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(gennaio 07) da
Il Timone - rivista di apologetica
CHIESA IN ASIA: L’IDENTITA’ CRISTIANA E’ LA MISSIONE
di P.Piero Gheddo
Nell’ottobre 2006 (19-22) si è svolto a Cheng Mai in Thailandia il primo
Congresso missionario delle Chiese d’Asia, dove i cattolici sono 120 milioni (il
10% di tutti quelli del mondo), ma solo il 2,3% dei tre miliardi e 800 milioni
di asiatici, che a loro volta rappresentano il 60% dell’umanità. La notizia fa
riflettere anche noi, cattolici da duemila anni: viviamo in una situazione di
libertà, benessere e mezzi economici che le Chiese asiatiche assolutamente non
hanno. Nei paesi comunisti e musulmani integralisti queste Chiese sorelle
sperimentano la persecuzione, mentre in altre, come India e Sri Lanka, la
libertà religiosa è limitata da leggi “contro le conversioni” e da gruppi
nazionalisti e religiosi estremisti. Cristo, nato, morto e risorto in Asia,
ancor oggi vi è considerato “straniero”!
Le Chiese d’Asia avrebbero
tutte le ragioni per assumere un atteggiamento di chiusura verso l’esterno, di
difesa del “piccolo gregge” cristiano: questo è spesso l’atteggiamento che
assumiamo anche noi, cattolici italiani, preoccupati del fatto che la cultura
dominante non ci vuole bene, l’atmosfera di secolarizzazione non invita certo,
in Italia, ad essere missionari. Invece no. Le piccole Chiese asiatiche
celebrano solennemente il loro primo Congresso missionario continentale,
organizzato dalla Fabc (Federazione delle Conferenze episcopali d’Asia) con la
partecipazione di 1049 vescovi, sacerdoti, suore, laici da ogni paese; e
discutono di un tema che è un programma per tutti i battezzati: “Raccontare la
storia di Gesù: andate e ditelo a tutti”!
Una rivista di “apologetica”,
come il nostro provvidenziale “Timone”, è orientata a stimolare i lettori alla
testimonianza più autentica della nostra fede: la missione, che significa non
solo ricuperare le radici della nostra civiltà e la vita cristiana, ma anche
comunicare agli altri, nei modi opportuni, il grande dono di Dio della fede e
dell’amore a Cristo. La missione riguarda tutti i battezzati: ciascuno nel suo
piccolo, all’interno del suo ambiente, deve “raccontare la storia di Gesù:
andare e dirla a tutti”. La fede non è un chiudersi, ma un aprirsi agli
altri.
I giorni del Congresso asiatico di Cheng Mai sono stati ricchi di
preghiere, liturgie e canti secondo le varie lingue e tradizioni, testimonianze,
dibattiti, proposte. L’atmosfera era quella dominante anche nelle Chiese più
piccole e perseguitate: l’entusiasmo della fede, che porta al coraggio di
testimoniare e annunziare Cristo. Le conclusioni sono proposte concrete alle
Chiese d’Asia, che non possiamo qui riprendere, ma l’anima del Congresso è ben
rappresentata dal discorso introduttivo del segretario della Fabc, mons. Orlando
Quevedo (Filippine), che ha usato un tono, noi diremmo, “trionfalistico”, ma che
corrisponde ai dati delle Chiese asiatiche. Esempio: l’Annuario statistico della
Chiesa edito dalla Santa Sede dice che dal 1978 al 2004 i sacerdoti asiatici
sono aumentati del 95%, da 27.700 a 48.222; i seminaristi maggiori del 153%, da
11.536 a 29.220. Ho letto che nel 2005 la Francia (60 milioni di abitanti) aveva
500 seminaristi in tutto, fra diocesani e religiosi! Questo ci dà la misura
della crisi profonda in cui si trova l’Europa “cristiana”.
Cosa fare?
Pregare e lamentarsi del nostro tempo, protestare per il non riconoscimento
delle radici cristiane non basta. I cattolici asiatici reagiscono col metodo
evangelico rilanciato da Giovanni Paolo II con l’enciclica “La missione del
Redentore” (1990), sintetizzata nello slogan: “La fede si rafforza donandola!”
(n. 2). Icastica espressione! Infatti, visitando molte Chiese dell’Asia, ho
visto quello che il Congresso di Cheng Mai ha confermato con testimonianze
concrete. Ricordo la visita in Corea del sud (1986): una Chiesa in pieno
sviluppo (oggi i cattolici sono circa il 7% dei 46 milioni di sud coreani) con
centinaia di adulti battezzati all’anno per ogni parrocchia. Il padre Antonio Di
Francesco, francescano conventuale a Pusan, mi diceva: “Noi preti non facciamo
assolutamente nulla per avere nuovi convertiti, sono i laici che diffondono il
messaggio con entusiasmo. In Corea la fede è sentita come un forte impegno di
vita e il primo impegno è la missionarietà”.
A Kwangju, il parroco della
parrocchia Bang Rim Dong, padre Kim Hong On, mi spiegava che ogni parrocchia ha
diversi movimenti e gruppi laicali (i più forti sono la Legione di Maria, i
Focolarini e i Carismatici), che svolgono attività sociali e caritative,
portando il messaggio nelle famiglie e negli ambienti con i quali vengono a
contatto. Chi manifesta il desiderio di conoscere meglio Cristo è accolto e
accompagnato nella formazione al battesimo. Perché non nascono contrasti fra
parrocchia e movimenti? “Da un lato tutto è centrato nella parrocchia ed a
servizio della parrocchia, dall’altro i preti accolgono tutti i carismi, dando
ampio spazio e lbertà all’azione dei laici. Siamo uniti nello spirito
missionario di portare i coreani a Cristo, secondo i vari carismi e metodi”. A
Seul, il parroco salesiano di Kim 3-Dong, quartiere operaio della capitale,
padre Paul Kim Bo Rok, mi diceva: “In parrocchia, con 9.500 battezzati e 600-700
battesimi di adulti l’anno, siamo solo due sacerdoti e quattro suore. Il vero
lavoro missionario e di istruzione religiosa lo fanno i laici. Noi sacerdoti
abbiamo la supervisione di tutto, mentre le suore sono impegnate nella catechesi
e visita alle famiglie dei catecumeni e dei cristiani. Le persone che chiedono
il battesimo e hanno bisogno di particolare attenzione le mandiamo nei corsi
diocesani per catecumeni. Ogni anno abbiamo due cerimonie di battesimi di
adulti, con 300 e più battezzati ogni volta. In Corea si convertono soprattutto
le classi alte. I cattolici sono oggi circa il 5% dei sud-coreani, ma fra gli
ufficiali delle forze armate sono il 20%, fra i politici il 12%, fra i medici il
15%, fra studenti e docenti universitari il 20%”.
Fra le proposte del
Congresso missionario asiatico, eccone alcune significative anche per noi:
primo, avere “una coscienza chiara della nostra identità e maturare con la vita
cristiana la fierezza della fede in Cristo, testimoniandola al prossimo nella
carità, nel dialogo, nella gioia”; secondo, per essere missionari “non è
necessario essere dotati intellettualmente: non si tratta di ‘dimostrare’, ma di
‘proclamare’ con la vita che Gesù è l’unico Salvatore”; terzo, ciascun
battezzato deve “raccontare la storia del proprio incontro con Gesù, mettendo
l’accento non sui concetti, ma sui fatti verificabili, come ha fatto il Signore:
‘Vieni e vedi’”. Alcune domande provocatorie su cui ciascuno di noi dovrebbe
riflettere. La mia missione incomincia dalla mia conversione a Cristo: quanto
tempo dò alla preghiera durante la giornata? Recito il Santo Rosario tutti i
giorni? Ho qualche impegno di evangelizzazione nella parrocchia o in movimenti e
gruppi cristiani? Contribuisco generosamente alle spese dell’apostolato? Sono
capace di dire “una buona parola di fede” a chi soffre, alle persone in
difficoltà? La mia persona testimonia la gioia che viene dalla fede e dall’amore
a Cristo? Quanto conta Gesù Cristo nella mia vita?