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RaiDue 1998
Una settimana dopo, tornando ad Acapulco, vado a
cercare quegli italiani, ne trovo alcuni e racconto loro quel che ho visto,
suscitando stupore e forse anche incredulità: a quei bravi turisti pare
impossibile che a poca distanza dal paradiso in terra di Acapulco (alberghi a
cinque stelle, piscine, mare incantevole e spiagge di sabbia bianca, sci
acquatico e campionati di pesca subacquea, festival folcloristico e sfilate di
"haute couture", cucina internazionale, ecc.) si trovino popoli che
vivono ancora in un tempo preistorico.
Eppure è così. Si lascia Acapulco sulla comoda
"Carretera Panamericana" (che percorre tutte le due Americhe,
dall'Alaska al Cile), simile ad una nostra autostrada. 130 chilometri a sud, a
Marquelia, si prosegue verso l'interno per una stradina di campagna: si
incomincia a salire sulla "Sierra Malinaltepec" che raggiunge i 2.500
metri. Fino a San Luis de Acatlàn, l'ultimo villaggio abitato da meticci di
lingua spagnola, di giorno la strada è percorribile, anche se con molta cautela
specie quando incontrate un'altra auto o camion provenienti dalla direzione
opposta. Più in là incomincia il territorio degli indios "Mixtecos".
Siamo a bordo di un "pick up" (jeep con quattro ruote motrici e un
cassone dietro per carichi pesanti): arriviamo a Yoloxochitl in due ore e poi a
Cuanakaxtitlan in un'altra ora. Poche decine di chilometri, ma bisogna avere la
schiena robusta. Più in là si continua a piedi o a cavallo... magari di un
asinello.
La missione fondata dai missionari del Pime arriva
fino ad Arroyo Cumiapa, una trentina di chilometri da Cuana, ma poi ci sono
altri gruppi di indios dispersi, altri villaggetti per raggiungere i quali
esistono solo sentieri nella foresta.
Come vivono i Mixtecos? Isolati, abbandonati,
arretrati, disprezzati. Si vergognano di essere indios, di non parlare spagnolo,
di essere poveri e primitivi; di più, sono divisi tra loro da faide familiari,
la vendetta è uno degli sport più praticati. O meglio era, perché da quando
tra gli indios vivono i missionari del Pime e le suore Francescane San Giuseppe
messicane, la situazione è decisamente migliorata. C'è uno spirito nuovo di
riconciliazione di cui tutti godono. Una signora mi diceva: "Prima che
venissero i padri, nel nostro villaggio nessuno usciva di casa. Avevamo paura
l'uno dell'altro, c'erano spesso morti ammazzati, vendette, raccolti bruciati.
Oggi lei vede i bambini giocare all'aperto: è un fatto nuovo, in passato li
tenevamo il più possibile in casa".
A volte qualcuno dice a noi missionari: "Perché
andate a disturbare popoli che vivono secondo natura, sono sereni e
tranquilli...". Questi amici si sbagliano, hanno una visione mitica o
ideologica della realtà. I tribali che vivono isolati nelle foreste (in Messico
come in Amazzonia, in Africa, in Birmania o nella Papua Nuova Guinea), vivono
una vita disumana: oltre che poveri, analfabeti, affamati e senza assistenza
sanitaria, sono spesso dilaniati da lotte intestine e decadono come popolo per i
matrimoni necessariamente ristretti fra parenti.
Fra i Mixtecos ho toccato ancora una volta con mano
l'impatto positivo della missione sulla vita dei popoli. I missionari del Pime
(Pontificio istituto missioni estere) e le suore messicane hanno dato una spinta
a questo popolo, elevando il loro livello di vita: ad esempio, acqua corrente
nei villaggi, assistenza sanitaria (un medico viene tutte le settimane da San
Luis de Acatlàn e una suora lo aiuta), scavo di fosse settiche per i primi
servizi igienici nelle abitazioni, costruzione di case in muratura,
alfabetizzazione degli adulti e aiuto alle scuolette già esistenti,
miglioramento delle tecniche agricole e dell'alimentazione (la produzione di
frutta e verdura era quasi sconosciuta), istituzione di cooperative di
produzione e di vendita dei prodotti locali, ecc.
Ma il significato più importante di questa
missione fra i Mixtecos l'ho sentito dall'Arcivescovo di Acapulco, mons. Rafael
Bello Ruiz: "Vescovo di questa diocesi dal 1983, mi sono sensibilizzato
tardi ai problemi degli indios: la venuta dei missionari del Pime mi ha aperto
gli occhi su un problema che ritenevamo poco importante. In tutto il Messico si
sta prendendo coscienza adesso che una parte notevole della nostra popolazione
vive in condizioni disumane, marginalizzata dal mondo moderno. Quando sono
venuti in diocesi i missionari del Pime, io ho vinto la Lotteria nazionale e
ringrazio il Signore che li ha mandati: parlo di loro ai miei preti e
seminaristi e voglio che vadano a visitarli perché vedano le situazioni che
abbiamo in diocesi e se ne sentano responsabili". |