|
(gennaio 2006) da
Il Timone - rivista di apologetica
Quale in sintesi il carisma di De Foucauld attualissimo oggi? Quale la
sua via alla missione? Anzitutto l’amore a Gesù Cristo e all’Eucarestia,
che si esprime nell’adorazione e nell’attenzione ad ogni uomo, specie i più
piccoli, più marginali, meno considerati nella società. Tutti siamo chiamati
alla santità e De Foucauld propone di seguire il cammino che Gesù ha percorso
nei suoi primi trent’anni: la vita ordinaria a Nazaret così nascosta e così
piena di Dio, come luogo di santificazione; la contemplazione nella vita
quotidiana, in mezzo alla gente comune. Una “via missionaria” che sempre più
le giovani Chiese stanno riscoprendo, specie dove è molto difficile o quasi
impossibile essere missionari secondo la tradizione. Anni fa ho visitato padre
Abramo Aykhara, educato nei seminari del Pime e poi entrato nell’Istituto
missionario indiano di San Tommaso Apostolo nel Kerala, di clero secolare,
fondato nel 1980 sul modello delle Costituzioni del Pime, che realizza presenze
cristiane significative in quelle regioni e stati dell’India dominati dall’induismo
più integralista e anti-cristiano. Ad esempio, il Madhya Pradesh, 75 milioni di
abitanti con poche migliaia di cattolici. Dal
1980 padre Abramo è missionario nella diocesi di Ujjain in Madhya Pradesh:
ispirandosi a De Foucauld, ha fondato una missione a Malikhedi, in regione di
induismo accanitamente anti-cristiano e senza tribali animisti. In tutto il suo
vasto territorio ha solo cinque famiglie di cattolici emigrati dal sud India,
prima nascosti, ora emersi, con la cappella aperta a tutti che Abramo ha
costruito. Vive e prega con cinque suore, che aiutano i poveri in un dispensario
medico e una scuola elementare. Hanno adottato le regole dei monasteri indù, ad
esempio sono vegetariani e fanno molta preghiera e adorazione pubblica (la
piccola cappella ha sempre la porta aperta sulla pubblica via); rispettano le
leggi dello stato, non convertono nessuno, non fanno “propaganda” cristiana.
Però la loro testimonianza è accolta in modo favorevole, suscita interrogativi
e apre il dialogo con sacerdoti e saggi indù: Abramo insegna loro il sanscrito,
l’antica lingua sacra dell’India. La comunità non si presenta come Chiesa
cattolica, ma come “Devata Ashram”, il Monastero della Madre di Dio.
Insomma, nel nostro tempo in India, più “ad gentes” di così è difficile
immaginare, in un ambiente in cui è quasi impossibile fare altro.
Ecco la ricchezza e bellezza della Chiesa! A non molta distanza da
Malikhedi, in altra area priva di presenze cristiane, a Bhadrachalam in Andhra
Pradesh, un missionario del Pime, Agostino Mundupalakal, che già ha lavorato in
Camerun, ha aperto una missione fra il popolo Khoya, tribali che ignorano il
Vangelo; con lui è andato il vescovo emerito mons. Matteo Cheriankunnel,
missionario del Pime quasi ottantenne ma ancora valido, che sta dando un
bell’esempio alla Chiesa dell’India (anch’essa ha tendenza a chiudersi).
In pochi anni hanno avuto tre comunità di suore e aperto scuole, pensionati per
studentesse e ragazzi poverissimi, dispensari medici, centro di assistenza
sociale, visite ai villaggi, ecc. Insomma, la missione classica della
tradizione: in India la Chiesa si è impiantata attraverso l’istruzione,
l’assistenza sanitaria e nelle emergenze, l’aiuto ai poveri.
Meglio la missione di Agostino o quella di Abramo? Nessuna delle due, sia
perché sono unite in Cristo e nella Chiesa e questo è quel che conta; poi
perché in ogni tempo e in ogni situazione può darsi che un tipo di missione
sia più attuale, più opportuno dell’altro. Ma qui si entra nelle diverse
sensibilità e nella libertà dei figli di Dio. San Paolo diceva: “(In un modo
o nell’altro), purché Cristo sia annunziato!”.
Ho l’impressione che, specialmente nelle giovani Chiese in Asia e nei
paesi islamici, il “modello De Foucauld”, in varie forme espressive, stia
oggi emergendo, almeno nelle intenzioni. In fondo, la tradizione contemplativa
della Chiesa, che una volta e ancor oggi è vissuta nella separazione dal mondo,
De Foucauld l’ha attualizzata in una vita nel mondo e nella disponibilità
alle necessità del prossimo.
Da un lato ho visto suore di Clausura che vivono la contemplazione
aprendosi verso l’esterno (Carmelitane Scalze a Kuching e a Kota Kinabalu nel
Borneo malese, Clarisse Cappuccine ad Asmara in Eritrea, Servite di clausura a
Nampula in Mozambico, se ricordo bene il posto); dall’altro, vedo che anche
negli istituti missionari più attaccati alla tradizione, c’è l’apertura
alla vita contemplativa e missionaria: ad esempio, il Pime ha accettato la
richiesta del vescovo di Laghouat-Ghardaia (Algeria) (la diocesi più vasta del
mondo), di assumere una “parrocchia” in pieno deserto del Sahara, dove non
ci sono cattolici e nemmeno se ne possono sperare, ma è una presenza cristiana
che bisogna inventare in una vastissima regione senza nulla di cristiano. Ripensando oggi ai molti incontri con esperienze missionarie, concludo dicendo che la “missione” si esprime in tanti e così svariati modi, che non è giusto sostenere “la” via che ci è cara come l’unica o la migliore. Quanti vivono con sincerità ed entusiasmo la loro vocazione cristiana, il loro carisma (o del loro movimento, del loro istituto) e dicono: questa è la “vera” missione di Cristo! Per carità, nessuno può pensare di ingabbiare Cristo e lo Spirito Santo in uno schema, in un metodo, in un’esperienza. L’unità della Chiesa e fra i cristiani nasce dal capire e dal vivere in profondità questo concetto. |