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Piero Gheddo

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(ottobre 07) da Il Timone - rivista di apologetica
 

OGNI LAVORO NOBILITA L’UOMO

                                                    di Piero Gheddo

     La prima volta che sono stato negli Stati Uniti, nel 1983, a Detroit dove il Pime ha la sua sede principale, con un amico missionario siamo andati a pranzo in un ristorante texano. Ci serviva a tavola un giovanotto col quale abbiamo scambiato alcune parole. Il mio confratello mi dice: “Questo è figlio di famiglia molto ricca, che studia ingegneria all’università ed ha l’ambizione, come tanti giovani americani, di pagarsi le spese personali col suo lavoro: qualsiasi lavoro, in una falegnameria, in un ristorante, come distributori dei giornali porta a porta. Uno dei princìpi su cui è fondata la tradizione americana è questo: a 18-20 anni giovani e ragazze devono trovarsi un lavoro per pagarsi le proprie spese. Anche le famiglie benestanti o ricche ci tengono ad educare i loro giovani col lavoro umile, faticoso, che dà la soddisfazione di bastare a se stessi”.

    E’ un’educazione alla vita che esisteva ancora in Italia negli anni cinquanta del secolo scorso. Poi la società è cambiata e oggi, ad un giovane senza lavoro di una famiglia benestante, dire che non può farsi mantenere dai genitori e lavorare come barista o falegname, è quasi un’offesa. Anche i politici non osano più dire che i giovani a vent’anni debbono in un modo o nell’altro lavorare. Tutti si lamentano della disoccupazione e dei lavori precari, ma i giovani, per diventare adulti, debbono in qualsiasi modo lavorare, non partendo da trenta ma da vent’anni. Poi troveranno lavori migliori, ma intanto si adattino a fare di tutto. Ecco quindi il triste spettacolo di una grande schiera di trentenni o anche quarantenni che ancora vivono in famiglia a spese dei genitori o dei nonni, non si sposano perché non trovano un lavoro adatto a loro.

    A Genova vado da un’anziana signorina amica e benefattrice del Pime, 88 anni, con una badante bulgara di 40 anni, sposata con tre figli: da due anni vive in Italia e lavora per mandare soldi al marito, che in fabbrica riceve 200 Euro al mese senza contributi previdenziali, ai figli ancora in età scolastica e all’anziana mamma (67 Euro mensili di pensione statale). Mi dice: “Per noi bulgari l’Italia, la Germania, l’Austria, la Grecia, sono la salvezza. Io vivo con la signorina, dormo da lei perchè anche di notte non potrebbe fare a meno di me. Non ho quasi spese personali, posso risparmiare e mandare a casa una bella somma. Quasi tutte le famiglie bulgare hanno qualcuno che lavora in Occidente, perché senza quel che guadagnamo all’estero, in Bulgaria non si potrebbe vivere. Il cibo là costa meno, ma una moto o un vestito o un telefonino hanno costi proibitivi”.

    Il lavoro, qualsiasi lavoro onesto, nobilita l’uomo. Quando trattiamo di “apologetica” non dobbiamo parlare solo delle “verità” di fede, dogmatiche. L’attenzione va rivolta anche alle conseguenze pratiche di quelle verità. Ad esempio, quando Dio dice all’uomo: “Guadagnerai il pane col sudore della tua fronte”; e San Paolo aggiunge: “Chi non lavora non mangia”, bisogna illustrare le conseguenze di quel principio. Con lo sviluppo scientifico-tecnico il lavoro è sempre meno faticoso, ma per essere cosciente della propria dignità l’uomo ha bisogno di faticare anche in lavori non secondo il proprio desiderio. Padre Clemente Vismara (1897-1988), vissuto per 65 fra i buddhisti in Birmania, scriveva: “Il cristianesimo è l’unica religione mondiale il cui fondatore ha lavorato manualmente e ha portato all’umanità una grande rivoluzione: ogni lavoro onesto nobilita l’uomo. Nel mondo pagano sono ritenuti fortunati quelli che possono vivere bene senza lavorare. Ad esempio, il lavoro dei campi è ritenuto umiliante nelle culture non cristiane”.  

    Padre Clemente (se Dio vuole, presto beato) parlava delle culture asiatiche, ma nell’antica Atene i cittadini erano 30.000, con un esercito di circa 80.000 schiavi. Anche a Roma i lavori pesanti erano fatti dagli schiavi e dai prigionieri di guerra. L’ideale del “civis romanus” (cittadino romano) era poter vivere in “otium”, libero da impegni di lavoro, per dedicare tutto il tempo all’arte, alla poesia, alla letteratura, alla politica. Il cristianesimo ha capovolto la cultura precedente. Il precetto benedettino “ora et labora”, prega e lavora, a poco a poco ha trasformato la società. I benedettini hanno coltivato la terra, migliorato le tecniche di coltivazione, bonificato le paludi, trasformando così la società europea e portandola al progresso moderno non attraverso leggi imposte dall’alto, ma cambiando la mentalità e i modi di vita. Questa è la rivoluzione pacifica del Vangelo, anche in altri campi: la schiavitù, la guerra, la vendetta, la pena di morte, la dignità della donna, ecc.

    Le statistiche dicono che nella società italiana la disoccupazione giovanile è alta, ma moltissimi vorrebbero fare lavori dove è sempre più difficile essere assunti. Avendo fatto il giornalista per più di 50 anni, ricevo lettere e telefonate, visite di giovani e ragazze che vorrebbero fare i giornalisti e magari sono laureati in “scienze della comunicazione”. Ma il giornale dei giornalisti “Tabloid” scriveva pochi mesi fa che in questa facoltà lo scorso anno scolastico c’erano 52.000 iscritti e qualcosa come 10-12.000 laureati ogni anno; e aggiungeva: “Questi giovani lo sanno che il mercato giornalistico, editoriale e radio-televisivo italiano offre ogni anno molto meno di mille assunzioni a giovani laureati. Però le iscrizioni a questa facoltà aumentano, come pure a scienze politiche, mentre le facoltà più difficili come matematica, fisica, chimica, ingegneria, nelle quali il giovane laureato trova subito occupazione, hanno poche migliaia di studenti in tutta Italia. Pochi giovani si impegnano in studi che richiedono rinunzie e sacrifici”.

    Due anni fa sono stato in India a visitare i missionari del Pime. Nello stato di Andhra Pradesh (diocesi di Warangal) il mio confratello padre Augusto Colombo in 54 anni di India ha fondato, oltre alla parrocchia di Karunapuram dov’è ancora parroco, un impero di carità e di educazione per i “paria”, gli ultimi della società indiana (che sono circa 100 milioni!). Riceve grandi aiuti dagli amici in Italia ed è partito negli anni cinquanta educando i ragazzi e negli ultimi quindici anni ha fondato due università di medicina e di ingegneria: attorno a quest’ultima è nata la cittadina di “Colombo Nagar”, così battezzata dal governo dell’Andhra Pradesh. Padre Augusto mi dice: “I paria e anche i cattolici non riuscivano a trovare posto nelle università statali. Ho iniziato queste due università che privilegiano i paria e i cristiani e poi accolgono tutti”. Perché materie così difficili? “L’India oggi è la patria dell’informatica, produce ingegneri richiesti in tutto il mondo e laurea ogni anno più ingegneri di tutta l’Europa comunitaria assieme! Il governo, per mantenere alta la fama degli ingegneri indiani, fa controlli severissimi nelle università. Agli studenti, che spesso vengono da famiglie povere, è chiesto molto e ti assicuro, perché li aiuto anche dando loro da mangiare e un letto per la notte, che non pochi di questi ragazzi fanno rinunzie e sacrifici tali che per tanti giovani italiani non sono nemmeno pensabili. Quando ritorno in Italia, vedo e tocco con mano che siete un popolo e un paese decadente: se andate avanti così non avete futuro