Da 50 anni prete missionario – Padre Gheddo su Missionari del Pime

Mi pare impossibile ma è vero: da mezzo secolo sono sacerdote missionario del Pime, ordinato sacerdote il 28 giugno 1953 dal beato card. Ildefonso Schuster nel Duomo di Milano. Eravamo 120 sacerdoti, di cui 96 della diocesi di Milano, gli altri del Pime e Cappuccini. Del Pime siamo rimasti in tre: con me il padre Teodoro Negri missionario in Brasile e padre Giovanni Zimbaldi missionario in Thailandia.

Due i sentimenti che mi riempiono di gioia in questi giorni: anzitutto la voglia di gridare a tutti la mia felicità. Ricordo che nella prima Messa al mio paese di Tronzano (Vercelli), il 29 giugno 1953, ero talmente commosso che non riuscivo a trattenermi dal piangere: avevo realizzato il sogno della mia vita! Ebbene, voltandomi indietro, mi ritrovo nella stessa situazione: sono contento di essere prete e missionario, sono un uomo felice e realizzato, pur fra molte sofferenze e difficoltà. La gioia non viene da condizioni esterne favorevoli (salute, successo, ricchezza, gloria, carriere), ma da una condizione interna: dal fatto di sentirmi amato e perdonato da Dio.

Il secondo motivo per cui mi sento “giovane” e pieno di vitalità (sono nato nel 1929) è questo: visitando in cinquant’anni tutti i continenti e un’infinità di paesi e di situazioni, in pratica mi sono reso conto della verità di quanto diceva la grande Madre Teresa: “I popoli hanno fame di pane e di giustizia, ma soprattutto hanno fame e sete di Gesù Cristo”. E aggiungeva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù Cristo”. Giornali e televisioni non lo dicono, ma questa è la verità: il più grande dono che possiamo fare ai popoli e l’annunzio della salvezza in Cristo e di testimoniarlo nella nostra vita. Ecco perchè sono pieno di gioia: mi sento utile agli uomini perchè ho scelto di testimoniare e annunziare Gesù Cristo, di cui tutti gli uomini hanno bisogno.

Quando ero giovane, chiedevo a Dio di darmi l’entusiasmo per la vocazione sacerdotale e missionaria, e il dono della commozione fino alle lacrime quando parlavo o scrivevo del sacerdozio, della missione, della vocazione alla vita consacrata. Adesso sono ormai nella terza età e chiedo a Dio di non far diminuire in me la passione per il Regno di Dio che ho sperimentato fino ad oggi.

Vorrei dire ai papà e alle mamme, alle nonne e ai nonni e a tutti coloro che hanno la fortuna di avere dei piccoli in casa. Se il Signore chiama un vostro figlio o una vostra figlia per consacrarsi totalmente a Lui, non pensate che vi porta via qualcosa. No, vi fa un grande dono: i figli e le figlie che date al Signore non li perdete, ma li guadagnate: la loro donazione a Dio porta benedizioni alla vostrafamiglia ed essi stessi saranno smepre i primi a correre in aiuto, ad interessarsi dei genitori, dei nonni,di tutti coloro che sono in necessità.

Un gruppo di amici mi ha telefonato: “Che regalo possiamo farti per i tuoi cinquant’anni di sacerdozio?”. Ho risposto con sincerità: “Pregate per me, dite qualche rosario, ascoltate una Messa e fate una comunione per tutti i missionari”. Veramente la preghiera è il dono più grande che potete farmi anche voi, carissime sorelle. Oggi vedo con chiarezza quello che ho sempre saputo: l’unica cosa che mi occorre sempre più è l’amore e l’aiuto di Dio.

Per i miei 50 anni di Messa ho pubblicato il volume “La missione continua – Cinquant’anni a servizio della Chiesa e del terzo mondo” (San Paolo, pagg. 364), richiestomi dalla San Paolo come sintesi della mia esperienza e viaggi di visita alle missioni.

Vi chiedo una preghiera perchè questo volume possa fare del bene e suscitare vocazioni sacerdotali, religiose, missionarie: non scrivo per nessun altro motivo. Il messaggio che vorrei trasmettere è questo: la missione alle genti, cioè ai non cristiani, è l’avventura più affascinante della Chiesa, assieme alla vita claustrale: questa indica il carisma di una vita consacrata alla preghiera e all’adorazione; quella proietta la comunità cristiana fuori dell’ovile, alla ricerca delle pecorelle che non hanno la luce della fede. Madre Teresa, che conosceva bene il mondo pagano, diceva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù Cristo”. E ancora: “I popoli hanno fame di pane e di giustizia, ma soprattutto fame e sete del vero Dio”.

Nello scrivere questo libro mi sono commosso non poche volte. Mi ha permesso di concentrarmi in un atteggiamento di umile riflessione sulla mia vita: ho rivisto le grandi grazie che Dio mi ha fatto, l’indegnità della mia persona e la scarsa corrispondenza. E’ la commozione che prende tutti noi, cari amici lettori, quando pensiamo alla bontà di Dio che ci ha chiamati a seguirlo, noi piccoli e poveri come siamo. Ho provato quanto è bello trovarmi davanti al Signore con due sentimenti che danno serenità e pace del cuore: da un lato la voglia di gridare a tutti la mia felicità, dall’altro il bisogno di dovermi nascondere per chiedere perdono a Dio delle mie debolezze, infedeltà, peccati.

In questi primi mesi del mio anno cinquantesimo ho meditato spesso il carisma del prete, cioè il dono immenso che Dio mi ha fatto chiamandomi a diventare sacerdote. L’immagine più bella, più toccante, che mi commuove sempre quando ci penso, è quella del buon pastore, come Gesù: “Io sono il buon pastore… e dò la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di questo ovile, anche quelle devo condurre e ascolteranno la mia voce e si farà un solo gregge e un solo pastore” (Giov. 10, 1-21).

Che visione esaltante e profetica del mio piccolo lavoro in questa breve vita, se cerco di imitare Gesù! Quando mi trovo tentato di sfiducia, di scoraggiamento per mille motivi, ripenso al movimento dell’umanità che va a Cristo e mi sento rinfrancato. Ecco da dove viene l’entusiasmo di essere prete e missionario: tutto quel che faccio è un contributo piccolo, ma è tutto quel che posso dare, a condurre con amore l’umanità dispersa nel gregge di Cristo! Allora, mi dico: io sono prete non per me stesso, ma per gli altri; la mia vita non ha senso se non annunzio e testimonio Gesù agli uomini che hanno bisogno di Lui; devo spenderla in modo disinteressato, con purezza di intenzione, nella rinunzia e nel superamento di ogni egoismo e da ogni tentazione di denaro, di gloria umana, di interessi personali.

Don Primo Mazzolari, l’indimenticabile “tromba d’argento dello Spirito Santo nella Valle padana”, come diceva Giovanni XXIII, ha scritto: “Se io non porto Cristo agli uomini sono un prete fallito. Posso fare molte cose buone nella vita, ma l’unica veramente indispensabile nella mia missione di prete è questa, comunicare il Salvatore agli uomini, che hanno fame e sete di Lui”.

Il vescovo di Novara mons. Renato Corti scrive nella prefazione del libro, di cui ancora lo ringrazio: “Questo non è un libro di tutto riposo. Nasce da una grande passione apostolica e anche da qualche sofferenza”. La mia sofferenza è questa, che è di tutti noi, care sorella: il mondo attende ancora il Salvatore, ma le vocazioni alla vita consacrata diminuiscono; e a volte noi stessi ci troviamo così distanti dal modello di Gesù Buon Pastore! Cosa fare? Non conosciamo i piani di Dio, dobbiamo fidarci di Lui. A noi spetta solo pregare e dare buona testimonianza di spendere bene la nostra vita: questo ci basta, con l’aiuto di Dio, per essere felici, per quanto è possibile a noi uomini. La vera felicità la troveremo soltanto in Cielo!

Lasciatemi raccontare l’ultima avventura personale. Nel febbraio 2003 sono stato in Indonesia in visita ai missionari Saveriani di Parma. Viaggio interessante, ma poco dopo essere arrivato a Padang, capitale dell’isola di Sumatra, ho incominciato a notare un gonfiore del ventre che non avevo mai avuto e che leggermente mi pareva aumentare ogni giorno. I medici locali non sapevano cosa dire e non sentivo nessun dlore. Ho terminato la visita programmata senza nessuna difficoltà o debolezza, sono tornato a Roma e mi hanno ricoverato d’urgenza all’Ospedale Gemelli di Roma. Sono stato operato per un rigonfiamento, grosso e duro, che mi era cresciuto nel ventre mentre ero in viaggio. Pareva fosse cancro, poi invece è risultato un fibroma dei muscoli addominali, senza conseguenze. Nell’ultimo controllo che ho fatto il 28 maggio 2003, il chirurgo che mi ha operato mi ha detto: “Padre ringrazi il Signore, se l’è cavata bene. Poteva essere molto peggio… molto, molto peggio!”.

Infatti l’ago-biopsia che mi avevano fatto prima dell’operazione registrava una “neoplasia” e in camera operatoria il chirurgo dice: “Questo è un sarcoma”, cioè un cancro maligno; poi, uscendo aggiunge parlando con suor Franca Nava, la mia segretaria infermiera (in Bangladesh e India) che era presente: “Povero padre, avrà una vita grama e dovrà fare molta chemioterapia”. Io non sapevo nulla, avevo pregato e fatto pregare molto l’amico Marcello Candia, che ha risposto subito. Mi ha ottenuto da Dio una serenità, una pace del cuore che mi stupivano perchè ero entrato in ospedale molto affaticato e teso: mi sono trovato come nelle mani di Dio, disposto a tutto quel che il Padre del Cielo voleva e ripetevo soltanto la giaculatoria di Marcello: “Signore aumenta la mia fede!”. Poi, quindici giorni dopo, quando dovevo iniziare la chemio, il professor Magistrelli mi ha detto che non c’era niente e che era contento di essere stato smentito nella sua previsione.

Vi racconto questo fatto per ringraziarvi delle preghiere che fate per i missionari e per me. Sappiate che vanno a buon fine, anche se non sempre venite a conoscenza degli effetti positivi!

Padre Gheddo su Missionari del Pime (2003)

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