Cosa penso del celibato sacerdotale – Padre Gheddo su “Il Timone”

 Benedetto XVI nei giardini giugno 2013Il celibato sacerdotale è tornato alla ribalta per una lettera inviata a Papa Francesco da una ventina di signore che si dichiarano innamorate di preti, un amore ricambiato ma vissuto nel segreto e quindi non in modo sereno, pieno. Chiedono a Francesco di abolire la regola del celibato. Ne scrivo non per dare consigli. Vorrei solo comunicare la mia esperienza di sacerdote da 61 anni, ordinato dal card. Schuster nel Duomo di Milano il 28 giugno 1953! Se il Papa,dopo aver consultato le Chiese locali, decidesse di abolire il celibato, sarei pronto ad obbedire. Nella Chiesa e nel mio Pime (Pontificio istituto missioni estere) vale il principio: “Obbedienza pronta e assoluta” al Papa.

     Sono però fortemente contrario a questa ipotesi, a meno si mettano tali limiti e condizioni, che si salvi la tradizione irrinunciabile del prete celibe. Un vescovo di missione chiedeva di ordinare sacerdoti catechisti in età matura, sposati e stabilizzati sul territorio, per assolvere i peccati e celebrare la Messa nella diocesi. Dato che senza Eucarestia non esiste la Chiesa cattolica, questa mi sembra un’ipotesi plausibile. Nelle missioni, ci sono troppe comunità cristiane che il prete visita una o due volte l’anno e questo è inammissibile.

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    Ma il celibato sacerdotale è per me una delle più preziose conquiste che la Chiesa cattolica, guidata dallo Spirito, ha realizzato nei suoi duemila anni di storia. Il sacerdozio non è un mestiere come gli altri, è una chiamata di Dio per una consacrazione totale della vita al Vangelo, alla Chiesa, al popolo di Dio. Gesù dice: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Giov. 15, 16). Da bambino e ragazzino, nonna Anna e zia Adelaide, che per me e i miei fratelli sono state mamma e papà, mi dicevano: “Tu, quando veniva qualcuno in casa e ti chiedeva cosa farai da grande, rispondevi deciso: il prete! Sempre la stessa risposta”. Quando ho celebrato la prima Messa al mio paese Tronzano vercellese, il vecchio parroco mi ha detto: “Oggi il Signore ha esaudito la grazia che tuo papà e tua mamma hanno chiesto quando si sono sposati nel 1928: che almeno uno dei loro figli si facesse prete!”.

   Gesù mi ha chiamato e io ho risposto di sì. Il prete è un uomo “diverso”, non assimilabile agli altri. Ci sono persone sposate impegnatissime nella società e per loro il matrimonio è un aiuto, ma il sacerdozio è una “missione” che richiede tutto il tempo, tutta la passione, tutto l’impegno che una persona può dare. Il sacerdozio e il matrimonio (“Sono due in una sola carne”) sono due vocazioni totalitarie, che richiedono tutto. E’ già difficile realizzarne una bene, ma due assieme non le vedo.

    Una volta si diceva “Sacerdos alter Christus” perché il prete rappresenta per gli uomini Gesù Cristo, ha ricevuto i poteri di Cristo, presiede la comunità cristiana e deve il più possibile essere simile a Cristo, in modo che la sua vita stessa sia un annunzio del Vangelo. Quando consacro il pane e il vino dico: “Hoc est enim corpus meum”, questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Così disse Gesù agli Apostoli e nella Messa io ripeto quella formula, ma non dico: questo è il corpo di Cristo, ma è il mio corpo, perché in quel momento io sono Gesù Cristo. E il popolo ha diritto di vedere in me e di sentire nelle mie parole l’eco della Parola e della Vita di Gesù.

     Negli anni di seminario ho avuto una formazione molto severa al sacrificio, all’umiltà, alla donazione totale della vita al Signore Gesù e al popolo a cui sarei stato mandato. Durante la guerra, nel seminario di Moncrivello (Vercelli) c’era un grande orto che produceva rape bianche. Quasi tutti i giorni a pranzo rape bollite, amarissime, immangiabili. “Se non le mangi, non avrai nient’altro!”. A me pareva di rigettare, eppure le mangiavo, ragazzino di 11-15 anni! Nelle missioni ho poi dovuto mangiare topi, cavallette arrostite, vermi bolliti, riso piccante che bruciava la bocca, serpentelli, mandioca bollita nauseante, ecc. Mangiavo tutto pensando che quei sacrifici li facevo per Gesù e quel popolo che stavo visitando.

     Giovane prete e missionario, ero trattenuto in Italia per la stampa del Pime e avevo due hobby: suonare il piano e l’organo e giocare al pallone. Ho fatto parte della squadra dell’Università Urbaniana spesso vittoriosa: un cappuccino olandese e il sottoscritto facevamo i goal, in difesa c’era il futuro cardinale Gantin e altri armadi africani: non passava nessuno. Il grande e santo padre G.B. Tragella era rigoroso nella sua vita e pretendeva piena dedizione in chi si dedicava alla stampa missionaria. Il suo motto era: “Non perdere tempo!”. Uomo burbero, parco di lodi, mi seguiva con un amore troppo soffocante per i miei gusti, ma benefico per la mia formazione. Ho dovuto rinunziare ai miei hobby, per dedicarmi totalmente alla stampa e al ministero sacerdotale. Tragella mi diceva: “Eh, tu potresti fare tanto bene nella stampa missionaria, ma perdi tempo per prendere a calci un pallone!”. Capite? Noi vincevamo i tornei universitari e lui capiva solo che prendevo a calci un pallone! Concepiva la vita missionaria come una consacrazione totale all’ideale, senza distrazioni.

      Il compito essenziale, basilare del prete è di innamorarsi di Gesù, pregarlo, conoscerlo, viverlo e imitarlo, per poter essere per la gente «un altro Cristo», pur nei limiti e debolezze di uomo. Poi viene tutto il resto, ma l’amore a Cristo è la conditio sine qua non. Il prete è nella posizione migliore per innamorarsi di Gesù. Certo con molte tentazioni, sbagli, peccati, ma senza altre preoccupazioni che questa: non deve pensare alla casa, al lavoro, alla famiglia, ai soldi, alla pensione (il prete in pensione non ci va mai, a meno che sia costretto dalla salute). Ricordo un’esortazione quasi gridata di Giovanni Paolo II ai sacerdoti messicani nel suo viaggio a Puebla nel 1979: «Siate tutti di Cristo e sarete anche tutti degli uomini».  Se un prete è così, come può essere tutto anche di una donna e della sua famiglia?

  Dico spesso: è bello fare il prete! Se il prete, con l’aiuto di Dio tenta di essere veramente prete, è un uomo felice, realizzato, anche perché capisce a poco a poco questa grande verità: che tutti gli uomini e tutte le donne, tutti i popoli e tutte le culture hanno bisogno di Cristo. Anche quelli che non lo conoscono, anche quelli che lo rifiutano. In questa logica vissuta di consacrazione totale a Dio e agli uomini, sinceramente l’idea di un matrimonio e vita familiare mi sembra proprio qualcosa di estraneo; certamente bello, umano, consolante, ma distraente, con molte eventuali complicazioni. Il celibato, amato e vissuto come consacrazione a Dio, è la miglior garanzia di poter realizzare il ministero sacerdotale in modo totale, trasparente, disinteressato. Il prete celibe è libero da ogni altro legame affettivo e di impegno personale. Solo così può essere di tutti, disponibile per tutti, dare tutto il suo tempo e la sua passione al prossimo, per rimanere sul posto anche a rischio della vita. E penso alle molte situazioni di guerra o guerriglia che ho visto, in Vietnam, Birmania, Angola, Mozambico, Congo, Somalia (ho conosciuto due martiri francescani padre Pietro Turati e mons. Salvatore Colombo), Uganda, Ruanda, Nicaragua, mi dicevano che i missionari protestanti (spesso ottime persone) erano tornati in patria per mettere al sicuro la famiglia.

    L’errore più funesto per un prete è di avere un mediocre concetto della sua dignità e missione, di considerarsi un funzionario, un lavoratore a servizio della Chiesa. Non è così. Io sacerdote, come tutti i sacerdoti, debbo avere un’altissima stima della mia dignità e dell’importanza che ho nella Chiesa e nella società. Stima non di me stesso, Piero Gheddo, che sono un pover’uomo come gli altri; non per quello che faccio o posso fare in campo pastorale e ministeriale, ma per quello che il Sacramento dell’Ordine imprime nel prete: un marchio indelebile, un sigillo spirituale che consacra l’uomo a Cristo. Nel 1983 in Birmania,chiedevo al futuro beato padre Clemente Vismara: “Che messaggio dai ai missionari del Pime e ai giovani che si preparano a diventarlo?”. Risposta: “Bisogna donare la vita con generosità, semplicità, entusiasmo e amore. Non tenere nulla per sé, non essere attaccato nemmeno alle opere che tu fai e alle persone che ti vogliono bene. Bisogna essere liberi per amare davvero Dio e il prossimo. Se il missionario non dona tutto se stesso vale poco. Solo Dio ti basta”.
Piero Gheddo su “Il Timone” 2014

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