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RaiDue 1998

Il significato del dolore nella vita cristiana
di P.Piero Gheddo

    
Il Signore mi ha fatto una grande grazia: ho conosciuto da vicino per trenta e più anni un grande missionario del nostro tempo, il dottor Marcello Candia (1916-1983), industriale milanese che, vendute le sue industrie, nel 1965 è andato in Amazzonia dai missionari del PIME (nella Diocesi di Macapà) a spendere tutti i suoi averi e la sua stessa vita con i poveri e per i poveri, costruendo e finanziando ospedale, centri di assistenza, case per i lebbrosi, scuola per infermiere, ecc. Ne ho scritto la biografia ("Marcello, un manager a servizio dei più poveri", Paoline) e poi il Card. Carlo Maria Martini, Arcivescovo di Milano, mi ha nominato Postulatore della sua Causa di Canonizzazione (iniziata nel 1991 e ormai quasi al termine).

    Il ricordo più forte che ho di Marcello Candia è di quando era al termine della vita, nell'agosto 1983. Tornato in Italia dall'Amazzonia per un cancro fulminante al fegato, è morto in un mese il 31 agosto tra dolori lancinanti. In quegli ultimi giorni abbiamo registrato di nascosto alcune sue espressioni. Questa ad esempio: "In tutta la mia vita ho lavorato tanto per il Signore, ho costruito, organizzato, aiutato i poveri; ho pregato tanto e perché si pregasse di più ho costruito il Carmelo di Macapà. Ma adesso il Signore mi dà la cosa più alta: la sofferenza. Sì, l'atto più alto dell'amore che Gesù mi ha manifestato è di avermi posto nella sofferenza, dandomi anche la possibilità di abbandonarmi a lui con tutta la mia gioia e il mio amore. Gesù mi fa vivere l'esperienza più bella della mia vita e mi fa capire che non è sufficiente lavorare per il Regno di Dio; non è sufficiente pregare il Signore; più importante è accettare con umiltà e disponibilità il dolore, come e quando Dio lo permette. Questa è l'esperienza più bella. Solo nella sofferenza possiamo comprendere l'amore di Dio".

        E' consolante venir a conoscere tante persone che testimoniano con gioia e pazienza la Croce di Cristo nel mondo d'oggi. Vedete, noi tutti siamo continuamente bombardati da notizie negative, guerre, violenze, furti, droga, ingiustizie, processi... Ecco, è consolante, porta all'ottimismo leggere queste pagine perché ci fanno vedere che ci sono ancora moltissimi che soffrono per amore di Gesù, che prendono dalle mani di Dio quanto il il buon Padre dei Cieli manda. La mia nonna Anna diceva sempre: "Quel che Dio vuole non è mai troppo". Credo che il primo insegnamento è proprio questo.

    La sofferenza, accettata dalle mani di Dio e portata con amore e gioia, non solo non è inutile, ma, se vista con fede, è un dono del Signore per la salvezza del mondo. La fede è sempre un capovolgimento del nostro modo umano di vedere le cose. Noi vediamo sempre il dolore, la malattia, con occhi negativi, come una disgrazia, un male. Ecco, dobbiamo incominciare a guardarli con occhi positivi: Dio trae il bene anche dal male. La malattia, il dolore, la stessa morte, che in sè sono negativi, con l'aiuto di Dio diventano positivi. Il dolore, portato con fede, è una ricchezza, una speranza.

    Che grande cosa la fede, cari amici! Come sarebbe bello vivere guardando alla vita non con i nostri occhi e le nostre passioni umane, ma con gli occhi di Dio, cioè alla luce della fede!

    Nessuno è inutile. Anche una persona che tutti considerano sfortunata perché colpita da grave malattia e sofferenze, agli occhi di Dio è preziosa, perché ha una missione da compiere: con la sua pazienza e sopportazione e preghiera porta Dio agli uomini e gli uomini a Dio.

    Una volta in Camerun ho conosciuto, in un lebbrosario vicino ad Ambam, nel sud del paese, un giovane cattolico, Joseph, 27 anni, che a 22 anni si era scoperto lebbroso. Un bel ragazzo, studente e lavoratore, che un giorno si è vista troncata l'esistenza dalla lebbra! Mi raccontava che aveva avuto giorni di ribellione, di bestemmia. Gli pareva impossibile che proprio lui, così fedele al Signore, dovesse subire questa disgrazia terribile! Aveva dovuto abbandonare la famiglia, la fidanzata (avrebbe dovuto sposarsi entro pochi mesi), il villaggio, gli studi, il lavoro, ed essere ricoverato nel lebbrosario, fra centinaia di altri lebbrosi, ciascuno col suo dramma personale.

     Nel lebbrosario aveva conosciuto una suora italiana, suor Stefania, Missionaria dell'Immacolata, incaricata degli esami di laboratorio. Joseph mi diceva che parlando con questa giovane suora a poco a poco il Signore gli aveva aperto la mente e il cuore a capire che anche la lebbra, se accettata con umiltà dalle mani del Padre, può essere una grazia di Dio per la redenzione dell'umanità. Joseph aveva ricominciato a pregare, gli era tornata sul volto la bellezza e la gioia dei suoi giovani anni, era diventato un esempio per tutti nel lebbrosario.

     Le suore mi dicevano che dava coraggio e gioia, era un esempio per tutti. In quel luogo di dolore e, una volta, di disperazione, la vita era cambiata profondamente: quando l'ho visitato io (1976), il lebbrosario di Ambam era una comunità di persone che si volevano bene, si aiutavano e incoraggiavano a vicenda, pregavano insieme e vivevano, nella loro disgrazia, molto meglio di prima, quando non c'era l'esempio e le iniziative di Joseph a rallegrare l'ambiente.

     Ecco, cari amici che mi leggete: tutti noi, nella nostra povertà e sofferenza, siamo chiamati ad essere luce e gioia per i nostri fratelli e sorelle. Ringraziamo don Angelo e Carla di averci dato questo messaggio così consolante e chiediamo a Gesù e a Maria di avere la grazia di seguire questa strada, difficile ma che ci porta alla salvezza.