Ringrazio padre Battisti che mi stimola invitandomi a tenere una piccola rubrica in ”InforPime” sulla storia del Pime, dopo i 16 anni passati a Roma per rilanciare l’Ufficio storico dell’Istituto, anni per me molto formativi e istruttivi. Fra l’altro mi sono convinto che il miglior strumento per la cosiddetta “formazione permanente” di padri e fratelli sta proprio nel conoscere e amare la storia del Pime, perché, come diceva padre Manna: “Siamo figli di santi”. Incomincio con fiducia queste paginette, nella speranza che siano gradite ai confratelli. Il cammino si trova camminando.
Mons. Angelo Ramazzotti è il Fondatore del Pime che va conosciuto e pregato, anche per ottenere da Dio che la Chiesa riconosca le sue virtù eroiche con la sua beatificazione. Il suo “processo” è in corso dal 1976 e la “Positio” consegnata alla Congregazione dei Santi nel 1999. Manca solo il riconoscimento delle sue “virtù eroiche”, che però viene dato quando c’è il “miracolo”, ottenuto per sua intercessione e riconosciuto come tale dall’arcigna Commissione medica della Congregazione, per avere il nostro Fondatore Beato.
Angelo Ramazzotti, nato a Milano nel 1800 (e morto nel 1861 Patriarca di Venezia), nel 1825 entrò nel seminario diocesano, dopo essersi laureato in legge nel 1823 ed aver fatto un po’ di pratica forense. Nel 1829 è ordinato sacerdote per gli “Oblati di Rho”, in quanto “sentiva il fascino del pulpito”. E si dedica alle “missioni al popolo” (una settimana di predicazione), nelle quali si ispirava al modello dei Lazzaristi di San Vincenzo de Paoli: “poca oratoria, poca retorica, linguaggio semplice e molto catechismo”. Si acquista la fama di predicatore efficace perché gradito a tutti. Angelo Montonati scrive nella sua biografia (“Angelo Ramazzotti, Fondatore del Pime”, Emi 2000, pagg. 223, citazione a pag. 35), spiegando il motivo di questo gradimento e citando testimoni del tempo:
“I parroci che poterono ascoltarlo in quelle occasioni concordano nel sottolineare lo zelo apostolico di don Angelo e in modo particolare il suo stile che sapeva adattarsi ad ogni tipo di uditorio: con i sacerdoti usava il linguaggio specialistico dei teologi e degli esegeti, con il popolo cambiava totalmente registro, esprimendosi in modo semplice e schietto e ricorrendo spesso al dialetto. “Parla proprio da paesano” commentavano soddisfatti gli ascoltatori”. E questo in conseguenza del fatto che lui, uomo colto con due lauree, sentiva (pag. 30) il desiderio speciale di predicare alla gente incolta (“in erudiendis rudibus hominibus”).
Nel corso di un intervento sulla Liturgia fatto a Roma, il segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), mons. Mariano Crociata, ha detto che le prediche delle Messe domenicali per i fedeli si trasformano troppo spesso in “una poltiglia insulsa, quasi una pietanza immangiabile o comunque ben poco nutriente” (“L’Osservatore Romano”, 30 dicembre 2009). Nella nostra Italia di oggi, e, forse, anche a qualche confratello in missione, quanto può essere utile l’esempio di mons. Ramazzotti!

Padre Gheddo su InforPime (2010)

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