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Piero Gheddo

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RaiDue 1998

TURISTI ITALIANI E INDIOS "MIXTECOS" AD ACAPULCO
di P.Piero Gheddo

    La sera del 10 maggio scorso sono sbarcato all'aeroporto internazionale di Acapulco in Messico, venendo dagli Stati Uniti, da Detroit (Michigan) e Dallas (Texas). Padre Luigi Maggioni, mio confratello del Pime che lavora in Messico, mi porta nel seminario diocesano dove prendo una stanza per la notte e poi andiamo a cenare in una pizzeria italiana. Ad Acapulco c'Ŕ turismo di lusso, incontrate gente da ogni parte del mondo, anche gruppi di italiani. Infatti, qualcuno mi riconosce: "Lei Ŕ quel missionario che spiegava il Vangelo alla televisione... E' venuto qui a fare i bagni?". No, domani andiamo sui monti a visitare una missione fra gli indios "Mixtecos".

    Una settimana dopo, tornando ad Acapulco, vado a cercare quegli italiani, ne trovo alcuni e racconto loro quel che ho visto, suscitando stupore e forse anche incredulitÓ: a quei bravi turisti pare impossibile che a poca distanza dal paradiso in terra di Acapulco (alberghi a cinque stelle, piscine, mare incantevole e spiagge di sabbia bianca, sci acquatico e campionati di pesca subacquea, festival folcloristico e sfilate di "haute couture", cucina internazionale, ecc.) si trovino popoli che vivono ancora in un tempo preistorico.

    Eppure Ŕ cosý. Si lascia Acapulco sulla comoda "Carretera Panamericana" (che percorre tutte le due Americhe, dall'Alaska al Cile), simile ad una nostra autostrada. 130 chilometri a sud, a Marquelia, si prosegue verso l'interno per una stradina di campagna: si incomincia a salire sulla "Sierra Malinaltepec" che raggiunge i 2.500 metri. Fino a San Luis de AcatlÓn, l'ultimo villaggio abitato da meticci di lingua spagnola, di giorno la strada Ŕ percorribile, anche se con molta cautela specie quando incontrate un'altra auto o camion provenienti dalla direzione opposta. Pi¨ in lÓ incomincia il territorio degli indios "Mixtecos". Siamo a bordo di un "pick up" (jeep con quattro ruote motrici e un cassone dietro per carichi pesanti): arriviamo a Yoloxochitl in due ore e poi a Cuanakaxtitlan in un'altra ora. Poche decine di chilometri, ma bisogna avere la schiena robusta. Pi¨ in lÓ si continua a piedi o a cavallo... magari di un asinello.

     La missione fondata dai missionari del Pime arriva fino ad Arroyo Cumiapa, una trentina di chilometri da Cuana, ma poi ci sono altri gruppi di indios dispersi, altri villaggetti per raggiungere i quali esistono solo sentieri nella foresta.

    Come vivono i Mixtecos? Isolati, abbandonati, arretrati, disprezzati. Si vergognano di essere indios, di non parlare spagnolo, di essere poveri e primitivi; di pi¨, sono divisi tra loro da faide familiari, la vendetta Ŕ uno degli sport pi¨ praticati. O meglio era, perchÚ da quando tra gli indios vivono i missionari del Pime e le suore Francescane San Giuseppe messicane, la situazione Ŕ decisamente migliorata. C'Ŕ uno spirito nuovo di riconciliazione di cui tutti godono. Una signora mi diceva: "Prima che venissero i padri, nel nostro villaggio nessuno usciva di casa. Avevamo paura l'uno dell'altro, c'erano spesso morti ammazzati, vendette, raccolti bruciati. Oggi lei vede i bambini giocare all'aperto: Ŕ un fatto nuovo, in passato li tenevamo il pi¨ possibile in casa".

    A volte qualcuno dice a noi missionari: "PerchÚ andate a disturbare popoli che vivono secondo natura, sono sereni e tranquilli...". Questi amici si sbagliano, hanno una visione mitica o ideologica della realtÓ. I tribali che vivono isolati nelle foreste (in Messico come in Amazzonia, in Africa, in Birmania o nella Papua Nuova Guinea), vivono una vita disumana: oltre che poveri, analfabeti, affamati e senza assistenza sanitaria, sono spesso dilaniati da lotte intestine e decadono come popolo per i matrimoni necessariamente ristretti fra parenti.

    Fra i Mixtecos ho toccato ancora una volta con mano l'impatto positivo della missione sulla vita dei popoli. I missionari del Pime (Pontificio istituto missioni estere) e le suore messicane hanno dato una spinta a questo popolo, elevando il loro livello di vita: ad esempio, acqua corrente nei villaggi, assistenza sanitaria (un medico viene tutte le settimane da San Luis de AcatlÓn e una suora lo aiuta), scavo di fosse settiche per i primi servizi igienici nelle abitazioni, costruzione di case in muratura, alfabetizzazione degli adulti e aiuto alle scuolette giÓ esistenti, miglioramento delle tecniche agricole e dell'alimentazione (la produzione di frutta e verdura era quasi sconosciuta), istituzione di cooperative di produzione e di vendita dei prodotti locali, ecc.

    Ma il significato pi¨ importante di questa missione fra i Mixtecos l'ho sentito dall'Arcivescovo di Acapulco, mons. Rafael Bello Ruiz: "Vescovo di questa diocesi dal 1983, mi sono sensibilizzato tardi ai problemi degli indios: la venuta dei missionari del Pime mi ha aperto gli occhi su un problema che ritenevamo poco importante. In tutto il Messico si sta prendendo coscienza adesso che una parte notevole della nostra popolazione vive in condizioni disumane, marginalizzata dal mondo moderno. Quando sono venuti in diocesi i missionari del Pime, io ho vinto la Lotteria nazionale e ringrazio il Signore che li ha mandati: parlo di loro ai miei preti e seminaristi e voglio che vadano a visitarli perchÚ vedano le situazioni che abbiamo in diocesi e se ne sentano responsabili".

    Gli indios in Messico sono circa 25 milioni che parlano una cinquantina di lingue proprie: il 30% degli 85 milioni di messicani. Molti gruppi vivono in condizioni migliori di quelle dei Mixtecos, ma il problema dell'integrazione di queste minoranze nella vita nazionale, nel rispetto delle loro lingue e culture tradizionali, Ŕ attualmente molto vivo. Quando i turisti italiani vanno ad Acapulco, si prendano tre giorni di sosta dai bagni di mare e vadano sulle montagne a vedere l'altro volto del Messico e dell'America Latina.