I miracoli della carita’ cristiana in camerun – Padre Gheddo a Radio Maria

Cari amici di Radio Maria, viviamo in un mondo in cui ad ogni passo troviamo le meraviglie di Dio, i miracoli della fede cristiana e non ce ne accorgiamo nemmeno. Questa sera vi parlo di un miracolo della carità cristiana che ho appena visitato. In dieci anni è nata dal nulla, in Camerun, una vera cittadella della carità cristiana, che è rapidamente diventata una delle realtà sociali ed educative di maggior impatto in quella regione camerunese molto povera.

Nel dicembre 2007 ho visitato il Camerun e nel gennaio scorso vi ho presentato il Camerun, tipico paese dell’Africa nera, uno dei più sviluppati, pacifici e stabili paesi africani, che si sviluppa più e meglio di altri che sono tormentati da guerre, da dittature personali o etniche, da regimi comunisti (erano una quindidina, ne rimangono quattro o cinque). E ho parlato anche di quella giovane Chiesa, di cui parlerò ancora.

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1) Come nasce il villaggio di Betlemme

Oggi vi presento questa esperienza interessante che ho fatto nel Nord del Camerun, dove lavorano i missionari del PIME fra le popolazioni tribali, che facilmente si convertono a Cristo, soprattutto fra i tupurì e giziga, con tre distretti missionari o parrocchie nella diocesi di Yagoua. Oltre a queste strutture parrocchiali, un missionario del Pime, padre Danilo Fenaroli di Bergamo ha fondato la cittadella di Betlemme, che ospita e cura handicappati motori e anche psichici, sordomuti, orfani, vedove abbandonate e altri portatori di malattie o emarginati dai villaggi.

Perché parlare di quest’opera? Perché, proprio in un paese non cristiano si capisce ancora meglio il valore umano e sociale del cristianesimo, che è l’attenzione alla persona di ogni uomo e donna, il senso della solidarietà e della carità che caratterizzano il Vangelo e la vita di Cristo.
Noi viviamo in un paese cristiano e ci sembra normale che le famiglie e lo stato si preoccupino, ad esempio, degli handicappati, dei sordomuti, degli orfani, degli ultimi della società. Ci sono strutture statali e private, pensioni speciali, provvidenze varie. In un paese non cristiano questo è molto più difficile: gli handicappati ad esempio, sono nascosti per vergogna; i malati mentali hanno una sorte ancora peggiore. I missionari sperimentano che la miglior presentazione del cristianesimo non sono le prediche, ma le opere di carità verso i più poveri.

Il Nord Camerun è regione pre-desertica, di foresta e di steppa, ancor molto povera. Il Camerun si sviluppa economicamente, ma soprattutto al Sud, dove c’è la capitale Yaoundé e il maggior porto e città industriale di Doualà. Al Nord la grande maggioranza della gente vive ancora di agricoltura e di piccolo commercio, di artigianato.

Padre Danilo Fenaroli ha 47 anni ed è arrivato in Camerun nel 1991, dopo cinque anni di esperienza in Costa d’Avorio, dove non gli era stato possibile realizzare il sogno che aveva fin da ragazzo: interessarsi degli handicappati, curarli, aiutarli. Dice infatti che s’è fatto missionario proprio con l’intenzione di andare fra i poveri, i bambini, gli ammalati più abbandonati e aiutarli. Il Signore lo ha accontentato.

In Camerun è parroco a Zouzoui e dopo sette anni comincia a raccogliere orfani e handicappati. “La prima, ricorda, è stata una bambina forse di un anno o poco più e in fin di vita. La mamma era morta, il papà non s’interessava di lei, i parenti non potevano accoglierla, L’ho presa in casa mia e l’ho affidata ad una coppia di laici italiani che erano in Camerun come volontari, ma poi sono tornati in Italia. Intanto avevo già preso alcuni handicappati ed ero aiutato da alcune famiglie africane. Ho capito – dice – che dovevo fare una struttura per accoglierli perché diverse famiglie non li volevano più in casa, me li mandavano in parrocchia”.

Così nel 1997 padre Fenaroli si fa dare dal Comune un vasto terreno del tutto abbandonato vicino al paese di Mouda, dove c’è un sacerdote locale con la parrocchia cattolica, costruisce alcune casette, si trasferisce lui stesso con i suoi primi collaboratori e vi porta i bambini e le persone bisognose di cura che aveva già accolto o ricevuto dalle famiglie. L’opera si chiama “Betlemme”. Perché questo nome? gli chiedo: “Perchè a Betlemme è nato Gesù e dà l’idea della Sacra Famiglia. Ho avuto subito in mente non di fare un ospedale o qualcosa di freddo, ma di fondare una grande famiglia che si prenda cura dei più infelici fra i bambini e gli uomini”.

Dieci anni dopo, ecco il miracolo della carità cristiana. A Mouda, dove non c’era nulla, oggi c’è il Centro di accoglienza Betlemme, che ospita circa duecento persone bisognose di cura e di affetto, che vivono non tutti assieme ma in case-famiglia di persone che li hanno adottati e che lavorano al Centro o vanno a lavorare nel vicino paese o altrove. Ha 110 dipendenti e un certo numero di volontari e accoglie ogni giorno centinaia di studenti o lavoratori.
I più stretti collaboratori di padre Danilo sono il fratello Joseph del Pime, bengalese, e quattro “Silenziosi Operai della Croce”, un uomo e tre donne, fondati da mons. Luigi Novarese con i “Centri Volontari per la Sofferenza”. Ma di questi parlerò nella terza parte della nostra conversazione, citando l’esperienza di Livio Ambrosino di Susa.

Betlemme poi è cresciuta rapidamente per due motivi:

Primo. Le persone da accogliere sono venute numerose, quasi spontaneamente, anche se uno dei lavori che fanno i collaboratori e i volontari di padre Danilo è di visitare le famiglie dei villaggi portando a Betlemme bambini o adulti che non possono più vivere nelle case. Sono rifiutati o mandati via e non sanno dove andare. Ancor oggi arrivano due-tre per settimana.
Ilprincipio di Betlemme non è di prendere tutti, ma di curarli e aiutarli il più possibile nelle loro stesse famiglie, creando anche una mentaltà nuova nei villaggi, di accoglienza e aiuto per questi sofferenti. Prendono quelli che non hanno più nessuno.

Secondo. Però un’opera del genere costa soldi, tanti soldi. Pensate che oggi padre Danilo mi dice che, quando Belemme è a pieno ritmo, ci sono 600 persone che mangiano in casa a mezzogiorno. Per mantenere operativa la baracca, spende circa 230-240.100 Euro all’anno! Da dove vengono tutti questi soldi? Danilo non lo sa nemmeno lui di preciso. Sa solo che la Provvidenza ci pensa davvero lei. Mi dice: “Dovrei andare a vedere i conti che teniamo in modo preciso anche per essere a posto di fronte al governo, ma posso dirti che la Provvidenza c’è e la sperimentiamo tutti i giorni. Arrivano offerte da dove non te lo aspetti, quando sei in difficoltà sai che il buon Dio ci pensa lui!”.

“Io ho sempre avuto una grandissima fiducia nella Provvidenza, prego e faccio pregare, cerco di aiutare con generosità tutti quelli che hanno bisogno. Mi preoccupo di trovare dei benefattori, di scrivere per ringraziarli. Ma quando celebro la Messa e prego, dico spesso al buon Dio: Guarda che questi piccoli e questi poveri non sono miei, sono tuoi. O ci pensi tu o si trovano ancora sulla strada”.

Poi aggiunge che una parte di questa somma viene dalla gente del Camerun. “Le famiglie che possono dare qualcosa lo danno volentieri, i nostri laboratori producono e vendono oggetti di artigianato, prodotti agricoli, verdura e frutta. Abbiamo anche laboratori di esami clinici e chi può pagare paga qualcosa; andiamo a fare scavi di pozzi nei villaggi e qualcosa ci danno. Ma in totale credo che il ricavato e gli aiuti che ci vengono dal Camerun sono sul 35-40% dei costi”.
Sono i miracoli della Provvidenza che vedo spesso nei miei viaggi missionari.

2) Curare e formare al lavoro i giovani delle campagne

In questa seconda parte voglio dare un’idea più esatta delle finalità di Betlemme, che non si propone non solo di accogliere e curare handicappati, sordomuti, sciancati, orfani, ma di educare i giovani delle campagne ai lavori moderni, per dar loro un mestiere e fissarli al territorio evitando la corsa verso le città, che è una delle tragedie africane. Com’è configurata Betlemme? Il governo ha dato alla cittadella della carità dei terreni per circa 30 ettari, dove sorgono vari edifici in muratura al centro e poi ci sono i campi coltivati nella fattoria di Betlemme, con stalle, allevamento animali domestici (vacche, maiali, anitre, galline e via dicendo). Danilo dice: “Questi campi sono coltivati da contadini che vengono dal loro villaggio e sono nostri dipendenti, coltivano la terra per noi e sono stipendiati. C’è tutto un settore agricolo e di allevamento animali con insegnamento dell’agricoltura moderna, che serve anche per impegnare nel lavoro i nostri ospiti che possono fare qualcosa. Il nostro principio è di redimere attraverso il lavoro, quel lavoro che possono fare”.
In questa grande fattoria si coltivano granoturco, sorgo, ignami e poi tutta la varietà di frutta e verdura, si allevano animali, che si vendono o si consumano nelle cucine di Betlemme. Ogni anno circa 40 buoi vengono macellati per la comunità, più un numero molto più alto di vitelli e maiali, per non parlare di polli e altri animali; e poi succede, come quando ero a Betlemme, che un cacciatore ha portato una gazzella, che abbiamo mangiato con molto gusto.

A Betlemme ci sono circa 150 ammalati e bambini da curare, mentre, quando tutto funziona a pieno ritmo, le persone che vivono e mangiano all’interno del villaggio della carità sono più di 600! In estate meno perché molti, anche vari ammalati, ritornano nei loro villaggi per i lavori della campagna e rimangono solo gli ospiti allevati e curati (bambini, handicappati, ammalati, vedove che non hanno più una famiglia) con le persone indispensabili per il loro servizio. Senza contare i giovani, studenti e lavoratori che a mezzogiorno mangiano con noi e alla sera vanno a casa loro; e gli ammalati in cura che rimangono da noi solo per la riabilitazione e poi ritornano a casa (una trentina nei giorni in cui ero a Betlemme).
Betlemme ospita i bambini orfani di mamma per circa due anni, curati da ragazze e vedove. Quando sono un po’ cresciuti, li riportano dal papà che intanto si è ripreso e magari ha sposato un’altra donna. “Abbiamo provato a darli a balie locali pagandole, ma parecchi muoiono perché ci vuole un’igiene particolare anche per allattarli. Le balie che vengono o che sono qui li curano meglio e li teniamo”.

Poi c’è tutta la struttura sanitaria ed educativa di Betlemme, per l’interno e l’esterno. Il dispensario medico, l’ospedaletto dove si fanno le analisi come in ogni ospedale e si opera anche chirurgicamente. Per gli interventi ortopedici vengono da Firenze ogni anno un gruppo di chirughi, medici, infermiere e fanno le operazioni necessarie nell’ospedale protestante di Maroua che ha messo a loro disposizione la camera operatoria. Hanno rimesso in piedi decine di bambini e adulti che non camminavano, zoppi o storpi. Poi sono seguiti dalle fisioterapiste di Betlemme, che hanno la palestra e tutti gli strumenti adatti alla rieducazione per camminare bene.
Così pure vengono da Milano degli specialisti di audiofonia per restituire l’udito ai sordomuti. A volte si pensava che erano sordi e muti e invece il nervo uditivo poteva funzionare ed è stato rimesso in funzione. A Betlemme c’è un laboratorio di analisi audiometriche, fabbricano addirittura, con parti tecniche venute da Milano, i piccoli apparecchi che si mettono nelle orecchie e la persona che sente poco, se il nervo uditivo è a posto, riacquista un buon udito!

A raccontare tutte le meraviglie di Betlemme, cari amici di Radio Maria, non si finirebbe più. Ad esempio, c’è la scuola elementare per handicappati e sordomuti, ma anche per bambini che vengono dai villaggi vicini.
Ho visitato per due giorni le strutture della cittadella della carità cristiana, alla fine ero veramente stanco e accaldato (di giorno fa molto caldo), ma ho ringraziato il Signore per quel che ho visto, anche perchè tutto è nato e funziona in un posto come il Nord Camerun, molto lontano dal mondo moderno, in cui la gente vive in genere in capanne di paglia e fango o in casupole di legno e hanno ancora il problema di trovare da mangiare tutti i giorni.

Il villaggio i Betlemme è formato dalle abitazioni centrali: cappella, un grande salone per le riunioni e manifestazioni, un altro come refettorio comunitario, le scuole e i laboratori di lavoro, le case dove vivono padre Danilo e i suoi collaboratori che sono in comunità, compresi i volontari italiani e di altre nazionalità e i visitatori di passaggio. Poi ci sono i “saré”, cioè dei recinti di casette all’africana con varie famiglie come ci sono nei villaggi. Attorno a questi gruppi di alcune casette c’è un muretto che delimita lo spazio delle abitazioni e i cortili interni. In alcuni ci sono ragazze e vedove che curano e vivono con i bambini ospitati, orfani o ammalati, in altri famiglie che lavorano al villaggio e vi abitano.

E poi vi sono i laboratori che lavorano per Betlemme e vendono anche all’esterno e nei quali vengono giovani imparare un mestiere e si esercitano ragazzi e giovani ospitati nel villaggio della carità.

Ci sono diversi laboratori di artigianato: falegnameria, meccanica, elettrotecnica, per lavorare il cuoio e il ferro, scultura su legno, lavori di artigianato vario (decorazioni, pirografia su legno, segnaletica su strada o per le case), cucito-ricamo, pittura, tintura-batik, muratura, saldatura, officina per riparazione motori, lavori in metallo, costruzione di pompe per l’acqua. E nella fattoria tutto il settore agricolo, coltivazioni varie di cereali (mais, sorgo e ignami), frutta e verdura, allevamento animali, irrigazione artificiale, ecc.
C’è un piccolo mulino che lavora il miglio per i villaggi vicini con una macchina che in Italia non si usa più. Una lunga fila di donne aspettano con il loro cesto o sacco di miglio da lavorare: in cinque minuti il mulino fa il lavoro di una settimana delle donne e lo fa meglio! Il costo è poco più che simbolico per non fare nulla gratis a chi può pagare. E’ un altro principio educativo di Betlemme!

Tutti i laboratori sono integrati, cioè hanno il responsabile che è un maestro di lavoro africano, un aiutante e poi alcuni handicappati e giovani dai villaggi che imparano assieme il mestiere. “Quest’anno – dice padre Danilo – abbiamo 110 giovani che vengono dall’esterno a imparare un mestiere nei nostri laboratori, in cui lavorano anche handicappati ragazzi e ragazze.

Il terreno del villaggio Betlemme con tutte le sue abitazioni e case di cura, con la fattoria e i campi coltivati è di trenta ettari, dati dal governo che è ben contento di avere un centro di vita, di ricupero, di insegnamento in una regione rurale dove il primo problema è di radicare la gente sul territorio dando loro un lavoro, affinchè non scappino verso le grandi città del sud. Il Nunzio apostolico che ho visitato a Yaoundé, mons. Eliseo Attioli, mi diceva che parlando col Ministro degli Interni del Camerun gli ha detto: “Se avessimo molti di centri educativi come quello di Mouda, potremmo creare lavoro nelle campagne e frenare le migrazioni nelle città”.

Infatti la Fondazione Betlemme ha ottenuto dal governo il riconoscimento di “Ente di pubblica utilità”, dato dal presidente del Camerun Paul Biya ed è un documento molto importante.
“Sulla carta – dice padre Danilo – dovremmo avere dallo stato molte facilitazioni. Adesso si tratterà di ottenerle davvero e non è semplice, per la lentezza della burocrazia e la corruzione, ma col tempo ci arriveremo. Ad esempio, potremmo avere il personale pagato dallo stato e noi estendere Betlemme ad altri compiti e servizi.
“Per dare questo documento – dice padre Danilo – lo stato ha mandato un alto funzionario che ha calcolato in modo approssimativo il valore di tutta la Fondazione Betlemme qui sul posto. Ha visitato, misurato, parlato con tecnici e collaboratori. La valutazione complessiva era di due miliardi di franchi CEFA, cioè circa tre milioni di Euro, col costo del terreno uguale a zero perchè rimane dello stato ma è dato a noi solo in uso. Non possiamo venderlo e quando dovesse finire Betlemme tutto torna allo stato”. Tre milioni di Euro nel Nord Camerun sono una cifra che non si può nemmeno immaginare! Sono i “miracoli” che compie la Provvidenza.

3) “Non avevo mai pensato di scavare pozzi in Africa”

Cari Amici di Radio Maria, a questo punto voi vi chiedete: come ha fatto padre Danilo Fenaroli a creare questa grande opera in dieci anni, non solo per le difficoltà economiche e di importazione di molto materiale dall’Italia, ma proprio per i collaboratori tecnici che hanno impiantato materialmente queste strutture e creato un ambiente accogliente, pieno di amore ed educativo per gli ospiti ammalati, gli studenti e i lavoratori che vengono a Betlemme?

Per far capire le difficoltà incontrate, devo ripetere che siamo nel Nord del Camerun, a più di mille chilometri dalla capitale Yaoundé e dal porto di Douala sul mare. Regione ancora isolata, vicina al deserto del Sahara, molto povera, dove vivere non è facile, figuriamoci impiantare queste fabbriche e centri sanitari e laboratori con macchine quasi tutte importate dall’Italia, eccetto cemento e mattoni che li fanno sul posto.

Ho fatto questa domanda a Livio Ambrosino di Susa, che è qui a Mouda da due anni come uno dei “Silenziosi Operai della Croce”, associazione fondata nel dopoguerra da mons. Luigi Novarese di Casale Monferrato e formata da persone consacrate (sacerdoti, fratelli e sorelle) che nella pratica dei consigli evangelici di verginità, povertà ed obbedienza, vivono la loro consacrazione attraverso una forte spiritualità mariana, totalmente dedicati al servizio dei sofferenti di ogni età e condizione. I Silenziosi Operai della Croce sono un’Associazione internazionale riconosciuta dal Pontificio Consiglio per i Laici, cui possono aderire laici di ambo i sessi e sacerdoti. La sede legale si trova in Ariano Irpino (Avellino) e la sede Amministrativa a Roma, via di Monte del Gallo, 105/111. I Silenziosi Operai della Croce sono presenti con proprie comunità in Italia, Polonia, Portogallo, Israele, Colombia e con una missione in Camerun, a Mouda. In Italia, fra le varie loro opere, hanno utilizzato bene il seminario diocesano di Vercelli a Moncrivello, dove ho studiato durante l’ultima guerra nel ginnasio, per farne un ospedale modernissimo per handicappati e altri ammalati. Ci ritorno sempre volentieri a rivedere i luoghi in cui è maturata la mia vocazione sacerdotale e missionaria e ringrazio il Signore di questa nuova opera di carità.

Padre Danilo mi dice: “L’aiuto dei Silenziosi Operai della Croce a Mouda è prezioso perchè offre personale già dedicato a questo compiti con gli ultimi della società, specie handicappati e poi con esperienza di lavoro e anche di partecipazione alle nostre spese. Io discuto con loro i miei progetti e la gestione dell’opera e sono determinanti e indispensabili nello sviluppo di Betlemme. Oltre a Livio Ambrosino ci sono una suora italiana Rosa e due sorelle africane, una delle quali, suor Godelive è una fisioterapista veramente molto capace”. Il professore chirurgo ortopedico che viene da Firenze ha detto ad una infermiera italiana che lo aiutava, Maria Rebba di Lendinara (Rovigo): “Noi facciamo l’operazione, ma il miracolo lo fa suor Godelive, una suora congolese dei Silenziosi Operai della Croce, che con le sue capacità umane e tecniche ricupera anche molti casi difficili”.

Livio Ambrosino mi racconta la sua storia: “Io ero tecnico aeronautico e avevo una buona formazione meccanica e delle macchine del lavoro meccanico. Non avevo mai pensato e nemmeno immaginato di venire in Africa a scavare pozzi. Il Signore mi ha fatto conoscere questa possibilità e sono venuto e oggi sono contentissimo di questo lavoro. Qui rinunzi a un po’ di comodità, ma vivi una vita più elementare e piena di cordialità e di umanità. E poi le soddisfazioni che hai sono tante, il Signore ti ricompensa dei sacrifici che hai fatto e che fai tutti i giorni.
“Qui a Betlemme mi sono interessato di scavare i pozzi e costruire le pompe per tirar su l’acqua dai pozzi, a 50-70 metri. Abbiamo preso a modello una pompa venuta dalla Francia e l’abbiamo adattata, secondo un progetto dell’ing. Stefano Zanardi, alle necessità dei villaggi africani, dove se si rompe non sanno ripararla, non serve più. Bisogna togliere ogni aggeggio supplementare e ogni complicazione meccanica, in modo che sia facile da usare: stiamo facendo pompe molto più adatte alle necessità locali, al tipo di pozzo e di profondità.

“Per scavare i pozzi abbiamo una buona attrezzatura fin che sono a 50-70 metri. Bisogna trovare l’acqua e non incontrare certe rocce per le quali non abbiamo l’attrezzatura adatta. Il personale è tutto africano e nel foraggio dei pozzi sono autonomi e ormai esperti del loro lavoro. Il materiale che usiamo viene tutto dall’Italia e sono macchine e camion con gru che in Italia non usavano più, regalati alla missione, rimessi a posto e portati qui, fanno ancora un lavoro notevole.
“Tutte le lavorazioni meccaniche che possiamo fare qui le facciamo, però certi materiali debbono venire dall’Italia, ad esempio, l’acciaio inossidabile, l’acciaio inox, certi raccordi particolari, certe plastiche che usiamo per le pompe arrivano grezzi dall’Italia e qui vengono lavorati. Mi sono fatto anch’io un’esperienza che non avevo. Qui abbiamo un buon livello di attrezzatura per queste parti: ci sono due torni, saldatrici, trapani, seghetti alternativi e altre macchine per le lavorazioni meccaniche; poi immagaziniamo il materiale e le tubature, facciamo le pompe e le impiantiamo nei pozzi e diamo l’acqua a villaggi ed enti vari come ospedali, missioni, dispensari, scuole, enti pubblici, ecc.”.

Padre Danilo mi dice: “Ho ricuperato e sto ancora ricuperando molte macchine che in Italia non servono più, sono considerate vecchie, mentre qui non si sono mai viste. Ma le mettono a posto in Italia e le mandano per container. Arrivano due-tre mesi dopo a Duala, bisogna sdoganarle ed è un’altra avventura, ma ormai conosco tutti e ho l’esperienza necessaria . Poi farle trasportare da camion fino a Maroua e metterle nei nostri magazzini, poi trasferirle nei vari laboratori con gru, camion e via dicendo.
“Quando i container arrivano qui a Mouda, bisogna scaricarli e anche lì sono problemi. Abbiamo due gru ma per esempio, per portare un tornio al centro della sala dove bisogna sistemarlo e farlo lavorare abbiamo dovuto spingerlo su rullini di acciaio. Quel che possiamo fare lo facciamo, altrimenti bisogna inventare qualcosa di nuovo. Prendiamo ogni tipo di macchine, per cucire, per lavorare il cuoio, il legno, il ferro, poi presse, torni, frese, seghetti per ferro, trapani e altri attrezzi di meccanica.
“Ho mio cognato a Predore (Bergamo) che prende contatto con industrie e botteghe artigiane e gli danno per poco o niente ogni tipo di macchine che in Italia buttano via e qui invece vanno benissimo. All’inizio noi regalavamo tutto alle altre missioni e parrocchie, adesso facciamo pagare un prezzo anche se è prezzo minimo”.

Danilo dice: “I lavori che facciamo per gli esterni, con i nostri tecnici dei pozzi e i nostri muratori sono più numerosi di quelli interni al villaggio Betlemme: facciamo pozzi nei villaggi con la loro pompa dell’acqua, poi ogni anno costruiamo almeno una quindicina di aule scolastiche per i villaggi. Ci chiedono la scuola e noi vogliamo che il villaggio partecipi, si unisca e la chieda alle autorità. Poi noi la facciamo e ricaviamo almeno il 20% della spesa. Il governo poi si sente obbligato e manda e paga i maestri, naturalmente quando li paga come in tutto il paese. Ma poi sono interessate le famiglie a mantenere gli insegnanti. L’importante è fare la scuola e obbligare i genitori a mandarci i figli”.
Chiedo un confratello del Pime in Camerun, che vive nella cità di Maroua, padre Antonio Michielan: “Come è possibile che in dieci anni Danilo è riuscito ad impiantare questa grande ed efficiente comunità caritativa ed educativa?”.

Risponde: “Anzitutto Danilo è un uomo semplice, ha una visione estremamentre pratica della vita e della sua vocazione missionaria: non si pone molti problemi intellettuali che a volte frenano od ostacolano l’azione. Lui sa che è chiamato a dare una testimonianza di carità verso gli ultimi della società, si è buttato dentro in questo lavoro e Dio lo aiuta, anche perché lui è veramente un uomo di Dio, che prega e fa tutto per amore di Cristo. Qualcuno dice che lui è un manager e non un missionario. Lui lascia che dicano, non si turba, non si scoraggia, prende tutte le occasioni che il buon Dio gli offre, sempre con grande fiducia nella Provvidenza, che gli manda gli aiuti necessari a realizzare queste opere e anche i collaboratori adatti. Grazie a Dio, il Pime in Camerun l’ha sempre sostenuto, la sua opera non ha creato divisioni”.

Livio Ambrosino mi dice: “Sono contento che Danilo ha convinto noi, Operai Silenziosi della Croce, ad accettare il suo invito. Lui è aperto a tutti e a tutte le collaborazioni, non ha pregiudizi ideologici. Chiede a molti di aiutare Betlemme e quando accettano li prova per qualche tempo, poi affida loro un settore, una responsabilità e si fida. Non è il capo che vuol sapere tutto, controllare tutto, fare tutto secondo la sua mentalità e competenza. Controlla, ma lascia fare.
“Ecco perché i vari settori di Betlemme si integrano facilmente, non ci sono gelosie o inimicizie. Ciascuno fa quel che può fare e chiede agli altri di venire in suo aiuto se non ce la fa. Se Danilo deve fare un’osservazione, ne discute con l’interessato e cerca di raggiungere un accordo e a sua volta si lascia consigliare e correggere. E’ un uomo trasparente e questa è una grandissima qualità umana e cristiana. Quel che pensa e programma lo dice, non ha segreti o misteri. Non considera Betlemme come cosa sua, ma come un’opera di Dio, in cui c’è posto per tutti, purchè animati dallo stesso spirito di fede, di carità e di amore agli ultimi fra i poveri”.

Cari amici di Radio Maria, vedete quante cose si possono dire di una visita alle missioni del Camerun? Vi aspetto ancora al terzo lunedì del mese di marzo, cioè il 17 marzo, dalle 21 alle 22,30, e vi parlerò dell’aspetto che credo sia il più interessante, il più nuovo di questo viaggio nell’Africa profonda, del quale non si parla mai o quasi mai, nemmeno nella stampa degli Istituti missionari.
Cioè di come il missionario deve trasmettere il messaggio evangelico nelle lingue locali: non si tratta solo di tradurre le parole di Gesù, bisogna trovare le parole giuste nelle lingue di quei popoli affinchè Cristo sia capito bene e penetri in profondità nelle menti e nei cuori. Vedrete, con esempi molto concreti, quanto è interessante un problema simile, che ci fa capire le diversità abissali fra i popoli e le culture e la bellezza del Vangelo, che è un messaggio valido per tutti gli uomini. E’ un messaggio divino, può venire solo da Dio, come noi fermamente crediamo. Ma la storia dei popoli lo dimostra!
Appunti di Piero Gheddo, PIME
Radio Maria – 18 febbraio 2008 (Ore 21 -22,30)

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