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RaiDue 1998

INDIOS DISPREZZATI
di P.Piero Gheddo

    Il 1ø maggio 1997 sono andato ad Acapulco in Messico, una delle città turistiche più moderne del mondo. Io andavo a visitare la missione che i miei confratelli del Pime hanno aperto tra gli indios "Mixtecos". Si parte da Acapulco in macchina: 100 chilometri di comoda autostrada, poi si prosegue verso l'interno per una stradina di campagna: si incomincia a salire sulla "Sierra Malinaltepec" che raggiunge i 2.500 metri. Fino a San Luis de Acatlàn, l'ultimo villaggio abitato da meticci di lingua spagnola, di giorno la strada è percorribile, anche se con molta cautela specie quando incontrate un'altra auto o camion provenienti dalla direzione opposta. Più in là incomincia il territorio degli indios "Mixtecos", si continua a piedi o a cavallo... magari di un asinello.

     Come vivono i Mixtecos? Isolati, abbandonati, disprezzati. Si vergognano di essere indios, di non parlare spagnolo, di essere poveri e primitivi; di più, sono divisi tra loro da faide familiari, la vendetta è uno degli sport più praticati. O meglio era, perché da quando tra gli indios vivono i missionari del Pime e le suore Francescane messicane, la situazione è decisamente migliorata. Una signora mi dice: "Prima che venissero i padri, nel nostro villaggio nessuno usciva di casa. Avevamo paura l'uno dell'altro, c'erano spesso morti ammazzati, vendette, raccolti bruciati. Oggi lei vede i bambini giocare all'aperto: è un fatto nuovo, in passato li tenevamo il più possibile in casa".

    A volte qualcuno dice a noi missionari: "Perché andate a disturbare popoli che vivono secondo natura, sono sereni e tranquilli...". Questi amici si sbagliano, hanno una visione mitica o ideologica della realtà. I tribali che vivono isolati nelle foreste (in Messico come in Amazzonia, in Africa, in Birmania o nella Papua Nuova Guinea), onducono una vita disumana: oltre che poveri, analfabeti, affamati e senza assistenza sanitaria, sono spesso dilaniati da lotte intestine e decadono come popolo per i matrimoni necessariamente ristretti fra parenti.

    Fra i Mixtecos ho toccato ancora una volta con mano l'impatto positivo della missione sulla vita dei popoli. I missionari hanno dato una spinta a questo popolo, elevando il loro livello di vita: ad esempio, acqua corrente nei villaggi, assistenza sanitaria (un medico viene tutte le settimane da San Luis de Acatlàn e una suora lo aiuta), scavo di fosse settiche per i primi servizi igienici nelle abitazioni, costruzione di case in muratura, alfabetizzazione degli adulti e aiuto alle scuolette già esistenti, miglioramento delle tecniche agricole e dell'alimentazione (la produzione di frutta e verdura era quasi sconosciuta), istituzione di cooperative di produzione e di vendita dei prodotti locali, ecc.

    Ma il significato più importante di questa missione fra i Mixtecos l'ho sentito dall'Arcivescovo di Acapulco, mons. Rafael Bello Ruiz: "Vescovo di questa diocesi dal 1983, mi sono sensibilizzato tardi ai problemi degli indios: la venuta dei missionari del Pime mi ha aperto gli occhi su un problema che ritenevamo poco importante. In tutto il Messico si sta prendendo coscienza adesso che una parte notevole della nostra popolazione vive in condizioni disumane, marginalizzata dal mondo moderno. Quando sono venuti in diocesi i missionari del Pime, io ho vinto la Lotteria nazionale e ringrazio il Signore che li ha mandati: parlo di loro ai miei preti e seminaristi e voglio che vadano a visitarli perché vedano le situazioni che abbiamo in diocesi e se ne sentano responsabili".

    Gli indios in Messico sono circa 25 milioni che parlano una cinquantina di lingue proprie: il 30% degli 85 milioni di messicani. Molti gruppi vivono in condizioni migliori di quelle dei Mixtecos, ma il problema dell'integrazione di queste minoranze nella vita nazionale, nel rispetto delle loro lingue e culture tradizionali, è attualmente molto vivo. Quando i turisti italiani vanno ad Acapulco, si prendano tre giorni di sosta dai bagni di mare e vadano sulle montagne a vedere l'altro volto del Messico e dell'America Latina.

     Cari amici che mi ascoltate, dobbiamo convertirci ad una visione evangelica del rapporto con i poveri del mondo. L'esistenza di enormi masse umane che mancano del necessario interroga la nostra vita, il nostro modello di sviluppo. I poveri il Signore li mette sulla nostra strada perché abbiamo a convertirci: convertirci dal nostro egoismo, convertirci a fare a meno del superfluo, convertirci a Dio.

      Sarebbe comodo poter dire ai popoli poveri: state lì buoni, vi mandiamo un po' di soldi, di aiuti, di macchine e non rompeteci le scatole. No, il Vangelo ci invita a considerare i poveri nostri fratelli. Marcello Candia, industriale milanese che venne con noi missionari a spendere tutti i suoi soldi e la sua stessa vita per aiutare i poveri, quando visitava un ammalato o un lebbroso si inginocchiava di fianco al suo letto, in un modo spontaneo, convinto: "In lui, diceva, io vedo il Signore". Non facciamo quindi un discorso politico-economico, ma religioso, di motivazione di fede.

     Questo è molto importante perché noi cristiani dobbiamo partire da una lettura religiosa del rapporto tra Vangelo e sviluppo dell'uomo. Scrive don Mazzolari (nel volume "La parola ai poveri"): "Per conoscere i poveri non basta la statistica. Anche la politica, che sembra aver dato ai poveri coscienza della loro forza, dei loro diritti, della possibilità di acquistare la libertà perduta, il più delle volte li tradisce. Non basta neppure l'amore per conoscere i poveri, perché è impossibile superare un diaframma che realmente esiste, capire cioè che cosa sia dover essere povero senza possibilità di scelta e di uscita. Per conoscere veramente i poveri, per parlarne con competenza, bisognerebbe conoscere il mistero di Dio che li ha chiamati beati, riservando loro il suo Regno. Il povero è Gesù e, servendolo, entriamo in comunione con Dio".