Fra i tanti doni che ho ricevuto da Dio c’è anche questo: ho avuto genitori santi. Che fossero santi davvero lo dicevano tutti al mio paese natale (Tronzano in provincia di Vercelli) e fra i parenti e anche i sacerdoti. Terminato il “processo diocesano” a Vercelli, la Congregazione dei Santi sta esaminando le loro vite per vedere se esistono le qualità necessarie per essere dichiarati beati e poi santi dal Papa e venerati dalla Chiesa universale.

Io e i miei fratelli possiamo solo testimoniare che è bello essere figli di genitori santi, perché in tutta la vita ti senti protetto, amato, perdonato, coccolato, consolato e orientato a Dio dall’insegnamento e dagli esempi ricevuti in famiglia. Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, nostri genitori, si erano sposati nel 1928, io sono nato nel 1929, Francesco 1930 e Mario 1931. Poi la mamma ha avuto due aborti spontanei e il 26 ottobre 1934 è morta di parto e di polmonite lei e i due gemellini prematuri.

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Negli anni del Fascismo imperante, il geometra Gheddo era contrario a quell’ideologia della violenza e del dominio del più forte, non aveva mai preso la tessera del partito, non sfilava nelle manifestazioni patriottiche, sebbene fosse un ufficiale reduce della prima guerra mondiale. Infine, aiutava i pochi antifascisti rimasti disoccupati (chi non aveva la tessera del partito non trovava lavoro!), trovando loro un lavoro e una sistemazione. Era tenuto d’occhio dalle autorità politiche e quando è scoppiata la seconda guerra mondiale è stato mandato in primissima fila in Urss, nonostante una legge che proibiva di richiamare alle armi il padre di minorenni orfani di madre. E’ morto nel dicembre 1942 sulla riva del Don, a 30 gradi sottozero, con un gesto di eroismo che ricorda quello compiuto dal Santo Massimiliano Kolbe due anni più tardi ad Auschwitz: era capitano di una compagnia di artiglieria della Divisione Cosseria e ha preso il posto di un giovane sottufficiale che doveva rimanere con 35 feriti gravi e intrasportabili in un ospedaletto sotto un tendone, mentre i russi stavano avanzando e il Comando supremo dell’Armir (Armata Italiana in Russia) aveva dato l’ordine di ritirata immediata.

Mamma Rosetta e papà Giovanni erano persone comuni, semplici in un paese rurale della pianura padana, non hanno fatto nulla di straordinario, i giornali del tempo non si sono mai accorti di loro. Però hanno lasciato un ricordo così vivo di santità che ancora pochi anni fa, nel 2003 e 2004, interrogando i miei compaesani che li hanno conosciuti da giovani, parecchi di loro si sono commossi e qualcuno ha anche pianto! La loro santità veniva dalla preghiera comune in famiglia, Messa quotidiana, partecipazione attiva alla parrocchia e all’Azione cattolica. Da questa carica spirituale veniva la loro bontà, onestà, amore per i poveri e una educazione profondamente religiosa data a noi figli. A volte mi chiedono: “Come i suoi genitori hanno trasmesso la fede ai figli?”. Io rispondo che l’hanno trasmessa vivendo una autentica vita di fede, come singole persone e come coppia di sposi e genitori.

In noi bambini la fede è entrata naturalmente come la lingua italiana. Uno impara l’italiano quasi senza accorgersene e questo vale anche per la fede, se la famiglia è davvero credente e praticante. Uno dei più bei ricordi che ho di mamma Rosetta (morta quanto avevo cinque anni e mezzo!) e papà Giovanni con noi bambini è quando alla sera dopo cena si diceva assieme il Rosario seduti attorno al tavolo e noi bambini eravamo aiutati da mamma e papà a recitare l’Ave Maria, a tenere le mani giunte. E poco dopo ci portavano a letto. Nella camera matrimoniale c’era un bel quadro di Maria col piccolo Gesù, che ho ancora in mente perché ci inginocchiavamo tutti davanti a quel quadro e recitavamo assieme le preghiere della sera.

Qualche anno dopo, mamma Rosetta era già morta, e noi con papà ci eravamo uniti alla famiglia della nonna Anna (Neta in piemontese), che viveva con due sorelle maggiori di papà, Luigia handicappata alle gambe (ma in casa poteva camminare) e Adelaide, insegnante elementare e direttrice didattica delle scuole di Tronzano. Papà Giovanni, geometra, durante il giorno lavorava molto visitando le cascine e i paesi vicini in bicicletta, ma al mattino ci svegliava alle cinque e mezzo, per portarci alla Messa prima in parrocchia, che era alle sei. I più grandicelli di noi servivano Messa e Mario stava con papà in coro, dietro l’altare. Un ricordo bellissimo di quelle Messe all’alba è che io ero incaricato da papà, se lui non veniva, di andare in coro a dirgli di venire per la Comunione. Qualche volta papà dormiva! Veniva subito e poi dopo Messa si scusava col sacerdote in sacrestia. Caro papà, lavorava tutto il giorno e alla sera stava alzato fino alle 22-23 per fare i conti e disegnare i suoi lavori. Ma al mattino montava la sveglia per non perdere la Messa, pur di portare i suoi bambini in chiesa! Noi poi andavamo a dormire anche al pomeriggio, ma lui aveva una giornata piena di lavoro. Sono questi gli esempi che rimangono vivi nella nostra memoria di figli anche 60-70 anni dopo. E ci educano ancora alla fede.

Un altro forte segno di santità dei genitori era la loro bontà e generosità verso i poveri, in paese ancora ricordata. Eravamo una famiglia di condizioni economiche medio-basse, perché papà lavorava molto ma guadagnava poco. Zia Adelaide diceva: “Vostro papà non sapeva farsi pagare”. E la zia, che ci ha fatto da mamma e poi anche da papà quando Giovanni è andato in guerra, spiegava: “Quando aveva finito un lavoro, lui mandava la parcella al committente con le spese e il compenso, poi per lui tutto era finito. Se l’altro pagava subito diceva: Deo gratias! Se pagava con ritardo diceva: Bisogna avere pazienza. E se non pagava? Se era una famiglia povera, si informava e poi diceva: Si vede che non possono pagare!”. Papà era un uomo stimatissimo e autorevole in paese. Presidente dell’Azione cattolica e segretario dell’Associazione per la distribuzione delle acque del Canale Cavour alle risaie di Tronzano; inoltre, veniva chiamato “il paciere”, cioè colui che, senza avere nessun incarico ufficiale, veniva chiamato per portare la pace nelle liti di famiglia o tra famiglie. Riusciva a mettere d’accordo, prima che intervenissero avvocati e giudici.

Un episodio della mamma. A Tronzano c’era una signorina sola con un bambino più meno della nostra età, avuto fuori del matrimonio. Quella ragazza era evitata da tutti, umiliata: a quel tempo le “ragazze madri” erano considerate poco di buono.. Mamma Rosetta le dava e le trovava da lavorare come sarta e poi uscivano assieme qualche volta per andare a Messa o a fare la spesa. Un’anziana signora mi ha detto: “Ho imparato da sua mamma che il comandamento dell’amore ci impone di amare tutti, non solo quelli che ci sono simpatici”. Nella mia famiglia i poveri venivano accolti e aiutati, a volte venivano fermati a mangiare. Alcuni testimoni del processo diocesano per la beatificazione hanno riferito: “Nessun povero passava dalla casa del geometra Gheddo senza ricevere qualcosa”. Mamma Rosetta era una santa anche lei. Quando morì nell’ottobre 1934, a quasi 32 anni, nel suo paese natale di Crova (prov. Vercelli), vicino a Tronzano, l’anziano parroco e teologo della diocesi ha celebrato la S. Messa di trigesima con la chiesa piena. E’ uscito sull’altare con i paramenti bianchi e ha detto: “Ho conosciuto Rosetta da quando è nata alla morte e l’ho ancora confessata pochi giorni fa. Era un angelo ed è già in Paradiso. Non celebriamo la Messa dei defunti, ma cantiamo la Messa degli Angeli”. E ha fatto cantare in gregoriano la “Missa de Angelis”.

Ho studiato teologia nel seminario teologico del Pime a Milano per quattro anni, poi mi sono laureato in teologia all’Università Urbaniana a Roma, ho fatto tutto il Concilio Vaticano II come giornalista dell’Osservatore Romano. Ma se penso da dove viene la mia fede così forte e senza dubbi, nonostante tutte le prove e sofferenze della vita, non ho dubbi: viene da mamma Rosetta e da papà Giovanni e dalla nostra grande famiglia.

Piero Gheddo

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