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di P.Piero Gheddo Padre Cesare Pesce era un missionario innamorato del Bengala (Bangladesh), dov’è rimasto 54 anni (morto nel 2002). Diceva: "Non so più nemmeno io se sono italiano o bengalese. L’Italia è la mia patria d’origine, ma il Bengala è la mia patria attuale". Nel 1960 ritorna in Italia sopo 12 anni di Bengala e si dichiara contento della vacanza fra i suoi cari; ma aggiunge: "Ho lasciato il cuore a Ruhea… La mia vita è laggiù, dove ho piantato la mia vocazione e dove il sacerdozio assume dimensioni così sconfinate, che non saprei concepirlo né più bello, né più entusiasmante". In lettere e articoli proclama che fare il missionario è bello: Dio ti dà tante prove e sofferenze, ma ti riempie ogni giorno di gioia. Nato a Novi Ligure il 26 settembre 1919, Cesare Pesce studia nel seminario diocesano di Tortona (Alessandria) ed è sacerdote del Pime nel 1942. Durante la guerra non può partire, è viceparroco ad Alzate Brianza (Como) e poi a Voghera (Pavia). Parte per il Bengala il 10 ottobre 1948 e vi rimane fino al febbraio 2002, quando torna in Italia e muore nella casa di riposo dei missionari a Lecco il 13 luglio dello stesso anno, mentre sognava di poter tornare nel suo Bengala. Cesare era un missionario esemplare: non ha fatto nulla di straordinario, ma ovunque è andato si è fatto voler bene. Padre Angelo Canton dice: "Era sempre allegro, pieno di brio, di battute. Portava allegria dovunque andava. Sapeva tirar su anche chi era depresso. In comunità aveva la parola giusta al momento giusto. E questo non solo per un bel carattere, ma perché viveva di fede e sentiva fortemente l'amore di Dio e la Provvidenza". P. Giulio Berutti aggiunge: "Aveva una grande dote: non l‘ho mai sentito parlare male di un confratello. Piuttosto faceva silenzio". Perché "sempre allegro"? Lo dice lui stesso in una lettera: ringrazia il Signore di finire la sua vita, a 80 anni, nel Santuario di Maria a Rajarampur, circondato da "tutta questa magnifica gente che mi sta attorno. A volte mi rompono l’anima, ma nello stesso tempo mi rendono felice di vivere, nella gioia di sapere che non sono venuto al mondo inutilmente". Era capace di sdrammatizzare tutte le situazioni. Dopo l’attentato alle due Torri di New York, anche in Bangladesh, paese islamico, circolavano gruppi estremisti. Sono andati da lui e con aria minacciosa gli hanno detto: "Padre, noi facciamo saltare la tua chiesa". Lui risponde calmo: "Va bene, e noi la ricostruiremo più grande". Quella calma e cordialità li ha sorpresi, non si sono più visti. Padre Pesce era conosciuto come l’uomo che portava la pace dove c’erano contrasti. La sua vita missionaria è sintetizzata da un suo libro in inglese "Pack up and go!": "Fai il fagotto e va!", come diceva il suo primo vescovo mons. Giuseppe Obert. Nella diocesi di Dinajpur, i quattro vescovi che si sono succeduti hanno usato padre Pesce come un "jolly". Quando c’era un forte contrasto fra la Chiesa e il popolo, il vescovo diceva a Cesare: "Pack up and go!". In 54 anni di missione ha cambiato una dozzina di posti, non perché non fosse gradito, ma per il motivo opposto: era richiesto ovunque! Quando andava nei mercatini di villaggio a fare la spesa, i negozianti lo ritenevano uno sprovveduto e alzavano il prezzo. Cesare diceva: "Ti pago come tu mi hai chiesto perché voglio essere tuo amico, però non è un prezzo giusto". Se gli indicavano il prezzo giusto, allora diceva: "Come, così poco? Mi pare che questo costi di più" e pagava il doppio. Erano piccole genialità per far parlare bene di sé fra i musulmani. Padre Angelo Rusconi testimonia: "Era un entusiasta della vocazione missionaria, un estroverso che tentava tutti i metodi per annunziare Gesù Cristo. Vivere e lavorare con lui non era facile perché imprevedibile. Era un grande sentimentale, un lavoratore accanito. Amico di indù e musulmani, si dedicava specialmente ai più poveri e marginali. Si era fatto nominare re degli Harijans, nel villaggio di una tribù di fuori casta a Ruhea, cioè di poveracci veramente miserabili, per tentare di tirarli su" Padre Adolfo L’Imperio così lo ricorda: "Era un uomo di fede e un carattere felice; aveva la capacità di dialogare con tutti, non aveva barriere, era spontaneo e naturale. Sapeva affrontare qualsiasi situazione con la calma e la sicurezza che gli venivano dalla fede e dalla notevole intelligenza con cui giudicava le vicende della vita. Era un uomo con cui era piacevole stare assieme, discutere, perché lasciava parlare gli altri, ascoltava e poi esprimeva il suo parere in modo semplice, cordiale, chiaro". Piero Gheddo
Box per il libro
Mettere la copertina della biografia di padre Cesare Pesce, che ha Bruno Maggi. Poi aggiungere:
Edito dalla EMI, pagg. 220, inserto fotografico di 8 pagine, Euro 12 (controllare se questi dati sono giusti)
"Questo libro dovrebbe essere letto soprattutto dai giovani. E' un libro di avventure non romanzesche ma reali che dovrebbe suscitare il desiderio di percorrere le strade del mondo, avvicinare altri popoli, spendere la vita nel gettare ponti di comprensione e di aiuto verso i continenti e l'umanità più lontana" (dalla Prefazione del Vescovo di Tortona, mons. Cartino Canessa) |