Francesco il Papa che piace ai missionari – Padre Gheddo su Radio Maria

Cari amici di Radio Maria, a marzo vi ho parlato de “La preziosa eredità di Benedetto XVI” e oggi vi parlo di Papa Francesco, un altro grande dono dello Spirito alla Chiesa e all’umanità. Un Papa assolutamente imprevisto e anche provvidenziale.

Vi ricordate quando l’11 febbraio Benedetto XVI aveva annunziato la sua rinunzia al Pontificato per il 28 febbraio? Con lo stupore per questa imprevista rivelazione, subito si scatenò la canea di giornali e talk show televisivi, che esprimevano rispetto per Papa Benedetto, ma anche previsioni pessimiste sul futuro della Chiesa: il Papa teologo si è dimesso perché non riusciva a controllare la Curia, perché troppi scandali di preti e vescovi l’hanno umiliato e travolto; un giornale addirittura scriveva: “Può essere l’inizio di una decadenza della religione cattolica, che ormai nei nostri paesi evoluti sopravvive con difficoltà”. Giornali e televisioni vivono di scandali, di denunzie, di processi, diffondono il pessimismo su tutto.

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Ebbene, esattamente un mese dopo quell’11febbraio, cioè il 13 marzo, il Papa dimissionario e la sua blaterata Curia sono riusciti a convocare i cardinali da ogni parte del mondo, che si sono incontrati e conosciuti parecchi per la prima volta, e poi, chiusi in Conclave nella Cappella Sistina, in un giorno e mezzo hanno eletto il Vicario di Cristo in terra, l’arcivescovo di Buenos Aires, Giorgio Mario Bergoglio, Papa Francesco. Ecco la pura e semplice verità: Papa Benedetto, sentendosi venir meno le forze (a 86 anni), si era messo in pensione aprendo la strada ad un Papa più giovane che suscita grandi entusiasmi. La Chiesa cattolica ringiovanisce, si rinnova ad ogni svolta storica, cosa che nessun altro ente mondiale riesce a fare.

La mia catechesi si svolge in tre punti:

  1. Un Papa umile che viene da lontano
  2. Con la sua semplicità riformerà la Chiesa
  3. Sta già realizzando la Teologia della Liberazione

Parte Prima – Un Papa umile che viene da lontano

Papa Francesco nasce a Buenos Aires nel 1936, da una famiglia di immigrati dal Piemonte in Argentina nel 1929 l’anno della grande crisi finanziaria. I nonni Rosa Vasallo e il marito Giovanni Angelo avevano una cascina nel Monferrato, terra di vini pregiati, a Portacomaro (Portacomé in piemontese) in provincia di Asti e gestivano una pasticceria con il figlio Mario Giuseppe Francesco, il papà del futuro Papa. Non erano una famiglia povera, ma già tre fratelli di nonno Bergoglio erano emigrati in Argentina e insistevano che anche il fratello Giovanni andasse con loro.

Il futuro Papa studia e lavora fino 21 anni

Così la famiglia Bergoglio, vendute le sue proprietà, nel gennaio 1929 emigra in Argentina, come altri 535.000 italiani emigrati in Argentina nel decennio 1920-1930! Ma sperimenta subito la durezza della crisi economica. I tre fratelli Bergoglio avevano iniziato una ditta di pavimentazione e si erano costruiti il Palazzo Bergoglio di quattro piani, addirittura con l’ascensore. Ma la crisi economica costringe i Bergoglio a chiudere la loro ditta e a disperdersi. Mario Bergoglio, figlio di Rosa e Giovanni e padre del futuro Papa, allora aveva 21 anni, si adatta a fare diversi lavori e nel 1935 sposa Regina Sìvori, anch’essa con genitori di origini genovesi e piemontesi. Si erano incontrati nell’oratorio dei salesiani ad Almagro, quartiere povero di immigrati italiani a Buenos Aires, si sposano il 15 dicembre 1935 e un anno dopo, il 17 dicembre 1936 nasce il primo figlio Giorgio Mario, il futuro Papa Francesco dal 13 marzo 1913; al quale seguono altri quattro fratelli, Alberto, Orazio, Marta e Regina Elena nata nel 1948, l’unica ancora in vita.

La famiglia era profondamente religiosa e con tutti quei figli faceva difficoltà a sopravvivere col solo stipendio del padre, contabile in un’azienda tessile. Anche l’Argentina era gravemente colpita dalla crisi economica mondiale e quando il primo figlio Jorge Mario finisce le elementari il papà gli dice che se vuol andare avanti a studiare, deve però anche incominciare a lavorare per aiutare a mantenere la famiglia. Jorge Mario, finite le elementari, lavora a fare le pulizie nell’azienda del papà e intanto segue le scuole medie. A 14 anni si iscrive ai corsi di un Istituto tecnico-industriale: lavorava in azienda aiutando nell’amministrazione dalle 7 alle 13 e seguiva la scuola dalle 14 alle 20 e si diploma in chimica dell’alimentazione!

Una vita durissima per un adolescente, ma Giorgio Bergoglio ha dichiarato: “Ringrazio tanto mio padre perché mi ha mandato a lavorare. Il lavoro in giovane età è stato una delle cose che più hanno fatto uomo. In particolare, dove lavoravo ho imparato il bene e il male nella vita”. Da ragazzo giocava al pallone ed era appassionato di calcio, alla domenica pomeriggio andava allo stadio a veder giocare il San Lorenzo di Almagro, la squadra del quartiere italiano fondata dal padre salesiano Lorenzo Massa. Ancor oggi non ha perso questa passione.

Nel 1953 aveva quasi 17 anni e la fede si era appannata come succede a non pochi adolescenti. In una festa religiosa va in chiesa e gli viene l’ispirazione di confessarsi da un padre, che gli trasmette il fuoco dell’amore di Dio e per la prima volta percepisce la chiamata di Dio a diventare sacerdote. Da quel momento coltiva questo pensiero con la preghiera e tornando a frequentare la chiesa e i sacramenti. Continua a lavorare ma a 20 anni, nel 1956, una gravissima polmonite lo porta quasi alla tomba: tre giorni con febbre altissima, poi l’operazione che gli asporta la parte superiore del polmone destro e una dolorosa convalescenza. In quei mesi di lancinanti sofferenze, suor Dolores Tortolo che l’aveva preparato alla prima Comunione gli dice più volte: “Tu stai imitando Gesù, sei sulla Croce come Gesù”. Giorgio Mario Bergoglio prega e medita queste parole, si orienta in una via di profonda spiritualità.

Più tardi, ricordando quegli anni spiega nel libro “El Jesuita”: “Il dolore non è una virtù, però può essere virtuoso il modo in cui lo si vive. La nostra vocazione è la ricerca della felicità e in questa ricerca il dolore è un limite. Per questo il senso del dolore si capisce davvero attraverso il dolore del Dio fatto uomo, Gesù Cristo”.

A 21 anni entra nel seminario diocesano di Buenos Aires e pochi mesi dopo, l’11 marzo 1958, nel noviziato dei gesuiti ed è ordinato il 13 dicembre 1969, dopo aver studiato in Cile e in Argentina ed essersi laureato in filosofia e teologia. Negli anni settanta e ottanta, padre Bergoglio svolge diversi compiti: maestro dei novizi, insegnamento, attività pastorale in parrocchia, direzione spirituale e scrive libri di meditazione e di spiritualità. I confratelli gesuiti lo ammirano molto per la sua semplicità, umanità e capacità di leadership e lo eleggono superiore regionale dei gesuiti in Argentina dal 1976 al 1980. Proprio nel 1976 il generale Jorge Rafael Videla assume il comando del paese con un colpo di stato e Bergoglio, come capo dei gesuiti, è coinvolto come molte altre autorità religiose argentine nella semi-guerra civile che si è combattuta in Argentina fino a metà degli anni ottanta. Ma di questo dirò nella III parte della mia catechesi, parlando della Teologia della Liberazione che negli anni settanta e ottanta infiammò e divise le Chiese e i credenti in Cristo dell’America Latina.

Misericordioso con tutti, ma fermo nella dottrina

Dal 1980, quando Giorgio Mario Bergoglio scade da superiore dei gesuiti argentini, fino al 1992 quando è nominato vescovo ausiliare di Buenos Aires, il futuro Papa Francesco è rettore del Collegio San Miguel nella capitale fino l986 quando viene mandato in Germania dove completa la tesi di dottorato in teologia e altri studi per due anni (parla correntemente il tedesco); ritornato in Argentina, è assegnato alla chiesa dei gesuiti di Cordoba come confessore e direttore spirituale, mentre continua ad insegnare, pubblicando in questi anni libri di meditazione e di spiritualità.

Nel maggio 1992 è nominato vescovo ausiliare di Buenos Aires e il 28 febbraio 1998 succede all’arcivescovo card. Antonio Quarracino (1923-1998); nel 2001 il Papa lo nomina cardinale e mons. Bergoglio dice in una intervista: “Il cardinalato è un servizio, non una onorificenza di cui vantarsi. Il vantarsi di se stessi è un atteggiamento della mondanità spirituale, che è il peggior peccato della Chiesa. Il carrierismo, la ricerca di avanzamenti rientra pienamente in questa mondanità spirituale… Guardate il pavone, com’è bello se lo vedi davanti. Ma se fai qualche passo e lo vedi da dietro, cogli la realtà… Chi cede a questa vanità autoreferenziale in fondo nasconde una miseria molto grande”.

Nel 2005 viene eletto presidente della Conferenza episcopale argentina per un primo mandato triennale, confermato nel 2008. E nello stesso 2005 partecipa in Vaticano come cardinale elettore al Conclave che elegge Joseph Ratzinger a Papa Benedetto XVI e, come ormai tutti sanno, ottenne il maggior numero di voti dopo Ratzinger. Non era ancora il suo momento, che viene otto anni dopo! Nel febbraio 2013, quando Benedetto XVI aveva già annunziato che il 28 febbraio avrebbe rinunziato alla sua missione di Pontefice romano, nomina il card. Bergoglio membro della Pontificia Commissione per l’America Latina. Forse una indicazione sotto tono che il “Papa emerito” voleva dare ai cardinali elettori, avendo conosciuto bene la storia e lo stile pastorale del cardinale Bergoglio. I vent’anni come vescovo e poi arcivescovo della capitale sono il periodo significativo di Giorgio Mario Bergoglio, per capire meglio Papa Francesco. Tre sono le sue caratteristiche:

1) La semplicità della sua vita, l’approccio cordiale con le persone. Bergoglio era un vescovo popolare, si avvicinava il più possibile alla vita della gente comune. Viaggia in pullman e in metropolitana, all’inizio abita in un piccolo appartamento (poi prende la stanza da letto nel palazzo episcopale), risponde personalmente al telefono, visita i preti ammalati, lo si vede in città a piedi e nei negozi; e poi cerca il contatto con i suoi fedeli, parla con tutti, si informa sulla loro vita, visita soprattutto i malati, i carcerati, le baraccopoli di Buenos Aires.

Nella mia ultima visita a Buenos Aires (1996), l’amico Walter Gardini, professore all’Università dei gesuiti e collaboratore del “Clarin”, mi raccontava che era stato con mons. Bergoglio a visitare una “Villa miseria”, le baraccopoli della capitale. Emigrato dall’Italia da poco tempo, Gardini era ammirato della naturalezza con la quale il vescovo avvicinava gli ultimi, entrava nelle baracche, si sedeva, si interessava dei loro problemi, parlava e mangiava con loro, portando la Parola di Dio e il conforto dell’Eucarestia, facendo intervenire la Caritas per i più poveri. Voleva avvicinare la Chiesa agli ultimi, ai più poveri, ai più lontani dalla fede.

Soprattutto va notata l’immediatezza della sua predicazione, le sue omelie, i suoi discorsi (ormai quasi tutti pubblicati in italiano) vanno dritto al cuore del tema che vuol trattare. Non si perde in discorsi astratti, parla della vita e delle realtà che tutti vedono e vivono, tocca il cuore della gente. Il contenuto generale è quasi sempre lo stesso: Cristo ama tutti ed è vicino a tutti e la Chiesa è aperta, accoglie tutti. Dio è buono e Padre di tutti gli uomini redenti dal sangue di Cristo

2) Il rigore della dottrina e la misericordia. Il card. Bergoglio univa questi due termini nel suo stile pastorale di prete e di vescovo. Insiste sulla misericordia e il perdono di Dio, ma è anche preciso e forte nel sostenere la retta dottrina e nel condannare gli sbandamenti della società e i peccati che diventano “moda comune, pensiero unico”. Ma questo c’è anche nelle nostre Chiese europee.

L’aspetto più interessante è il suo concepire la pastorale come aprirsi alle necessità della gente, per poter parlare alle persone annunziando il Vangelo. In un intervista a Gianni Valente della rivista “Trenta Giorni”, il card. Bergoglio ricordava l’episodio biblico del profeta Giona, che pensava di saper tutto sul bene e sul male e di poter giudicare chi erano i fedeli dentro o fuori dell’Alleanza con Dio. Credeva di avere “la ricetta per essere un buon profeta”. Dio lo manda a Ninive, la città del peccato nella quale Giona pensava inutile andare perché era il simbolo “di tutti i peccati e i crimini, di tutti quelli che stanno fuori, che sono lontani”.

Così Giona fugge, in quella città non vuole andarci, aveva le sue certezze e Ninive non entrava nei suoi piani, nei suoi schemi. Ma Dio è più forte di lui e lo porta a Ninive per gridare a quei peccatori che Dio li perdona, che è in attesa del loro ritorno. Giona va, predica e la città maledetta si converte. Il card. Bergoglio commenta: “Giona voleva fare le cose alla sua maniera, voleva guidare tutto lui. Aveva recintato la sua anima col filo spinato di quelle certezze che, invece aprire orizzonti di maggior servizio agli altri aveva indurito il suo cuore. Quanto indurisce il cuore una coscienza isolata! Giona non sapeva più cme Dio conduceva il suo popolo con cuore di Padre. Le nostre certezze – continua il futuro Papa – possono diventare un muro, un carcere che imprigiona lo Spirito Santo! Colui che isola la sua coscienza dal cammino del popolo di Dio non conosce l’allegria dello Spirito Santo che sostiene la speranza! E’ il rischio che corre la coscienza isolata, di coloro che dal chiuso mondo della loro coscienza si lamentano di tutto o si gettano in battaglie per essere ancor più autoccupati e autoreferenziali”.

Il vescovo Bergoglio voleva una “Chiesa missionaria” che non si chiude ma va ai lontani, annunziando nei fatti la misericordia di Dio. Soffriva quando viene a sapere che alcuni sacerdoti rifiutavano il battesimo ai figli di coppie irregolari, che non vivevano secondo il matrimonio del Vangelo. Diceva: “Il bambino non ha alcuna responsabilità dello sato del matrimonio dei genitori”. E aggiungeva che “il battesimo del bambino diventa anche per i genitori un nuovo inizio”. Non tollerava che sacerdoti o collaboratori pastorali assumessero un atteggiamento “padronale”, come se dipendesse da loro concedere o no il battesimo.

Il futuro Papa invitava tutti ad essere missionari, che significa testimoniare e annunziare a tutti il Vangelo e la paternità e misericordia di Dio. “La Chiesa non può essere un club di puri, i sacramenti sono per tutti gli uomini

3) Il vescovo Bergoglio seguiva un criterio preciso: “Salus animarum suprema lex” (La suprema Legge è la salvezza delle anime). Misericordioso con le pecorelle smarrite, ma rigoroso quando si trattava di comportamenti pubblici, di leggi dello stato che erano contrarie alla Legge naturale e creavano il costume (Lex creat mores” dicevano gli antichi romani, la legge crea il costume). Alcuni esempi.

Nel 2009 l’arcivescovo si scaglia contro il matrimonio tra due uomini autorizzato da una Corte di giustizia, definendolo “assolutamente illegale” e nel 2010, quando l’Argentina diventa la X° nazione al mondo a legalizzare il matrimonio fra omosessuali con gli stessi diritti delle coppie etero, Bergoglio e gli altri vescovi insorgono con parole forti e la presidentessa Cristina Kirchner accusa l’arcivescovo di usare “toni da Inquisizione”. L’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali è bocciata da Bergoglio come “discriminazione nei confronti del bambino”.

Nel 2009 critica il governo Kirchner accusandolo di “immoralità, illegalità e ingiustizia” e di non fare nulla per ridurre la sperequazione tra ricchi e poveri. Nel 2012 l’arcivescovo pronunzia un forte discorso contro le “nuove schiavitù”, la tratta degli esseri umani, la povertà estrema di chi vive di rifiuti, ad esempio i “cartoneros” che vivono raccogliendo carta e cartone, quelli che dormono per le strade o nelle stazioni della metropolitana, ecc. Bergoglio definisce questi ultimi “sacrifici umani” e tuona contro chi ruba allo stato e ai poveri e all’abitudine delle “tangenti”. Infine esorta i concittadini: “Ognuno faccia ciò che può, ma senza lavarsene le mani, perché altrimenti siamo complici di questa schiavitù”.

II) Con la sua semplicità riformerà la Chiesa

Mercoledì sera 13 marzo ero nella parrocchia di Pieve Emanuele (Milano) col parroco don Benvenuto Riva, per una delle tre serate di predicazione quaresimale su Santa Teresa del Bambino Gesù. Alla notizia del Papa latino-americano abbiamo applaudito, pieni di gioia. Don Benvenuto è stato sacerdote fidei donum della diocesi ambrosiana in Zambia per dodici anni, io sono missionario e mezzo secolo visito le missioni in ogni parte del mando. Ci siamo capiti al volo.

Papa Francesco ha caratteristiche che piacciono ai missionari. Rappresenta il modello di pastorale e di vita cristiana delle missioni dove nasce la Chiesa, dove lo Spirito soffia forte e compie le meraviglie che leggiamo negli Atti degli Apostoli. Oggi la maggioranza dei cattolici e dei cristiani vivono nel Sud del mondo. Non è ancora un Papa asiatico o africano, ma anche l’America Latina, dopo 500 anni di virtuale evangelizzazione, con l’occupazione di tutto il territorio da parte di diocesi e parrocchie (all’inizio del ‘900 nel Sud America le diocesi erano 140, oggi sono più di 600), da mezzo secolo sta vivendo il tempo del “primo annunzio” di Cristo. Il tempo delle missioni.

La sua elezione rafforza la nostra fede

Da quasi un mese, dal 13 marzo, abbiamo la gioia di avere Papa Francesco, una gioia condivisa, perché il nuovo Vescovo di Roma ha toccato il cuore di molti. Dall’Algeria, paese musulmano, padre Silvano Zoccarato scrive: “La gente ripete con gioia: “E’ uno di noi”. Dal Bangladesh, altro paese musulmano, padre Paolo Ballan scrive che nelle celebrazioni pasquali della sua parrocchia di Mirpur, quartiere popolare di Dacca, quest’anno sono venuti molti musulmani, incuriositi per capire cosa succede nella Chiesa; ha dovuto mettere all’esterno della chiesa degli altoparlanti perché non pochi cristiani erano rimasti fuori.

Lo Spirito Santo ha preso Jorge Mario Bergoglio “quasi dalla fine del mondo” e l’ha portato nelle nostre antiche Chiese d’Europa come un seme di rinnovamento e una sfida al nostro modo di concepire il vescovo, il prete, la parrocchia, la pastorale e la vita cristiana. Già da sacerdote gesuita e poi da vescovo ausiliare (1992) e da arcivescovo di Buenos Aires (1998), Giorgio Mario Bergoglio aveva dato molti segni delle novità di cui era portatore. Eppure era stato eletto e scelto per compiti di sempre maggior responsabilità. Seguiva la sua linea con umiltà e pazienza, suscitando anche opposizioni e critiche, ma confidando sempre nello Spirito Santo.

Fino al fatto imprevisto e a priori impossibile. 115 cardinali (età media 73 anni), provenienti dai cinque continenti, che parlano lingue diverse (si intendono in italiano e latino), hanno vissuto storie diverse, vengono da culture e paesi diversi, in grande maggioranza non si erano mai incontrati; ebbene, questi 115 anziani si riuniscono in clausura nella Cappella Sistina, pregano, discutono, votano e un giorno e mezzo dopo eleggono il Papa che nessuno prevedeva: proprio il Giorgio Mario Bergoglio, conosciuto come prete gesuita, vescovo e cardinale portatore di novità diciamo “rivoluzionarie” nella Chiesa cattolica. Sia pure la “rivoluzione” del Vangelo che non è mai una rottura col passato, ma un passo in avanti. Verso dove? Verso il modello di Gesù Cristo, l’uomo-Dio che ha salvato l’umanità sacrificandosi sulla Croce e risorgendo il terzo giorno. E poi, i 115 rappresentanti di ogni parte del mondo, eccoli uno dopo l’altro, con tutte le loro grandi diversità che assieme hanno formato una ricchezza, a giurare obbedienza e fedeltà al Papa. Certamente non pochi di essi, all’inizio, non erano favorevoli a tutto quello che Bergoglio rappresentava e rappresenta. Eppure, un giorno e mezzo nella Cappella Sistina convince tutti: hanno scelto lui con grande coraggio.

Un amico mi dice: “Non avrei mai creduto possibile che i 115 cardinali avrebbero scelto un giovane di spirito così diverso da quasi tutti loro!”. Nella nostra Italia, più d’un mese dopo le elezioni politiche, i nostri eletti dal popolo non riescono a darci un governo e un nuovo Capo di Stato. E non parliamo dei veti incrociati che bloccano l’Onu e la Comunità Europea! Per noi credenti in Cristo, l’elezione di Papa Francesco, oltre a tutto il resto, è la lampante conferma della nostra Fede nello Spirito Santo che, al di là di ogni crisi, governa e guida la Chiesa.

Nulla nel mondo è paragonabile all’unità e fedeltà del miliardo e 200 milioni di cattolici che, chiunque esso sia, credono e vedono nel Papa il Vicario di Cristo e, pur con tutti i limiti, gli alti e bassi e i tradimenti degli uomini, gli obbediscono, lo seguono e si riconoscono nel “Corpo mistico di Cristo” rappresentato visibilmente dal Pontefice romano. Questa volta eletto, come sappiamo, da 115 anziani, non più intelligenti o sapienti di tanti altri come loro, che ancora ricoprono posti di comando. Ma quale altro impero o ente internazionale, quale altra religione o multinazionale, ha prodotto qualcosa di simile a quello che abbiamo visto con i nostri occhi il 13 marzo?

Ma tutto questo non può essere assolutamente un vanto di cui gloriarci. Sarebbe assurdo! La fede non è nostro merito, ma un dono di Dio e l’elezione di Papa Francesco conferma la nostra Fede non solo in Dio Padre, in Gesù Cristo e nello Spirito Santo, ma proprio nella Chiesa cattolica che ha questa vitalità e giovinezza interna per cui, da duemila anni, risorge dopo aver ricevuto batoste mortali, persecuzioni interminabili e sanguinosissime, tradimenti e abbandoni dolorosi che l’hanno umiliata e tramortita. Quanti battezzati dicono: “Gesù Cristo sì, ma la Chiesa e i preti no”. Sappiano, questi cari amici (ne conosco parecchi), che l’autentico Cristo s’incontra solo nella Chiesa cattolica, che apre le porte a tutti. Fuori dell’obbedienza alla Chiesa e al Papa si incontrano molti “cristi fai da te” che non sono autentici e portano fuori strada. Solo Dio giudica le intenzioni dei singoli, ma la verità è questa, come dimostrano l’elezione di Papa Francesco e i suoi primi passi. Ma questo non basta. Tutti noi, credenti in Cristo, siamo impegnati a seguire Papa Francesco e ad accompagnarlo con la preghiera e la testimonianza, cioè la “tensione missionaria” verso l’annunzio ai lontani, agli ultimi, alle pecorelle smarrite.

Com’è la Chiesa che Papa Francesco vorrebbe

Molti si chiedono che Chiesa sarà quella di Papa Francesco. Nessuno lo sa, però ha dato subito molti segni di essere un Papa diverso, nuovo. A partire dalle prime parole pronunziate dal Balcone di San Pietro per salutare la folla osannante dei fedeli: “Buona sera!” e poi in tutti i gesti e le parole di quella prima magica serata, che aveva toccato i cuori di chi lo vedeva e ascoltava. Mi veniva in mente Giovanni XXIII quando al termine dell’11 ottobre 1962, quando era iniziato il Concilio Vaticano II, parlando a braccio dalla finestra del suo studio salutava e licenziava i fedeli in Piazza San Pietro dicendo: “Vedete, anche la luna si è affacciata lassù in cielo per partecipare alla nostra gioia… La mia persona conta niente: è un fratello che parla a voi, un fratello divenuto Padre per volontà di Nostro Signore… Continuiamo dunque a volerci bene: cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte, se c’è, qualche cosa che ci può dividere… Tornando a casa, troverete i bambini. Date loro una carezza e dite: “Questa è la carezza del Papa”.

Papa Francesco alla sera del 13 marzo 2013, anche lui parlando a braccio dal balcone di San Pietro, ha detto: “Voi sapete che il Papa è vescovo di Roma, ma sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui, vi ringrazio dell’accoglienza…Incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Il cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede tutte le Chiese nella carità, preghiamo sempre per noi l’uno per l’altro, preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di

Chiesa che tutti cominciamo, sia fruttuoso per l’evangelizzazione di questa bella città”. Ha chiesto di pregare per lui, ha benedetto e salutato con un “Buona notte!”.

Papa Giova ha rinnovato la Chiesa col Concilio Vaticano II. Papa Francesco rinnoverà la Chiesa, come ha già cominciato a fare, con il suo esempio, le sue parole. Questo è il primo Papa americano, il primo Papa gesuita, il primo Papa che viene dal Sud del mondo e da una Chiesa locale fondata dai missionari nei tempi moderni. E poi la scelta del nome di Francesco, che nessun Papa prima di lui aveva usato, troppo impegnativo di fronte alla figura imponente del Poverello di Assisi.

Il 9 marzo 2013, quattro giorni prima di essere eletto Papa, il card. Giorgio Mario Bergoglio ha parlato ai cardinali nei loro incontri prima del Conclave. Un breve intervento su come lui concepiva la Chiesa. Le sue parole convinsero i confratelli a eleggerlo Papa. Gli appunti di Bergoglio li aveva poi dati all’arcivescovo di L’Avana (Cuba), card. Jaime Lucas Ortega y Alamino e, dietro sua richiesta, diede il permesso di pubblicarli. Una pagina e mezzo molto interessante, perchè delinea bene quello che poi Papa Francesco ha fatto nei suoi primi 25 giorni di pontificato.

Il titolo del testo è “Evangelizzare le periferie”, in 4 punti che sintetizzo:

1) La Chiesa è nata per evangelizzare e questo implica zelo apostolico e significa che la Chiesa deve uscire da se stessa e ad andare verso le periferie, non solo quelle geografiche, ma anche quelle esistenziali: quelle del mi­stero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, quelle dell’ignoranza e del­l’assenza di fede, quelle del pensiero e di ogni forma di miseria.
2) Se la Chiesa non esce da se stessa per evangelizzare diventa auto­referenzialee si ammala. I mali delle istitu­zioni ecclesiastiche hanno questa radice e una sorta di narcisismo teologico. Gesù sta alla porta e bussa per entrare. Però a volte penso che Gesù bussi da dentro, perché lo lasciamo uscire. La Chiesa autoreferenziale pretende di tenere Gesù Cristo dentro di sé e non lo lascia uscire.
3) Quando la Chiesa è autoreferenziale, senza rendersene conto crede di avere luce propria; allora viene quel male così grave che è la mondanità spirituale. Quel vivere per darsi glo­ria gli uni con gli altri. Ci sono due immagini di Chiesa: la Chiesa evangeliz­zatrice che esce da se stessa; o la Chiesa mondana che vi­ve in sé, da sé, per sé. Questo deve illuminare i possibili cambiamenti e riforme da realizzare.
4) Pensando al prossimo Papa: lo penso un uomo che, attraverso la contempla­zione e l’adorazione di Gesù Cristo, aiuti la Chiesa a uscire da se stessa verso le periferie esistenziali, che la aiuti a essere la madre feconda che vive “della dolce e confortante gioia dell’evangelizzare” (come diceva Paolo VI).

Riforma la Chiesa con l’esempio e la parola

Questi appunti rivelano il pensiero profondo di Papa Francesco e delineano i criteri che sono alla base della sua riforma. Nelle prime settimane di Pontefice ha cominciato a vivere in se stesso la riforma della Chiesa. Poi certo dovrà scrivere nuove norme, nuove regole, nuove leggi. Ma per il momento delinea un’immagine nuova di vescovo e di vicario di Cristo in terra. Vive alla giornata, cambia riti e cerimonie secolari, senza preoccuparsi di spiegare tutto, ma quel che fa ha un senso preciso, secondo quanto aveva già detto ai cardinali pochi giorni prima: la Chiesa deve uscire da se stessa, essere nel popolo e col popolo, per annunziare e testimoniare il Vangelo con la vita e la parola. Ecco alcuni brevi punti:

A) Francesco è un Papa semplice, sobrio, trasparente, che vuol essere il più possibile vicino al suo popolo romano. Si è presentato come Vescovo di Roma (che presiede nella carità tutte le Chiese), rifiuta la macchina blindata del Pontefice e riduce l’apparato protettivo che pare ingabbiare il Papa; rimane nell’appartamento del pensionato di Santa Marta, invece di trasferirsi nel Palazzo Pontificio; esce dal corteo papale per stringere le mani dei fedeli, abbracciare i bambini, parla spesso a braccio o con appunti, nei riti pasquali ha semplificato e abolito alcune ridondanze e quando è andato in carcere a lavare i piedi a dodici carcerati ha voluto che vi fossero anche due musulmani e due ragazze, cioè gli ultimi nella rigida gerarchia carceraria.

Sono solo esempi di una direzione che Papa Francesco indica alla Chiesa: avvicinarsi alla gente, soprattutto ai più poveri e ultimi. E non è detto che tutti debbano fare gli stessi suoi gesti, che in lui sono spontanei perché è una vita che li fa, ma questa è la Chiesa che lui vive e vorrebbe che diventasse per tutti.

B) Quando parla, Papa Francesco va dritto all’essenziale della fede, al cuore del messaggio evangelico, come avviene con il “primo annunzio” dove nasce la Chiesa e dove i missionari predicano alle prime generazioni di cristiani e ai non cristiani. Nella prima Messa da Vescovo di Roma (14 marzo nella Cappella Sistina) ha parlato ai fratelli cardinali e ha detto cose che non rimangono come testi da citare, però quel parlare immediato, diretto, fraterno, scansdito della sua bella voce baritonale, ha certamente toccato il cuore dei principi della Chiesa. Ha ricordato ai suoi “fratelli cardinali” che la vita è un movimento, un cammino “alla presenza del Signore vivendo irreprensibili”; è un costruire la Chiesa “sulla pietra angolare che è lo stesso Signore”; un confessare Gesù Cristo: “Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio… Quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza la Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani: siamo vescovi, preti, cardinali, ma non discepoli del Signore!”. Parlava ai cardinali, ma parlava anche a tutti noi membri della Chiesa.

C) L’umiltà e la semplicità di atteggiamento e di vita. Porta la croce di ferro che aveva da vescovo, non si è seduto sul trono pontificio ma su una poltrona come i cardinali; ha chiesto alla folla dei fedeli di pregare per lui, ha lasciato una pausa di silenzio per questa preghiera e si è inchinato davanti a loro; ha viaggiato con i cardinali in pullman per andare a Santa Maria maggiore. Sarà un Papa che governerà la Chiesa in presa diretta con il Popolo di Dio. Presentando il suo ministero di Vescovo di Roma ha detto: “Incominciamo questo cammino di fratellanza, di fiducia, di amore, di reciproco sostegno nella preghiera”. Poi ha chiesto di pregare per lui e alla fine ha benedetto tutti. Non contano tanto i gesti in sé, ma i messaggi che danno al mondo e ai credenti in Cristo.

D) Il segnale che avvicina il nuovo Papa ai missionari e alle giovani Chiese è il nome stesso che ha scelto: Papa Francesco evoca San Francesco d’Assisi e la povertà evangelica, il mondo dei poveri. La provenienza di questo Papa dal Sud del mondo rappresenta i miliardi di uomini e donne, figli di Dio come noi, che ancora vivono nella miseria a volte veramente “nera”, con 100-200-500 dollari di reddito pro capite all’anno! Noi in Italia siamo sui 36.000 dollari e ci ricordiamo di queste schiere infinite di fratelli e sorelle per dare qualche volte un’elemosina, un aiuto, e poi con i circa 12.000 missionari e volontari italiani nel Sud del mondo. Con tutto il rispetto e la com-passione per le difficoltà economiche e di lavoro che vivono molte famiglie e giovani nella nostra Italia, non c’è dubbio che, per rinnovare la nostra vita in senso evangelico, siamo chiamati a ben altra coscienza, condivisione e solidarietà verso gli ultimi dell’umanità. Papa Francesco vuol rinnovare la Chiesa anche per questo. E’ il tema della III parte di questa catechesi.

Conclusione. L’elezione di Papa Francesco ha acceso grandi attese e speranze. Lo Spirito Santo è lo stesso oggi com’era 2.000 anni fa e che leggiamo negli Atti degli Apostoli. Può compiere ancor oggi le meraviglie di cui sono testimoni i missionari fra i non cristiani; può soffiare sull’Europa cristiana ridando ai nostri popoli novi stimoli per un cammino di ritorno alla Fede e alla vita cristiana. Lo so bene che la nostra società, secolarizzata e materialista, ha tolto Dio dall’orizzonte degli uomini. Ma nulla è impossibile a Dio. Dipende anche da tutti noi, se preghiamo e seguiamo umilmente Papa Francesco, con spirito di pietà e i sacrificio, dando ciascuno il proprio contributo alla Chiesa che è chiamata ad evangelizzare.

III) Sta già realizzando la Teologia della Liberazione

Sono stato in Argentina quattro volte (1972, 1981, 1992, 1996). E’ un paese veramente affascinante, turistico, dalle montagne (le Ande) alla Patagonia di foreste vergini e ghiacciai, dalla “pampa” che dà il senso dell’infinito alla capitale Buenos Aires (estesa più di 1000 kmq., Milano 120), con maestose avenide alberate larghe 100 e più metri, con monumenti, musei e sfilate di vistosi palazzi, resti di un passato ricco e glorioso, quando Buenos Aires era “la Parigi nel Sud del mondo”. D’inizio del 1900 l’Argentina (come l’Uruguay e in misura minore il Cile) era abitata quasi solo da immigrati europei, soprattutto spagnoli e italiani (il 40% degli argentini sono di derivazione italiana). Era il paese più ricco ed evoluto dell’America Latina e aveva le leggi sociali più avanzate, perché viveva sulle esportazioni di carne e grano in Nord America ed Europa con una cultura latina, ispano-italiano-francese. Nel 1929, secondo la Società delle Nazioni, l’Argentina era il VII° paese al mondo come reddito annuale pro-capite, dopo USA, Canada, Nuova Zelanda, Inghilterra, Australia e Svizzera. Negli anni venti e trenta, l’Argentina pareva destinata a diventare un nuovo Canadà o Australia, popolo di origine europea, clima ottimo, grandi ricchezze naturali e con una vita culturale e intellettuale anche maggiore. Ma la seconda guerra mondiale ha quasi azzerato le esportazioni, mettendo in crisi l’economia del paese e iniziando la sua decadenza. Oggi l’economia argentina è in forte ripresa , ma il reddito medio annuale pro-capite è di 11.000 dollari (l’Italia 35.000, il Brasile 12.000).

Superiore dei gesuiti nella dittatura argentina (1976-1983)

Il 4 giugno 1943 un colpo di stato porta alla ribalta Juan Domingo Peron (1895-1974), colonnello dell’esercito filo-mussoliniano perchè veniva da una scuola militare in Italia, uomo carismatico che assume il potere, è osannato dalle folle e nel 1946 instaura un regime totalitario che suscita tante speranze nel popolo più povero. Subito prende importanti misure, aumento degli stipendi, riduzione dell’orario di lavoro e vara incisive riforme sociali, che gli creano una grande popolarità e danno origine ad un movimento politico, il “peronismo”, un «socialismo nazionale», anti-capitalista e anti-americano, per la promozione delle masse più povere e diseredate. Peron governa dal 1946 al 1955 e poi ancora viene richiamato dall’esilio per un secondo periodo 1973-1974. In sintesi, è stato un ciclone politico che ha distrutto non solo l’economia del paese, ma ha seminato nel popolo odio e divisioni, producendo un misto di esaltazione nazionalistica e di egualitarismo socialista che ancor oggi rende instabile la democrazia argentina.

Il peronismo è un movimento complesso e contraddittorio, non era di destra né di sinistra, come lo stesso fondatore Juan Domingo Peron: non era nazista ma ha ospitato nel dopoguerra molti fuggiaschi nazisti (nel 1996 ho visitato nella provincia di “Misiones” diversi villaggi abitati da nazisti, fra i quali, mi dicevano, c’erano anche personalità importanti del regime); aveva la sincera volontà di elevare i poveri, ma non era marxista né socialista; era cattolico ma agiva per avere una Chiesa dipendente dallo stato (nel 1955 era stato scomunicato!); proclamava la democrazia (in Argentina, sotto di lui, la stampa era libera), ma il suo carisma e forza di manipolazione del consenso popolare avevano una tale forza, che praticamente quasi tutti i partiti politici si ispiravano (e si ispirano) a Peron, destra e sinistra e centro, dando quindi origine a gruppi di militanti che si odiavano e combattevano. Ancor oggi in Argentina non c’è accordo nel giudicare Peron. chi lo esalta e chi lo demonizza.La presidente Cristina Kirchner (considerata di sinistra) è peronista come i suoi oppositori di destra.

Il vero e fondamentale errore della politica di Peron è stato questo: l’Argentina è un paese che non ha mai avuto un alto tasso di crescita demografica (come il Brasile ad esempio) ed era destinato a vivere sull’agricoltura, avendo sterminate estensioni di terreno molto fertile e ben irrigato (la “pampa”). Dal 1946 Peron tentò di renderlo un paese industriale e urbanizzato, fallendo miseramente: nel 1980 l’Argentina era precipitata dal 7° al 38° posto nella graduatoria Onu sul reddito pro-capite. Lo stato finanziava le industrie che non trovavano sbocchi per l’esportazione. Basti dire che c’erano 6 ditte che fabbricavano automobili tutte in passivo! Non solo, ma è iniziata una corsa folle verso le città e in particolare la “grande Buenos Aires”, che in un paese esteso nove volte l’Italia ospitava il 30-35% degli argentini! Oggi, 18 milioni su 40 milioni abitano nella grande Buenos Aires!

Il futuro Papa Francesco ha avuto un’esperienza e formazione politica del tutto diversa da quella che conosciamo in Italia, perché sfugge ad ogni catalogazione di destra o sinistra, conservatori o progressisti. Era anche lui peronista come tutti e durante la dittatura militare la scelta era fra dittatura e democrazia col rispetto dei diritti umani. Non si può comprendere Bergoglio, che è tradizionalista nella dottrina e progressista nel sociale, se non si parte da Peron e dal peronismo.

Dopo la morte di Peron (1 luglio 1974) la situazione precipita per la lotta tra le fazioni di peronisti di destra e di sinistra (“i Montoneros”) e per l’infiltrarsi della ideologia comunista (Che Guevara e Fidel Castro) che in quegli anni produceva terrorismo e guerriglia urbana in numerosi paesi latino-americani. Alla fine del 1975, tutto questo aveva prodotto una media di 150 assalti a fuoco o assassini politici al mese, il tasso d’inflazione aveva svalutato la moneta del 600% e il Pil del paese copriva solo il 14% delle spese statali. Quando il 26 marzo 1976 i militari prendono il potere, la gente diceva: “Hanno tardato troppo!”. L’importante “Journal de Genève” svizzero scriveva: “In verità c’è da meravigliarsi che esista ancora l’Argentina. Quale nazione, quale stato resisterebbe ad un disordine così profondo e diffuso ovunque?”.

L’esercito diventa il vero padrone dell’Argentina. I militari avevano tre problemi da risolvere: riportare l’ordine sconfiggendo la guerriglia, ridare fiducia nello stato riportando la democrazia e, terzo, risollevare l’economia riducendo l’inflazione e aumentando le esportazioni. Ma hanno risolto solo primo problema facendo pagare al paese un prezzo molto alto, con una sistematica violazione dei diritti umani che ha eliminato guerriglia e terrorismo, ma eliminando fisicamente tutti quelli che erano sospettati di appartenere a bande clandestine. La repressione feroce usava “il metodo di far sparire non solo i sospetti terroristi, ma tutti quelli che parlavano più o meno allo stesso modo”. Quando sono andato in Argentina nel 1982 mi dicevano: “La polizia arrestava una persona e poi non ne sentivi più parlare. Se si andava a chiedere notizie si rischiava di fare la stessa fine. Oggi in Argentina ci sono tre categorie di cittadini: i vivi, i morti e gli scomparsi e anche questa categoria è molto numerosa” (si calcolano dai 13 ai 30.000!).

Tutto questo per spiegare la situazione in cui si è trovato padre Giorgio Mario Bergoglio da superiore del gesuiti in Argentina dal 1973 al 1980, cioè proprio il tempo dei militari al potere, che termina nel 1983, in seguito alla fallimentare guerra per le isole Malvinas (Falkland) contro l’Inghilterra. Durante la dittatura militare la Chiesa all’inizio è rimasta prudente , ma già nel 1977 diversi vescovi denunziano la violazione dei diritti umani e dopo l’Assemblea del Celam a Puebla nel 1979 la Chiesa si schiera chiaramente contro la dittatura militare. Le accuse formulate contro padre Bergoglio, di connivenza con la dittatura militare e di non aver difeso i gesuiti arrestati, sono state dichiarate false dalla stessa Giustizia argentina.

Mons. Bergoglio,in una recente intervista ha detto: “Il golpe del 1976 lo approvarono quasi tutti, l’unico che non lo fece fu il Partito Comunista Rivoluzionario, anche se nessuno o pochi sospettavano quello che sarebbe successo dopo. Bisogna essere realisti, nessuno deve lavarsi le mani. Io sto ancora aspettando che i partiti politici e le altre corporazioni chiedano perdono come ha fatto la Chiesa nel 1996 e nel 2000”. La dittatura militare, come il precedente periodo di guerriglia urbana e di terrorismo, sono stati una parentesi lunga e dolorosa della storia argentina, come in non pochi altri paesi latino-americani (Uruguay, Cile, Brasile, Perù, Colombia, Cile, ecc.).

    Nel mezzo secolo dopo il  Concilio Vaticano II, la “Teologia della Liberazione” è stata una delle novità più discusse e contestate nelle Chiese latino-americane e anche in Europa, suscitando appassionate adesioni e radicali condanne. Eppure, in fondo, mirava a nient’altro che quanto Papa Francesco ha sintetizzato in una delle sue espressioni icastiche: “Voglio una Chiesa povera per  i poveri”, che, giorno dopo giorno, cerca di far vedere con i suoi gesti e i suoi discorsi e omelie, senza preoccuparsi di teorizzare e spiegare tutto. Come mai allora la Teologia della Liberazione suscitava, e suscita ancor oggi, tanti contrasti, tanti allontanamenti dalla Chiesa e tante chiusure? Una delle ultime è il decreto della Santa Sede che nel giugno 2012 ha proibito alla Pontificia Università cattolica di Lima di fregiarsi dei titoli di pontificia e cattolica. L’ateneo ha “sistematicamente disubbidito alle indicazioni della S. Sede… ed era diventato un lupo travestito da pecora nella Chiesa locale, come centro di diffusione delle peggiori dottrine rivoluzionarie”.

      La TL ha avuto tre precedenti: la nascita del Celam (Consiglio episcopale latino-americano), voluto da Pio XII a Rio de Janeiro nel 1955 e organizzato da dom Helder Camara, la “Gaudium et Spes”  del Vaticano II e la seconda Assemblea del Celam a Medellìn in Colombia nel 1968. Ma è nata con questo nome col volume del teologo peruviano don Gustavo Gutierrez “Teologìa de la Liberaciòn” pubblicato nel 1971, che denunziava il sottosviluppo dei popoli latino-americani, causato soprattutto dalla dipendenza e  dallo sfruttamento delle loro ricchezze da parte dei paesi ricchi; e dava una nuova visione della teologia, il cui oggetto non era più la dottrina, ma la riflessione critica della situazione di miseria in cui vivevano gran parte dei popoli latino-americane. E orientava la Chiesa verso una “pastorale di liberazione”, superando una prassi intimistica della formazione cristiana e aprendola alla coscientizzazione dei fedeli e all’azione per trasformare la società nel senso di una maggior giustizia sociale.

     Negli anni settanta e ottanta la TL ebbe una vasta e profonda penetrazione nelle Chiese e nei popoli latino-americani, suscitando dibattiti e divisioni. Erano i tempi in cui, anche nel mondo cattolico, si diceva che l‘unico metodo “scientifico” per capire come funziona l’economia e risolvere la miseria del Terzo Mondo era l’analisi marxista-leninista. I viaggi che facevo in America Latina in quegli anni erano segnati da questa tensione all’interno della Chiesa, ovunque nascevano gruppi d i “Cristiani per il socialismo” e “Comunità di base ecclesiali” che, nate per dare una formazione evangelica ed ecclesiale, non raramente finivano per impegnarsi in campo politico-sociale, in collegamento con partiti, sindacati e associazioni comunisti.

Le chiese latino-americane, diocesi, prrocchie, istituti religiosi, associazioni laicali, erano divise. Le due Istruzioni della Congregazione per la Fede: “Sulla Teologia della liberazione” (1984) e “Libertà cristiana e Liberazione” (1986) e le due Assemblee del Celam, Puebla (Messico 1979) e Santo Domingo (1992) con gli interventi autorevoli di Giovanni Paolo II, che visitava spesso le Chiese d’America Latina, hanno calmato le acque e portato ad un nuovo cammino, di cui il provvidenziale Papa Francesco è l’espressione attuale che rende tutti concordi ed entusiasti (speriamo che duri) della svolta che sta provocando nella Chiesa.

       Per capire il valore attuale di Papa Francesco, dopo il Papa condottiero che ha proclamato il Vangelo a tutti i popoli e il Papa professore che ha espresso in modo chiaro, preciso, comprensibile a tutti i contenuti dell’unica ricchezza che abbiamo: Gesù Cristo, bisogna spiegare i due aspetti contrastanti della Teologia della Liberazione, uno negativo e uno positivo e si sentiva l’urgenza di una sintesi benefica per la Chiesa universale:

     1) L’aspetto negativo è espresso nella prima Istruzione segnalata: “Gravi deviazioni ideologiche che tradiscono la causa dei poveri”. La TL aveva adottato l’analisi marxista della realtà sociale e l’Istruzione del card. Ratzinger spiega che, per quante acrobazie facciano alcuni patetici filosofi e teologi, il nocciolo del pensiero marxista è assolutamente ateo e perciò si oppone radicalmente al messaggio di Gesù Cristo. Troppo lungo spiegare perchè, ma è dimostrato da troppi credenti e comunità cristiane che, adottando la TL, hanno abbandonato Cristo e la sua Chiesa. Più ancora, gli stessi popoli che erano stati “liberati” da regimi prodotti da quella ideologia, si sono trovati più poveri e più oppressi di prima e, appena possono, se ne liberano.

Il valore della povertà per l’evangelizzazione

    2) L’aspetto positivo della TL è che l’opzione preferenziale per i poveri da parte della Chiesa, come la libertà e la liberazione dei popoli, sono e debbono sempre più diventare prassi cristiana, che fa parte integrante della vita secondo il Vangelo. La seconda Istruzione del card. Ratzinger esorta i credenti a impegnarsi per i poveri, i sofferenti, gli ultimi, gli oppressi, proprio a partire dalla fede in Cristo e secondo l’esempio che ne ha dato Gesù. Il compito della Chiesa nel mondo contemporaneo, precisato in questa II° Istruzione, è ampiamente positivo e coraggioso, lontano da ogni anatema. Indica un cammino che Papa Francesco sta mostrando gradualmente col suo esempio.

Per concludere, la Teologia della Liberazione, con tutti i suoi gravi errori e danni provocati, in un quadro storico del cammino ecclesiale finisce per essere fortemente positiva. Oggi il nostro impegno è di seguire, pregare e obbedire alle indicazioni che lo Spirito Santo dà alla Chiesa attraverso l’opera e la parola di Papa Francesco. Con lui il continente latino-americano, “speranza della Chiesa” (così Pio XII nel 1955 quando nasceva il Celam), viene alla ribalta per insegnare qualcosa a noi, cristiani da duemila anni, ma in forte crisi di fede e di vita cristiana.

Ma cosa significa “Una Chiesa povera per i poveri”?

Parlando ai giornalisti il sabato 16 marzo, tre giorni dopo essere stato eletto Pontefice della Chiesa, Papa Francesco s’è lasciato sfuggire un sospiro: “Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”. Una sentenza forte che ha sorpreso e forse anche, se mal interpretata, scandalizzato molti. Ma cosa voleva dire il Papa?

Il significato è chiaro anche se non ancora precisato in termini concreti. Per la Chiesa e per tutti noi cristiani, il modello della “povertà evangelica” è il nostro Salvatore, Gesù Cristo: la sua povertà (“Da ricco che era si è fatto povero per noi”, 2Cor 8, 9), l’umiltà, la dignitosa austerità della sua vita, la vicinanza al mondo dei semplici e dei poveri, la disponibilità e condivisione di fronte alle sofferenze umane (fisiche, morali, psicologiche), il distacco dal denaro, il concepire ogni forma di potere come servizio; e si potrebbe continuare.

Papa Francesco sta tentando, in questo primo mese di Pontificato, come anche in precedenza come vescovo di Buenos Aires, di darci degli esempi. Tra qualche mese, se Dio vuole, farò una catechesi a Radio Maria proprio su questo tema: “Una Chiesa povera per i poveri”, spiegando bene cosa vuol dire, perché credo che sia una bella sintesi della direzione verso cui Papa Francesco vuole orientare tutta la Chiesa.

Per concludere, penso che dobbiamo anche noi iniziare un cammino di povertà, a cui il Papa ci invita proprio come membri di una Chiesa evangelizzante. Partendo dalla conversione della nostra persona, per rendere la nostra vita più simile a quella di Cristo. Un cammino gratificante e liberatorio, che si libera da tanta zavorra, per essere veramente fratelli del nostro prossimo, vicino e lontano.

Padre Gheddo su Radio Maria (2013)

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