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RaiDue 1998
Come vivono i Mixtecos? Isolati, abbandonati, disprezzati. Si vergognano
di essere indios, di non parlare spagnolo, di essere poveri e primitivi; di più,
sono divisi tra loro da faide familiari, la vendetta è uno degli sport più
praticati. O meglio era, perché da quando tra gli indios vivono i missionari
del Pime e le suore Francescane messicane, la situazione è decisamente
migliorata. Una signora mi dice: "Prima che venissero i padri, nel nostro
villaggio nessuno usciva di casa. Avevamo paura l'uno dell'altro, c'erano spesso
morti ammazzati, vendette, raccolti bruciati. Oggi lei vede i bambini giocare
all'aperto: è un fatto nuovo, in passato li tenevamo il più possibile in
casa".
A volte qualcuno dice a noi missionari: "Perché andate a disturbare
popoli che vivono secondo natura, sono sereni e tranquilli...". Questi
amici si sbagliano, hanno una visione mitica o ideologica della realtà. I
tribali che vivono isolati nelle foreste (in Messico come in Amazzonia, in
Africa, in Birmania o nella Papua Nuova Guinea), onducono una vita disumana:
oltre che poveri, analfabeti, affamati e senza assistenza sanitaria, sono spesso
dilaniati da lotte intestine e decadono come popolo per i matrimoni
necessariamente ristretti fra parenti.
Fra i Mixtecos ho toccato ancora una volta con mano l'impatto positivo
della missione sulla vita dei popoli. I missionari hanno dato una spinta a
questo popolo, elevando il loro livello di vita: ad esempio, acqua corrente nei
villaggi, assistenza sanitaria (un medico viene tutte le settimane da San Luis
de Acatlàn e una suora lo aiuta), scavo di fosse settiche per i primi servizi
igienici nelle abitazioni, costruzione di case in muratura, alfabetizzazione
degli adulti e aiuto alle scuolette già esistenti, miglioramento delle tecniche
agricole e dell'alimentazione (la produzione di frutta e verdura era quasi
sconosciuta), istituzione di cooperative di produzione e di vendita dei prodotti
locali, ecc.
Ma il significato più importante di questa missione fra i Mixtecos l'ho
sentito dall'Arcivescovo di Acapulco, mons. Rafael Bello Ruiz: "Vescovo di
questa diocesi dal 1983, mi sono sensibilizzato tardi ai problemi degli indios:
la venuta dei missionari del Pime mi ha aperto gli occhi su un problema che
ritenevamo poco importante. In tutto il Messico si sta prendendo coscienza
adesso che una parte notevole della nostra popolazione vive in condizioni
disumane, marginalizzata dal mondo moderno. Quando sono venuti in diocesi i
missionari del Pime, io ho vinto la Lotteria nazionale e ringrazio il Signore
che li ha mandati: parlo di loro ai miei preti e seminaristi e voglio che vadano
a visitarli perché vedano le situazioni che abbiamo in diocesi e se ne sentano
responsabili".
Gli indios in Messico sono circa 25 milioni che parlano una cinquantina
di lingue proprie: il 30% degli 85 milioni di messicani. Molti gruppi vivono in
condizioni migliori di quelle dei Mixtecos, ma il problema dell'integrazione di
queste minoranze nella vita nazionale, nel rispetto delle loro lingue e culture
tradizionali, è attualmente molto vivo. Quando i turisti italiani vanno ad
Acapulco, si prendano tre giorni di sosta dai bagni di mare e vadano sulle
montagne a vedere l'altro volto del Messico e dell'America Latina.
Cari amici che mi ascoltate, dobbiamo convertirci ad una visione
evangelica del rapporto con i poveri del mondo. L'esistenza di enormi masse
umane che mancano del necessario interroga la nostra vita, il nostro modello di
sviluppo. I poveri il Signore li mette sulla nostra strada perché abbiamo a
convertirci: convertirci dal nostro egoismo, convertirci a fare a meno del
superfluo, convertirci a Dio.
Sarebbe comodo poter dire ai popoli poveri: state lì buoni, vi mandiamo
un po' di soldi, di aiuti, di macchine e non rompeteci le scatole. No, il
Vangelo ci invita a considerare i poveri nostri fratelli. Marcello Candia,
industriale milanese che venne con noi missionari a spendere tutti i suoi soldi
e la sua stessa vita per aiutare i poveri, quando visitava un ammalato o un
lebbroso si inginocchiava di fianco al suo letto, in un modo spontaneo,
convinto: "In lui, diceva, io vedo il Signore". Non facciamo quindi un
discorso politico-economico, ma religioso, di motivazione di fede.
Questo è molto importante perché noi cristiani dobbiamo partire da una
lettura religiosa del rapporto tra Vangelo e sviluppo dell'uomo. Scrive don
Mazzolari (nel volume "La parola ai poveri"): "Per conoscere i
poveri non basta la statistica. Anche la politica, che sembra aver dato ai
poveri coscienza della loro forza, dei loro diritti, della possibilità di
acquistare la libertà perduta, il più delle volte li tradisce. Non basta
neppure l'amore per conoscere i poveri, perché è impossibile superare un
diaframma che realmente esiste, capire cioè che cosa sia dover essere povero
senza possibilità di scelta e di uscita. Per conoscere veramente i poveri, per
parlarne con competenza, bisognerebbe conoscere il mistero di Dio che li ha
chiamati beati, riservando loro il suo Regno. Il povero è Gesù e, servendolo,
entriamo in comunione con Dio". |