Francesco vuole una Chiesa tutta missionaria – Radio Maria

gheddo francescoPiero Gheddo a Radio Maria – 20 gennaio 2014 (ore 21-22,20)

Cari amici di Radio Maria, il 13 marzo 2013 Papa Francesco è stato eletto Sommo Pontefice della Chiesa cattolica. Dieci mesi dopo, si può tentare di indicare quale sarà il volto futuro della Chiesa che Francesco sta delineando. Papa Bergoglio ha suscitato tante speranze in noi cattolici, ma anche nei non credenti e persino nelle altre Chiese cristiane e nelle religioni dei popoli. Con l’aiuto dello Spirito Santo queste speranze si realizzeranno se tutti noi che crediamo in Cristo abbiamo la buona volontà di seguire le indicazioni del Papa. La riforma della Chiesa è anzitutto la riforma dei singoli cristiani. Francesco riformerà anche le strutture ecclesiali, ma solo se tutti noi e ciascuno di noi diventa un testimone credibile di Cristo, le riforme porteranno buoni frutti. Paolo VI scriveva nella “Evangelii nuntiandi” (1975, n. 41): “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri e se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”. Queste le tre linee del pontificato di Papa Francesco:

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1 – “E’ con la misericordia che si cambia il mondo”

2 – “Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri”.

3 – “Voglio una Chiesa tutta missionaria”.

 I) “E’ con la misericordia che si cambia il mondo”

 Ho già parlato a Radio Maria di Papa Francesco (testo dell’aprile 2013 nel Sito: www.gheddopiero.it), raccontando la sua storia e, un mese dopo la sua elezione, esprimevo la stupore e la gioia che aveva suscitato in me questo Papa che porta nelle nostre Chiese antiche uno stile di vita cristiana e di pastorale missionaria che è caratteristico delle giovani Chiese.

 Il popolo italiano sta ridiventando pagano?

 Lo Spirito Santo ci ha mandato Papa Francesco in un tempo molto difficile per l’Occidente cristiano, la nostra Europa, cristiana da duemila anni. Nell’ultimo mezzo secolo, nonostante le speranze e gli entusiasmi suscitati dal ConcilioVaticano II (1962-1965), l’Italia ha registrato una forte e rapida decadenza della fede e della vita cristiana. Questi “i segni dei tempi” , che durante il Concilio nessuno immaginava:

– la grave diminuzione media della frequenza alla Messa domenicale, dal 40% nel 1960 al 15-18% di oggi; i funerali religiosi erano la quasi totalità, oggi circa il 25-30% dei funerali in Italia sono “laici”, cioè atei.

– Lo sfascio delle famiglie italiane, in seguito alle leggi sull’aborto e il divorzio e alla “moda” delle convivenze senza matrimonio; e oggi si chiedono, anche per i conviventi, i diritti che avevano i coniugi.

– Il crollo delle vocazioni sacerdotali e religiose: nel 1960 i preti diocesani in Italia erano 50.000; nel 1978 43.000, nel 2011 32.000.

– La crisi dell’Italia è anzitutto demografica, diminuiamo di più di 100.000 nascite all’anno. Nelle famiglie e nella società manca la gioia dei bambini, l’entusiasmo, la forza e il coraggio dei giovani. Un popolo che invecchia è un popolo triste, decadente, votato all’estinzione.

– L’abbandono della morale naturale (i Dieci Comandamenti) da parte della cultura prevalente in Italia ci porta ad una deriva antropologica nefasta, di cui non si avverte la gravità: le proposte leggi sull’eutanasia, il matrimonio e l’adozione di bambini da parte di coppie gay, l’adozione del “divorzio breve” (come nella Spagna da Zapatero), ammissibile dopo 15 giorni!

– La corruzione della classe politico-amministrativa, cioè il potere non come un servizio al bene pubblico, ma come opportunità di arricchimento indebito.

– La decadenza dei mass media italiani, giornali e televisione, che sono in buona parte diseducativi dell’opinione pubblica e dei giovani; così pure la scuola che trasmette nozioni, ma non educa a formare cittadini onesti, altruisti.

 Cari amici di Radio Maria, noi viviamo la nostra vita giorno per giorno e non ci rendiamo conto di quanto una parte non minoritaria del nostro popolo sta correndo verso il paganesimo moderno, già fortemente denunziato da Papa Benedetto:

– relativismo religioso e morale; individualismo radicale che mina il senso della famiglia e del bene comune; ricerca dei soldi e dei piaceri come ideali di vita;

– secolarizzazione che riduce la fede cristiana ad un hobby privato e toglie Dio dell’orizzonte della vita umana;

– laicismo esasperato che diventa facilmente ateismo e accanimento contro la Chiesa e i credenti in Cristo; e si potrebbe continuare.

In Italia, da una generazione all’altra, anche nelle famiglie cattoliche la fede e la vita cristiana peggiorano e finora la Chiesa italiana, pur con tanti ottimi progetti e iniziative, nel suo complesso non è riuscita a bloccare questa discesa scivolosa verso ìl paganesimo. L’arcivescovo di Milano, card. Angelo Scola, in un incontro con gli operatori pastorali della diocesi ha detto: “Abbiamo ancora venti o trent’anni di tempo, prima che il popolo italiano diventi più pagano che cristiano”. E aggiungeva: “A meno che lo Spirito Santo riesca a compiere il miracolo di una nuova rinascita cristiana capillarmente diffusa”.

“La Chiesa è la casa di tutti”

Come rievangelizzare il popolo italiano? Papa Francesco ha insistito fin dall’inizio sul messaggio che Dio è buono, vuole bene a tutti e perdona sempre: “Non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono”. La domenica 17 marzo, era Papa da quattro giorni, nella chiesa di Sant’Anna, la parrocchia del Vaticano, si leggeva il Vangelo di Gesù che perdona l’adultera. Francesco fa la sua omelia e dice: “Per me e lo dico umilmente, questo è il messaggio più forte del Signore: la misericordia”. E poi aggiunge: “Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe. E’la misericordia che cambia il mondo”.

Dopo il “Papa Condottiero” Giovanni Paolo II che ha proclamato la Parola di Dio in ogni parte del mondo, e il “Papa teologo” Benedetto XVI che in sette anni ha confermato per scritto la dottrina cattolica in termini profondi ma semplici e comprensibili da tutti, Francesco è un “Papa pastorale e missionario”, che percorre un altro cammino: riportare la Chiesa a livello di popolo, in modo che sia trasparente e a servizio di tutti, specie dei più umili e lontani. Nelle strutture ecclesiali (curia romana, diocesi, parrocchie, ecc,) il volto istituzionale, burocratico, giuridico, prevale spesso sul volto accogliente che la casa di Dio deve avere e dare di sé. E poi, molti cristiani si sono allontanati anche per la lontananza tra la loro vita e quella di chi si dichiara cristiano. Ecco perché gli scandali dei preti hanno un risalto esagerato, perché tutti sanno che il prete dovrebbe essere “alter Cristus”, un altro Cristo.

Per riportare la Chiesa a livello di popolo, Papa Francesco vive e descrive il cammino di conversione come un uscire da se stessi, dalle proprie sicurezze e passioni e dall’ovile di Cristo, per andare agli altri. E’ il cammino dei missionari che vanno fra i non cristiani per annunziare Cristo e lo annunziano diventando non “come loro”, ma “uno di loro”, imparando la lingua, conoscendo la cultura, sempre amico di tutti con molta umiltà e sacrifici, fin che la gente dice: “Sei uno di noi”. Nella “Evangelii Gaudium” (“Enciclopedia dell’evangelizzazione”) si legge (n. 24): “La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione, e assume la vita umana toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno così “odore di pecore” e queste ascoltano la loro voce”. Francesco stesso non ha finora fatto riforme delle strutture ecclesiali, ma ha indicato col suo modo di parlare e di agire come dovrebbe essere la Chiesa. Si veda “La Chiesa si incarna nei limiti umani” (Eg 40-45), fino a diventare “Una madre dal cuore aperto” (46-49).

Lo slogan che il Papa usa spesso è che “la Chiesa è la casa di tutti” e lui stesso che ne è il capo, nell’intervista alla Civiltà cattolica alla domanda “Lei chi è?”, risponde: “Sono un peccatore”. Risposta non solo scioccante ma incisiva, scultorea. Se il Papa è un peccatore, nella Chiesa ci stanno tutti, anche quelli che a volte noi etichettiamo come “pubblici peccatori”. Naturalmente nella Chiesa si sta per conoscere, amare e imitare Cristo. Ma questo riguarda tutti i battezzati, nessuno escluso. Il Papa è come il Buon Pastore che va alla ricerca della pecorella perduta. Il primo passo è di riportarla nell’ovile. Ma dobbiamo aiutarlo con altri passi: non giudicare nessuno, non parlare male del prossimo, non pensare che qualsiasi figlio di Dio sia irrecuperabile, non diffondere pessimismo sulla Chiesa, non perdere mai la speranza e la fiducia nello Spirito Santo, perché la missione è sua non nostra!

Il 23 dicembre 2013 Papa Francesco ha detto: “Io so che io non conto niente, ma parlo in nome di Cristo e del suo Vangelo”. Questo l’atteggiamento di noi tutti: umiltà e convinzione che le conversioni sono opera dello Spirito Santo e non nostra.

 “La Chiesa è come un ospedale da campo”

 Nel mondo post-cristiano, come sta diventando per tanti aspetti la nostra Italia (almeno per il 10% che nel censimento si dichiarano “non religiosi-atei”), siamo chiamati a testimoniare e proclamare la bontà e misericordia di Dio, che ci ama, vuole bene a tutti, “perdona sempre e non si stanca mai di perdonare”. Francesco, finora, ha detto poco della “missione alle genti”, ma è evidente, per chi conosce i missionari e le giovani Chiese, che lui sta portando nelle nostre Chiese antiche l’entusiasmo della fede che hanno i neofiti e il metodo, i contenuti, lo spirito del “primo annunzio” alle masse umane lontane dall’ovile di Cristo. Nella “Redemptoris missio” si legge (n. 60): “L’amore è l’anima di tutta l’attività missionaria”, poiché il paganesimo è egoismo, chiusura agli altri. La rivelazione di Dio-Amore che ama e perdona l’uomo è la novità assoluta che ha rivoluzionato tutta la storia dell’umanità.

Nell’Occidente cristiano la crisi della fede in Cristo sta cambiando lo spirito di cordialità inter-personale, comune mezzo secolo fa. Tutti diventiamo più freddi, più aridi, meno comunicativi, ciascuno si chiude in se stesso, prevale l’individualismo e l’egoismo personale. Per annunziare la salvezza in Cristo a questo mondo post-cristiano, Papa Francesco parte dall’annunzio dell’amore di Dio per tutti, anche i più lontani dalla fede. I ministri della Chiesa – dice nell’intervista alla Civiltà cattolica – “devono anzitutto essere ministri di misericordia”; testimoniare la misericordia è il “bisogno più grande della Chiesa di oggi”. E lamenta che la Chiesa si è fatta a volte rinchiudere in precetti particolari, in condanne morali insistentemente martellate, in un “accanimento pastorale terapeutico” che non avvicina la gente all’ovile di Cristo.

La Chiesa – dice – è come “un ospedale da campo”, bisogna anzitutto mantenere in vita, curare le ferite mortali, ridare la speranza al nostro popolo “; l’esame del colesterolo verrà dopo. In altre parole, usare il miele e non l’aceto, trovare la giusta gerarchia delle verità e dei valori. Prima viene la fede e la misericordia di Dio, poi verrà la morale e tutto il resto. Prima accogliamo nell’ovile le pecore perdute, curando con amore le loro ferite, poi daremo i contenuti essenziali della fede e della morale evangelica, quando avranno sperimentato la bontà e misericordia di Dio. Oggi tanti non sanno più pregare, un parroco di Milano mi dice che fra gli adolescenti della Cresima, sono tanti quelli che non sanno il Padre nostro e l’Ave Maria!

E’ un insegnamento rivoluzionario in una Chiesa come la nostra, e parlo di tutti i credenti in Cristo, che tutti assieme, diocesi, parrocchie, comunità religiose, non diamo un’immagine positiva della bontà e misericordia di Dio, che “tocchi il cuore” ai lontani. Spesso noi preti siamo più preoccupati di condannare, di lamentare la nequizia dei nostri tempi, che non di parlare della misericordia di Dio. Ma anche nelle famiglie e nelle comunità religiose i discorsi comuni sono più di lamento e di accusa che di fede e di gioia per aver sperimentato la bontà di Dio, l’amore a Gesù Cristo che ci rende sereni e contenti. Ha ragione Papa Francesco quando dice che la Chiesa, se non esce per evangelizzare, si ammala di spirito mondano, non riesce più a comunicare i valori della fede, della bontà di Dio, della speranza (n. 93 della EG).

 Perché Francesco è diventato così popolare?

 Il richiamo del Vescovo di Roma di ri-evangelizzare annunciando la misericordia di Dio e la gioia del Vangelo è provvidenziale e infatti tocca il cuore ai lontani. Fin dall’inizio del suo pontificato ha dimostrato la conversione al cristianesimo non è solo un fatto intellettuale, ma è un fatto passionale, di commozione e di amore a Gesù Cristo. E il Papa argentino “tocca il cuore” di chi lo vede e lo ascolta con l’umiltà e la semplicità del suo atteggiamento: parla spesso a braccio, rifiuta la “Papa-mobile” blindata, esce dal corteo papale per stringere le mani dei fedeli e baciare i bambini, abita nel pensionato di Santa Marta in Vaticano, ha semplificato e abolito le ridondanze della liturgia papale; soprattutto chiede spesso preghiere per il suo compito gravoso, fa confidenze pubbliche non abituali per un Papa. Non è detto che tutti i Papi e i vescovi debbano fare come lui, che è spontaneo perché già a Buenos Aires era un cardinale-arcivescovo così. Io penso che i 115 cardinali l’hanno eletto anche per questo motivo: dare una svolta alla Chiesa, attraverso l’esempio del Papa.

Papa Francesco governerà la Chiesa in presa diretta col popolo di Dio e con le Chiese locali. Ama pranzare con i vescovi di passaggio, ascolta le persone delle udienze, nomina otto cardinali come suoi consiglieri personali e per le decisioni difficili (lo Ior, i divorziati) convoca Sinodi episcopali e nomina commissioni di esperti. Ha la mano ferma sulla barra del timone, per orientare la Chiesa all’unico scopo della sua esistenza: annunziare al mondo Gesù Cristo unico salvatore dell’uomo. Quello che non serve o è di ostacolo a questa missione si può gettare via.

Papa Francesco è popolare perché quando parla suscita commozione e parla spesso della tenerezza di Dio. A mezzogiorno del Natale 2013 parlando a braccio dal balcone della Basilica di San Pietro ha detto, scandendo lentamente le parole una ad una per lasciare alla gente il tempo non solo di ascoltare e capire, ma di meditare, di entrare con la mente e col cuore nell’onda di commozione che gli viene dal profondo di tutta la sua vita. Chissà quante volte ha sperimentato questo che sta dicendo: “Fermiamoci davanti al Bambino Gesù nel Presepio, pensiamo al Figlio di Dio che si è fatto uomo in quella stalla di Betlemme, lasciamo che la commozione invada il nostro cuore e la nostra persona e diventi tenerezza per quel piccolo Bambino appena nato, che porta al mondo la pace, l’amore, la gioia. Non abbiamo paura di questa tenerezza, ne abbiamo bisogno!”.

Caro Papa Francesco, sono scene che tu ripeti spesso, perché ti vengono spontanee, sono il frutto della tua vita di sacerdote abituato a meditare ed a commuoverti quando pensi alla bontà e misericordia di Dio Padre, di Gesù e della Madonna. E quando parli non nascondi questa commozione, ma la comunichi a chi ti ascolta. Questo il segreto delle tue omelie, che ti rende familiare, popolare, molti pensano: parla proprio a me! Tu parli al cuore di ciascun fedele, di quelle sterminate folle che ti ascoltano anche per radio e televisione. Trasmetti non la dottrina, ma la vita, la tua vita di uomo e spirituale e dai a noi preti un grande esempio. Dobbiamo vivere la gioia e la tenerezza della vita cristiana e trasmetterla. Padre Santo, grazie!

Molti si chiedono: come sarà il volto della Chiesa riformata da Papa Francesco? Non lo sa nemmeno il Papa, che però parla alla Chiesa di base, a tutti i credenti in Cristo e dice che “la prima riforma incomincia dentro di noi”. Ogni giorno, nelle brevi omelie a Santa Marta, delinea la fisionomia del cristiano che si ispira al Vangelo per diventare sempre più simile a Gesù. Parla a ciascuno di noi perché è convinto che, prima delle strutture ecclesiali e curiali, l’importante è che i battezzati diano con la loro vita l’immagine di Cristo.

II) “Ah, come vorrei una Chiesa povera per i poveri”

Il 16 marzo 2013, tre giorni dopo essere stato eletto Pontefice della Chiesa universale, Papa Francesco, parlando ai giornalisti s’è lasciato sfuggire un sospiro: “Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”. Espressione forte che ha sorpreso e forse scandalizzato molti ed è stata anche strumentalizzata in senso politico-ideologico. Credo che il tema della povertà sia fondamentale per la riforma della Chiesa che è lo scopo di Papa Francesco. Non la povertà in sé, ma la Chiesa povera per evangelizzare gli uomini, specialmente i più lontani, gli ultimi.

“Madonna Povertà” e la “perfetta letizia” di Francesco

Il significato era chiaro fin dall’inizio. Per la Chiesa e per tutti noi cristiani, il modello della “povertà evangelica” è il nostro Salvatore, Gesù Cristo: la sua povertà (“Da ricco che era si è fatto povero per noi”, 2Cor 8, 9), l’umiltà, la dignitosa austerità della sua vita, la vicinanza al mondo dei semplici e dei poveri, la disponibilità e condivisione di fronte alle sofferenze umane (fisiche, morali, psicologiche), il distacco dal denaro, il concepire ogni forma di potere come servizio; e si potrebbe continuare. Per riportare alla fede l’Occidente cristiano nel solco della “Nuova evangelizzazione” già avviata dai due Papi suoi predecessori, Francesco ha affrontato subito uno dei temi che meglio descrivono l’abisso che esiste tra il Vangelo, le prime comunità cristiane e i popoli di antica cristianità nel mondo d’oggi.

Nei duemila anni di cristianesimo si è verificato un fatto,

– logico per noi che crediamo in Gesù che ci salva per la vita eterna, ma porta anche allo sviluppo dell’uomo come singola persona e dei popoli cristiani;

– ma scandaloso agli occhi dei non credenti, i quali pensano che lo sviluppo dell’uomo e dei popoli dipenda dalle scienze e dalle leggi e non riescono a spiegarsi come mai lo sviluppo moderno in tutti i suoi aspetti è nato nell’Occidente cristiano e poi diffuso in tutto il mondo; e ricorrono a cause molto parziali e non decisive: colonialismo, rapina delle risorse naturali, ecc.

Ecco il dato di fatto:

– nei primi secoli dopo Cristo, i cristiani erano i poveri, gli ultimi della società romana, gli schiavi dell’Impero romano,

– oggi noi cristiani siamo i popoli ricchi e viviamo in paesi nei quali tutti i poveri del mondo globalizzato vorrebbero vivere.

Noi italiani non ci rendiamo ben conto di questo scandalo, ma Papa Francesco viene da un continente diverso dal nostro, l’America Latina, cristiano per definizione in realtà non ancora veramente e capillarmente evangelizzato. Basti ricordare che l’Amazzonia brasiliana, estesa 14 volte l’Italia, nel 1900 aveva due sole diocesi, Belem e Manaus, oggi sono più di 60. La Colombia nel 1900 aveva 18 diocesi, oggi un’ottantina! E l’America Latina è ancora in gran parte un continente povero, con masse popolari battezzate nella Chiesa cattolica, ma scarsamente evangelizzate, che vivono in buona parte nella miseria. L’Italia ha un reddito medio annuale procapite di 36.000 dollari Usa, l’Argentina 11.000, il Brasile 12.000, l’Ecuador 4.500, la Bolivia 2.500. L’esperienza che Francesco ha fatto di miseria e fame del suo popolo è totalmente diversa da quella di un italiano e oggi, come Pontefice della Chiesa universale, egli si sente di rappresentare i paesi e i popoli, la cui situazione economico-sociale è molto peggiore che in America Latina. In numerosi paesi africani, il reddito medio procapite e di circa 400-500 dollari e anche meno.

Scegliendo il nome molto impegnativo di Francesco, Giorgio Mario Bergoglio ha subito detto che si ispira a S. Francesco d’Assisi, il quale nel 1205 per tre volte sentì il Crocifisso che gli diceva: “Francesco, và e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina”. La casa era la Chiesa del XIII secolo, corrotta dalle ricchezze e dal potere. Francesco consacra la sua missione a Madonna Povertà e prende come modello Cristo, con una fedeltà tale al modello che poi riceve la stigmate e conduce una vita ispirata alle Beatitudini, con sacrifici, digiuni e incredibili penitenze. E in tutto questo egli trova, contemplando la Passione di Cristo, la sua “perfetta letizia”.

Ecco inquadrata la missione di Papa Francesco, naturalmente in situazioni migliori di quelle della Chiesa del 1200, visto che siamo nel 2000 d.C. e lo Spirito Santo, protagonista della riforma e della missione della Chiesa di Cristo, continua a lavorare e produce i suoi frutti, anche se in modo misterioso e a noi nascosto.

Le indicazioni di Papa Francesco su questo tema riguardano due situazioni:

– Il rapporto della Chiesa e del cristiano con la ricchezza e la povertà: “Chiesa povera” in che senso? E qual è la responsabilità di ciascun battezzato?

– L’abisso tra ricchi e poveri in ciascun paese e nel mondo e quindi di come il sistema economico attuale di libero mercato, che domina ormai in tutti i paesi, persino in quelli a regime dichiaratamente comunista, va riformato con l’impegno del Popolo di Dio.

“La povertà è superamento di ogni egoismo”

Il Papa esprime il desiderio, la volontà di riforma affinchè diventi “una Chiesa povera per i poveri” e provoca tutti noi, cattolici credenti, a entrare in questo suo progetto, ispirato e sostenuto dallo Spirito Santo. Anzitutto ad orientare noi stessi e le nostre comunità e famiglie verso una austerità di vita che ci abitui alle rinunzie, ai sacrifici, ad accontentarci di poco, per entrare in comunione con i poveri del mondo, che duemila anni dopo Cristo è scandaloso vivano ancora in modo non degno di uomini e donne, bambini e vecchi, creati “ad immagine di Dio”.

Francesco spesso scende al concreto. Parlando all’Assemblea plenaria dell’Unione Internazionale delle Superiore generali (8 maggio 2013), ha dato alcune indicazioni di come intende la Chiesa povera per i poveri. Ecco le sue parole:

– “La povertà è superamento di ogni egoismo e insegna a confidare nella Provvidenza di Dio” (8-V-2013).

– A costruire il Regno di Dio non sono i mezzi umani, ma è primariamente la potenza, la grazia del Signore, che opera attraverso la nostra debolezza.

– Povertà che insegna la solidarietà, la condivisione e la carità.

– Povertà che si impara con gli umili, i poveri, gli ammalati e tutti quelli che sono nelle periferie esistenziali della vita”.

Questo lo stile di Papa Francesco, che parla a braccio, non stila elenchi o piani precisi, ma vive e racconta a puntate la sua vita che tutti vedono, come orientamento per imitare il Signore Gesù, essere cristiani più autentici e rendere le nostre famiglie e comunità più aperte ai fratelli e sorelle poveri. Sono temi che dovrebbero essere più presenti nelle catechesi, predicazioni, formazione cristiana nelle famiglie. Nell’omelia a Santa Marta (11-VI-2013) ha detto: “Se la Chiesa è ricca, la Chiesa invecchia, diventa una Ong, non ha più vita”.

Personalmente non abbiamo nessuna colpa del fatto che esista un abisso tra ricchi e poveri nel mondo e anche nella nostra Italia, ma non possiamo nemmeno esserne spettatori indifferenti. Quando si parla di questo tema,la tendenza generale è quella dello “scaricabarile”: è colpa della politica, delle banche, degli evasori fiscali, delle mafie, ecc. Non è un modo di pensare evangelico. Ciascun credente in Cristo è chiamato in causa, può fare poco, ma quel poco deve farlo con spirito di sacrificio, per aiutare concretamente i poveri rinunziando al nostro superfluo, e per entrare in una corrente di pensiero, che è quella di Papa Francesco, che renderà più facile la soluzione del problema, quando si saprà di preciso cosa fare.

L’economia va orientata sulla centralità dell’uomo”

Nell’udienza generale del 5 giugno 2013, Papa Francesco ha detto: “Se una notte di inverno, qui vicino in via Ottaviano, muore una persona, quella non è notizia. Se in tante parti del mondo ci sono bambini che non hanno da mangiare, questa non è notizia, sembra normale. Non può essere così! Eppure queste cose entrano nella normalità: che alcune persone senza tetto muoiano di freddo per strada non fa notizia. Al contrario, un abbassamento di dieci punti nelle borse di alcune città è una tragedia. Così le persone vengono scartate, come se fossero rifiuti. Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora – come il nascituro –, o non serve più – come l’anziano…Questa cultura dello scarto ci ha resi insensibili anche agli sprechi e agli scarti alimentari… Ricordiamo bene, però, che il cibo che si butta via è come se venisse rubato alla mensa di chi è povero, di chi ha fame!”.

E’ la forte denunzia che il mondo in cui viviamo ha creato un sistema economico disumano: favorisce alcuni e scarta altri. Non solo in Italia, pensiamo ai 10.000 bambini che, statistica dell’Onu, muoiono di fame ogni giorno! Sarebbe facile dire al Papa che non si sa cosa fare per cambiare questo sistema economico. Ma è vero e lo prova l’implosione interna dei 30 paesi a regime comunista, dove c’era una certa eguaglianza ma senza libertà nè sviluppo, per cui il comunismo si è autodistrutto in tutte le sue forme storiche: Urss e Cina, Germania orientale e Polonia, Cuba, Vietnam e Cambogia, Corea del Nord, Eritrea ed Etiopia, Mozambico e Angola, ecc.

Papa Francesco lo sa benissimo. Ha sperimentato in Argentina il peronismo e dal 2003 i governi di sinistra di Néstor Kirchner e poi della moglie Cristina e l’abisso tra ricchi e poveri è aumentato invece di diminuire. Lo stesso è avvenuto in Brasile con i governi conservatori dal 1988 al 2002 e poi con due mandati di sinistra del sindacalista Lula da Silva e poi altri due di Dilma Rousself, eroe della resistenza al regime militare, ma anche lei non ha potuto cambiare la tendenza generale, che dove c’è libero mercato si crea e aumenta la distanza fra ricchi e poveri. Non è quindi un problema primariamente politico, tecnico, di orientamento dell’economia, di destra o di sinistra, ma piuttosto una crisi dell’umanesimo.

Papa Francesco l’ha detto il 25 maggio 2013 nell’incontro con la Fondazione “Centesimus Annus” (creata da Giovanni Paolo II) in un convegno internazionale su questo tema. “La crisi attuale non è solo economica e finanziaria, ma affonda le radici in una crisi etica e antropologica. Seguire gli idoli del potere, del profitto, del denaro, al di sopra del valore della persona umana, è diventato norma fondamentale di funzionamento e criterio decisivo di organizzazione. Ci si è dimenticati e ci si dimentica tuttora che al di sopra degli affari, della logica e dei parametri di mercato, c’è l’essere umano e c’è qualcosa che è dovuto all’uomo in quanto uomo, in virtù della sua dignità profonda: offrirgli la possibilità di vivere dignitosamente e di partecipare attivamente al bene comune. Benedetto XVI ci ha ricordato che ogni attività umana, anche quella economica, proprio perché umana, deve essere articolata e istituzionalizzata eticamente. Dobbiamo tornare alla centralità dell’uomo, ad una visione più etica delle attività e dei rapporti umani, senza il timore di perdere qualcosa”.

Papa Francesco invita ad un cammino di austerità

Nell’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”, Papa Francesco tratta il tema in modo pragmatico com’è nel suo stile. Nel capitolo II (Alcune sfide del mondo attuale) conferma la condanna della Chiesa agli aspetti fondativi dell’economia nel mondo attuale:

– No ad un’economia dell’esclusione (nn. 53-54);

– No alla nuova idolatria del denaro (55-56);

– No ad un denaro che governa invece di servire (57-58);

– No all’inequità che genera violenza (59-60).

Nel capitolo IV (La dimensione sociale dell’evangelizzazione) due punti:

1) L’insegnamento della Chiesa sulle questioni sociali.

Papa Francesco rivendica per i cristiani e la Chiesa il diritto di dire il loro parere sui problemi della società, contro la “cultura della secolarizzazione” che marginalizza la religione dalla società. Scrive (n. 183): “Nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale nazionale, senza preoccuparsi per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini. Una fede autentica, che non è mai comoda e individualista implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra”. Quindi Francesco afferma (n.186): “Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri”, collaborando (n. 188) “per risolvere le cause strutturali della povertà e per promuovere lo sviluppo integrale dei poveri… e per creare una nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni”. E cita Paolo V (Octogesima adveniens, 189): “I più favoriti devono rinunziare ad alcuni dei loro diritti per mettere con maggiore liberalità i loro beni a servizio degli altri”.

2) Fedeltà al Vangelo per non correre invano.

L’azione del cristiano in favore dei poveri deve sempre ispirarsi al Vangelo e Papa Francesco rilegge i passi del Nuovo Testamento che riguardano il grido dei poveri, la predilezione di Dio per i poveri, il dovere del seguace di Cristo di aiutare i poveri e la misericordia di Dio per chi non è avaro di quello che ha e ne fa parte a chi ha meno di lui. E conclude scrivendo (n. 194): il messaggio del Vangelo è così “semplice ed eloquente, che nessuna ermeneutica ecclesiale ha il diritto di relativizzarlo”; ed ecco la forte provocazione al nostro modo di essere cristiani: “Non preoccupiamoci solo di non cadere in errori dottrinali, ma anche di essere fedeli a questo cammino luminoso di vita e di sapienza”.

E poi spiega un’espressione contestata (n.198): “Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica… La Chiesa ha fatto una opzione per i poveri intesa come una forma speciale di primazia nell’esercizio della carità cristiana, della quale dà testimonianza tutta la tradizione della Chiesa… I poveri hanno molto da insegnarci… con le proprie sofferenze… E’ necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro”.

Papa Francesco parla spesso dei poveri, degli ultimi, dei marginali, di andare alle periferie dell’umanità, dell’opzione preferenziale per i poveri, ma da non intendere in senso politico-economico-sociale, perché sarebbe travisare quel che dice e fa Papa Francesco. Per lui i poveri sono gli ultimi, i marginali della società, ma anche gli ammalati, le persone isolate, i carcerati; e i lontani da Cristo e dalla Chiesa. Nella Eg, condannata “la nuova idolatria del denaro”, scrive: (n. 58): “Il Papa ama tutti, ricchi e poveri, ma ha l’obbligo, in nome di Cristo, di ricordare che i ricchi debbono aiutare i poveri, rispettarli e promuoverli. Vi esorto alla solidarietà disinteressata e ad un ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’uomo”.

Cari amici di Radio Maria, i ricchi, secondo il Papa, siamo tutti noi, se guardiamo alle masse sterminate di poveri del mondo intero. Per concludere, penso che dobbiamo, ciascuno di noi, ciascuna famiglia e comunità religiosa, iniziare un cammino di povertà, a cui Papa Francesco ci invita come membri di una Chiesa chiamata a rievangelizzare la nostra Italia e il mondo intero, per rendere la nostra vita più simile a quella di Cristo. Un cammino gratificante, che ci libera da tanta zavorra e ci rende veramente fratelli del nostro prossimo, vicino e lontano.

III) “Voglio una Chiesa tutta missionaria”

Quando parlo di Papa Francesco, dico sempre che non c’è alcuna rottura fra lui e i Papi che l’hanno preceduto, Benedetto, Giovanni Paolo I e II, Paolo VI, come non c’era alcuna rottura fra Giovanni XXIII e Pio XII; c’è una continuità sostanziale di fede e di vita cristiana sia pur vissute e presentate in modi diversi, secondo i vari tempi e culture. Ogni Papa, mandato e assistito dallo Spirito Santo, compie il suo ministero nel suo tempo e “aggiorna” (come si diceva al Concilio Vaticano II) la Chiesa in modo che sia sempre più adatta ad annunziare Cristo agli uomini di quel tempo. La Chiesa ha sempre bisogno di essere “aggiornata”(riformata), specialmente oggi quando il mondo globalizzato corre a perdifiato, ma non sa dove sta andando! Non c’è motivo di scandalo se molti aspetti della Tradizione cambiano, anzi dobbiamo cambiare anche noi secondo le indicazioni della Chiesa unita a Pietro.

 “Le Chiese giovani e antiche costruiscono il futuro”

 Un solo esempio. Il Decreto del Vaticano II “Dignitatis humanae” riconosce ad ogni persona il diritto di essere libera di professare un credo religioso o di non credere. Nel corso dei secoli la Chiesa ha cambiato pensiero: in passato riteneva giuste le conversioni forzate, le guerre di religione, le persecuzioni degli eretici e dei gruppi di eretici: la verità dei cristianesimo andava difesa con ogni mezzo. Nel “Sillabo” del 1864 Pio IX (prossimo beato) condannava la tesi sulla libertà religiosa, che il Vaticano II ha dichiarato conforme all’insegnamento di Gesù. Ogni persona ha diritto alla libertà di credere o non credere. Per questo il cristianesimo è una religione dinamica, che si adatta ai tempi, pur rimanendo immutabili le verità di fede.

Dico questo perché leggo, in alcuni Siti internet cattolici, dubbi e contestazioni di come Francesco sta facendo il Papa, col suo comportamento, i suoi discorsi a volte a braccio, i suoi gesti imprevedibili. Il 30 marzo 2013, vigilia di Pasqua, ha detto in San Pietro: “La novità spesso ci fa paura, anche la novità che Dio ci porta e Dio ci chiede… Non chiudiamoci alla novità che Dio vuole portare nella nostra vita!”.

Papa Francesco continua ad essere quello che era come cardinale arcivescovo di Buenos Aires e i 115 cardinali elettori l’hanno votato a quasi assoluta maggioranza proprio per dare una salutare scossa alla Chiesa, affinchè affronti le grandi sfide religiose del nostro tempo con coraggio e spirito nuovi. Ringraziamo la grande saggezza e umiltà di Papa Benedetto per il gesto di ritirarsi nella preghiera e passare l’ufficio di rappresentante di Cristo ad un altro Papa più giovane e con maggiori forze delle sue. Non tutti hanno compreso il valore di quel gesto, perché Benedetto XVI è stato il Papa che ci ha illuminati e sostenuti in questi anni con la chiarezza e forza dei suoi testi, discorsi, gesti e opere. Ringraziamo il buon Dio che ce lo ha dato e ricordiamo i suoi insegnamenti, sempre validi oggi e in futuro.

Anche Papa Francesco non è capito da tutti, ma la fede ci dice che lo Spirito Santo ha scelto il miglior Papa per questo nostro tempo. Egli non viene dalla nostra Europa, ma dall’Argentina, da una giovane Chiesa fondata dai missionari nei tempi moderni, una Chiesa senza ideologie (non ha conosciuto il “Sessantotto”), che in buona parte sta ancora vivendo il tempo delle missioni e delle comunità cristiane dei primi secoli dopo Cristo. Nella famosa intervista a “La Civiltà Cattolica”, ha precisato questo concetto. Padre Antonio Spadaro parla dei “polmoni spirituali” che sono le Chiese giovani e chiede: “Quali le speranze per la Chiesa universale le sembrano provenire da queste Chiese?”. Papa Bergoglio risponde:

“Le Chiese giovani sviluppano una sintesi di fede, cultura e vita in divenire, e dunque diversa da quella sviluppata dalle Chiese più antiche. Per me, il rapporto tra le Chiese di più antica istituzione e quelle più recenti è simile al rapporto tra giovani e anziani in una società: costruiscono il futuro, ma gli uni con la forza e gli altri con la loro saggezza. Si corrono sempre dei rischi, ovviamente; le Chiese più giovani rischiano di sentirsi autosufficienti, quelle più antiche rischiano di voler imporre alle più giovani i loro modelli culturali. Ma il futuro si costruisce insieme”.

Ci chiediamo: cosa insegna Papa Francesco alla nostra Chiesa italiana, di fronte all’impegno titanico della Nuova evangelizzazione del popolo italiano? Non è facile sintetizzare i molti discorsi e le tante indicazioni di un Papa vulcanico come Francesco. Penso si possano enucleare questi tre punti:

 1) Andare alle periferie esistenziali, ai lontani, per incontrare tutti, credenti e non credenti, senza aspettare che vengano a cercarci. Papa Francesco, il “Papa missionario”, vuole che la Chiesa non si chiuda, altrimenti diventa auto-referenziale e si ammala dello spirito mondano: individualismo, egoismo, avarizia, vanagloria, rifìuto della Croce di Cristo, ecc. (Eg 93-97). La Chiesa deve uscire da se stessa per evangelizzare, “nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una semplice amministrazione. Costituiamoci in tutte le regioni della terra in uno stato permanente di missione” (Eg 25). Espressioni forti: lo scopo della Chiesa è di evangelizzare tutti gli uomini, non solo coltivare quelli già evangelizzati, ma soprattutto i lontani dalla fede in Cristo. Purtroppo, la pastorale di diocesi e parrocchie è rivolta per l’80% alla conservazione dei fedeli “praticanti” che in chiesa già ci vengono. La maggioranza dei battezzati, che si sono allontanati dalla fede e dalla Chiesa, non sono raggiunti se non in casi eccezionali: battesimi, cresime, matrimoni, funerali, benedizione delle case, Natale.

Non è colpa di nessuno, questa è la Chiesa italiana ereditata dal passato, quando l’Italia era un paese quasi tutto cattolico, che non si è più evoluta verso una “pastorale missionaria” che spesso la Cei proclama e programma. Nell’Assemblea ecclesiale di Loreto (1985) il card. Anastasio Ballestrero, arcivescovo di Torino e presidente della Cei, aveva detto: “Bisogna passare da una pastorale di conservazione ad una pastorale missionaria. Il popolo italiano va rievangelizzato con spirito e metodi missionari”. Vent’anni dopo a Verona (2006) in una Nota pastorale della Cei si legge che “dalle giovani comunità cristiane dobbiamo ricevere l’entusiasmo con cui la fede è vissuta in altri continenti. Abbiamo molto da imparare alla scuola della missione”. Sono ottime indicazioni, non ancora diventate realtà pastorali-missionarie.

Papa Francesco, col suo modo di fare il Papa, impersona l’insegnamento che ci viene dalle giovani Chiese. Nell’intervista a padre Spadaro ha detto che la Chiesa deve tenere le porte aperte, ma ha aggiunto: “Cerchiamo pure di essere una Chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se n’è andato o è indifferente. Chi se n’è andato, a volte lo ha fatto per ragioni che, se ben comprese e valutate, possono portare a un ritorno. Ma ci vuole audacia, coraggio». Ecco lo spirito missionario che deve essere di tutti i credenti in Cristo: il dono della fede che ho gratuitamente ricevuto, debbo trasmetterlo agli altri.

Il primo Congresso missionario delle Chiese d’Asia (Cheng Mai, Thailandia, 19-22 ottobre 2006), si è discusso del tema: “Raccontare la storia di Gesù: andate e ditelo a tutti”. Oggi il metodo missionario delle Chiese asiatiche è questo: raccontare la propria esperienza di fede, testimoniandola con la carità e la gioia, nel dialogo con tutti. Un vescovo ha detto: “Non è necessario essere dotati intellettualmente: non si tratta di ‘dimostrare’, ma di ‘proclamare’ con la vita che Gesù è l’unico Salvatore. Ciascun battezzato deve raccontare la storia del proprio incontro con Gesù, mettendo l’accento non tanto sui concetti, ma sui fatti verificabili, come ha fatto il Signore: ‘Vieni e vedi’”. Questo il compito di tutti i cristiani, soprattutto dei laici, che riescono a vincere l’ostacolo della secolarizzazione, per cui della fede non bisogna parlare.

 2) Il dialogo: la missione è dare e ricevere

 Mezzo secolo fa, le religioni non cristiane erano considerate “nemiche di Cristo”, oggi il Vaticano II ha detto (in “Nostra aetate”) che sono una preparazione a Cristo e ha lanciato il “dialogo” inter-religioso, che produce frutti positivi e gli stessi vescovi che nel dopo-Concilio non volevano il dialogo, oggi sono i primi a cercarlo (ad esempio in Vietnam e in India). L’enciclica di Paolo VI “Ecclesiam suam” (1964), dedicata al dialogo per la trasmissione della fede, non riguarda solo le religioni, ma anche “il dialogo fra la Chiesa e il mondo moderno” (n.15). Il sottotitolo è: “Per quali vie la Chiesa debba oggi adempire il suo mandato”.Una lettera pastorale, missionaria.

Papa Francesco condivide l’”Ecclesiam suam”, come la “Evangelii Nuntiandi”, Lui però non parla del dialogo (termine speso mal inteso), ma, com’è nel suo stile (“prima la realtà poi la teoria”), dimostra ogni giorno di dialogare con chi lo ascolta, di cercare l’incontro con i non credenti. Basti l’esempio della lunga intervista concessa al non credente Eugenio Scalfari. Non per convertirlo (lo converte lo Spirito Santo, se risponde positivamente!), ma per spiegare le verità della Chiesa e ascoltarlo, dandogli anche appuntamento per eventuali nuove chiacchierate. E’ un esempio del “dialogum salutis” (il dialogo della salvezza) che, specialmente nell’Italia secolarizzata è la via maestra per il primo annunzio di Cristo.

Paolo VI presenta la Chiesa e la missione in una luce diversa dalla nostra ed è importante conoscerla per l’attualità del dialogo con i non credenti anche in Italia:

a) Nella visione tradizionale, la Chiesa ha il pieno possesso della Verità di Dio e i missionari sono mandati a tutti gli uomini per annunziare e convertire a Cristo. Noi possediamo la verità e la trasmettiamo: è una visione giusta ma statica, non dinamica.

b) Nella visione del Concilio e di Paolo VI, la Chiesa è in cammino per raggiungere la pienezza della Verità di Dio, che noi uomini non possiamo mai conoscere, perché Dio supera infinitamente la nostra mente. Lo Spirito Santo assiste la Chiesa e lungo il corso dei secoli la porta a fare passi in avanti verso la piena comprensione del Vangelo e della Parola di Dio, fino all’eternità beata del Paradiso.

c) La “missione alle genti”e la “nuova evangelizzazione” non sono una imposizione, ma un dialogo con l’altro, per capirlo e farsi capire, per testimoniargli con la nostra vita e trasmettergli con la nostra parola le Verità che viviamo; ma, nel tempo stesso, ascoltarlo per conoscere i “semi del Verbo” che Dio ha messo in tutti gli uomini. La missione non è solo un dare, ma un dare e un ricevere nel dialogo.

L’enciclica di Paolo VI è profonda e profetica. Ci sono passaggi molto significativi e importanti anche oggi: “Non si salva il mondo dal di fuori” dice il Papa e cita Gesù che si è fatto uomo per salvarci, partecipando alla vita degli uomini del suo tempo; così chi evangelizza deve “condividere, senza porre distanza di privilegi o diaframma di linguaggio incomprensibile… Bisogna, ancor prima di parlare, ascoltare la voce, anzi il cuore dell’uomo; comprenderlo, e rispettarlo e dove lo merita assecondarlo. Bisogna farsi fratelli degli uomini nell’atto stesso che vogliamo essere loro pastori e padri e maestri. Il clima del dialogo è l’amicizia. Anzi il servizio. Tutto questo dovremo ricordare e studiarci di praticare secondo l’esempio e il precetto che Cristo ci lasciò” (n. 59). E poi parla dei rischi del dialogo. “Il nostro dialogo non può essere una debolezza rispetto all’impegno verso la nostra fede. L’apostolato non può transigere con un compromesso ambiguo rispetto ai principi di pensiero e di azione che ci qualificano come cristiani. Solo chi è fedele alla dottrina di Cristo può essere apostolo efficace” (n. 91).

Nella lunga intervista alla Civiltà e nella Evangelii Gaudium, Papa Francesco dice che dobbiamo metterci in cammino con la gente, accompagnarla, condividere le loro pene e fatiche, testimoniare la fede con la vita e la parola. Il 16 maggio 2013 ha esortato i fedeli a coltivare un autentico zelo apostolico” ed ha aggiunto: guai ai “cristiani da salotto” che “temono di dare fastidio predicando il Signore”. E’ appunto la tentazione del nostro mondo secolarizzato, contro la quale bisogna reagire, parlando di Dio, quando è opportuno e possibile, e della scoperta che facciamo ogni giorno, che la fede e l’amore a Cristo mi dà la pace del cuore e la gioia di vivere, pur nelle difficoltà e sofferenze, malattie e anche fallimenti inevitabili per ogni essere umano.

 3) L’entusiasmo della fede e la gioia del Vangelo.

 Nella Pasqua 2013 Papa Francesco ha identificato l’essenza del suo pontificato nella missione e nel ritorno della Chiesa “all’aspetto più importante, il kerygma, cioè l’annunzio di Cristo”. Ha invitato i fedeli alla gioia della Risurrezione: “Non chiudiamoci in noi stessi, non perdiamo la fiducia, non c’è peccato che Cristo non possa perdonare se ci apriamo a Lui”: e ha invitato i non credenti a fare “un piccolo passo verso Gesù Cristo: non abbiate paura, affidatevi a Lui, che vi è vicino”.

Dice di “andare verso le periferie”, non solo quelle materiali (povertà ingiustizie), ma quelle spirituali, mancanza di fede o la fede che conta poco o nulla nella vita. Noi credenti dobbiamo diventare tutti dei “Cristofori”, che portano Cristo là dove Gesù stesso desidera andare, soprattutto tra i più lontani, i marginali, quelli che vivono in solitudine, i disperati della vita che desiderano la morte. Tutti sono amati e salvati da Cristo e tutti hanno diritto di ricevere la Buona Notizia del Vangelo, non come libro, ma anche annunzio personale, testimonianza della salvezza in Gesù.

Papa Francesco parla dell’esperienza personale come veicolo per la trasmissione della fede, che non è solo una verità, un libro, ma l’esperienza concreta di essere salvati da Gesù Cristo. “La riflessione per noi deve sempre partire dall’esperienza” si legge nell’intervista alla “Civiltà cattolica”. La conversione a Cristo di un pagano o un non credente non avviene anzitutto per l’annunzio della salvezza e liberazione in Cristo, ma quando il non credente vede la testimonianza dei cristiani e poi sperimenta in se stesso che l’amore di Cristo veramente cambia la vita e ci rende più sereni e gioiosi, più cordiali e altruisti. Ecco perché siamo tutti chiamati alla santità (che è l’imitazione di Cristo) e alla missione. Ciascuno di noi rappresenta Gesù!

Oggi nel popolo italiano, tormentato e distratto da tanti problemi, non pochi cattolici si lamentano che la loro fede è piena di dubbi, di incertezze. La fede che vacilla e svanisce è una condizione comune, a volte anche per sacerdoti e suore, ma la fede si rafforza non solo studiando e ragionando sulla fede, ma vivendo e testimoniando agli altri la gioia e l’entusiasmo di essere amati, perdonati e salvati da Cristo. Nella “Redemptoris Missio” Giovanni Paolo II scrive (n. 2): “La missione rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni. La fede si rafforza donandola!”.

Ecco perchè Papa Francesco invita tutti i battezzati ad essere missionari, parlando della vita più che della dottrina. E questo vale anche per noi preti: in Italia si calcola che ogni domenica i fedeli che vengono alle Messe sono circa il 20-22% dei 60 milioni di italiani, cioè 10-11 milioni! Le omelie sono uno strumento importante per infiammare nella fede e entusiasmare alla missione i fedeli “praticanti”; invece, molti si lamentano perché le omelie sono troppo lunghe o difficili da comprendere oppure perché il sacerdote racconta e commenta il fatto o la parabola evangelica che ormai tutti conoscono. Ma per toccare il cuore alla gente, bisogna “parlare della vita non della dottrina”, come dice Papa Francesco, che alla Civiltà Cattolica ha anche detto: “I ministri del Vangelo devono essere capaci di riscaldare il cuore delle persone”. Toccare il cuore, riscaldare il cuore, questo fa Papa Francesco e fanno in genere i missionari nelle giovani Chiese. Quanti esempi potrei raccontare!

In Occidente soffriamo di intellettualismo, di “narcisismo teologico” dice Francesco. La ricerca e il dibattito teologico, come l’esegesi biblica ci vogliono, ma all’uomo sofferente che cerca la guarigione e la speranza, dobbiamo ripetere come Pietro: “Convertitevi e credete al Vangelo” (Atti 3, 19). Noi preti pensiamo di spiegare la dottrina, di insistere sui principi, di condannare l’immoralità di certi atti. E va bene. Ma “il ritorno della Chiesa al Kerygma”, significa essere essenziali e ad usare un linguaggio che tocchi il cuore, che provochi la persona ad innamorarsi di Cristo, convertirsi a Cristo. La vita cristiana è questo. La conversione del cuore viene certo anche dalla conoscenza del mistero di Cristo, ma più facilmente viene dal cuore, dalla commozione di aver sperimentato l’amore di Dio per noi, per me. Anche chi, come i neofiti delle missioni, non conosce ancora quasi nulla della dottrina cristiana, può innamorarsi di Gesù se lo incontra, naturalmente con l’aiuto dello Spirito!

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