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RaiDue 1998
Il ricordo più forte che ho di Marcello
Candia è di quando era al termine della vita, nell'agosto 1983. Tornato in
Italia dall'Amazzonia per un cancro fulminante al fegato, è morto in un mese il
31 agosto tra dolori lancinanti. In quegli ultimi giorni abbiamo registrato di
nascosto alcune sue espressioni. Questa ad esempio: "In tutta la mia vita
ho lavorato tanto per il Signore, ho costruito, organizzato, aiutato i poveri;
ho pregato tanto e perché si pregasse di più ho costruito il Carmelo di Macapà.
Ma adesso il Signore mi dà la cosa più alta: la sofferenza. Sì, l'atto più
alto dell'amore che Gesù mi ha manifestato è di avermi posto nella sofferenza,
dandomi anche la possibilità di abbandonarmi a lui con tutta la mia gioia e il
mio amore. Gesù mi fa vivere l'esperienza più bella della mia vita e mi fa
capire che non è sufficiente lavorare per il Regno di Dio; non è sufficiente
pregare il Signore; più importante è accettare con umiltà e disponibilità il
dolore, come e quando Dio lo permette. Questa è l'esperienza più bella. Solo
nella sofferenza possiamo comprendere l'amore di Dio".
E' consolante venir a conoscere tante
persone che testimoniano con gioia e pazienza la Croce di Cristo nel mondo
d'oggi. Vedete, noi tutti siamo continuamente bombardati da notizie negative,
guerre, violenze, furti, droga, ingiustizie, processi... Ecco, è consolante,
porta all'ottimismo leggere queste pagine perché ci fanno vedere che ci sono
ancora moltissimi che soffrono per amore di Gesù, che prendono dalle mani di
Dio quanto il il buon Padre dei Cieli manda. La mia nonna Anna diceva sempre:
"Quel che Dio vuole non è mai troppo". Credo che il primo
insegnamento è proprio questo.
La sofferenza, accettata dalle mani di
Dio e portata con amore e gioia, non solo non è inutile, ma, se vista con fede,
è un dono del Signore per la salvezza del mondo. La fede è sempre un
capovolgimento del nostro modo umano di vedere le cose. Noi vediamo sempre il
dolore, la malattia, con occhi negativi, come una disgrazia, un male. Ecco,
dobbiamo incominciare a guardarli con occhi positivi: Dio trae il bene anche dal
male. La malattia, il dolore, la stessa morte, che in sè sono negativi, con
l'aiuto di Dio diventano positivi. Il dolore, portato con fede, è una
ricchezza, una speranza.
Che grande cosa la fede, cari amici!
Come sarebbe bello vivere guardando alla vita non con i nostri occhi e le nostre
passioni umane, ma con gli occhi di Dio, cioè alla luce della fede! Nessuno è inutile. Anche una persona che tutti considerano sfortunata perché colpita da grave malattia e sofferenze, agli occhi di Dio è preziosa, perché ha una missione da compiere: con la sua pazienza e sopportazione e preghiera porta Dio agli uomini e gli uomini a Dio.
Una volta in Camerun ho conosciuto, in un lebbrosario vicino ad Ambam,
nel sud del paese, un giovane cattolico, Joseph, 27 anni, che a 22 anni si era
scoperto lebbroso. Un bel ragazzo, studente e lavoratore, che un giorno si è
vista troncata l'esistenza dalla lebbra! Mi raccontava che aveva avuto giorni di
ribellione, di bestemmia. Gli pareva impossibile che proprio lui, così fedele
al Signore, dovesse subire questa disgrazia terribile! Aveva dovuto abbandonare
la famiglia, la fidanzata (avrebbe dovuto sposarsi entro pochi mesi), il
villaggio, gli studi, il lavoro, ed essere ricoverato nel lebbrosario, fra
centinaia di altri lebbrosi, ciascuno col suo dramma personale.
Nel lebbrosario aveva conosciuto una
suora italiana, suor Stefania, Missionaria dell'Immacolata, incaricata degli
esami di laboratorio. Joseph mi diceva che parlando con questa giovane suora a
poco a poco il Signore gli aveva aperto la mente e il cuore a capire che anche
la lebbra, se accettata con umiltà dalle mani del Padre, può essere una grazia
di Dio per la redenzione dell'umanità. Joseph aveva ricominciato a pregare, gli
era tornata sul volto la bellezza e la gioia dei suoi giovani anni, era
diventato un esempio per tutti nel lebbrosario. Le suore mi dicevano che dava coraggio e gioia, era un esempio per tutti. In quel luogo di dolore e, una volta, di disperazione, la vita era cambiata profondamente: quando l'ho visitato io (1976), il lebbrosario di Ambam era una comunità di persone che si volevano bene, si aiutavano e incoraggiavano a vicenda, pregavano insieme e vivevano, nella loro disgrazia, molto meglio di prima, quando non c'era l'esempio e le iniziative di Joseph a rallegrare l'ambiente. Ecco, cari amici che mi leggete: tutti noi, nella nostra povertà e sofferenza, siamo chiamati ad essere luce e gioia per i nostri fratelli e sorelle. Ringraziamo don Angelo e Carla di averci dato questo messaggio così consolante e chiediamo a Gesù e a Maria di avere la grazia di seguire questa strada, difficile ma che ci porta alla salvezza. |