Corea, la tigre asiatica della chiesa – Padre Gheddo su Radio Maria

Cari amici di Radio Maria, questa sera vi parlo della Corea del Sud, che anche nel nostro tempo registra un gran numero di conversioni a Cristo. Un piccolo paese, esteso come l’Italia settentrionale (100.000 kmq.), ma con circa 50 milioni di abitanti. I cristiani sono una consistente minoranza del 30%, fra i quali il 10% cattolici.

In Asia vivono il 62% di tutti gli uomini e l’85% di tutti i non cristiani. E’ ancora il continente dove soprattutto si esercita la missione ad gentes, fra le genti, cioè i pagani; e dove i cristiani sono solo una piccola minoranza nella maggior parte dei paesi. Fanno eccezione il Libano nel Medio Oriente e le Filippine nell’estremo oriente. Il terzo paese con una forte minoranza cristiana è appunto la Corea del sud. Ecco perché ne parlo volentieri.

UN AIUTO PER INIZIATIVE MISSIONARIE: il tuo 5 per 1000 può fare molto per gli ultimi, per chi e' sfruttato, per difendere la vita sul tuo 730, modello Unico, scrivi 97610280014

La mia catechesi si sviluppa in tre punti:

  • La Chiesa in Corea è nata dai laici e provata nelle persecuzioni
  • Il boom delle conversioni negli ultimi trent’anni
  • I laici protagonisti della missione in Corea

I) La Chiesa in Corea nata da laici e provata nelle persecuzioni

All’inizio della missione in Corea un fatto unico nella storia: i missionari non erano preti stranieri ma laici coreani e questo, come vedremo più avanti, ha segnato profondamente i cattolici coreani rendendoli ancor oggi corresponsabili nella missione e nella pastorale parrocchiale.

Il cammino dei coreani verso la fede infatti è cominciato per l’iniziativa di alcuni diplomatici, letterati e filosofi coreani che erano membri dell’ambasciata di Corea a Pechino. Entrati in contatto con i missionari gesuiti presso la corte imperiale, si sono convertiti a Cristo e sono stati battezzati. Poi, tornando in Corea, hanno portato il Vangelo e diffuso la fede in Cristo. Questi laici, uomini e donne, sono considerati i “fondatori della Chiesa” in Corea, che per 56 anni, dal 1779 al 1836, senza l’aiuto di sacerdoti (eccetto brevi visite di preti cinesi) hanno diffuso il Vangelo nella loro patria fino all’arrivo dei missionari francesi nel 1836, e hanno offerto e sacrificato la vita per la loro fede in Cristo.

Il primo missionario cinese che visitò la Corea nel 1794, vi trovò 4.000 battezzati e nel 1800 i battezzati erano 10.000. La rapida diffusione della nuova dottrina (chiamata “la scienza occidentale”) in un paese confuciano e buddista, preoccupò le autorità coreane, che praticavano a quel tempo una chiusura totale verso l’esterno (eccetto gli indispensabili rapporti con la Cina). All’inizio del 1800 incomincia la persecuzione, che si protrae per quasi un secolo, fino al 1886, quando un accordo commerciale con la Francia e altre potenze europee porta con sé anche la libertà religiosa in Corea.

Nel tempo della persecuzione i cristiani coreani scrivevano al vescovo di Pechino che all’inizio mandava loro un sacerdote cinese: viveva da clandestino e visitava le comunità dei battezzati e quando veniva scoperto, torturato e ucciso, il vescovo di Pechino ne mandava un altro. La storia delle missioni rivela personaggi e avventure oggi del tutto sconosciuti, che varrebbe la pena di far conoscere, anzitutto perché si tocca con mano l’azione dello Spirito Santo, che all’inizio della Chiesa ha una forza straordinaria.

Ad esempio, i preti cinesi che andavano come clandestini in Corea ad assistere i fedeli della nascente Chiesa erano volontari, perché sapevano che andavano incontro ad una morte atroce. Così pure era per i cristiani, che si incontravano di notte, leggevano i pochi testi cristiani in coreano, tenevano crocifissi e rosari, ma se scoperti erano condannati a morte! Il giovane prete cinese Giacomo Chu, nel 1794 riesce ad entrare in Corea, vive nascosto e si sposta continuamente riuscendo a visitare e confortare nella fede le famiglie e i gruppi di cristiani. Ma quando gli dicono che la sua presenza è stata scoperta, arrestano e torturano i cristiani fino a farli morire perché rivelino dove si trova, don Giacomo si presenta lui stesso alla polizia, si autodenunzia e viene ucciso fra i tormenti, perché quella era la morte a cui condannavano i cristiani!

Eppure, il numero dei battezzati, invece di diminuire, aumentava. Nel 1831 Papa Gregorio XVI nomina padre Bartolomeo Bruguière, delle Missioni Estere di Parigi, primo “Vicario apostolico della Corea” e da allora la Chiesa coreana è affidata ai MEP. A quel tempo l’Istituto missionario di Parigi aveva 38 sacerdoti in tutto, dispersi in paesi dell’Asia dove la Chiesa era perseguitata: Cina, Giappone, Vietnam e Corea; e poi in due altri dove i missionari potevano entrare liberamente: India e Thailandia.

Il secondo vicario apostolico della Corea, mons. Lorenzo Imbert, negli anni trenta del 1800, ha lasciato una breve descrizione della sua vita di missionario straniero in tempo di persecuzione:

“Sono sempre spossato per la fatica, esposto a pericoli mortali. Ogni mattino mi alzo alle due e mezzo di notte, vengono i cristiani e comincia il mio ministero sacerdotale, amministro battesimi e cresime, insegno il catechismo, confesso, celebro la Santa Messa. Le 15-20 persone che vengono possono tornare a casa prima che si alzi il sole, mentre io passo in un’altra casa. Non resto più di due giorni in una casa. Soffro molto la fame. Dopo essermi alzato alle due e mezzo di notte, aspetto fino a mezzogiorno di mangiare un pasto povero di nutrimento, in un clima freddo e secco. Dopo pranzo, mi riposo un po’, poi insegno la teologia ad alcuni alunni, e ascolto confessioni fino a notte. Mi corico alle nove di sera sulla nuda terra, con una coperta di lana. In Corea non ci sono né letti né materassi, faccio una vita molto laboriosa con un corpo debole e malaticcio. Ma penso di essere in una situazione ottimale, per il mio lavoro sacerdotale. Lei capisce che con una vita così faticosa e dolorosa, non temo più il colpo di spada che vi ponga termine”.

Nel 1836 la Corea stringe un accordo economico con la Francia, che chiede anche libertà di religione e rispetto dei missionari francesi. Il Papa costituisce il vicariato apostolico di Chosun (l’antico nome della Corea) affidandolo alle Missioni Estere di Parigi. Seguono una ventina d’anni in cui la pressione contro i cristiani si allenta e i missionari riescono a mandare alcuni giovani coreani a Macao e poi ad Hong Kong, dove si preparano a ricevere il sacerdozio per tornare poi in Corea. Quando le autorità apprendono che tre missionari francesi sono entrati in Corea, scatenano un nuovo periodo di persecuzione dei cristiani, che, essendo ormai schedati, vengono arrestati e uccisi. Per fermare quel massacro, i tre missionari francesi si consegnano alla polizia e vengono uccisi nel 1839.

La Chiesa coreana rimane ancora senza missionari. Nel 1846 il nuovo vicario apostolico Ferréol entra in Corea con un missionario e il primo prete coreano, don Andrea Kim, ordinato ad Hong Kong, anche lui muore martire pochi anni dopo. Il secondo prete coreano, Tommaso Choi, entra anche lui in Corea e può lavorare bene una decina d’anni e poi muore di malattia.

La persecuzione più terribile viene nel 1866, quando la Corea si sente minacciata dalle nazioni occidentali che vogliono aprire la Corea al commercio, ma negli stessi anni la grande Cina, che proteggeva la Corea, è umiliata dai “trattati ineguali” che le vengono imposti dalle potenze europee, Inghilterra, Francia, Germania, Russia, Italia. I cristiani sono sentiti come stranieri, il cristianesimo come una filosofia occidentale che predica l’uguaglianza di tutti gli uomini e la democrazia, concetti assurdi per il confucianesimo.

Dal 1866 al 1886 vengono uccisi circa 10.000 cristiani, in modo sistematico. Chi era scoperto o denunziato come cristiano era messo a morte. Nel 1886 il nuovo re, costretto dalle pressioni esterne (anche del Giappone che già si era aperto al mondo moderno) concede la libertà di religione, che però in tutto il paese rimane puramente teorica. I cristiani continuano ad essereperseguitati, fino al 1905, quando il Giappone impone con le armi il suo protettorato sulla Corea e nel 1910 si annette il paese, come una sua provincia d’oltremare. Dal 1910 al 1945, quando il governo militarista giapponese è sconfitto dagli americani, la Corea è giapponesizzata, invasa dai giapponesi, governata dai giapponesi, con milioni di coreani che emigrano verso la Cina e la Russia asiatica.

La Chiesa di Corea è vissuta per un secolo e mezzo in questo difficile contesto politico. Poi sappiamo che dopo la II guerra mondiale, la Corea (come la Germania e il Vietnam) è divisa in due parti al livello del 38° parallelo. Nel Nord è stato imposto dai russi un regime comunista che ha ridotto il popolo alla fame e minaccia il mondo con la sua bomba atomica; nel Sud da sessant’anni ha svilupparsi un governo oggi democratico che ha dato assoluta libertà religiosa e la Chiesa cattolica è passata da poche circa 70.000 a cinque milioni di cattolici.

La Chiesa cresce nel culto dei martiri

Interessante notare che nel lungo periodo della persecuzione vi furono circa 20.000 martiri per la fede: 79 martiri coreani sono beatificati da Pio XI nel 1925 e altri 24 da Paolo VI nel 1968: questi 103 martiri beati sono stati canonizzati il 6 maggio 1984 da Giovanni Paolo II nella cattedrale di Seul; di questi solo 10 sono stranieri, 3 vescovi e 7 sacerdoti, gli altri tutti coreani, catechisti e fedeli, 45 uomini e 79 donne:la più anziana aveva 79 anni, la più giovane 13 anni.

Oggi la Chiesa cattolica in Corea è quella che ha più convertiti all’anno nel mondo intero. Specialmente in Asia, le conversioni dalle religioni non cristiane sono quasi bloccate e dove ancora avvengono, come in India, Indonesia, Vietnam e Cina, non si rendono note perché la parola stessa di “conversione” suscita forte opposizione nei rispettivi governi e società.

Perché, invece, molti coreani si convertono a Cristo senza reazioni negative? Ancor oggi questo movimento verso le Chiese cristiane è quasi un fenomeno di massa, tanto che i cristiani sono circa il 30% dei 50 milioni di coreani.

Ho visitato la Corea del Sud nel 1986, quando già le conversioni al cristianesimo era tante. Un missionario francescano parroco a Pusan, padre Mario Fabrizi, mi diceva: “Il popolo coreano è molto portato alla religione, qui fioriscono tutte le Chiese, non solo quella cattolica, anche le protestanti, i buddisti e tutte le sette, anche le più strane. La gente prega, ha bisogno del sacro e di Dio, è generosa con tutte le istituzioni religiose. Il popolo coreano è sempre stato oppresso dai cinesi e poi dai suoi imperatori, nella prima metà del novecento dai giapponesi e dopo il 1945 dal regime comunista al Nord e dalla dittatura militare al Sud. Ha coltivato un profondo senso religioso e il bisogno di Dio”.

Padre Fabrizi aggiungeva che in Corea non c’è una religione nazionale e organizzata (come l’induismo in India, ad esempio). Il confucianesimo, la religione originaria della Corea, ha dato un’impronta alla società e anche i coreani che si convertono a Cristo vivono la fede e la vita cristiana come una realizzazione dell’armonia fra la vita dell’uomo e della natura, il rispetto per gli anziani e della tradizione e anche il rispetto e l’obbedienza all’autorità. Il forte spirito di amore e di servizio dei coreani cattolici verso la Chiesa viene da questa tradizione confuciana.

Le religioni tradizionali dei coreani sono il confucianesimo, il buddismo e lo sciamanesimo, cioè il culto degli spiriti e degli antenati. Quest’ultima religione o sentimento religioso è presente in tutti i coreani (anche se nessuno si definisce “animista”) ed è il culto degli spiriti originario. La malattia non ha una radice naturale curabile con medicine, ma è il segno che quella persona ha offeso uno spirito, che si vendica. Allora si chiama lo sciamano, che in genere è una donna, che fa il suo “kut”, cioè il sacrificio di un animale, per allontanare lo spirito cattivo o gli spiriti cattivi da quella famiglia.

Per il coreano, che non conosce Dio attraverso la Rivelazione della Bibbia e di Cristo, la divinità rimane misteriosa, inconoscibile, lontanissima dall’uomo. L’uomo è dominato dagli spiriti della natura e degli antenati. Anche il culto dei morti, degli antenati è molto diffuso, è una specie di forma religiosa sentita e vissuta anche dai cristiani. I morti non sono morti, il loro spirito vive ancora in mezzo noi, se non si rende loro un culto, potrebbero vendicarsi. La tomba di famiglia nel paese natale è curata, si va a visitarla facendo qualche sacrificio, bruciando incenso e accendendo candele.

Il confucianesimo è alla base della cultura coreana e non è una religione, ma una saggezza umana che insegna a vivere bene, in armonia con la natura e con gli uomini. E’ un corpo di dottrine religiose, etiche e politiche che Confucio (“Il Maestro” vissuto 500 anni prima di Cristo) raccolse dalla tradizione cinese e sistematizzò in vari testi considerati “sacri”, che hanno avuto e ancora hanno grande influsso sui cinesi e i popoli vicini alla Cina. Fra il popolo, Confucio è spesso ritenuto fondatore di una religione, mentre lui stesso dichiarava: “Io non invento nulla, ho fede nell’antichità e nella saggezza degli antenati e trasmetto solo quanto ho ricevuto”.

Il confucianesimo quindi non è una religione organizzata con riti o segni di appartenenza, anche i cristiani si sentono devoti confuciani, pur non partecipando a sacrifici o preghiere al “Maestro”. Lo stesso si può dire del buddismo (della corrente del “Grande Veicolo”, Mahayana), che è ritenuto la religione più diffusa in Corea. Ma il buddismo non è una religione, Budda è spesso divinizzato e pregato, ma anche lui era un saggio alla ricerca del via più sicura per giungere alla “illuminazione”, cioè ad estinguere il dolore nella vita dell’uomo.

In Corea ci sono molti templi buddisti, specie sulle montagne e nei boschetti, ma sono soprattutto le sette moderne che nascono dal buddismo ad essere attive nella società coreana. Tante sette, ad esempio la “Chundo kyo”, fondata nel 1860 come insegnamento orientale in opposizione all’insegnamento occidentale che è il cristianesimo. E’ un miscuglio di buddismo, confucianesimo, animismo e taoismo con elementi di cristianesimo.

Altro esempio, la setta “Wonbulgyo” che ha un forte impegno nella società a sostegno dei poveri. Poi c’è la famosa “ Chiesa dell’Unificazione” di Moon Sun Myong, molto diffusa anche all’estero e in Occidente (dov’è andato a finire il famoso vescovo cattolico africano Milingo!), ben conosciuta per le centinaia di coppie che si sposano nelle grandiose cerimonie di matrimonio che organizza. La cosiddetta “Chiesa di Moon” pretende di essere la religione che sintetizza nel mondo moderno tutte le altre e va bene per qualsiasi persona che voglia trovare Dio.

Infine ci sono i cristiani, la Chiesa cattolica, le altre Chiese storiche che vengono della “Riforma protestante” e dall’anglicanesimo e poi le decine e decine di sette cristiane, che da un lato creano confusione, dall’altro hanno il merito di portare Cristo ovunque. Per molti coreani, specie delle regioni rurali, le sette di natura carismatica o pentecostale sono la prima forma di cristianesimo con la quale vengono in contatto, la loro forma emozionale di cristianesimo convince i coreani.

I cristiani sono calcolati il 30% dei coreani del Sud, più o meno come i buddisti. In Corea non c’è una vera religione nazionale, comd nei paesi musulmani. E’ un popolo ancora alla ricerca di Dio. Giovanni Paolo II, in occasione della Concelebrazione per i martiri della Corea, nella Basilica Vaticana la domenica 14 ottobre 1984, ha detto: “Il popolo coreano ha risposto all’invito al mistico banchetto del Padre celeste mostrando nel proprio cuore una straordinaria disponibilità e un edificante impegno, che oggi sono premiati con una splendida fioritura della comunità ecclesiale”.

II) Il boom delle conversioni negli ultimi trent’anni

Non c’è paese al mondo che nell’ultimo mezzo secolo abbia registrato una crescita così sostenuta e veloce come la Corea del Sud, anche nelle conversioni a Cristo. Dal 1960 al 2010, gli abitanti passano da 30 a 50 milioni, reddito pro capite da 1.300 a 19.500 dollari, personale militare 687.000, i cristiani dal 2 al 30%, i cattolici da 180.000 (lo 0,6%) e 5 milioni (10%).

Il confronto con la Corea del Nord, più estesa e più fornita di ricchezze naturali, dimostra ancora una volta che il comunismo non libera ma distrugge un popolo: abitanti 24 milioni, reddito annuale pro capite 555 dollari, personale militare 1.106.000. Le ricchezze del paese sono impiegate soprattutto nelle forze armate e nella ricerca e produzione di armi anche atomiche per la “difesa del socialismo” da nemici esterni e dal suo stesso popolo; superfluo aggiungere che nel Nord Corea di cristiani e di Chiese cristiane non c’è più traccia.

I dati sul movimento di conversioni a Cristo

Sono stato in Corea del Sud nel 1986, col padre Pino Cazzaniga, missionario del Pime in Giappone che parla il coreano. Ho visto una Chiesa locale con tante conversioni e ancor oggi è così. Ogni parrocchia ha dai 200 ai 400 battesimi di convertiti dal buddhismo all’anno. Si convertono soprattutto le persone istruite delle città (il 30% dei militari sono cristiani!), molti meno nelle campagne.

Ogni anno 130-150 nuovi sacerdoti, in tutto sono circa 5.000, uno ogni 1.110 battezzati. Nel 2008 i cattolici hanno superato il 10% dei sud-coreani e aumentano di circa il 3% ogni anno. Nel 2009 il numero dei battezzati è salito a 157mila, il 10,9% in più rispetto al 2008 e nello stesso 2009 sono stati ordinati 149 sacerdoti, 21 più del 2008; altro dato impressionante (per noi italiani), il 69% dei 4913 preti presenti in Corea nel 2009 aveva tra i 23 e i 40 anni, i missionari stranieri solo 170.

Tutto questo ci dice che la Chiesa cattolica nella Corea del sud è quella che più cresce in Asia, assieme alle Chiese del Vietnam, India e Indonesia; ma a differenza di queste, in Corea ci sono governi democratici che garantiscono la libertà di fede e di vita cristiana e i coreani manifestano una forte tendenza a diventare cristiani. Non solo nella Chiesa cattolica, ma principalmente nelle molte Chiese protestanti, storiche e moderne, come anche nelle sette carismatiche di origine protestante, diffusissime anche nei villaggi rurali più remoti.

I cristiani, tutti assieme, sono circa il 30% dei coreani del sud, il 10% dei quali sono cattolici.

Però più dei numeri conta l’alta percentuale di cristiani presenti fra le élites del paese, fra i professionisti, gli studenti, gli artisti, i militari anche di alto grado, i politici. Dagli anni 80 ad oggi la metà dei presidenti della repubblica erano cristiani. Ad esempio, il famoso Kim Dae-jung (1925-2009), Premio Nobel per la Pace nel 2000 per il suo vigoroso impegno nella riconciliazione fra Nord e Sud della Corea: si era convertito dal buddismo al cattolicesimo a 31 anni. Un’altra grande personalità cattolica sulla scena coreana è stato il card. Kim Sou-hwang (1922 -2009), arcivescovo di Seul dal 1968 al 1998, fautore di un forte impegno della Chiesa cattolica in campo sociale. Durante la lunga dittatura militare, aveva fatto della cattedrale Myong-dong a Seul un rifugio per gli oppositori non violenti alla dittatura. I militari non osarono mai entrare nella cattedrale, che sapevano difesa dal popolo. Per lunghi anni il card. Kim è stato la personalità più influente della Corea.

Perchè i coreani si convertono a Cristo?

Anzitutto bisogna ripartire dal fatto che la Corea ha conosciuto più di tre anni di guerra civile fra Nord e Sud (1950-1953), tre anni di combattimenti feroci casa per casa, di distruzione di molte abitazioni e delle strutture statali che esistevano.

Il padre Giovanni Trisolini, uno dei primi salesiani entrati in Corea nel 1959, mi diceva (nel 1986): “Quando sono giunto in Corea quasi trent’anni fa, c’era una miseria spaventosa. Il paese era ancora distrutto dalla guerra, con gli eserciti che erano passati e ripassati su tutto il territorio della Corea del Sud. Il lavoro principale di noi missionari era di dare da mangiare alla gente, che letteralmente moriva di fame. Non c’erano strade né ferrovie, non funzionava quasi nulla delle strutture statali. Chi visita oggi la Corea (nel 1986) non immagina nemmeno com’era povero questo paese all’inizio degli anni sessanta. A quel tempo era in condizioni peggiori che i paesi africani, aveva come reddito medio pro capite solo 60 dollari all’anno”.

Dopo la guerra civile, il Sud Corea, protetto dalle forze americane e di altri paesi alleati inviati dall’Onu, ha avuto governi che hanno privilegiato l’istruzione del popolo, fondando ovunque scuole con un sistema educativo moderno che ha prodotto buoni frutti. Lo scopo della scuola era di far uscire il popolo coreano dall’insegnamento tradizionale, che trasmetteva una visione dell’uomo di natura confuciana, ereditata dalla Cina e poco adatta a formare giovani in un paese che adottava il sistema di vita moderna proposto dagli alleati e protettori americani.

Già prima della guerra civile, gli occupanti giapponesi avevano fondato scuole di tipo moderno, ma riservate ad alcune categorie di giovani. Nel dopoguerra la scuola è stata estesa a tutti, quindi anche alle bambine, con un insegnamento di materie totalmente diverse da quelle dell’insegnamento confuciano. Questo cambiamento radicale dell’istruzione, in poco tempo ha risolto il problema dello sviluppo economico e del lavoro moderno; ma ha anche contribuito molto a preparare la strada alla democrazia, ai diritti dell’uomo e della donna e al cristianesimo. Insegnando le materie scientifiche e la filosofia moderna basata sulla ragione.

Oggi la Corea del sud non ha più analfabeti, la scuola è obbligatoria e gratuita per tutti (anche se poi le famiglie hanno sempre alcune spese), dal giardino d’infanzia fino alle scuole superiori, umanistiche o tecniche, che tutti o quasi tutti frequentano. Nel 1960 la Corea del Sud era uno dei paesi più sottosviluppati dell’Asia, negli anni ottanta è stata catalogata fra le cosiddette “tigri asiatiche” (con Taiwan, Singapore e Thailandia), cioè paesi che rapidamente si sono sviluppati in campo economico e tecnico.

E’ facile comprendere perché un popolo educato da una scuola moderna, che orienta la vita verso la razionalità e i valori del mondo moderno, si converta facilmente al cristianesimo, che è alla base della Carta dei diritti dell’uomo dell’Onu. Il cristianesimo esercita un forte potere di attrazione, rispetto al confucianesimo e al buddhismo, per almeno cinque motivi:

1) Introduce l’idea di uguaglianza di tutti gli esseri umani creati dalle stesso Dio, Padre di tutti gli uomini; e soprattutto il principio dell’uguaglianza nei diritti fra uomo e donna, pur nella diversità e complementarietà fra le persone dei due sessi. Nella società confuciana la donna non ha la stessa dignità e gli stessi diritti dell’uomo. Nella società confuciana la donna era quasi schiava del marito, le bambine non andavano a scuola e la mentalità che la donna è inferiore all’uomo (“è un uomo mal riuscito”, diceva Confucio) è rimasta in molti costumi popolari.

2) Cattolici e protestanti si sono segnalati per la partecipazione attiva al movimento popolare contro la lunga dittatura militare tra il 1961 e il 1987, quando i militari hanno lasciato il potere ad un governo democratico; confucianesimo e buddhismo promuovevano invece l’obbedienza all’autorità costituita. In due paesi dell’Asia, in Corea, come nelle Filippine, le dittature dei militari e di Marcos hanno lasciato il potere a governi eletti non per rivoluzioni violente e sanguinose, ma per la “rivoluzione dei fiori”, cioè principalmente per le pressioni dell’opinione pubblica coscientizzata dalle Chiese cristiane in Corea e dalle Chiese cristiane in Corea.

3) Il cristianesimo è la religione del Libro e di un Dio personale fatto uomo per salvarci, mentre sciamanesimo, buddhismo e confucianesimo non sono nemmeno religioni, ma sistemi di saggezza umana e di vita; soprattutto non hanno un’organizzazione e direzione a livello nazionale, che rappresenti i loro fedeli. Ci sono tentativi di coordinamento fra le varie pagode e monasteri buddisti, ma ciascuno va per conto suo.

4) Cattolici e protestanti hanno costruito e mantengono un grande quantità di scuole a tutti i livelli, fino a numerose università (quelle cattoliche sono 12), che si sono imposte nel paese come le migliori dal punto di vista educativo e dei valori a cui formano i giovani. Tutte le famiglie vorrebbero mandare i loro figli alle scuole cristiane, come succede in gran parte dei paesi di qualsiasi parte del mondo, proprio perché l’educazione dei giovani ispirata al Vangelo si dimostra la più efficace nel formare persone adulte e mature.

5) Infine, la Corea del Sud è ormai un paese evoluto e anche ricco (si dice che “è in ritardo sul Giappone di soli vent’anni”), nel quale le antiche religioni non danno risposte ai problemi della vita moderna: e questo è inevitabile, perché il mondo moderno è nato in Occidente, dalla radice biblico-evangelica, cioè dalla Rivelazione di Dio1. Il cristianesimo, e soprattutto il cattolicesimo, si presenta come religione moderna, adeguata al nostro tempo, incarnata nei problemi quotidiani della gente, attiva nell’aiuto di poveri.

Però non esiste una risposta risolutiva alla domanda “Perché i coreani si convertono a Cristo?”. Il card. Kim diceva spesso: “Non sappiamo perché abbiamo così tante conversioni a Cristo e alla Chiesa. Ringraziamo lo Spirito Santo e chiediamo la grazia che continui a soffiare forte sul nostro popolo”. 25 anni dopo il mio viaggio in Corea, la realtà delle conversioni conferma quanto mi diceva padre Vincent Ri, prefetto degli studi della Facoltà teologica del seminario maggiore di Kwangju2: “Il coreano è fiero di definirsi religioso: anche fra gli studenti, gli intellettuali, le persone colte, non esiste lo spirito anti-religioso o ateo comune in Europa. Il fatto religioso è al centro della vita del nostro popolo e questa è un’antica tradizione che lo sviluppo economico e tecnico non ha abolito, anzi contribuisce a rafforzare, dato che oggi aumentano i problemi a cui dare risposta e solo il cristianesimo dà queste risposte”.

All’inizio del 2010 la Chiesa di Corea aveva 16 diocesi, tutte con vescovo coreano, e circa 1.571 parrocchie, per 5.000 sacerdoti coreani (compresi 1.555 religiosi) e 10.073 religiose. I missionari stranieri sono ancora 211. I seminaristi sono circa 500 in sette seminari, che producono ogni anno dai 130 ai 150 nuovi sacerdoti. La Chiesa di Corea è anche missionaria all’estero, con circa 150 sacerdoti, metà dei quali appartenenti all’Istituto Missioni Estere di Corea e circa 80 missionari laici missionari che lavorano con loro nelle missioni specialmente in Asia. I cattolici coreani sono in buona maggioranza donne: su 100 battezzati si contano 58,3 donne3.

Mons. René Dupont, oggi vescovo emerito di Andong, nel novembre 2011 ha scritto: “Oggi in Corea il cristianesimo non è più considerato una religione straniera”, anche perché, ha dichiarato mons. Kang-U vescovo di Cheju e presidente della CBCK, non c’è nessun contrasto fra la tradizione religiosa coreana (soprattutto la pietà filiale e il culto degli antenati) e i valori della Chiesa cattolica.

Mons. René Dupont continua dicendo che negli anni 50 e 60 del Novecento i missionari francesi del MEP (“Missions Etrangères de Paris”), quando in Francia raccontavano le conversioni che avvenivano in Corea, “qualcuno sorrideva dicendo che quelli erano “i cristiani del riso” e chiedeva se quei poveri erano più interessati al riso o al cristianesimo. Ma il Signore accende il fuoco con qualsiasi tipo di legno. La Chiesa in quel tempo nasceva vigorosa come un giovane albero che cresce a vista d’occhio”.

Oggi, sessant’anni dopo, i battezzati cattolici sono passati da 180.000 su 30 milioni nel1960 a cinque milioni su 50 di coreani nel 2011, cioè dallo 0,6% al10% dei coreani. Dato che i protestanti sono circa il 20%, questo significa che un terzo dei coreani sono cristiani”. I cattolici in Corea del Sud crescono al ritmo del 2,7-2,8%, mentre i coreani crescono dello 0,8% l’anno.

Il segretario della CBCK, mons. Simon E. Chen nell’agosto 1986 mi diceva: “La nostra Chiesa ha tante conversioni, ma siamo ingiustamente trascurati dall’Europa cristiana e dai missionari. Papa Pio XI mandava missionari e religiosi in Cina, sperando che la Cina si sarebbe convertita. Nel dopoguerra, Pio XII mandò molti missionari in Giappone dicendo: “Se si converte il Giappone, si converte tutta l’Asia”; poi con l’enciclica “Fidei Donum” chiedeva missionari per l’Africa. Giovanni XXIII e Paolo VI esortavano ad andare in Africa e in America Latina.

Noi cristiani di Corea ci sentiamo dimenticati dal mondo cristiano. Quando negli anni cinquanta sono andati migliaia di missionari e suore in Giappone, quasi nessuno è venuto in Corea. La nostra Chiesa è stata scoperta solo con la visita trionfale di Giovanni Paolo II nel maggio 1984. Allora, in Occidente molti si sono meravigliati che qui ci sono tante conversioni e vocazioni. Eppure questo fenomeno dura da 25-30 anni e dopo la visita dal Papa ha assunto dimensioni eccezionali. La sua visita è servita più di tutte le nostre prediche ad annunziare Cristo ai non cristiani ed a fortificare la fede nei nostri battezzati”.

Nessuna notizia di cattolici nel Nord Corea

Nel Nord Corea, i cattolici erano più di 30.000 alla fine della II guerra mondiale. Il regime di Kim Il Sung dichiarò guerra totale contro ogni religione. Oggi, dopo 70 anni di regime comunista, il popolo del Nord Corea soffre la fame e la miseria estrema, in un paese più esteso che al Sud e con grandi ricchezze naturali. Un solo dato: secondo dati ufficiali dei due governi, il Sud offre ai suoi 50 milioni di coreani una disponibilità media di 3.070 di calorie al giorno; il Nord solo 2.150!

Non si si hanno più notizie sicure che sopravvivano dei cattolici nel Nord Corea. Il governo ha riaperto la cattedrale di Changchung ed ha fondato, sul modello cinese, l’associazione dei cattolici patriottici. Ma si tratta di iniziative propagandistiche, che non hanno cristiani alle spalle, ma solo funzionari del governo. La Chiesa cattolica del Sud aiuta il Nord specialmente attraverso la “Caritas Corea”, fondata dalla Conferenza episcopale nel 1975, che è diventata l’organismo più importante della Chiesa cattolica coreana. All’inizio il suo impegno principale era di distribuire gli aiuti che venivano dall’America e dall’Occidente ai poveri della Corea del Sud. “Dagli anni novanta – dice il direttore nazionale padre Michael Chang-jun Lee – da agenzia ricevente siamo diventati un’agenzia che sostiene emergenze e programmi di sviluppo all’estero, soprattutto ai fratelli del Nord”.

La Caritas Corea è impegnata ad aiutare il popolo nord-coreano. pLa Chiesa del Sud Corea ha sempre sostenuto e ancor oggi porta avanti il dialogo col governo del Nord Corea, spesso anche contro il parere dei cattolici profughi dal Nord, che sono per una posizione di intransigenza. Invece i vescovi hanno sempre promosso il dialogo, la riconciliazione e gli aiuti umanitari, anche se non si sa quanto arrivi veramente al popolo e quanto sia usato per le forze armate e i membri del partito. “Non importa – diceva il card. Kim – ogni gesto di amore e di condivisione con i nostri fratelli del Nord porterà col tempo i suoi frutti di pace e di riunificazione”.

III) I laici protagonisti della missione in Corea

Nella capitale Seul i cattolici sono il 14% dei dieci milioni di abitanti e nel 2008 hanno lanciato il programma “Evangelisation Twenty Twuenty” (Evangelizzazione Venti Venti), cioè l’impegno a raggiungere il 20% nel 2020. Il programma vale anzitutto per Seul, ma poi anche per tutto il Sud Corea. Forse non ci arriveranno, ma il solo lancio di questo programma dimostra la fede entusiasta dei laici battezzati, perché i protagonisti della missione ai non cristiani sono loro e tutti lo sanno. Visitando la Corea del Sud, già nel 1986 sentivo ovunque citare questo fenomeno delle tante conversioni a Cristo, che, come sappiamo, è continuato fino ad oggi, portando i cattolici al 10% dei 50 milioni di sud-coreani. Riporto alcuni di interviste fatte a parroci di varie parrocchie nel 1986, ma valide anche oggi per capire come funzionano le parrocchie nella Corea del sud.

Importanza dei “movimenti” nella Chiesa coreana

L’evangelizzazione della Corea è stata per più d’un secolo affidata a tre Istituti missionari di clero secolare (come il Pime): Missioni estere di Parigi (MEP, dal 1836), Missionari di Maryknoll americani (dal 1927), Missionari di San Colombano irlandesi (dal 1937), mentre nel Nord Corea avevano lavorato i Benedettini di Santa Ottilia (tedeschi), che al termine della II° guerra mondiale sono stati espulsi dal governo nord-coreano.

Gli istituti missionari di clero secolare sono nati per fondare la Chiesa dove ancora non esiste e fornire le singole diocesi di personale locale, non per fondare se stessi nei paesi evangelizzati. In genere, gli ordini e le congregazioni religiose sono entrati in Corea dopo la II° guerra mondiale. Questo significa che diocesi e parrocchie hanno acquisito e sono rimaste ancor oggi la quasi unica organizzazione ecclesiale a livello nazionale. Tutto è centrato sulla diocesi e sulla parrocchia, ma le parrocchie offrono uno spettacolo d’incredibile varietà e vivacità, con la presenza integrata nella pastorale e nella missione di vari movimenti ecclesiali. Sono stato ospite di una decina di parrocchie e altre ne ho visitate. Posso dire che dal mattino alla sera tardi la parrocchia è un continuo affollarsi di gente, di gruppi, di movimenti, confraternite, catechismi per fidanzati, catecumeni, giovani sposi, scuole di canto, doposcuola per studenti, ragazzi che giocano, ecc.

Com’è nato il protagonismo dei laici nella Chiesa e delle parrocchie coreane? Oltre a motivi storici, come il cristianesimo portato dai laici in Corea e il lungo periodo di persecuzione e di martirio che ha abituato i laici ad impegnarsi per la fede e i preti ad aver bisogno dei laici, dopo la “guerra civile di Corea” fra Nord e Sud (1950-1953), la minuscola minoranza cattolica si è impegnata nell’aiuto ai poveri, partendo dal distribuire cibo ai molti che erano affamati. Il padre Giovanni Trisolini, già citato, giunto in Corea nel 1958, mi diceva: “Il lavoro principale di noi missionari a quel tempo era di dare da mangiare alla gente, che letteralmente moriva di fame”. Prima ancora del Concilio Vaticano II, i vescovi chiedevano ai singoli fedeli e alle famiglie una partecipazione attiva alla vita della Chiesa, affermando che il cristiano autentico è solo quello che si impegna per la Chiesa e per la pastorale parrocchiale. Subito dopo il Vaticano II i vescovi hanno scritto diverse lettere pastorali e promosso la fondazione di associazioni laicali (giornalisti cattolici, donne cattoliche, medici cattolici, per l’apostolato dei laici, ecc. con lo scopo di organizzare i fedeli in vista della missione verso i non cristiani. Il 14 ottobre 1968 istituivano nella prima domenica di Avvento la “Giornata dell’Apostolato dei Laici”.

Positivo il Sessantotto per la Chiesa coreana”

Mentre in Italia (e in genere nell’Occidente cristiano) il Sessantotto è stato un tempo di contestazione del Papa e della Chiesa e di allontanamento di molti dalla fede cristiana (anche di preti, religiosi e suore), in Corea, in una Chiesa che stava praticamente nascendo dopo un secolo e mezzo di persecuzioni e di guerre, ha significato passi avanti nella presa di coscienza dei laici che la Chiesa aveva bisogno di loro, con la fioritura di iniziative sociali e di annunzio di Cristo ai non cristiani.

I cattolici coreani, che si erano abituati a vivere nel silenzio e chiusi in difesa della fede, hanno incominciato ad interessarsi di problemi sociali e politici, di missione verso l’esterno. Nel 1968 la Conferenza episcopale ha fatto propri i problemi dei lavoratori e dei poveri intervenendo in loro favore e pubblicando una lettera intitolata”Garantire la giustizia sociale e i diritti dei lavoratori”. Nel 1971 c’è il primo incontro di preghiera e di manifestazione contro la dittatura militare e la costituzione della“Commissione per accelerare la giustizia sociale”, formata dai vescovi designati dalla stessa Conferenza episcopale. Inoltre, il card. Kim, arcivescovo di Seul, nella Pasqua 1970 pubblicava una Lettera pastorale esigendo l’unità dei fedeli nella Chiesa e affermando che i fedeli stessi dovevano esercitare la funzione profetica a difesa dei diritti umani; e poi approfittava di ogni occasione per presentare la Chiesa come comunità che, in forza del Vangelo e dell’esempio del suo Fondatore Gesù Cristo, difende i diritti umani e chiede la giustizia e la pace sociale.

Da questa impostazione nascono iniziative di annunzio e di ecumenismo e fioriscono le conversioni. Nel 1950 la Chiesa cattolica aveva 150.000 battezzati, nel 1960 erano 452.000 e nel 1980 un milione e mezzo. Da allora non hanno cessato di crescere fino agli attuali cinque milioni e la spinta delle conversioni non è affatto diminuita. Per cui in un paese che non ha più analfabeti e che vive un rapido sviluppo economico e sociale, molti si convertono al cristianesimo, specialmente ra le classi dirigenti, gli studenti, i professionisti. Un fenomeno unico al mondo, che ha cause molteplici e rimane comunque misterioso.

Un altro aspetto della Chiesa coreana, forse anche questo unico al mondo, è l’integrazione dei “movimenti ecclesiali”, di natura carismatica, nella pastorale e nella missione ad gentes delle parrocchie, che rappresentano l’istituzione Chiesa. I movimenti hanno avuto e ancora hanno un ruolo di stimolo all’evangelizzazione e sono anche istanze di approfondimento della fede. Fin dall’inizio, i primi cristiani coreani erano uniti in “confraternite”, portate dai sacerdoti cinesi che andavano in visita alla Corea: Confraternità del SS. Sacramento, del S. Rosario e altre, che hanno continuato fino al 1953 ad animare la comunità cattolica coreana. In quell’anno entra in Corea il primo “movimento ecclesiale” portato dai missionari irlandesi di San Colombano, la “Legione di Maria”, che in poco tempo si diffonde in tutte le diocesi; nel 1958 arriva il secondo, la J.O.C. (Gioventù Operaia Cattolica, portata dai Salesiani) e poi tutti gli altri movimenti carismatici: il “Worldwide Marriage Encounter” e lo “Happy Family Movement” (portati dai missionari di Marknoll dagli USA), la “Blue Army” (movimento mariano di Fatima), i ”Focolari” (dal 1967 iniziati da un sacerdote coreano) e il “Movimento del Mondo Migliore” (dall’Italia), l’Opus Dei, i “Cursillos”, il “Movimento Cattolico Carismatico”, ecc.

Ecco la novità (che avevo visto anche in Vietnam): questi movimenti, che sono

attivi nel campo delle conversioni e della formazione cristiana, hanno conservato una presenza carismatica ma, come dire, parrocchiale. Vivono in parrocchia, lavorano per la parrocchia e in accordo con il parroco, cosa che non avviene in Italia e in altri paesi cattolici.

A Kwanju, la terza città del paese (1,5 milioni di abitanti), sono ospite della parrocchia di Bang Rim Dong, che nel 1986 aveva 3.200 cattolici, con 350 battesimi di adulti l’anno. I catecumeni sono portati dai laici, il parroco e le tre suore che lo aiutano non fanno personalmente nessun annunzio esplicito di Cristo ai non cristiani. Il parroco, sacerdote diocesano Kim Hong On, così mi descriveva la sua parrocchia: “Abbiamo diversi movimenti ecclesiali, a cui partecipano i cristiani impegnati che sono circa 400. Io non potrei assolutamente seguirli, istruirli, stimolarli alla missione. A questo pensano i “movimenti ecclesiali”, ad esempio la Legione di Maria che è il movimento più forte, come lo è anche a livello nazionale. Ci sono in parrocchia undici presidi di adulti e tre di giovani e di universitari, ciascun presidio ha 15 membri: sono circa 200 laici che si incontrano ogni settimana per un’ora a mezzo, recitano il Rosario, leggono il Vangelo e soprattutto assumono e verificano gli impegni di servizio alla parrocchia e alla missione”.

Più o meno, questa la situazione che ho trovato anche nelle altre parrocchie visitate in varie parti del paese. La suora italiana Saveria Ramonda, incontrata a Chinju, sorella del movimento contemplativo missionario “Padre De Foucauld” di don Andrea Gasparino di Cuneo, mi diceva: “Il movimento più diffuso è la Legione di Maria, che è come da noi l’Azione Cattolica del dopoguerra: forte organizzazione, impegno nella formazione cristiana dei singoli (catechesi, preghiera, lettura del Vangelo) e poi l’ansia missionaria di portare alla Chiesa nuovi neofiti. Ciascun membro si impegna in opere di carità, vanno a visitare i poveri, gli ammalati, partecipano ai funerali (che nelle famiglie è il momento più sentito e di unità familiare), vanno negli ospedali e nelle carceri sempre portando una testimonianza di pace, di gioia e di aiuto vicendevole anche solo psicologico, cioè di partecipazione alle sofferenze altrui. Quando trovano qualcuno che risponde all’invito, lo portano ad una riunione per i non cristiani in parrocchia, lo seguono gli danno il Vangelo da leggere, lo accompagnano fino al battesimo”.

Nella parrocchia di Kwangiu appena citata, il parroco mi dice che vi sono 10 “comitati parrocchiali” formati dai laici: liturgia, missioni, formazione, economia, opere sociali, visite agli ammalati e funerali,giovani, donne, anziani, presenza sul territorio  di comitati zonali parrocchiali. Il “resoconto parrocchiale” 1987 della parrocchia di Kwanju è un volume di più di 100 pagine, con indirizzi, telefoni dei laici impegnati dei vari comitati, nei “movimenti” e nei “gruppi di preghiere familiari” istituiti nei quartieri, con i risultati conseguiti nel 1986 e i programmi per il 1987. Ogni anno la parrocchia pubblica un volume del genere ed è una parrocchia con poco più di 3 mila battezzati, un prete e tre suore! E’ l’esempio più significativo di cosa può fare una parrocchia che vive l’entusiasmo della fede!

In Corea la religione è una cosa seria”

A Seul visito la parrocchia dei salesiani, quella di Kuro 3-Dong, dedicata a S. Francesco di Sales: ambiente operaio di periferia, tra capannoni di fabbriche, case popolari, grandi mercati, scuole. Il parroco è padre Paul Kim Bo Roc, con un giovane missionario spagnolo come assistente (p. Joseph Blanco) e 4 suore salesiane che aiutano in parrocchia. I cattolici sono 9.537 su circa 50 mila abitanti, i battesimi di adulti sono circa 600-700 l’anno. In Seul le parrocchie sono una settantina, ogni anno ne vengono fondate 3 o 4 parrocchie ma non bastano mai. Nel 2011 la diocesi di Seul ha 219 parrocchie con 1,5 milioni di cattolici, su 10,5 di abitanti.
“In parrocchia siamo solo 2 sacerdoti e 4 suore – mi dice p. Kim Bo Roc – ma il vero lavoro di istruzione religiosa lo fanno i laici,
sia negli 8 corsi di catechesi che si svolgono in parrocchia, in ore e per persone diverse, sia nei movimenti ecclesiali molto attivi. Noi sacerdoti abbiamo solo la supervisione di tutto questo movimento, mentre le suore sono direttamente impegnate nella catechesi e visita alle famiglie dei catecumeni e dei cristiani. Inoltre, vi sono numerosi corsi per catecumeni a livello cittadino, a cui mandiamo persone che chiedono il battesimo e hanno bisogno di particolare attenzione, per esempio professori universitari, medici, professionisti…”.

Chiedo a padre Paul se non c’è in tutto questo il pericolo di formalismo. Risponde: “Certo, questo pericolo esiste, ma è tutta la cultura del popolo che è impostata in questo modo. Chi prende un impegno, poi si impegna per davvero. Il cristianesimo è la forza principale che crea la coscienza personale, la libertà della persona. Ad esempio, l’impegno della Messa domenicale è osservato con grandissimo sacrificio personale, anche perché la chiesa molto spesso non è vicina alla propria abitazione! Così l’impegno di confessarsi almeno due volte all’anno. All’inizio dell’anno vengono distribuiti a tutti i battezzati dei foglietti con il loro numero di codice, col quale sono segnati nel registro della parrocchia al momento del battesimo. Quando il fedele si confessa, dà al sacerdote uno di questi foglietti (che non hanno il nome dell’individuo , ma solo un numero di codice), che il sacerdote consegna poi all’incaricato del registro: questo segna tutti quelli che si sono confessati, come segna i bambini che vengono al catechismo, quelli che pagano le quote di aiuto obbligatorio alla chiesa,ecc. Alla fine dell’anno si tirano le somme: i battezzati che non si sono confessati o che non hanno pagato le loro quote, vengono visitati dalle suore o da cristiani amici, per vedere in quali situazioni si trovano e se vogliono ancora restare cristiani.

Dico a padre Paul che per diventare cattolico ci vuole un forte spirito di sacrificio. Mi risponde: “Nelle Chiese protestanti chiedono ai battezzati ancora di più, specie sul piano economico. In Corea la religione è una cosa seria, impegnativa. Noi vediamo che c’è un pericolo di formalismo, ma sta arrivando anche il pericolo opposto, cioè la secolarizzazione ed il materialismo pratico che allontano dallo spirito religioso. La Corea del Sud conosce un predigioso sviluppo economico, la povertà di 30 anni fa è del tutto scomparsa: oggi c’è per noi il passaggio all’abbondanza e anche alla ricchezza. dobbiamo reagire con una formazione cristiana più profonde e personale. La Chiesa coreana, come dice sempre il card Kim, è “come un bambino che cresce troppo in fretta, siamo travolti dall’ondata di conversioni. Chiediamo al mondo cristiano almeno l’aiuto della preghiera”.

La Chiesa cresce per questa attiva partecipazione dei laici all’apostolato. I vescovi stessi, a partire dagli anni ottanta, hanno consigliato i laici e i convertiti a formarsi all’apostolato in qualche movimento. Per cui, ogni nuovo battezzato adulto è invitato a scegliersi un movimento o gruppo presente in parrocchia a cui partecipare. Non è concepibile un cattolico che sia solo passivo ascoltatore e fruitore di cerimonie e di sacramenti. Chi riceve il battesimo sa che deve impegnarsi nella Chiesa e a servizio della parrocchia, perciò deve far parte di qualche movimento o gruppo, oltre che partecipare alle funzioni parrocchiali e contribuire alle spese della parrocchia.

Questa, credo, è la caratteristica più rilevante della Chiesa di Corea, che spiega le centinaia di laici sui quali può contare una parrocchia, ad esempio con soli 3.500 battezzati come quella citata di Kwanjù. Questo è possibile se i laici sono membri di un movimento che li forma cristianamente e trasmette loro lo spirito del carisma che li tiene assieme.

Perché non nascono contrasti fra parrocchia e movimenti o quando nascono sono abbastanza facilmente risolti? E’ la domanda che ho fatto molte volte. Due motivi:

1) Nella Chiesa coreana tutto è centrato sulla diocesi e sulla parrocchia ed è a servizio della parrocchia. Il vescovo mons. René Dupont in una breve intervista mi diceva che tutti i movimenti e associazioni debbono anzitutto inserirsi e impegnarsi a livello diocesano e parrocchiale, poi viene anche il livello nazionale. In tutti i cattolici coreani è entrato il principio che la Chiesa anzitutto dev’essere unita.

2) La parrocchia accoglie tutti i carismi dei movimenti, dando ampio spazio all’azione dei laici. I preti devono imparare a fare i preti fidandosi dei laici, i laici si impegnano nei loro compiti specifici, di cui sono responsabili, naturalmente sotto la guida del parroco. Il miglior coefficiente di unità sta anche nel buon numero di conversioni che lo Spirito Santo continua a mandare alla Chiesa coreana.

1 Ho dimostrato la verità storica e attuale di questa affermazione nel volume “Meno male che Cristo c’è – Vangelo, sviluppo e felicità dell’uomo”, Lindau, Torino 2011, pagg. 326

2 Vedi Gheddo P., “Corea, Chiesa dei record”, in “Mondo e Missione”, agosto-settembre 1988, pagg. 459-478; la citazione a pag. 473.

3 Statistiche della Conferenza episcopale coreana (CBCK) del 31 dicembre 2010.

Padre Gheddo su Radio Maria (2012)

SOSTIENI INIZIATIVE MISSIONARIE! con il tuo 5 per 1000 è semplice ed utilissimo. Sul tuo 730, modello Unico, scrivi 97610280014

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*