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MISSIONE BIRMANIA
Prefazione
di P. Gian Battista Zanchi
* * *
Nell'esortazione apostolica post-sinodale "Ecclesia
in Asia" pubblicata il 6 novembre 1999, che richiama l'impegno della
Chiesa per portare il Vangelo a tutti i popoli del continente asiatico,
Giovanni Paolo II ricorda, in un rapido panorama storico, i missionari e
i cristiani locali che hanno dato la vita per annunziare e testimoniare
la fede in Cristo ai popoli asiatici; e così termina: "Non posso
concludere questa breve panoramica della situazione della Chiesa in
Asia, necessariamente incompleta, senza menzionare i santi e i martiri
dell'Asia, quelli dichiarati tali come pure quelli che solo Dio conosce.
Il loro esempio è fonte di ricchezza spirituale e un grande mezzo di
evangelizzazione. Con il loro silenzio essi parlano ancor più
potentemente dell'importanza della santità di vita e di come occorra
essere pronti ad offrire la propria esistenza per il Vangelo. Sono i
maestri e i protettori, la gloria della Chiesa in Asia nella sua opera
di evangelizzazione".
Il "silenzio" a cui il Papa si riferisce è anche quello dei mass media
che in genere ignorano le vicende della missione in Asia, soprattutto in
un paese come Myanmar (Birmania) di cui non si parla quasi mai, pur
essendo in guerra da più di mezzo secolo e oppresso da una dittatura
militar-socialista. Eppure la Birmania è, per noi del Pime, un paese che
rappresenta una parte importante della nostra storia. Non solo perché ci
lavoriamo dal 1867, ma anche perché oggi quella Chiesa, nella quale
l'Istituto ha fondato 6 diocesi su 14, ci è rimasta vicina e
riconoscente e ci offre possibilità concrete di contribuire ancora alla
sua crescita cristiana e missionaria.
Dal 1962 la Birmania non ammette più missionari stranieri che risiedano
stabilmente nel paese e quando nel 1966 il governo militare ha espulso
tutti quelli entrati dopo l'indipendenza del 1948, i 29 del Pime, due
dei quali, vescovi, ebbero il permesso di restarci (18 a
Taunggyi-Toungoo e 11 a Kengtung- Lashio), hanno scelto di rimanere sul
posto, dando alla giovane Chiesa di Birmania un esempio notevole di
fedeltà al popolo e alla vocazione missionaria, esempio che non è stato
più dimenticato. Poi, a poco a poco, l'età e le malattie li hanno
condotti uno ad uno alla tomba. Oggi, quarant'anni dopo, rimane solo il
padre Paolo Noè, 88 anni, ormai radicato nel suo villaggio di Hwary fra
foreste, montagne e il suo popolo padaung, pur vivendo lontano una
trentina di chilometri dal medico e dall'ospedale più vicini (con quelle
strade!), in una regione di miseria, di guerriglia e di brigantaggio.
A me, superiore generale del Pime, fa bene leggere le storie antiche e
recenti del nostro istituto, perché mi dicono che, pur nella crisi
attuale di vocazioni di cui soffriamo in Italia, la speranza e
l'ottimismo del futuro che nutriamo non sono fondati su vuote parole, ma
sulle vite dei nostri predecessori che hanno "offerto la propria
esistenza per il Vangelo", come si legge nella "Ecclesia in Asia".
Questo poi è ancor più valido per i 6 martiri che il Pime ha ricevuto in
dono da Dio nei 140 anni di apostolato in Birmania.
Ecco perché sono lieto di presentare questo volume scritto, con passione
e rigore di ricerca storica, dal padre Piero Gheddo, che ricostruisce la
storia del Pime in quel grande e bel paese asiatico. Nei miei 12 anni di
servizio nella direzione generale dell'Istituto a Roma (ma spero di
poter presto tornare in Bangladesh) vi sono stato tre volte, incontrando
gli ultimi che sono rimasti e pregando sulle tombe di tanti altri,
visitando regioni e città evangelizzate dai nostri; in seguito, queste
pagine mi hanno richiamato alla memoria e mi hanno fatto gustare tanti
avvenimenti e storie già conosciuti, ma qui raccontati in modo
esauriente e documentato con fonti d'Archivio.
Ma c'è un altro motivo che rende prezioso questo volume, come gli altri
del nostro Ufficio storico (28 e 6 Quaderni).
Com'è noto, il Pime è nato nel 1850 come "Seminario Lombardo per le
Missioni Estere"; poi Pio XI l'ha unito nel 1926 col "Pontificio
Seminario dei Santi Apostoli Pietro e Paolo per le Missioni Estere"
fondato a Roma nel 1874 per volere del beato Pio IX. Questa l'origine
dell'Istituto, prima lombardo e poi italiano, che, sempre costituito di
sacerdoti e laici diocesani viventi in comunità per la missione ai non
cristiani, non legati da voti religiosi, ma dalla promessa di fedeltà
alla missione, è diventato a pieno titolo internazionale nel 1989. Un
passo importante nato dalle richieste ricevute da vescovi locali dei
paesi in cui abbiamo lavorato (specie India, Brasile, Filippine,
Birmania) che desiderano inviare loro missionari in tutto il mondo.
La missione alle genti è oggi ben diversa da quella vissuta dal Pime nei
140 anni della "Missione Birmania" studiata e descritta in queste
pagine. Myanmar, proprio per la guerra civile che lo tormenta dal 1948 e
per la dittatura del 1962, è rimasto un paese chiuso e bloccato nella
sua naturale evoluzione, mentre il mondo esterno e la Chiesa universale
si sono rapidamente evoluti: basti pensare al Concilio Vaticano II ed a
tutto quel che ne è seguito.
Oggi la Chiesa birmana, che nel frattempo è maturata molto nella fede
(le persecuzioni producono questo effetto benefico!) e anche cresciuta
numericamente, sta compiendo rapidi passi per recuperare il tempo
perduto. Uno degli stimoli più forti recepiti dal tempo di Giovanni
Paolo II è stato quello missionario. Il grande Papa polacco insisteva
molto sulle giovani Chiese che debbono diventare anch'esse missionarie:
"La fede si rafforza donandola!", scriveva nell'enciclica "Redemptoris
Missio" (n. 2).
I vescovi, il clero e i credenti in Cristo di Myanmar sentono fortemente
l'impulso missionario, anche perché Dio benedice questa giovane Chiesa
con numerose e buone vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata.
Dalla fine degli anni Ottanta, come si racconta nell'ultimo capitolo di
questo libro, il Pime è stato coinvolto in vari modi nella formazione
del clero locale e anche di missionari da mandare altrove nel mondo ad
annunciare Cristo. Il Signore ha dato un forte segno di come gli esempi
degli annunciatori del Vangelo venuti da paesi lontani (non solo del
Pime) hanno lasciato una traccia profonda nella Chiesa locale che oggi a
sua volta vuol diventare missionaria, all'interno del paese ma anche in
tutto il mondo. Ecco la speranza per il Pime e gli altri istituti che vi
hanno lavorato e ancora, in vari modi, non hanno perso i contatti con la
Chiesa locale e sono presenti sul posto.
Mi auguro che la storia della missione in Birmania, come le altre
pubblicazioni storiche sul Pime e i suoi missionari, siano oggetto di
studio fra i membri e gli alunni dell'Istituto e trovino molti lettori
all'esterno. Lo spirito missionario nella Chiesa italiana, al quale
spesso richiamano i nostri vescovi e i documenti della C.E.I, si
acquista anche conoscendo i precursori e i protagonisti di questa epopea
della fede, che dev'essere rinverdita nel nostro paese e fra il nostro
popolo.
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