Angelo Campagnoli in dialogo con il buddismo – Padre Gheddo a Radio Maria

Cari Amici di Radio Maria, questa sera vi parlo di un grande missionario, padre Angelo Campagnoli di cui noi missionari del Pime lamentiamo la morte improvvisa e prematura il 28 dicembre 2012 a 76 anni. Un bel personaggio della missione alle genti, che ha vissuto in due paesi buddisti dell’Asia, la Birmania (o Myanmar) e la Thailandia.
La sua esperienza fra i buddisti interessa anche noi, per darci un’idea più concreta di cosa vuol dire essere missionari di Cristo alle genti, cioè nel mondo che noi chiamiamo “pagano”, dove Gesù Cristo deve ancora essere annunziato e la Chiesa fondata. Vedete, cari amici di Radio Maria, nel mondo globalizzato e multiculturale e multireligioso in cui viviamo, la missione ai popoli non cristiani è cambiata molto e sta continuamente cambiando in molti settori della vita religiosa.
In particolare cambia l’atteggiamento della Chiesa e dei missionari di fronte alle grandi religioni dell’umanità, induismo, buddismo, islam, shintoismo, ecc. Quando studiavo teologia prima di diventare sacerdote, le religioni non cristiane erano viste e interpretate come “nemiche di Cristo” e si studiavano gli aspetti negativi di queste religioni, i danni che causavano ai loro fedeli. Il Concilio Vaticano II (1962-1965) ha capovolto questa visione: le religioni non sono nemiche di Cristo, ma preparazione a Cristo, cioè preparano i popoli con i loro libri, la loro organizzazione, le loro preghiere, i loro santi, all’incontro con Cristo.
Ecco perché le giovani Chiese sono orientate non solo più ad annunziare Cristo convertire le famiglie e i villaggi, ma ad entrare in dialogo con le religioni. Nel gennaio scorso ho presentato padre Sebastiano D’Ambra impegnato nel dialogo con l’islam nelle Filippine e questo mese ecco padre Angelo Campagnoli che ha sperimentato il dialogo con i buddisti in Thailandia.

La mia catechesi si svolge in tre punti:
1) Missionario in Birmania solo per sei anni (1962-1966), poi espulso dai militari.
2) In dialogo col buddismo nella scuola di Phrae
3) Il missionario secondo Angelo Campagnoli

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I) Missionario in Birmania, espulso dai militari

Angelo Campagnoli era nato a Milano nel 1936, ha studiato nel seminario diocesano di Venegono (Varese) fino alla teologia, quando è entrato nel Pime, ordinato sacerdote nel 1960 e subito destinato alla missione di Kengtung. Nei quattro anni di teologia (1956-1960), oltre a studiare scienze sacre, aveva anche frequentato con gli altri seminaristi la “Scuola di medicina e chirurgia missionaria”, iniziata nel 1949 dal dottor Marcello Candia (poi missionario a Macapà in Amazzonia), per dare ai missionari e alle suore partenti per le missioni una formazione medico-infermieristica. Angelo prende il diploma di infermiere valido in campo internazionale che gli servirà molto in Birmania, dove farà anche operazioni chirurgiche indispensabili, in assenza di qualsiasi medico!

Negli Stati Uniti per l’inglese e l’animazione dei giovani

Il 26 settembre 1960 parte dalla Malpensa per gli Stati Uniti con altri quattro missionari, i padri Valsasnini (che ritornava in America), Cescato (Bangladesh), Dallapé e Pastre destinati anche loro in Birmania. Padre Angelo rimane negli Stati Uniti un anno, fino al 26 settembre 1961. In questo anno padre Angelo soprattutto studia l’inglese, che impara molto bene, prende la patente per guidare l’auto e poi la patente per condurre un aereo! Ma è anche animatore vocazionale. Scrive lui stesso nel diario: “Sono nel seminario del Pime di Newark (Ohio), incaricato di occuparmi per trovare vocazioni” (13 maggio 1961).
Il lavoro vocazionale di padre Angelo si è svolto da aprile a settembre 1961. Tempo brevissimo, ma sufficiente perchè lui riveli ai confratelli la sua personalità, cioè un giovane prete con tante qualità umane ed evangeliche, adattissimo per educare i ragazzi che avevano qualche intenzione di diventare missionari. Il diario conserva belle pagine di riflessione su queste sua qualità. Dopo il Campo estivo di maggio e il Campo vocazionale di giugno 1961, Angelo scrive che parecchi ragazzi, che l’hanno conosciuto solo per quei sette giorni, quando tornano a casa loro lo salutano e piangono. Angelo è commosso anche lui, ma scrive: “La mia massima preoccupazione è stata di custodire con somma delicatezza questi fiori innocenti, ma forse certe manifestazioni d’affetto non sono necessarie. Temo di averli legati più a me che a Te. Perdonami, Signore! Lo sai che era mia intenzione di fare tutto per Te. Se non ci sono riuscito, aggiusta tu le cose, te ne prego” (4 giugno 1961).
Il superiore del Pime negli Stati Uniti, padre Nicola Maestrini, scrive al superiore generale di poter tenere padre Angelo in America fino al gennaio 1962,quando passerà da Detroit il vescovo di Kengtung mons. Guercilena, così potranno partire assieme per la missione. Ma la risposta è negativa. L’anno passato in America è stato per padre Angelo un anno tutto di corsa. Avrebbe dovuto imparare l’inglese e l’ha fatto ma assolvendo tanti impegni che gli dava padre Maestrini: giornate missionarie, ritiri spirituali, mostre missionarie in parrocchie e diocesi e poi visite ai benefattori e agli italiani d’America, con grandi galoppate in auto attraverso tutto il continente nord-americano,arrivando fino ai lontani Texas, Colorado, Nebraska, Iowa, New Mexico, dove già c’erano quattro missionari del Pime che lo accolgono a braccia aperte.
Uscendo dalla visita ad una famiglia scrive: “Penso che la mia visita possa aver fatto del bene, tanto più che il papà non è cattolico e la moglie mi dice che non ha mai avuto occasione di vedere da vicino un prete cattolico, che poi si ferma a dormire nella loro grande casa” (22 settembre). Il senso della sua vita è stato questo: “Fare del bene”, essere utile a qualcuno. Era missionario a tempo pieno.

In Birmania apprende il birmano e lo shan

Il 26 settembre 1961 parte da Los Angeles con gli altri due missionari destinati alla Birmania, visitano le isole Hawai in Oceania, il Giappone, Hong Kong, e il 4 ottobre sbarcano in Birmania. Sei mesi di studio della lingua birmana e visita alle missioni della diocesi di Toungoo, dove incontrano i confratelli del Pime. L’ambientazione di Angelo non è facile perché tutto è diverso dall’Italia e dall’America. Il clima caldo umido, con “certe notti passate sudando! E’ un sudore continuo giorno e notte!”. E poi il cibo, la lingua, i ritmi di vita, i piccoli grandi incidenti che capitano a tutti i missionari. La domenica 8 ottobre 1961, padre Angelo deve partire da Toungoo per andare a Kalaw col parroco di quella cittadina di montagna padre Angelo Di Meo. Il treno è in ritardo e invece che alle 22 parte solo alle 3 della notte seguente!
Campagnoli scrive: “Passiamo lunghe ore in pasto a piccoli quanto feroci animali che fanno scempio delle nostre tenere carni. Ad un certo punto c’è un mio urlo disperato: “Basta! Sono già tutto spolpato!”, che suscita l’ilarità generale”. Arrivano a Thazi a mezzogiorno, ma il treno per Kalaw è già partito da un’ora, bisogna aspettare fino alle 5 di domani mattino! Stiamo freschi! Per fortuna padre Di Meo trova un camion che va da quelle parti. Ma, ahimè che viaggio! Pigiati, sballottati, immersi in una puzza “aborigena” per oltre quattro ore. Ho avuto più volte l’impressione di volar fuori dal camion, con quei salti!”. Angelo si consola perché, arrivando a Kalaw può celebrare la Messa alla sera, “grazie alle facoltà qui vigenti”.
Nei mesi in cui apprende la lingua birmana con due insegnanti, uno al mattino e uno al pomeriggio, padre Angelo incomincia ad esercitare il ministero sacerdotale. Celebra la Messa, predica in inglese e va in alcuni villaggi col padre Di Meo che lo ospita. Il 16 febbraio 1962 è in un villaggio di tribali per una visita ai cristiani, ma in quel giorno si celebra il matrimonio di una giovane coppia di buddisti. Angelo scrive: “Ci vuole un bel fegato! Hanno cominciato ieri sera alle otto a fare un chiasso indiavolato con l’altoparlante e, incredibile!, hanno continuato senza smettere fino a mezzogiorno! Sono proprio aborigeni! Stamane mi recai dal capo villaggio a fare le mie rimostranze per tale esagerazione che non permette di riposare. Mi ha assicurato che non si ripeterà più! Speriamo che non si sposino troppo spesso!”.
Un’altra volta, padre Angelo è ospite di un missionario anziano e a pranzo fa notare “l’eccessiva sporcizia della tavola, del piatto, la puzza di cibo. Il buon padre se la prese duramente e mi disse che io ero abituato ai modi di vita dell’Occidente e aggiunge: “Ma i modi di qui sono migliori. Qui l’uomo vive come Dio l’ha fatto, da voi vive come l’uomo ha fatto se stesso”. Parole testuali che mi fanno inghiottire amaro: anche questo fa parte della nostra rinunzia a pro dell’aborigenismo” (23 marzo 1962).
Finalmente il 7 aprile 1962 padre Angelo Campagnoli arriva alla terra promessa di Kengtung, missione che aveva lungamente sognato quando era nel seminario di Venegono, leggendo gli articoli del Beato Clemente Vismara. Un anno e nove mesi da quando era partito dall’Italia, ma adesso parlava bene inglese e birmano (predica e confessa in birmano) ed è ormai immerso dell’atmosfera di quell’angolo di Birmania abitato non dai birmani buddisti, che hanno un’antica civiltà e religione e sono più evoluti, ma dalle tribù dei monti e delle foreste che Angelo qualificava di “aborigeni”, che dall’animismo passavano facilmente a Cristo.
Il suo impegno, nei primi mesi di Kengtung è di imparare la lingua shan che è l’etnia buddista dominante nella regione di Kengtung (S.S.S., South Shan State). Non si perde d’animo e imparare bene anche lo shan. Ho poi fatto con lui due lunghi viaggi in Birmania, nel 1993 e 2002, per iniziare la causa di beatificazione di Clemente Vismara e per portare in Italia circa un quintale di materiale d’Archivio dalle diocesi evangelizzate dal Pime. A distanza di più di vent’anni parlava ancora bene le due lingue della Birmania!

Visita alle missioni di Kengtung (1962-1963)

Quando il giovane missionario arriva nella diocesi di missione a cui è destinato, studia la lingua locale e visita le varie missioni del territorio diocesano, per conoscere i missionari, i vari popoli, le difficoltà e le consolazioni che il buon Dio offre al neofita per dargli coraggio. Così Angelo prima visita le missioni della regione di Lashio (oggi diocesi), Loikham, Kutkai, Manh Pang e Namtu; poi quelle più vicine a Kengtung: Mong-Lin, Mong-Yang, Mong-Yong, Mong-Pok, Mong Ping, Loimwe, Mong- Phyak e altre. Nella visita accompagna il nuovo superiore regionale del Pime in Birmania, padre Paolo Noé (1918-2007). Viaggi in jeep in un territorio quasi senza strade, qualche volta a cavallo, con padre Angelo autista e meccanico. Più volte rimette e posto il motore della jeep. Per dare un’idea di questi viaggi in jeep in regioni nelle quali non avevano mai visto un’auto, ecco un passaggio del diario di padre Angelo, che viaggiava col superiore regionale padre Noè (9 gennaio 1963 a tarda sera):
“Arriviamo sani e salvi a Mong Yang il 7 gennaio sera. La povera jeep ci ha lasciato un’altra balestra, che si spaccò a sole 7 miglia da Mong Yang in un salto imprevisto. Riuscimmo tuttavia a ripararla e a ripartire. Ripartendo da Mong Yang il mattino dopo riuscimmo a raggiungere Kengtung alle 18,30 all’oscuro e senza le luci della batteria fuori uso. Da Mong Yang ci eravamo portati due indigeni che vedevano la macchina per la prima volta ed erano semplicemente terrorizzati. Fu una lunga tirata senza sosta. Tranne quelle ai posti di blocco militari e senza mangiare. Ma siamo giunti in porto, grazie al Cielo”.
Il mattino dopo scrive: “Oggi riparazione della jeep e domani andremo a Mong Ping e ci accompagna padre Rusconi”. Caro padre Angelo, mi chiedo se andare in giro con un’auto del genere non era tentare il buon Dio, obbligandolo quasi a fare veri miracoli per farvi giungere a destinazione!
In queste visite alle missioni padre Campagnoli si rende conto di persona delle necessità di tutte le missioni e si immerge del tutto nella vita dei missionari: il misero cibo, la miseria ella gente, dormire all’aperto, assenza di assistenza medica, pericoli per animali di foresta e per i briganti e i guerriglieri, fiumiciattoli da attraversare a guado, ecc. Visitando le missioni, padre Angelo svolge anche un compito importante: fa la mappatura dei terreni e degli edifici di ogni missione, mai fatta prima. Angelo impara la tecnica e, preciso com’era, misura, valuta, monitora tutti i beni immobili della diocesi, con i documenti di proprietà e trasmettendo poi i dati alle autorità civili. Questo suo lavoro convince mons. Guercilena a dargli l’incarico di fare il procuratore delle missioni senza averne il titolo (12 settembre 1962). Cioè l’uomo che deve procurare ai singoli missionari le risorse e i materiali necessari nelle varie missioni, specie per le costruzioni, maneggiare gli aiuti che arrivano dall’Italia, tenere i conti della missione in ordine, stabilire buoni rapporti con le autorità civili.
Un lavoro d’ufficio quanto mai arido per un giovane missionario che sogna una missione di contatto con la gente comune (infatti il superiore regionale padre Noè era contrario a questa nomina), che unito ad altri motivi di delusione, per un novello missionario, gli fa scrivere queste parole quanto mai significative: “L’importante è che io non perda nulla del mio entusiasmo, una cosa troppo necessaria per la vita del missionario in Birmania” (16 agosto 1962).

Due anni dopo, nel 1964, padre Angelo accompagna il vescovo mons. Ferdinando Guercilena, nello stesso viaggio di visita a tutte le missioni, ma purtroppo, dal febbraio 1963 smette di scrivere il diario e non possiamo più seguirlo nei suoi avventurosi spostamenti. Negli ultimi tre anni di missione è a Mong Phyak, la missione fondata da padre Clemente Vismara negli anni trenta, col padre Elia Cattani, un altro missionario santo del quale padre Angelo raccontava questo fatto: era totalmente dedicato al suo popolo, quasi dimentico di se stesso. Una volta scrive al vescovo di mandargli un po’ di soldi perché non ha più nulla e soffre letteralmente la fame. Il vescovo gli risponde di venire subito nella casa episcopale di Kengtung dove può mangiare bene, fin che si rimette in salute e poi ritorna alla sua missione. Negli anni in cui padre Angelo rimane a Mong Phyak, costruisce la bella chiesa, la casa parrocchiale e delle suore e aiutava il padre Elia visitando i villaggi più lontani per incontrare le famiglie cattoliche isolate in ambienti pagani.

Nel 1966 il governo militare birmano espelle tutti i missionari più giovani, fra i quali anche padre Angelo Campagnoli, che viene mandato dai superiore negli Stati Uniti come “animatore vocazionale” del Pime negli U.S.A. Ricordava sempre volentieri la sua esperienza americana anche perché aveva predicato giornate missionarie in quasi tutti gli stati americani, visitando questo immenso paese (esteso 26 volte la nostra Italia!) e lasciano un bel ricordo nel Pime americano e diverse vocazioni che aveva portato al Pime.
Nel 1969 è richiamato in Italia come segretario di Mani Tese, associazione contro la fame nel mondo, fondata nel Centro missionario Pime di Milano nel 1964 e rapidamente diffusa in tutta Italia. In quei tre anni padre Angelo ha fatto diversi viaggi in Bangladesh ed in India, come coordinatore di aiuti per lo sviluppo, in occasione di terremoti, inondazioni, cicloni tropicali. In uno di questi viaggi, mandato da mons. Aristide Pirovano, superiore generale del Pime, dal Bangladesh va in Thailandia e visita diverse diocesi per vedere la possibilità di aprire una presenza del Pime in quel paese che confina con la parte della Birmania evangelizzata dall’Istituto missionario milanese. E’ accolto a braccia parte dal vescovo di Cheng-Mai, che invita ufficialmente il Pime. Così ha inizio l’impegno missionario del Pime in Thailandia.
II) In dialogo col buddismo nella scuola di Phrae

Il Pime arriva in Thailandia nel 1972, con tre missionari. Il Concilio Vaticano II (1962-1965) aveva aperto una “via nuova” di missione, il dialogo inter-religioso. I tre padri missionari erano: Giovanni Zimbaldi (con dieci anni di missione in Birmania), Angelo Campagnoli (anche lui cinque anni in Birmania) e Silvano Magistrali, insegnante di Sacra Scrittura nel seminario teologico Pime. Nel dicembre 1972 i tre pionieri sono accolti a braccia aperte da mons. Lucien Lacoste il vescovo francese di Chang Mai nel Nord del paese, dove i cattolici sono una percentuale minima, non sono thailandesi ma minoranze etniche (tribali, cinesi, vietnamiti).

Il dialogo col buddismo parte dalla scuola

Il vescovo destina padre Zimbaldi a Fang (120 km a nord di Chang Mai) per prendersi cura dei “lahu”, che dalla Birmania fuggono in Thailandia. Padre Gianni aveva già lavorato con i lahu in Birmania e accetta ben volentieri questo impegno. Si sistema a Fang (150 km. a nord di Chiang Mai) e comincia a visitare i villaggi dei profughi, trovandovi alcuni dei suoi cristiani e molti altri tribali.
Gli altri due rimangono a Chiang Mai, studiano la lingua thai, tengono corsi di inglese e visitano alcuni monasteri facendo amicizia con i bonzi. E’ un primo tentativo di “dialogo” su un piano di simpatia umana, di curiosità reciproca, ma si accorgono che i bonzi vogliono vivere e lasciar vivere in pace. Non gli interessa conoscere il cristianesimo e confrontarsi con quanto credono e vivono i cristiani. Ognuno ha la sua religione e non dia fastidio agli altri, questa la mentalità comune.
L’inizio quindi non è facile, ma nel 1974 arriva un altro missionario del Pime p. Piergiacomo Urbani. Affittano una casa più grande, aprendola agli incontri con gli studenti, senza trascurare la visita e l’amicizia con i bonzi. Ma i padri Magistrali e Urbani, specializzati in Sacra Scrittura e filosofia, accettano l’invito dell’arcivescovo di Bangkok per insegnare nel seminario maggiore nazionale. Si trasferiscono nella capitale e Campagnoli viene mandato dal nuovo vescovo di Chiang Mai, mons. Robert Ratna, a Phrae, una città capitale di provincia allora di 30.000 abitanti quasi tutti buddisti e con 71 cristiani; poi c’è la scuola parrocchiale di 400 alunni.
Che fine ha fatto il «dialogo» con il buddhismo? Arrivando a Phrae, p. Campagnoli potenzia la scuola elementare e media costruendo due nuovi palazzi, la palestra, la piscina, vari campi da gioco, sale per incontri culturali e attività caritative. E porta gli alunni da 400 a 2100. Dopo aver studiato i documenti della Chiesa sull’educazione cattolica, padre Angelo fissa i suoi tre principi educativi, in contrasto con quelli delle scuole thailandesi. Il suo dialogo con i buddisti avviene soprattutto nella scuola, mettendo a confronto due metodi educativi:
1) L’alunno è al centro e la scuola è al suo servizio. Nelle scuole thailandesi il maestro era ancora al centro, gli scolari dovevano essere il più possibile come lui. Ma la scuola cattolica si è subito qualificata in città come innovatrice nei rapporti insegnanti-alunni, con soddisfazione dei genitori. Campagnoli disse chiaro che la scuola cattolica considera ogni uomo creato da Dio ad immagine di Dio e ciascun individuo è un essere unico e irripetibile. Il maestro non deve imporsi all’alunno per farsi imitare, ma essere al suo servizio educandolo, tenendo presenti le sue caratteristiche e ponendo attenzione al singolo alunno come se fosse l’unico scolaro.
2) Il secondo punto è che lo sviluppo dell’alunno dev’essere integrale, fisico, morale, spirituale, sociale e religioso. Nelle scuole thailandesi il metodo di base dell’insegnamento è quello mnemonico, s’impara tutto a memoria. Nella scuola cattolica il ragazzo va educato a pensare, riflettere, giudicare, formarsi un ideale da realizzare nella vita, in modo che ciascuno esprima la sua personalità, naturalmente correggendone i difetti e orientando il ragazzo al bene. “La citazione di Matteo 7,12 – diceva padre Angelo – “Tutto quanto volete che gli altri facciano a voi, anche voi fatelo a loro”, mi è sembrata la proposta educativa più missionaria; come pure dicevo chiaramente che Gesù è il modello da imitare, valido per tutti, cristiani e no”.
“La scuola cattolica – diceva Campagnoli – mette alla base dell’educazione integrale il creare attorno al ragazzo un clima di libertà, indispensabile perché la persona fin da bambino possa esprimersi senza paura e non prenda l’abitudine di mentire o di fingere diventando ipocrita. La citazione biblica era dalla lettera ai Galati (5,13), con l’affermazione “siete stati chiamati a libertà, purché questa libertà non divenga un pretesto… ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri”.
3) Anche in Thailandia c’è un’educazione consumistica e materialista. Il terzo principio educativo è questo: “Essere è meglio di avere”. Campagnoli diceva: “L’uomo vale più di ogni cosa”. La citazione di Luca 12,15, in cui Gesù dichiara che la vita non dipende dai beni che si hanno, apriva la strada per annullare la differenza tra scolari ricchi e poveri: trattamento uguale per tutti, mentre nelle scuole orientali, in genere, il ricco o il figlio dei potenti è privilegiato. Il sindaco della città, che aveva il suo ragazzo nella scuola cattolica, è andato a ringraziare padre Angelo dicendogli: “La ringrazio di aver messo come compagno di banco di mio figlio il bravo figlio del bidello. Lo sta aiutando a crescere come io non avrei saputo fare”.
In Thailandia ogni scuola ha i propri quaderni su cui risalta il nome dell’istituto col suo indirizzo e “logo”. Angelo stampa in evidenza, sulla prima pagina interna di copertina, i tre punti della “filosofia dell’educazione” della Scuola degli Angeli custodi”. Il titolo della scuola ha un significato positivo in Thailandia. Gli Angeli sono gli “spiriti buoni”, nei quali tutti credono, che fanno del bene a chi li invoca.

Il Centro per disabili rivela la carità cristiana

La scuola “Angeli custodi” di Phrae, oggi affidata a un sacerdote e a suore thai, è diventata a un’istituzione cittadina importante, prestigiosa. A Phrae (circa 20.000 abitanti) la Chiesa cattolica è conosciuta e stimata, anche se i cristiani non sono più di 200 in tutta la provincia (180.000 abitanti). Sono andato quattro volte in Thailandia e tre volte ho visitato e intervistato padre Angelo a Phrae. Ecco cosa mi diceva nel 2001:
”L’amicizia più interessante è stata con il bonzo capo di una delle più importanti pagode di Phrae, veniva spesso a trovarmi e si discorreva dei comuni interessi, come la formazione morale dei giovani, il modo di concepire il mondo, i valori umani, il destino di ogni uomo. Vi era fra noi un rapporto cordiale, una vera amicizia che arricchiva entrambi. Un giorno la nostra conversazione arriva al cuore del problema: cercai di fargli capire che non mi bastavano quei “valori” di cui parlavamo (bontà, aiuto ai poveri, onestà di vita, ecc.). Nel cristianesimi si trova quel ‘‘qualcosa di più’’ che riesce ad appagarmi. Attraverso Gesù Cristo noi conosciamo il volto di Dio e arriviamo a Dio”.
“Quelle parole l’avevano turbato e mi diceva di non sentirsi più tranquillo, perché per lui e per il buddismo il valore supremo è la pace interiore: “Se ciò che mi hai detto ha sconvolto la mia tranquillità interiore, è meglio che non parliamo più’’. Ho capito che il dialogo non è così facile come si crede. Per ora il dialogo esiste con la gente comune, non con i rappresentanti ufficiali del buddismo”.
“Nella scuola di Phrae — raccontava Campagnoli nel 2001— io sono direttamente coinvolto con l’insegnamento della morale (lezioni obbligatorie in tutte le scuole thai). Gli studenti riportano in famiglia il contenuto delle mie conversazioni e spesso i genitori intavolano con me un discorso partendo dalle cose riferite dai figli. Il dialogo parte a volte da temi marginali, ma poi tocca il cuore dei problemi della famiglia, dei figli, dei valori morali, ecc. e mi trovo spesso nella condizione di poter dare una risposta o un aiuto. La gente si accorge del mio interesse ai suoi problemi e capisce che non cerco vantaggi personali. Un po’ alla volta mi sono trovato con molti più amici dei 71 cattolici affidatimi dal vescovo nel 1975».
Al mattino, mezz’ora prima che inizi la scuola, padre Angelo aveva la lezione di catechismo nella chiesetta che è accanto alla scuola. Inizialmente solo per la ventina di ragazzi cattolici, ma in poco tempo ne arrivano molti altri, mandati dalle famiglie che apprezzano i contenuti formativi della scuola cattolica. “Persino i genitori buddisti — diceva Campagnoli — sono contenti che ai loro figli venga impartita l’educazione alla religione cristiana”. Visto il successo spontaneo di questa iniziativa, padre Campagnoli istituisce degli incontri con i genitori degli alunni, aperti a tutti, sui temi più sentiti dalle famiglie: senso della vita, matrimonio, educazione dei figli, aiuto ai poveri, il dolore nella vita dell’uomo, morale sessuale, droga, ecc. Così entra in dialogo con le famiglie, gli capita che lo fermino per strada a chiedergli un parere, per discutere quanto lui ha detto o fatto.
Padre Angelo racconta: “Il mio interesse per i malati, i sofferenti, la partecipazione ai momenti di lutto, scombussolava il loro modo tradizionale di pensare. Per i buddisti la malattia è una maledizione, la sofferenza e la morte sono frutto del male che non ha via d’uscita, è senza redenzione. I thailandesi, nonostante il buddismo, conservano ancora molti elementi del loro animismo e sentono l’influenza degli spiriti: la malattia è causata da uno spirito malvagio. Quando una persona è malata o vittima di una disgrazia, solo i parenti stretti si prendono cura di lei per senso del dovere, gli altri se ne stanno alla larga. Perciò rimanevano impressionati che io accettassi di stare con i sofferenti. I bambini, nella loro semplicità, mi chiedevano: ‘‘Non hai paura degli spiriti cattivi?’’. Cercavo di spiegare: ‘‘Al di sopra degli spiriti cattivi c’è Uno che è dalla nostra parte e a cui piace di essere chiamato Padre. Lui è più forte di tutti’’».
Tutto questo non ha causato, finora, conversioni al cristianesimo, perché essere buddista è parte essenziale dell’essere thailandese. Le cerimonie, le offerte, le processioni, il dare il cibo ai bonzi che vivono della generosità della gente, sono fatti tradizionali che fanno parte della vita di tutti. L’essere buddhista è spesso più un atteggiamento che una fede profonda e genuina e il buddismo ufficiale esige solo delle pratiche esterne, lasciando il resto alla coscienza dell’individuo. Ecco perché Campagnoli pensa che l’esempio e il confronto sincero e rispettoso sui fatti della vita siano oggi il mezzo migliore per testimoniare cos’è il cristianesimo. È contento quando alcuni dei suoi ex-alunni o alunne, diventati adulti e con famiglia, vengono a trovarlo per porgli problemi della loro vita e chiedergli un consiglio, fatto che si ripete con una certa frequenza; ed è convinto che oggi in Thailandia la scuola è la miglior via per la Chiesa di introdursi nella società, entrare in contatto con famiglie e altre scuole, esercitare un influsso almeno per far conoscere il cristianesimo.
A Phrae, accanto alla parrocchia e alla scuola, è nata una casa di accoglienza e di cura per disabili fisici (con 30 posti letto), fondata da un laico italiano, Claudio Vezzaro (lui stesso disabile), che aveva già un’esperienza di lavoro in questo campo, venuto in Thailandia attraverso l’Alp (Associazione laici Pime). Dopo due anni di preparazione, nel 1997 si è costruito il «Centro socio-educativo per disabili fisici» sovvenzionato in gran parte dalla Cei (Conferenza episcopale italiana) e nel 1998 si è cominciato ad accogliere i primi ospiti (una decina): corsi di formazione scolastica e professionale; attività di fisiochinesiterapia in collaborazione con l’ospedale del luogo, per i necessari interventi ortopedici; formazione di personale locale per l’assistenza ai disabili; collegamenti con la società per sensibilizzarla al problema dei disabili (spesso trascurati).
Padre Angelo raccontava che prima di fondare questo Centro per disabili, aveva chiesto il permesso di realizzare quel progetto alle autorità del Comune e della Provincia, le quali avevano risposto che in Thailandia non esistevano queste malattie e handicap. Angelo organizza, con l’aiuto delle scuole della città, una ricerca nelle famiglie e risultavano centinaia di disabili che in genere le famiglie tenevano nascosti, non ne parlavano e non li curavano, anche perché non esistevano cure o metodi di riabilitazione.
Dopo l’inchiesta fatta da studenti, le autorità hanno dato il permesso e adesso il Centro ha un forte impatto su Phrae e tutta la Provincia; la popolazione stessa che all’inizio non voleva quel Centro con disabili vicino alle loro case, poi, a poco a poco, hanno incominciato ad aiutare,portando cibo, vestiti, cose utili e anche offerte in denaro. Così il Centro completa bene l’immagine di interesse per i problemi della gente già data dalla scuola parrocchiale e dalle altre iniziative caritative e sportive della parrocchia. Claudio Vezzaro ha poi sposato una thailandese e hanno avuto due bambine, Sonia e Alice e vive in Thailandia nella sua pizzeria con sua mamma e la moglie Deng. Il Centro è oggi diretto da Marco Monti, fratello missionario del Pime, che ha accolto altri volontari italiani dell’Alp, aprendosi alla collaborazione del personale locale. E’ istituzione cittadina che sta diventando esemplare per altre città thailandesi.

“Grazie, amici buddisti!”

Nel febbraio 2012 padre Angelo ha pubblicato “Grazie amici buddisti” col sottotitolo: “Vivendo con i buddisti ho capito meglio il cristianesimo” (Pimedit, Milano 2012, pagg. 82, Euro 5), utile per capire la cultura e di modi di vivere dei thailandesi e il dialogo con i buddisti. Non tratta del buddismo dal punto di vista teorico, ma condivide la sua esperienza di vita con i buddisti, prima in Birmania (1962-1966) , poi in Thailandia. Gli chiedo cosa vuol dire in questo piccolo libro.
“In Italia – mi dice – molti pensano che più o meno tutte le religioni sono eguali, invece tra cristianesimo e buddismo, ci sono profonde differenze e vi sono molte cose che sembrano simili mentre sono profondamente diverse. Ad esempio, nel buddismo la distinzione tra bene e male è meccanica, fatalista, il karma; nel cristianesimo la vita dell’uomo è un rapporto con Dio. Il cristiano sa che il comandamento viene da Dio, padre misericordioso che mi ha creato e mi vuol bene e quella legge corrisponde al mio bene; il buddista non deve fare il male per paura, perché paga la sua disobbedienza attraverso la legge del karma che verrà applicata nella prossima rinascita. Ecco la differenza. Il cristianesimo è il rapporto con Dio, risposta all’amore che ci ha amati per primo; nel buddhismo non c’è alcun rapporto del genere: c’è la regola del karma, legge che non perdona”.
A Phrae padre Angelo era invitato dai monaci a fare corsi di cristianesimo. Campagnoli mi diceva: “Nello spiegare il cristianesimo, dicevano che il mio non è un ragionamento logico, perché dico cose che non spiego. Io ribattevo che questa è la fede in Dio, che vuol dire fidarsi di Dio che mi ama. E loro dicevano: ma noi facciamo solo quello che capiamo”.
Il dialogo con i buddisti, secondo padre Angelo, non è un confronto tra le fedi religiose e le verità da credere, ma una graduale e vicendevole comprensione e il racconto delle proprie esperienze. A loro interessa la vita non la teologia. Dice: “Un atteggiamento battagliero che esprime in modo deciso e aggressivo le proprie idee è il modo più sicuro per allontanare il tuo interlocutore, ci tiene troppo alla sua serenità interiore. Mai tentare di dimostrare che la tua religione è migliore della sua: puoi dire tutto il bene che vuoi della tua, ma non fare mai il confronto”. E racconta questo aneddoto di un catechista cattolico. Un amico buddista insisteva perché gli dicesse qual è la religione migliore: il cristianesimo o il buddismo? Il catechista gli risponde: “E tu dimmi: è migliore la mia moglie o la tua?”. Guai se gli avesse detto che è il cristianesimo, avrebbe forse rotto il rapporto di amicizia.
“Io ho scoperto queste cose frequentando i buddisti, dice padre Angelo. Il dialogo inter-religioso è un’esperienza difficile e delicata, siamo ancora ai primi passi in questo cammino”. “Vivendo con i buddhisti ho capito meglio il cristianesimo”. Il senso di questa pubblicazione è questo: “Il missionario è “ponte”, uno che collega la nostra fede e cultura cristiana con le altre, attento a scoprire in quelle i “semi del Verbo” che ti rivelano Dio già presente prima del tuo arrivo e ti fanno capire che certi valori “non cristiani” che trovi là rappresentano una sfida ad approfondire e arricchire la nostra fede». Con una granitica certezza, però: Cristo è l’unico salvatore dell’uomo.

III) Il missionario secondo padre Angelo Campagnoli

In questa terza parte della catechesi vorrei parlare di padre Angelo Campagnoli. Una bella personalità, plasmata dallo Spirito Santo per essere un vero missionario di Cristo. Angelo ha risposto alle ispirazioni dello Spirito. Il buon Dio è venuto a prenderlo troppo presto e ne siamo addolorati, ma dobbiamo ringraziare il Signore che ce l’ha dato e dei buoni esempi che la sua vita ci offre.
Anzitutto padre Angelo Campagnoli aveva ricevuto da Dio e dai genitori tanti doni e li ha impiegati bene, Una bella intelligenza, un carattere felice, espansivo e gioioso, parlava bene e scriveva bene, era simpatico e riusciva in tutto quel che faceva. Anche come uomo era certo una persona non comune, come prete e missionario molto di più, sebbene avesse anche lui i suoi limiti e difetti. Ad esempio, era impaziente e impetuoso, correva avanti quando gli altri restavano indietro, non era facile viverci assieme. Anche nelle conversazioni a tu per tu su temi seri, lui dava l’idea di sapere già tutto, non aveva quasi tempo di ascoltare, si distraeva, parlava d’altro.
Aveva una grande fede e dirittura morale, era rigido con se stesso e con gli altri e spesso non capiva chi non aveva fatto il suo cammino. E questo è strano, perchè poi, nel dialogo con i buddisti, era diverso e stabiliva dei buoni rapporti, si faceva stimare e amare. Con i confratelli invece, specie quand’era superiore del Pime in Thailandia per dieci anni (1972-1982), non capiva i missionari giovani toccati dall’ideologia del Sessantotto, non riusciva a stabilire un dialogo. Comunque è stato un grande prete e missionario, e andava preso anche lui, come tutti noi, con i suoi limiti e difetti.
In 52 anni di sacerdozio è stato impegnato in vari incarichi e missioni: missionario in Birmania e fondatore della missione del Pime in Thailandia, animatore missionario in Italia e Stati Uniti, superiore del Pime per due volte in Thailandia, economo e procuratore della missione di Kengtung in Birmania, direttore del Centro missionario Pime, visitatore dei seminari diocesani in Italia e poi, soprattutto, parroco di Phrae, città del Nord Thailandia, per circa vent’anni.
Questi frequenti spostamenti decisi dai vescovi e dai superiori dell’Istituto indicano che padre Angelo era veramente un uomo e un missionario prezioso: riusciva in tutto quel che faceva, conosceva bene le lingue, era infermiere e gli è capitato anche di fare operazioni chirurgiche; era un amministratore avveduto, un insegnante che sapeva parlare ai giovani e ai ragazzi.

Una fede entusiasta e missionaria

La vita di padre Angelo si capisce solo a partire dalla fede ricevuta come dono di Dio e mantenuta con la preghiera. Aveva una fede ferma ed entusiasta, che lo portava ad aver fiducia nella Provvidenza e anche in tutto quel che faceva con retta intenzione. Padre Mario Meda, per cinque anni suo compagno di missione in Birmania, testimonia: “Padre Angelo, come tutti i bravi preti, era fedele alle pratiche di pietà personali e comunitarie: Santa Messa quotidiana, Breviario, Rosario (quando poteva diceva tre Rosari al giorno), ora di adorazione settimanale, ritiro spirituale. Il Rosario era la sua preghiera preferita”.
La sorella Antonia ricorda che quando nell’agosto 2012 venne ricoverato negli ospedali di Verbania e di San Raffaele a Milano, la Messa, il Breviario e il Rosario erano le tre pratiche di pietà che ha sempre fatto. La Messa non la celebrava quando era a letto e quasi non poteva muoversi, ma il Breviario aspettava che arrivassi io e se lo faceva leggere. Ho il registro delle Messe e vedo che la Messa l’ha saltata pochissime volte. Anche quando era a letto e venivamo noi sue sorelle, a metà mattino si faceva portare in chiesa in carrozzella e poi celebrava Messa da seduto per noi due. Il Rosario lo diceva tutti i giorni, anzi nei giorni di ospedale ne diceva tre-quattro-cinque. Faceva passare il tempo pregando. Anche quando stava bene, mi ricordo che qualche volta che era venuto a casa, qui a Verbania o a Pollino, molto tardi, vicino a mezzanotte, stanco, sfinito, magari diceva: “Mi manca ancora il vespro e la compieta”. E fin che non li aveva detti non andava a letto.
Padre Angelo che ha edificato tutti noi suoi confratelli perchè ha sempre obbedito e l’obbedienza è, specialmente per un prete, il segno più evidente della fede. Per lui non era facile obbedire, perché aveva come tutti noi i suoi progetti, le sue aspirazioni. Ma ha sempre accettato la volontà di Dio espressa dai superiori, anche quando non la capiva o gli sembrava che sbagliassero.
Ricordo bene quando era tornato in vacanza in Italia nel 1985 e parlava con entusiasmo di Phrae, della sua scuola e del progetto di grande chiesa che voleva costruire. I superiori gli chiedono di fare per tre anni il direttore del Centro missionario del Pime a Milano, incarico difficile dopo padre Giacomo Girardi che in quel tempo a Milano era una personalità di rilievo cittadino. Angelo poteva dire di no, come non è raro nel Pime poiché i missionari in genere, sono molto legati alla loro missione e si fermano mal volentieri in Italia. Invece Angelo ha detto di sì e al Centro ha fatto benissimo! Non solo ha mantenuto lo stile e le invenzioni di Girardi, ma nel 1987 ha dato inizio, come direttore del Centro, all’agenzia Asia News che oggi, con la guida di padre Bernardo Cervellera e pubblicata non più su carta ma on line, è diventata un servizio di rilievo mondiale alle Chiese asiatiche e alla missione universale della Chiesa. In una sua lettera di quegli anni al superiore generale dalla Thailandia scriveva: “Non condivido quanto lei dice, ma obbedisco perché se obbedisco il Signore mi deve aiutare, ma se decido io potrebbe aiutarmi”.

Era un vero missionario, dedito al suo popolo e con un’anima grande che cercava tutte le occasioni per annunziare Gesù. A Phrae dove ha passato più di vent’anni dei suoi 52 di sacerdozio, non aveva molte consolazioni spirituali. La città aveva 17.000 abitanti ed è capitale di una provincia molto estesa con 200.000 abitanti quasi interamente buddisti. Oggi i cattolici sono circa 200, sparsi in vari villaggi e quasi senza alcuna conversione. Per un missionario era una terra arida, che avrebbe abbattuto altri con meno fede della sua.
Invece Angelo si è innamorato di Phrae. Avrebbe potuto, come in altre missioni simili alla sua, evangelizzare i tribali (che vivono in regioni forestali e montagnose), portando i cristiani da 71 a 600-800. Ha lasciato la parrocchia con 200 battezzati, perché aveva capito che in quell’ambiente era preferibile rivolgersi ai buddisti facendo una pre-evangelizzazione, cioè presentare Gesù Cristo e il cristianesimo ai buddisti, dare alla Chiesa la visibilità che non aveva e facendone un punto di attrazione per la popolazione. Ho già detto della scuola, poi ha portato le suore in parrocchia e ha inventato altre iniziative pastorali-culturali. Quando aveva deciso e intraprendeva un lavoro o un progetto era costante in quella via.
Padre Campagnoli era un uomo solare, cordiale, espansivo, parlava volentieri, fraternizzava con tutti e aveva l’intelligenza di capire in profondità gli altri, una penetrazione psicologica che lo rendeva un buon animatore dei giovani. Infatti affascinava i giovani, perchè sapeva suscitare entusiasmo per le missioni e la vocazione missionaria. Un confratello che era con lui quand’era direttore del Centro missionario di Milano, mi diceva: “Angelo era esplosivo, quando parlava in pubblico della missione alle genti convinceva e suscitava entusiasmo e commozione”. Ho visitato non pochi seminari diocesani italiani dove lui c’era già stato, spesso ho sentito che lo ricordavano ancora mesi o anche anni dopo la sua visita.

La Cattedrale di Phrae monumento cittadino

La missione di Phrae aveva una piccola cappella in muratura per 40-50 fedeli. Angelo sapeva che i buddisti vedono la religione in modo diverso dal nostro, loro amano le pagode grandiose, dorate, con molti budda e ornamenti. Padre Angelo costruisce – con l’eredità ricevuta da suo padre e l’aiuto di benefattori – una vera “cattedrale”, come la chiamavano la gente del posto, dedicata a San Giuseppe lavoratore, non nello stile buddista, ma in stile moderno occidentale, in modo che diventasse un monumento cittadino da visitare. Come infatti era avvenuto.
Il significato di questa costruzione era quello delle Cattedrali del Medio Evo, una presentazione del cristianesimo a partire dalla Creazione e dall’Arca di Noè nel diluvio universale, fino a Cristo crocifisso e risorto e alla Chiesa. L’idea di Angelo era la stessa e si proponeva di accogliere i visitatori, specialmente ragazzi e giovani delle scuole di Phrae in visita a questo monumento, e accompagnarli lui stesso nella visita alla Cattedrale, spiegando la Storia sacra della Bibbia e del Vangelo attraverso le molte rappresentazioni di avvenimenti storici: quadri, pannelli, statue, piccole cappelle della Via Crucis che circondano all’esterno la chiesa monumentale, scritte in thai per spiegare le rappresentazioni di avvenimenti biblici.
Di fianco ai tre portali d’ingresso la Grotta della Madonna per indicare che la salvezza di Cristo viene attraverso Maria; e poi una fontana di acqua corrente che sgorga dai muri, che è la grazia di Dio donata a tutti gli uomini.
Nella mia ultima visita a Phrae nel 2000, gli dicevo che quella solenne e bellissima chiesa, originale anche nella forma esterna (vista dall’esterno sembrava una barca a vela), non era giustificata dalle poche decine di battezzati della parrocchia. E mi spiegava perchè l’aveva costruita, per presentare il cristianesimo ai buddisti non solo di Phrae. Diceva: “Phrae è capitale di provincia e prima o poi avrà il suo vescovo thailandese, io gli ho costruito la cattedrale. Ma c’è un secondo motivo molto più attuale, diceva padre Angelo. Io spero che un monumento originale come questo attiri molti visitatori, molte scuole e pellegrini, oltre che i turisti. Vorrei che i buddhisti che verranno per curiosità abbiano almeno un’idea positiva del cristianesimo e possano correggere lo stereotipo ancora molto diffuso, che si tratta di una religione occidentale esportata dalla colonizzazione in Asia per fare gli interessi dei popoli cristiani ”.
Il progetto poi non è riuscito perché nel 2002 il Pime ha consegnato la parrocchia di Phrae al clero diocesano, come fin dall’inizio ha sempre fatto il nostro Istituto, che ha come scopo di fondare la Chiesa dove ancora non esiste, ma non per tenerla come nostra proprietà, ma per donarla al clero locale. Questo è sempre stato di esempio per ordini e congregazioni religiosi, che spesso trattengono le parrocchie migliori, per fondarvi la loro comunità religiosa in quel paese. Il Pime fonda una diocesi o una parrocchia, e quando è fondata e attiva la regala al vescovo, andando a fondarne altre dove il vescovo vuole.
Secondo motivo, la “cattedrale” di Phrae avrebbe richiesto una buona manutenzione, che invece dal 2002 non è più stata fatta, per cui, in quel clima costantemente caldo umido, la costruzione soffre in tutte le sue strutture. Infine, dopo Campagnoli ci sarebbe voluto un parroco che continuasse nella sua linea di pre-evangelizzazione dei buddisti, con influsso culturale anche su tutto il paese; mentre, com’è abbastanza logico e naturale, il giovane clero locale, anche per mancanza di risorse economiche, tende a chiudersi nella cura delle poche centinaia di cattolici, esercitando la missione fra i non cristiani delle varie tribù, di religione animista.
Non importa, padre Angelo ha dato la sua testimonianza e non è la prima volta che parrocchie fondate e ben avviate dal Pime in tanti paesi di missione, cedute al clero locale decadono. La Chiesa cresce anche così. Noi siamo tutti utili, nessuno è indispensabile e il protagonista della missione è lo Spirito Santo!

“Milano: terra di missione?”

Angelo Campagnoli, pur senza essere laureato in teologia o nella Sacra Scrittura, aveva un’intelligenza acuta, leggeva molto (anche autori moderni di ecclesiologia e altre scienze sacre) ed era profondo nella sua fede e nelle sue idee sulla missione. Ho appena pubblicato presso la Emi (Editrice missionaria italiana) “Fatto per andare lontano” (pagg. 480), biografia di Clemente Vismara. La migliore testimonianza sul Beato è quella data da padre Angelo Campagnoli, che fu compagno di missione di padre Vismara solo per cinque anni e poi non l’ha più visto. In due paginette descrive padre Clemente in modo mirabile, con uno sguardo e un giudizio complessivo ma profondo della sua personalità e del suo modo di fare missione.
Purtroppo, un missionario così competente e acuto, che io stimo molto, ha scritto poco, pochi articoli e un unico libretto che ho già segnalato: “Grazie, amici buddisti”.
L’articolo ancora attuale è intitolato “Milano: terra di missione?”1. Padre Angelo è da un anno in Italia come direttore del Centro missionario Pime e scrive che la Chiesa italiana si è messa “in stato di missione” per “rievangelizzare il popolo italiano con spirito e metodi missionari”. La caratteristica essenziale del missionario ad gentes è di inculturarsi nel popolo e nella cultura non cristiana, per trasmettere il messaggio evangelico in modo comprensibile. Sfida difficile, temeraria, che il Signore aiuta ad affrontare. “Ritengo che la maggior preoccupazione di un missionario debba essere di chiedersi se l’annunzio da lui fatto è alla portata dei suoi ascoltatori, secondo la loro mentalità le loro categorie culturali”. Ma il missionario, quando parte per andare presso un popolo non cristiano e di cultura molto diversa dalla sua, deve morire a se stesso e al suo passato, abbandonare le sue certezze e abitudini, mettersi a servizio del suo nuovo popolo. Naturalmente salvando la “convinzione profonda che Cristo – Via, Verità e Vita è l’unica risposta alle attese umane”. In altre parole, il missionario annunzia l’essenziale della fede cristiana, tutto il resto viene dopo e può essere anche diverso da quello che era in passato”.
Secondo padre Angelo, “il missionario, professionista del tentativo di ridire il messaggio evangelico in una cultura non cristiana, deve aiutare a rivitalizzare le comunità cattoliche in Italia nel loro compito missionario di inculturare nuovamente il messaggio evangelico nella società materialista d’oggi. Mi sembra questo il significato più profondo dell’animazione missionaria, di cui la Chiesa italiana ha sommamente bisogno. Invece, un’animazione missionaria italiana che si affida principalmente a tecniche organizzative concepite e dirette dai quadri diocesani, con la segreta speranza che si rivelino uno strumento per risvegliare strutture che si vogliono conservare, ma non si sa più come far funzionare, sinceramente mi pare che sia fuori strada. La Chiesa italiana sarà missionaria non perché organizza aiuti di ogni tipo al terzo mondo né perchè protesta contro il commercio delle armi o l’ingiusto commercio internazionale (ottime cose che tutti dovrebbero fare), né solo perché adotta alcuni metodi pastorali delle giovani Chiese; ma quando uscirà da se stessa per imparare a riesprimere il Vangelo nelle nuove culture non cristiane (o post-cristiane) dl nostro paese.
“In questi mesi sto sperimentando l’effetto che certe mie osservazioni fanno sui miei antichi compagni di seminario a Venegono, ora parroci della diocesi ambrosiana. Un amico mi diceva: “Mi viene il dubbio che troppa parte della nostra predicazione e catechesi è fuori da ogni schema esistenziale della gente che ci sta attorno: troppo intellettualismo, troppa teologia astratta, troppo linguaggio da iniziati, troppe idee e categorie che noi diamo per scontate ma che non trovano riscontro nella vita della gente comune”.
“A volte, continua padre Campagnoli, mi trovo a suggerire risposte che mi accorgo di aver imparato in Oriente, dove pensavo di essere andato solo per insegnare. Forse c’è sotto un piano più grande che dalle varie culture vuole condurci ad una “supercultura” in cui ogni popolo, accettando le differenze e la complementarietà degli altri popoli, purifica e sviluppa il proprio cammino, incluso quello religioso. Anche se noi professiamo che Dio ha posto il suo sigillo solo sulla Storia della Salvezza autenticata nella Rivelazione, per la quale noi siamo cristiani, non possiamo però pensare che Lui sia assente dalla lunga storia di quei popoli, rimasti per noi così lontani. Mi pare che l’animazione missionaria non può essere nella giusta direzione, se priva di alcune convinzioni e atteggiamenti di fondo che l’esperienza di chi vive il carisma missionario ha il compito di indicare. Senza presunzioni quindi, ma in spirito di servizio, vorrei qui indicarne alcune:
“1) La stimolante certezza che il piamo salvifico di Dio è più grande delle nostre pianificazioni e concretizzazioni (il più interessato al Regno di Dio è proprio Lui), crea in noi un giusto equilibrio che evita da una parte il trionfalismo (voglia di sentirci in maggioranza, sicurezza per le posizioni raggiunte) e dall’altra il disfattismo (pessimismo perché si va di male in peggio). Essere disposti a rivedere le nostre iniziative: le reazioni della gente a cui ci rivolgiamo sono indicazioni concrete di verifica.
“2) La preoccupazione costante di inculturare il messaggio cristiano nella società in continua evoluzione. Non possiamo dirci soddisfatti perché nel passato il cristianesimo ha dato il via ad un certo tipo di civiltà e ha condotto a certe conquiste. L’illusione di poter vivere di rendita minaccia direttamente la vitalità della Chiesa. Il dispetto per i cambiamenti che ci disturbano potrebbe nascondere una scarsa dose di spirito apostolico.
3) Aiutare ogni cristiano a sentirsi parte della missione in senso vero. Proprio perché la missione è l’essenza stessa della Chiesa e dev’essere missione tutto ciò che la Chiesa fa, dobbiamo accettare come parte della missione tutte le forme di espressione ecclesiale che sono connesse col primo annunzio. Il pericolo è di fermarsi agli aspetti marginali e credersi sufficientemente missionari perché si fa la campagna contro la fame o si combattono le ingiustizie contro i paesi più poveri o si protesta contro il commercio delle armi. Se ci fermiamo a tutto questo (e una certa animazione missionaria dà l’idea di aver poco altro da dire), nessuno più capisce il significato della missione e del missionario. Il cristiano fa realmente missione solo quando, avendo sperimentato che la conoscenza e la vita di Cristo cambia veramente le cose ed è una rivoluzione positiva della vita personale e sociale, non può tenersi tutto questo per sé, ma sente il dovere di comunicarlo agli altri.
4) Altra caratteristica dell’animazione missionaria è la proposta vocazionale. Non sono d’accordo sul chiedere per la missione partendo dal minimo. Non basta dire “si può essere missionari anche qui in una delle tante attività parrocchiali o di gruppo”. Né può bastare l’idea di qualche mese o anno passato in una missione; e neppure accentuare troppo l’importanza di quello che inviamo a quei popoli o di ciò che noi andiamo a fare là con le nostre tecniche e specializzazioni.
“La proposta più importante da fare è il traguardo più alto della missione: quello dell’inculturazione del messaggio cristiano che richiede il dono di tutta la vita donata a Gesù Cristo e alla Chiesa. Nell’animazione missionaria bisogna avere il coraggio, di chiedere il massimo, cioè la scoperta e la realizzazione del carisma missionario totale: ogni altri iniziativa di animazione missionaria dev’essere subordinata a questa. Altrimenti si rischia di mortificare ispirazione dello Spirito e tradire la vocazione missionaria. Un’animazione missionaria dalle mezze misure sarebbe destinata a svilirsi e dissolversi in iniziative non qualificanti”.

di Piero Gheddo – Radio Maria, 18 – II – 2013 (ore 21-22,30)

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