavo, padre Giuseppe Parietti, e altri missionari come lui, sono qui dedicati al dialogo con l’islam. Cosa puoi fare di diverso se non dialogare, conoscersi, capirsi, intendersi, fraternizzare? L’alternativa è la guerra, che certamente peggiora le diversità e i contrasti.

3) Chiedo a padre Giuseppe se storicamente ci sono stati problemi con i musulmani. Mi risponde di sì perchè, dice, “essi hanno in mano le chefferies, cioè i capi villaggio, di quartiere, di comunità. A volte ci sono stati abusi da parte loro, ad esempio chiedere la zakat anche ai cristiani, mentre tutti sanno che è una tassa religiosa che pagano solo i musulmani; altre volte, gli studenti che sono ospiti in loro pensionati subiscono pressioni perché diventino musulmani. Al tempo del presidente del Camerun Ahidjo avevano tutti i poteri, poi li hanno persi e adesso c’è una rinascita islamica per occupare altri spazi e avere conversioni. Inoltre fanno opere di sanità, di educazione ed assistenziali che prima non facevano, con i soldi della Banca islamica e dei paesi del petrolio. Qui l’islam è in buona salute, in espansione. I cristiani che si convertono all’islam sono pochi e lo fanno per interesse. Alcuni che si sono convertiti, adesso vorrebbero tornare indietro e non possono più”.

Padre Giuseppe mi spiega perché in genere i musulmani sono in florida situazione economica: “Soprattutto perché si aiutano a vicenda, dice. Ad esempio, nel commercio sono tutti loro. A Maroua con tanti negozi, uno solo è cristiano, gli altri sono tutti in mano loro. Hanno diversi monopoli e a livello sociale creano certe difficoltà e malcontento. Il cristianesimo deve vivere i valori del Vangelo, la carità, la pazienza, il rispetto dell’altro, il valore dell’amore gratuito, che noi crediamo finirà per vincere a lunga scadenza”.

Dopo quell’anno trascorso con la famiglia musulmana a Maroua, nel 2002 padre Giuseppe va ad abitare nella casa del Pime che ha fatto costruire ed ha continuato le sue ricerche sulla lingua fulfudé. Mi dice:
“Il rapporto con l’islam va vissuto davanti al Signore, nella preghiera, nella Messa e in questi buoni rapporti con l’islam e le altre religioni. Facciamo tutto per amore di Cristo e perché venga il suo Regno di amore, di giustizia e di pace. Preghiamo per i musulmani durante le loro feste, dobbiamo scoprire i segni della presenza di Dio in loro e preghiamo perché arrivino a riconoscere il Cristo, il Messia, ma nello stesso tempo che anche noi ci convertiamo del tutto a Cristo.
“Dopo la lettera dei 138 teologi islamici a Papa Benedetto del 13 ottobre 2007 – continua padre Parietti – il portavoce vaticano padre Lombardi ha detto alla Radio Vaticana che sta aumentando in tutto il mondo musulmano la tendenza al dialogo e all’ascolto e rispetto reciproco con i cristiani. Sono anch’io di questa idea e bisogna pregare perché diventi un clima generale nel mondo islamico e anche in quello cristiano. Siamo ancora distanti da questa meta, ma è l’unico percorso per giungere all’intesa e alla pace col mondo islamico. Se invece si va verso una contrapposizione frontale, temo che l’umanità precipiti verso un’apocalisse di proporzioni inimmaginabili”.

“L’islam africano – dice Parietti – è più tollerante di quello del Medio Oriente e tollera anche un uso magico del Corano, ad esempio mettere al collo frasi del Corano e cose del genere. Ma l’islam non è monolitico. Oggi c’è un influsso che viene dall’Arabia, l’influsso wahabita, che è rigido, estremista, che è contro le confreries come la Tijanya che c’è qui e cercano di purificare l’islam locale, che è africanizzato e quindi è cambiato un po’, ma è sempre islam; come anche il cristianesimo in Africa è vissuto da africani e diverso da quello europeo”.
Dico a padre Giuseppe che noi in Italia, e in Occidente, siamo terrorizzati dal terrorismo che è ovunque. Nasce fra il popolo italiano un senso di razzismo verso gli arabi e i musulmani. Risponde:

“Ma noi cristiani non dobbiamo reagire vendicandoci e minacciando, ma perdonando e amando lo stesso. Questo è il Vangelo e questa la testimonianza che dovremmo dare noi cristiani. Per esempio, la reciprocità è un valore da cercare e chiedere, ma non è una condizione sine qua non. Il Vangelo va oltre la reciprocità, e vuole la gratuità”.

4) Dal 2002 padre Giuseppe abita nella casa del Pime a Maroua, che aveva fatto costruire ed ha continuato le sue ricerche sulla lingua fulfuldé, che parlava nella famiglia in cui era ospite. Il fulfuldé è la lingua parlata a livello veicolare in tutto il Sahel, dal Senegal al Mar Rosso, quindi in questa parte dell’Africa è la più importante. Parietti ha studiato il fulfuldé a Parigi e poi a Guidiguis e l’ha perfezionato con i due anziani coniugi musulmani con i quali ha vissuto per un anno. All’inizio frequentava dei corsi di lingua fulfuldé, poi ha inominciato a dare lui stesso dei corsi per preti e suore camerunesi o missionari che volevano studiare questa lingua importante nel Nord Camerun. Anche adesso dà delle lezioni di lingua nella casa del Pime.

Prima di padre Parietti c’era stato un padre francese Oblato di Maria Immacolata, Dominique Noye che aveva fatto una grammatica e preparava il primo dizionario fulfuldé-francese. Ma è morto presto nel gennaio 1983 e ha lasciato scritto nel suo testamento di passare il suo materiale a quel missionario che dopo di lui avrebbe studiato questa lingua. Quando è morto, il vescovo di Maroua ha consegnato il suo materiale a padre Giuseppe, il quale l’ha esaminato, corretto e aggiornato e ha fatto stampare il dizionario fulfuldé-francese in Libano. Noye aveva praticamente finito il volume, Parietti l’ha corretto, aggiornato e ha curato la bibliografia, le introduzioni, i disegni. Ma dice: “Il padre Oblato ha fatto davvero un bel lavoro, era licenziato in linguistica ed è stato missionario a Maroua per vent’anni, poi ha pubblicato il dizionario e la grammatica di fulfuldé. Il suo dizionario è molto ricco di esempi e di proverbi”.
Padre Giuseppe, con una dottoressa svizzera da trent’anni medico a Petté (ospedale della “Fondation Sociale Suisse du Nord Cameroun”), Anne Marie Schoeneberger, ha pubblicato un libretto utile per gli infermieri e i medici e anche i malati: “Fouldouldé médical”, la terminologia medica in francese e in fulfuldé, con i vocaboli e le frasi più semplici riguardanti le singole malattie.

Ma il lavoro principale che padre Giuseppe ha fatto è il suo Dizionario francese-fulfuldé che è stato pubblicato in 3.000 copie a Pessano (Milano) dalla Mimep-Docete, editrice cattolica specializzata in queste pubblicazioni a servizio delle missioni ed a Parigi è distribuito nelle librerie dall’editrice Khartala. Il dizionario del Noye è esaurito e Giuseppe sta preparando un’altra edizione del fulfuldé-francese e del francese-fulfuldé in un volume solo oppure in due volumi. E aggiunge: “Spero di non morire prima che abbia finito questo lavoro, mi spiacerebbe perché questa sarà un’opera aggiornata e molto apprezzata da questo popolo”.

Mi stupisce il fatto che, per una lingua come il fulfuldé parlata da milioni in vari paesi africani, le università locali e gli enti statali non abbiano ancora preparato dei dizionari e grammatiche. Possibile che debbano fare questi lavori i missionari? Padre Giuseppe dice:
“Ma in Africa è così. Le lingue locali, in genere, sono mortificate dalla lingua moderna dei colonizzatori, francese, inglese, portoghese e chi ricupera queste lingue che sono la radice di un popolo, un tesoro di cultura, di credenze, di religiosità, sono i missionari cristiani che ci vivono assieme una vita. Per fare lavori come questo non bastano mica pochi anni, devi immergerti nella vita di un popolo per decenni! In genere, sono i missionari che salvano le lingue e le culture tradizionali”.

“Sono convinto – aggiunge Parietti – che il fulfuldé sarà la lingua del prossimo futuro nella regione del Sahel. Magari fra cent’anni sarà il francese, ma nel prossimo futuro vincerà il fulduldé che è la lingua dei mercati e della vita comune che tutti imparano. Anche nelle nostre cappelle che hanno lingua propria, io celebro nella lingua locale dei cristiani e in fulfuldé, specie a Maroua e dintorni. Ci sono eccezioni, come nella regione dei tupurì che sono molti e uniti, il fulfuldé è poco conosciuto perché parlano la loro lingua, ma un po’ di fulfuldé lo conoscono tutti”.

Padre Gheddo a Radio Maria (2008)

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