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Piero Gheddo

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(maggio 08) da Il Timone - rivista di apologetica
 

COME HO VISSUTO IL SESSANTOTTO

                                                  di Piero Gheddo

             Quarant’anni dopo il Sessantotto, molti protagonisti di quegli anni, esaltanti da un lato e devastanti dall’altro, tornano alla ribalta per ricordare i “grandi ideali” che animavano i giovani di quel tempo. Ho vissuto anch’io il Sessantotto e ho sperimentato per breve tempo la forza delle speranze che la protesta giovanile suscitava in un prete e missionario di 38-39 anni, ma nel contempo anche la rabbia e la disillusione nel vedere che l’onda della contestazione aveva subito perso la sua tensione ideale e religiosa, per essere dominata da marxisti, radicali, anarchici, da personaggi violenti e prepotenti.

    Durante il Vaticano II (1962-1965) ero giornalista delle pagine ad esso dedicate dall’Osservatore Romano e “perito” della “Commissione Ad Gentes” del Vaticano II. Un’esperienza unica che aveva rafforzato la mia fede e creato in me un grande entusiasmo per la missione universale della Chiesa. Il Sessantotto è incominciato nel novembre 1967 a Milano con l’”occupazione” dell’Università Cattolica da parte di studenti che protestavano contro l’aumento delle tasse e i “baroni” delle cattedre universitarie; poco dopo è seguita l’occupazione dell’Università di Trento ancora da parte di studenti cattolici. I primi leaders della contestazione erano tutti cattolici o almeno di formazione cattolica. Gli studenti volevano modernizzare l‘Università e la società italiana, contro ogni formalismo e autoritarismo. Indubbiamente quello era lo spirito del tempo che tutti sentivano, anche noi giovani preti perché ci rendevamo conto che, dopo il Concilio, la Chiesa italiana doveva cambiare molto, per annunziare efficacemente Cristo al mondo moderno e ai popoli non cristiani, che incominciavo a visitare. La comunità ecclesiale italiana era attraversata da uno spirito di purificazione e di rinnovamento che incrociava il movimento studentesco portatore di grandi ideali. All’inizio, la “contestazione” giovanile riusciva simpatica anche a noi, giovani preti, animati come eravamo dal desiderio di autenticità, di apertura ai popoli poveri. 

     Purtroppo, il mondo cattolico italiano non capì che era venuto il momento di rilanciare con forza la proposta cristiana, che con il Concilio aveva dato nuovo entusiasmo ai credenti e acquistato nuova brillantezza e fascino di fronte al mondo. Poteva essere una decisa ripresa dell’evangelizzazione, più comprensiva e meno arcigna, più agile e meno sclerotizzata in schemi e stereotipi, più laicale e meno clericale, come volevano Giovanni XXIII e Paolo VI e lo stesso Concilio. Invece le correnti cattoliche culturali e teologiche dominanti del tempo (o almeno quelle più reclamizzate dai mass media) si misero su strade diverse creando uno stato di confusione e di scoraggiamento nel popolo di Dio. E le varie associazioni cattoliche tradizionali (Azione cattolica, Acli, Fuci, Scout, buona parte delle Ong, compreso Mani Tese fondato da noi missionari, e dei movimenti giovanili) seguivano l’andazzo generale e ripetevano i discorsi e gli atteggiamenti del “movimento studentesco”, dei partiti di sinistra e dei “sindacati” (i nuovi idoli del tempo).

    Certo, nei piani di Dio il tempo elettrizzante del "Sessantotto" ha avuto una funzione positiva: di sburocratizzare e declericalizzare la Chiesa, dandole una maggior giovinezza, agilità, apertura ai "tempi nuovi". Non tutto è stato negativo nel "Sessantotto": oggi la Chiesa è, in senso positivo, profondamente diversa da quello che era quarant’anni fa. Ma nella grande svolta epocale del post-Concilio ci volevano (e spesso sono mancati) equilibrio e soprattutto forte radicamento nella Fede e nella Tradizione.

     La protesta all’inizio era contro “il potere dei baroni” delle cattedre universitarie. Ma il fiume della “contestazione” si è rapidamente ingrossato, ha travolto ogni argine contestando tutti i “poteri forti”: la politica, lo stato, la legge, la polizia, i “padroni” e i “capitalisti”, la Chiesa, le scuole medie e superiori…. fino alle famiglie, ai genitori, alla religione e alla morale tradizionale. Era nata una rivoluzione della cultura e del costume. Nell’estate 2005, mentre era in vacanza ad Introd, Benedetto XVI affermava che nel tempo della “grande crisi scatenata dalla lotta culturale del ’68, realmente sembrava tramontata l’epoca storica del cristianesimo”; e leggeva il Sessantotto come “un conflitto fra visione religiosa e opzione secolaristica della vita dell’uomo: per tale movimento culturale, il tempo della Chiesa e della fede in Cristo era considerato finito”. Molti cattolici sono andati a rimorchio delle ideologie poi sconfitte dalla storia: marxismo, comunismo, marcusianesimo, radicalismo, illuminismo, laicismo. Ma senza Dio, rimangono solo il nichilismo, l’edonismo, l’ingordigia di denaro, la violenza, che non portano da nessuna parte.

    La deriva culturale sessantottina inevitabilmente portava con sé una marcata secolarizzazione (“Vivere come se Dio non esistesse”) e aveva come sbocco, con varie gradazioni e modalità, la disaffezione alla Chiesa, l’appannamento della fede e dell’amore alla preghiera: si era diffusa nella base ecclesiale italiana, toccava più o meno tutti, clero e laici, stampa cattolica, parrocchie, associazioni, seminari, scuole e collegi. La priorità assoluta nel Sessantotto era la “liberazione” da un passato che si sentiva come soffocante per il pieno sviluppo della personalità dei singoli e la protesta contro la “società borghese” (secondo Paoini, i sessantottini erano quasi tutti borghesi, i poliziotti che li fronteggiavano erano i veri proletari) per aiutare i poveri: due ideali in sé non negativi, ma vissuti secondo l’analisi della società proposta dal comunismo e dal radicalismo libertario-laicista.

    Viene in mente una forte espressione di Paolo VI nel discorso pasquale del 1970: “Senza Cristo, i più grandi valori e ideali diventano facilmente disvalori e ideologie negative per l’uomo e l’umanità”. Al tempo del Sessantotto, la Chiesa italiana, nel suo assieme, non ha avuto la convinzione di fede e la forza di richiamare questo chiaro principio documentandolo culturalmente. Così è successo, e succede ancor oggi, che un popolo ancora in buona maggioranza credente si trova a vivere in una cultura che di cristiano aveva ed ha ben poco. Il peso culturale del cristianesimo in scuole, università, giornali, case editrici, radio, teatri, spettacoli, nel Sessantotto era quasi vicino allo zero: marxismo, laicismo e radicalismo dominavano la cultura nazionale.

    In quei tempi ero invitato a parlare in diocesi, parrocchie, centri culturali e ambienti cattolici. Ricordo che nel 1976 in una piccola diocesi del mio Piemonte (vicina a Torino), il vescovo, che mi aveva invitato a parlare in cattedrale e poi al clero sul tema missionario, a pranzo mi confidava con amarezza: “Penso che circa il 70 per cento dei miei preti sotto i cinquant’anni nelle recenti elezioni politiche hanno votato il PCI o il PSIUP”. Ricordo la visita ad un grande seminario teologico nel nord Italia: nella sala di ricreazione, con il tennis da tavolo, giornali e riviste, sui muri, accanto ad immagini del Sacro Cuore, del Papa e del vescovo, c’erano manifesti di Che Guevara, Mao, Fidel Castro, Ho Chi Minh. Avendo manifestato il mio stupore al rettore del seminario, mi sono sentito rispondere: “Cosa vuole, sono bravi giovani, ma bisogna lasciarli sfogare nelle cose lecite, il tempo della maturazione verrà dopo…”. A me pareva che, preparandosi al sacerdozio, ai giovani studenti di teologia non fosse lecito idealizzare i sanguinari tiranni comunisti del tempo e proporli a modello di una linea ideologica e politica da seguire!

    In un articolo su “Avvenire” di Aldo Agazzi (1906-2000), uno dei più autorevoli pedagogisti cristiani del Novecento, docente universitario e principale animatore dell’editrice bresciana “La Scuola”, leggo questo  giudizio che condivido in pieno: “Il disastro che il Sessantotto ha arrecato alla scuola, all’educazione e alla cultura, è stato assolutamente inimmaginabile. Altro che Apocalisse! Il ’68 ha segnato la catastrofe, il baratro della  cultura”. E questo non solo nelle scuole e università. Anche fra noi sacerdoti di quel tempo lo sbandamento era grande. La “crisi di identità” fra i preti era in fondo una crisi di fede, che spiega perchè, negli anni settanta e ottanta l’ondata dei sacerdoti che lasciavano il sacerdozio pareva inarrestabile. E ci ha lasciato in eredità una crisi di vocazioni sacerdotali e religiose di cui, nei paesi che hanno vissuto il Sessantotto, non si vede ancora la fine.