Il curato d’Ars modello del prete oggi – Padre Gheddo su Radio Maria

Quando Papa Benedetto ha iniziato l’anno sacerdotale ha proposto come modello ai sacerdoti d’oggi San Giovanni Battista Vianney un parroco di tempi molto lontani da noi (1786-1859). Una scelta che all’inizio è sembrata un po’ strana: non mancano santi sacerdoti ben più vicini al nostro tempo, la cui vita non è troppo lontana dalla nostra. Ma il Papa ha precisato che l’anno sacerdotale ha per tema “Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”. La credibilità della testimonianza e, in definitiva, l’efficacia stessa della missione di ogni sacerdote, dipende dalla fedeltà e dall’imitazione di Cristo. Del Curato d’Ars si è parlato e scritto tanto in questo anno sacerdotale. Io vorrei dare una lettura non dico originale, ma spero adatta ad un prete del nostro tempo, come io stesso, per grazia di Dio, sono contento di essere.

La mia catechesi si svolge in tre punti:

  1. I tempi difficili in cui è vissuto il Curato d’Ars.
  2. La vita del Curato d’Ars e l’eroismo della sua fedeltà a Cristo e alla Chiesa.

3) Cosa insegna a noi, preti d’oggi, il Santo Curato d’Ars e non solo a noi sacerdoti, ma a tutti i cristiani.

I) I tempi difficili della Rivoluzione francese

Giovanni Maria Vianney nasce da una famiglia profondamente religiosa, quarto di sei figli, in un piccolo centro rurale della Francia meridionale, Dardilly, tre anni prima che iniziasse la Rivoluzione francese (il 14 luglio 1789) con la presa della Bastiglia, da parte del popolo inferocito contro i reali e la nobiltà di Francia, per il profondo e ingiusto contrasto fra le misere condizioni in cui vivevano i francesi e lo sfarzo delle alte classi sociali.

Nell’ultimo mezzo millennio, tre grandi Rivoluzioni hanno sconvolto e trasformato il volto dell’Europa cristiana: nel Cinquecento la Riforma protestante e la Contro-Riforma del Concilio di Trento, nel Settecento la Rivoluzione francese, nel Novecento il Comunismo. Tutte e tre queste Rivoluzioni sono state, in un modo o nell’altro, contro la Chiesa cattolica, che però è stata purificata da questi sconvolgimenti politico-sociali ed è rinata più giovane, più bella e vigorosa di prima. Questa è una delle prove storiche più convincenti del fatto che lo Spirito Santo assiste e protegge la Chiesa in modo misterioso ma reale, rendendola indistruttibile.

La Rivoluzione francese scoppia nel 1789, ma era stata preparata da un secolo, il Settecento, in cui le idee dell’Illuminismo, sintetizzate dallo slogan “Libertà, Uguaglianza e Fraternità”, si erano diffuse in tutta la società francese, accolte con entusiasmo specialmente dalla borghesia, artefice dei progressi scientifici e tecnici ma senza potere politico ed economico, saldamente nelle mani dell’aristocrazia e della monarchia. Purtroppo, anche la Chiesa francese era accomunata a queste classi ricche, avendo vaste proprietà terriere accumulate nel corso dei secoli, con donazioni, eredità e lasciti dei fedeli.

Nelle classi colte del Settecento francese si erano diffuse le idee della “Encyclopédie” che, partendo da basi filosofiche e razionali, sostituiva le verità della Rivelazione cristiana con l’esperienza della ragione umana e quindi l’insegnamento della Chiesa con la coscienza personale e razionale. Non rinnegava la religione ma aspirava ad un generico “deismo”, che porterà all’esaltazione della “Dea Ragione”.

Queste idee, che spiazzavano la Chiesa, erano sostenute dalle dottrine del pedagogo Jean Jacques Rousseau, il quale, come rimedio ai mali presenti, sosteneva “il ritorno allo stato di natura”, cioè a quell’”originaria bontà naturale dell’uomo”, che sarebbe stata azzerata dalla credenza nel “peccato originale e dall’assolutismo della Rivelazione cristiana. La primitiva eguaglianza e fratellanza universale, erano state distrutte dall’egoismo e dai privilegi delle classi usurpatrici.

Le idee dell’Enciclopedismo si diffondono rapidamente anche per gli scritti di vari autori che le traducono in termini comprensibili e in storie di quotidiana esperienza. La figura di punta dell’Illuminismo francese nel Settecento era Voltaire (1694-1778), intelligenza geniale con la capacità di rendere popolari, attraverso articoli, teatri, saggi e romanzi, le idee di filosofi e studiosi. Voltaire era contro ogni intolleranza e fanatismo e combatteva vigorosamente ogni forma di “oscurantismo”, che vedeva soprattutto incarnato nella Chiesa cattolica, di cui predisse prossima la fine. Nei suoi ultimi anni scrisse: “Fra venti o trent’anni l’”infame” (cioè Gesù Cristo) e la sua Chiesa non esisteranno più, ce ne saremo liberati per sempre”. Gli rispose da Roma il Cardinale Rospigliosi che usava le sue stesse armi, l’ironia e le battute fulminanti: “Se in 1.700 anni Papi, Vescovi e preti non sono stati capaci di distruggere la Chiesa cattolica, stia tranquillo che non ci riuscirà nessun altro”.

Il Settecento è il secolo di una profonda crisi della Chiesa per le debolezze e divisioni interne ma soprattutto perchè, in Francia, il clero era in situazione delicata di fronte all’avanzare della cultura rivoluzionaria. Le alte sfere del clero erano reclutate soprattutto fra i nobili ed i ricchi; le rendite di vescovati, cattedrali, abbazie, canonicati, consentivano una vita di lussi e di sfarzo, come quella dei nobili e dell’aristocrazia contro cui si rivolge l’ira e anche l’odio popolare. Il clero delle parrocchie aveva una piccola parte nella distribuzione dei redditi ecclesiastici, con l’obbligo anche di curare e mantenere le scuole dei villaggi per il popolo. I parroci vivevano a contatto con la parte più umile della popolazione, da cui provenivano e sentivano fortemente il peso delle ingiustizie sociali e il legittimo sentimento popolare di porvi in qualche modo rimedio; non solo, ma avvertivano anche la necessità di una riforma nella Chiesa che facesse sparire gli abusi più stridenti.

Il 14 luglio 1789 è l’inizio ufficiale della Rivoluzione francese, quando

una sommossa popolare occupa e saccheggia la Bastiglia, la grande fortezza che dominava Parigi. Non meraviglia che, quando le forze rivoluzionarie prendono i primi provvedimenti, il clero delle parrocchie è spontaneamente a fianco di questo movimento che rinnovava la società francese. Ma nei primi quattro anni della Rivoluzione si manifesta e si scatena tutta la carica anti cristiana e che animava le élites intellettuali dell’Illuminismo e i capi popolo che avevano preso il potere. Alcune date per ricordare il tempo in cui diventa uomo il nostro Curato d’Ars:

1789 – 2 novembre sono confiscati tutti i beni della Chiesa.

19 dicembre le proprietà ecclesiastiche sono messe in vendita.

1790 – 13 febbraio sono aboliti e sciolti tutti gli ordini religiosi e requisite le loro proprietà. Migliaia di uomini e donne si trovano sulla strada.

26 novembre pubblicata la “Costituzione civile del clero” che signifca la dipendenza del clero dal potere politico. Sacerdoti e vescovi dovevano giurare fedeltà alla Costituzione, secondo la quale la nomina dei vescovi era fatta dal potere politico, lasciando al Papa solo l’autorità sulle questioni teologiche. Circa la metà del clero e sette vescovi (su una novantina) giurano fedeltà alle autorità rivoluzionarie. Chi non giurava era perseguitato e condannato a morte. Inizia il tempo dei “preti clandestini” (cioè “non giurati”) che vivevano nelle campagne fra la gente comune e celebravano la Messa e i Sacramenti in case private. La casa del giovane Giovanni Maria Vianney si trasforma in luogo di accoglienza per preti perseguitati e ricercati.

1993 – Nel mese di ottobre incomincia il periodo definito “Il Terrore”, che dura circa 15 mesi, durante i quali i rivoluzionari hanno campo libero di vita o di morte per le persone che tramavano contro la Rivoluzione o non ne condividevano gli ideali. Nella sola Vandea, tradizionalmente la regione più cattolica del paese (nord-ovest della Francia), sono massacrati circa 120.000 cristiani, a Parigi si registrano 2.596 teste tagliate dalla ghigliottina e in tutta la Francia le vittime di questa ondata di odio e di violenza si calcolano a 3-400.000, quando i francesi non erano meno di dieci milioni.

Si proibiscono i funerali cristiani e qualsiasi culto religioso, chiuse tutte le chiese, distrutte le immagini sacre e tutti i simboli di fede o di devozione per le strade o sugli edifici. Il 10 novembre 1793 la Cattedrale di Notre Dame a Parigi è trasformata nel “Tempio della Dea Ragione” e altre 2.345 chiese diventano luoghi di culto della stessa immaginaria divinità.

Ai preti che avevano giurato fedeltà alla Rivoluzione viene imposto di contrarre matrimonio e proibito di celebrare qualsiasi cerimonia religiosa. Molti di essi entrano in clandestinità come gli altri loro confratelli che li hanno preceduti. I fedeli organizzano una rete sotterranea di sacerdoti che celebrano le Messe nelle stalle, nei fienili, con messaggeri che avvisavano di queste celebrazioni le famiglie cattoliche disperse. Tutto questo a rischio della vita. Chi veniva scoperto era giustiziato; chi denunziava questi preti riceveva un premio di 100 franchi e chi li ospitava era deportato nella Guiana francese come un criminale! La famiglia del Curato d’Ars ospitava tali preti. “Fu un miracolo – scrive il biografo – che il generoso benefattore, già in sospetto presso qualche giacobino, non pagò con la vita la sua santa audacia”.

La biografia del Curato d’Ars1 racconta la storia della sua famiglia che a volte partiva nella notte da Dardilly per andare in paesi vicini alla Messa celebrata da qualche prete clandestino. “Il piccolo Giovanni Maria (che allora aveva sette anni o poco più, n.d.r.) era felice di correre a quella festa”. Il santo ricevette la chiamata di Dio al sacerdozio proprio in queste riunioni notturne notturne e clandestine.

La ferocia del periodo sanguinario della Rivoluzione diminuisce d’intensità grazie alle divisioni stesse fra i rivoluzionari: la Rivoluzione divora i suoi figli! Uno dopo l’altro Danton, Hébert, Marat, Robespierre e altri capi rivoluzionari sono tutti ghigliottinati, fin che nel 1799 il generale Napoleone Bonaparte (1769-1821) assume il pieno potere con un colpo di stato, rimette ordine in Francia e inizia le sue fortunate campagne militari che lo portano alla conquista dell’Europa continentale fino alla Russia e all’Egitto. Primo Imperatore di Francia (1804-1814) esporta in tutta l’Europa gli ideali rivoluzionari di rinnovamento sociale, ma anche lui pretende di usare la Chiesa cattolica al proprio servizio, riservando al Papa solo le questioni teologiche e per dirigere gli affari ecclesiastici nomina una “Commissione per le questioni religiose”. Deporta in Francia Pio VI nel 1799, che muore a Valence poche settimane dopo il suo arrivo.

Pio VII (eletto a Venezia nel 1800) cerca di accordarsi con Napoleone e nel 1801 firma un Concordato in cui si parla di libertà religiosa, ma Napoleone aggiunge al Concordato alcuni articoli (senza nemmeno informarne il Papa), nei quali assoggetta la religione al suo servizio. Pio VII non riconosce questi articoli, ma nel 1804 incorona Napoleone primo Imperatore di Francia, che lo invita a restare a Parigi, ormai capitale dell’Europa, ma il Papa riesce a ritornare a Roma, con la minaccia di scomunicare l’Imperatore appena incoronato! Pochi anni dopo, il 10 giugno 1809, Pio VII scomunica Napoleone, il quale lo fa arrestare e lo porta prima a Savona e poi a Fontainebleau, dove rimane fino al gennaio 1814! Questa la situazione della Chiesa negli anni della giovinezza di Giovanni Maria Vianney.

II) La vita di Giovanni Maria Vianney

Giovanni Maria Vianney nasce l’8 maggio 1786 da Matteo e Maria Beluse, quarto di sei figli. Veniva da una famiglia contadina che, nella miseria di quei tempi, si poteva considerare benestante, perché aveva 12 ettari di terra e uno di vigna coltivati da loro stessi. Una famiglia che pregava assieme in casa e con la Messa quotidiana in parrocchia; e poi la carità e l’accoglienza dei poveri. Già il nonno, Pietro Vianney, riceveva in casa i poveri che non avevano dove dormire, li ospitava e li nutriva.

Uno di questi era San Benedetto Labre (1748-1783), “Il pellegrino di Dio”, che, dopo vari tentativi di entrare in monasteri di clausura, diventa santo facendo tutta la vita il pellegrino e mendicante. Figura caratteristica di un tipo di santità vicina a quella del Curato d’Ars, che merita di essere ricordata brevemente. San Benedetto Labre pellegrinava a piedi per i santuari, vivendo di elemosine e dell’ospitalità dei buoni. Si calcola che in 14 anni percorse, sempre a piedi, circa 14.000 chilometri

Dormiva per strada, donava ad altri poveri quello che considerava superfluo. Si vestiva in maniera semplice, sulle spalle un sacco in cui aveva qualcosa da mangiare e le uniche cose che possedeva: il Vangelo, un breviario, il libro Imitazione di Cristo, alcuni altri libri di devozione spirituale e il crocifisso che portava al collo. Il 3 dicembre 1770 arriva per la prima volta a Roma, dove si ferma stabilmente dal 1777 fissando la sua casa sotto un’arcata del Colosseo.

In breve tempo la sua fama di uomo spirituale si diffonde in città e i suoi consigli spirituali erano richiesti da nobili e cardinali. Tempo dopo, un abate che gestiva un ospizio per mendicanti vicino alla chiesa di San Martino ai Monti lo convince tempo dopo a stabilirsi in questo ricovero. I romani lo conoscevano come il pellegrino della Madonna, o il povero delle Quarantore, o il penitente del Colosseo. Lo si poteva incontrare nelle chiese dove si svolgevano le Quarantore.

Vissuto di stenti e di fatiche, la sua salute peggiora rapidamente e il mercoledì santo 1783, a soli 35 anni, si sente male nella chiesa di Santa Maria ai Monti, lo trasportano nel retrobottega di un macellaio di Via dei Serpenti dove nel pomeriggio muore. Ai suoi funerali una grande folla di fedeli di ogni stato sociale. La sua fama di santità di diffonde rapidamente in tutta Europa, tanto che il processo di beatificazione inizia un anno dopo la sua morte e anche i suoi genitori sono chiamati a testimoniare. E’ beatificato il 20 maggio 1860 e canonizzato l’8 dicembre 1881 da Papa Leone XIII. La sua festa è il 16 aprile.

Torniamo a Giovanni Maria Vianney, che a soli sei anni con sua sorella Margherita va a pascolare l’asino, le mucche, le pecore; poi lavora i campi e la vigna, mantenendo vivo lo spirito di preghiera. Riceve la prima Comunione a 13 anni da un sacerdote clandestino dal quale si era confessato la prima volta ed era stato preparato da due suore che avevano dovuto lasciare il loro convento. Erano ancora i tempi della persecuzione anti cattolica. Il parroco di Dardilly aveva giurato fedeltà

alla Rivoluzione e per i Vianney seguirlo voleva dire non riconoscere l’autorità del Papa, per cui decisero di entrare nel circolo clandestino di un sacerdote “non giurato”. L’educazione cristiana ricevuta in famiglia e la testimonianza coraggiosa di quel sacerdote braccato dalla polizia, dal quale aveva ricevuto la prima Comunione, segnano profondamente il giovane Giovanni Battista Maria (come si firma tutta la vita).

Il 5 aprile 1802 il Concordato fra Napoleone e il Papa Pio VII diventa legge di stato. La Cattedrale di Notre Dame, chiusa da più di dieci anni, come migliaia di altre chiese in Francia, si riapre al culto e annunzia con i trionfali rintocchi delle sue campane l’alba della libertà per i credenti in Cristo. Anche nella diocesi di Lione i sacerdoti tornano alle parrocchie e per Giovanni Maria si apre il tempo del faticoso e contrastato cammino verso il sacerdozio.

Aveva ormai 17 anni ma era ancora analfabeta e il pesante lavoro di contadino e vignagliuolo non l’aveva certo preparato agli studi. Il dramma di questo giovane fra i 17 e i 29 anni è questo: non riusciva negli studi e i superiori del seminario si rifiutavano prima di accettarlo e poi di mandarlo avanti. Non mancava d’intelligenza e di applicazione ma, ad esempio, il latino non gli entrava in testa nonostante tutti i suoi sforzi. Il parroco di Ecully, padre Charles Balley, lo stimava molto e si impegna ad insegnargli il latino, oltre al francese e alla matematica, anche se il padre del giovane non voleva che il figlio diventasse prete. Era un forte lavoratore dei campi e la famiglia non poteva perderlo. D’altra parte don Balley era scoraggiato nel vedere che Giovanni Maria era proprio negato per gli studi.

Il futuro Curato d’Ars prende una decisione eroica. Nell’estate 1806 va in pellegrinaggio al santuario di San Francesco Regis, a cento chilometri dal suo paese, facendo voto di andare e tornare a piedi, vivendo dell’ospitalità che poteva ricevere nel tragitto. Aveva con sé un po’ di denaro, ma rispetta il voto di non comperare nulla. Arriva al santuario sfinito, febbricitante, affamato al limite dello svenimento. Aveva vent’anni ma la fatica e il digiuno erano superiori alla sua resistenza. Si confessa e il sacerdote lo scioglie dal voto di non comperare nulla e nel viaggio di ritorno, pur facendo elemosine ad altri pellegrini, si concede qualche buon pasto e letto per dormire. Aveva chiesto la grazia di finire gli studi e diventare prete.
Nel gennaio 1811, dopo aver superato alcuni mesi di ferma militare e quasi un anno di clandestinità per la sua diserzione dall’esercito, dovuta ad una combinazione di cause impreviste e non volute, suo fratello minore Francesco si offre di sostituirlo ed è accettato dall’esercito al suo posto. Giovanni Maria è finalmente libero di riprendere gli studi col parroco di Ecully e poco dopo è accettato nel seminario diocesano per un anno di filosofia. Le lezioni erano impartite in latino e il Vianney non capiva assolutamente nulla. Viene respinto dal seminario e il suo sogno di diventare prete sembra svanito. Ma il parroco don Belley, che conosceva profondamente Giovani Maria, insiste col vescovo e con le altre autorità diocesane, affinchè gli diano il sacerdozio, in quanto devotissimo e obbedientissimo alla Chiesa e si offre per prenderlo lui stesso come coadiutore a Ecully. Mons. Courbon, a quel tempo amministratore dell’arcidiocesi di Lione, dice al parroco: “Lo ammetto perché mi dici che prega molto. La grazia di Dio farà ciò che manca”.

Così, dopo alcuni anni di studi molto sommari riceve gli ordini minori a Lione, ma poi è mandato a farsi ordinare prete dal vescovo di Grenoble, diocesi suffraganea, con una nota che diceva: “Per il momento non gli verrà data la licenza di ascoltare le confessioni”. Quando si pensa che poi dopo pochi anni il Curato d’Ars diventerà il confessore più ricercato di tutta la Francia, appare chiaro il disegno e l’intervento della Provvidenza su questo giovane, sacerdote a 29 anni quasi per miracolo.

Il 13 agosto 1815 Giovanni Maria Vianney è ordinato sacerdote da mons. Simon, vescovo di Grenoble, da solo, senza amici né parenti, dopo aver percorso a piedi i 100 chilometri tra Lione e Grenoble, portando sulle spalle un sacco con un camice per la prima Messa, i suoi libri di devozione e un po’ di provvigioni per la faticosa camminata di due giorni sotto il sole d’agosto. Aveva le ali ai piedi: a 29 anni e tre mesi di età, dopo tante fatiche, lacrime, fallimenti, raggiungeva l’ideale della sua giovinezza e della sua vita.

E’ ospite del vescovo di Grenoble e poi ritorna in diocesi di Lione, dove il vescovo lo manda come coadiutore del parroco di Ecully e con lui esercita l’inizio del suo ministero. Ma don Belley muore il 17 dicembre 1817 e Giovanni Maria è destinato al piccolo paese di Ars, “l’ultimo villaggio della diocesi” con 230 abitanti, che diventerà parrocchia solo nel 1821. In un rapporto al vescovo del sacerdote che era stato ad Ars prima degli sconquassi portati dalla Rivoluzione, si legge che soltanto le donne si accostano ai Sacramenti, mentre gli uomini sono molto lontani dalle pratiche religiose; e quanto ai bambini che frequentano la scuoletta locale, il sacerdote che insegnava loro il catechismo scrive che “questo risulta molto difficile a causa della stupidità e dell’incapacità di questi esseri, che in maggioranza non si distinguono dagli animali se non per il battesimo”.

Don Giovanni Battista Maria Vianney percorre a piedi i trenta chilometri da Ecully ad Ars, accompagnato dalla signora Bibost, perpetua di padre Balley (che però non rimane con lui) e un carro con i suoi libri, un letto, una valigia con i vestiti e poco più. Giungendo da lontano in vista di Ars, il giovane prete si inginocchia e prega per i suoi parrocchiani. Guardando Ars dall’alto della valle in cui si trova (35 chilometri a nord di Lione), il nuovo parroco esclama:”Quanto è piccolo!”. Infatti il paese era formato da casupole in parte col tetto di paglia attorno alla chiesa, con un castello su una collina vicina, dove abitava l’anziana “contessina di Ars”, donna religiosa che aiuterà don Vianney nella sua opera sacerdotale e all’inizio attrezza la casa parrocchiale dei mobili e degli utensili necessari.

Era il 9 febbraio 1818. Don Vianney trova una misera casa parrocchiale spoglia di tutto e un villaggio in grave stato di abbandono, spiritualmente devastato dal tempo della Rivoluzione, quando sembrava che l’ideale supremo fosse di fare ciascuno quel che vuole in campo morale. La sua gente non era atea, anzi si proclamavano cattolici, un certo senso religioso della vita l’avevano mantenuto, ma ad esempio le antiche Confraternite del SS. Sacramento, del Rosario e dello Scapolare non esistevano più. Il campanile di pietra era stato abbattuto dai sanculotti durante la Rivoluzione. La chiesa stessa, spogliata di tutti gli oggetti sacri, era diventata la sala del “Club dei liberi pensatori” e si programmava di consacrarla come “Tempio della Dea Ragione”!

E anche dopo il 1802, quando in Francia si ritorna ad una certa libertà religiosa, Ars è troppo piccolo per avere un prete residente e viene quasi abbandonato. La vita morale del popolo ridotta al minimo, il paganesimo era penetrato nelle anime indebolendo la fede. Un testimone del tempo dice: “Non penso che ad Ars vi siano stati disordini eccezionali, ciò che la parrocchia presentava era la dimenticanza delle pratiche religiose” e molta ignoranza religiosa, dopo quasi vent’anni dall’inizio della Rivoluzione e della nefasta cultura che questa veicolava.

Un sacerdote amico di don Vianney al suo processo di canonizzazione ha testimoniato che il Curato d’Ars gli disse: “Quando ero più libero, nei primi cinque o sei anni, ottenevo da Dio tutto quello che volevo per me e per gli altri… Passavo buona parte della notte in chiesa. Allora non c’era tanta gente come adesso e il buon Dio mi concedeva grazie straordinarie. All’altare ricevevo le consolazioni più speciali. Vedevo Dio non in modo sensibile, ma Lui mi faceva molte grazie”. Ma la conversione dei suoi parrocchiani per alcuni anni non era ancora all’orizzonte

La pastorale di don Vianney era molto elementare. L’ambiente che trova ad Ars lo invita a partire proprio dalla base. Incomincia col visitare tutte le famiglie della borgata, specie le più povere e quelle che avevano in casa ammalati, invalidi. Entra in tutte le case, vuol conoscere i problemi che preoccupano le sue pecorelle. Li aiuta e prega per loro.

Aveva un carattere socievole e cordiale ed era anche molto umile e disponibile a tutto. In poco tempo si rende amico di tutti, ma nei primi anni non vede nessun risultato delle sue preghiere e penitenze. Il suo popolo continua come prima e pare refrattario ad ogni richiamo. Don Giovanni ha un forte e acuto senso della gravità del peccato, si sente incapace di fronte all’indifferenza e all’abitudine al male della sua gente. E’ tormentato dal pensiero che numerose sue pecorelle vanno all’inferno anche per colpa sua. Dà le sue dimissioni al vescovo, che naturalmente gli dice di restare al suo posto.

Gli inizi per il curato d’Ars non furono facili, anche perché, oltre all’insensibilità dei parrocchiani, i suoi confratelli non sempre apprezzavano le sue penitenze e il suo rigorismo e qualcuno giunse anche a calunniarlo. Lui pensava di non essere gradito per la sua impreparazione, era tormentato dal sentirsi incapace. Dopo dieci anni di parrocchia, nel 1927-1928, don Giovanni Battista aveva quarant’anni e si sentiva esausto e sempre tormentato dalla febbre. Un medico che lo visita gli prescrive di nutrirsi meglio (mangiava quasi solo patate e erbe che raccoglieva nel suo orto), ma lui continua nella sua dieta di penitenze. Anni dopo, ricordando quel periodo diceva: “Allora avevo quasi più croci di quelle che potevo portare. Cominciai a domandare l’amore alla croce e ne fui felice, anzi ho constatato che non c’è felicità che in questo”. E in altra circostanza, ad un giovane confratello, che gli chiedeva se le sue pene non gli avessero mai fatto perdere la pace, diceva: “La croce non può far perdere la pace. Tutte le nostre miserie stanno nel fatto che noi non amiamo la croce”.

Finalmente, alle dimissioni di don Vianney, il vescovo risponde positivamente e gli offre la vicina parrocchia di Fareins, cinque volte più popolata di Ars, ma in uno stato religioso pietoso, anche perchè divisa da un’eresia nata da due parroci giansenisti, i fratelli Claudio e Francesco Bonjour, che portano fuori strada metà del gregge: una statistica parrocchiale fatta nel 1822 segnala che a Fareins c’erano circa 600 “giansenisti” su 1186 abitanti. Ad una situazione difficile il vescovo pensa di mandare un uomo molto zelante, “il santo curato d’Ars”, com’era ormai definito dalla sua gente. Don Vianney dapprima esita ed era attirato dall’idea di avere un prete coadiutore, per poter condividere con un altro sacerdote le sue pene. Poi cambia idea e dice alla direttrice della scuola che lui stesso aveva iniziato ad Ars: “Me disgraziato! Stavo per acconsentirsi ad andare in una parrocchia grande, io che faccio fatica a resistere alla disperazione in una parrocchia piccola!”.

Leggendo la monumentale biografia del Curato d’Ars di François Trochu (Cantagalli, Siena 1997, pagg. 700) sono rimasto stupito dai cambiamenti abbastanza rapidi avvenuti nella parrocchia di Ars. Dopo i primi anni dal suo ingresso nel 1817, don Vianney passa, da uno stato di depressione psicologica per la mancanza di risultati visibili alla sua opera di parroco, ad essere travolto e ancora una volta quasi schiacciato dall’ondata imprevista di pellegrini che giungono ad Ars da ogni parte della Francia. E tutti chiedono di confessarsi dal Curato, costretto a fare 10-12-14 ore di confessionale al giorno! Anche gli abitanti di Ars hanno visto e sperimentato la santità del loro parroco e lo seguono.

III) Cosa insegna oggi il Santo Curato d’Ars

È straordinario il fatto che il Papa, iniziando un Anno speciale di preghiera per i sacerdoti di tutto il mondo (19 giugno 2009-2010), abbia proclamato patrono e modello da imitare un pover’uomo, buon lavoratore dei campi ma pessimo studente di latino e di teologia. In seminario lo giudicavano “non adatto a fare il prete”, il suo vescovo non voleva ordinarlo sacerdote perché “troppo ignorante”, infine lo stesso vescovo si convince a farlo prete per mandarlo in un paesino di 230 abitanti, dicendo che “per lo meno farà pochi danni”!

Fatto straordinario perchè un Papa teologo e raffinato pensatore come il nostro Benedetto, poteva trovare qualche altra figura da proporre a noi, 404.262 preti della Chiesa cattolica in tutto il mondo, e non mancano certo santi di alto e anche di altissimo livello intellettuale. Invece sceglie proprio Giovanni Maria Vianney. Perché questa scelta? Facile la risposta. In tanti santi sacerdoti emergono molte doti umane: intelligenza, scienza, autorevolezza, managerialità, leadership, coraggio, due-tre lauree, grandi opere realizzate e via dicendo. In don Giovanni Battista Maria (per ricordare tutti i suoi tre nomi) risaltano la preghiera continua, un’ascesi a volte eroica, la grande amabilità e pazienza con tutti, la disponibilità di sacrificarsi, l’umiltà fino al punto di considerarsi sinceramente l’ultimo dei preti, “indegno di fare il prete”.

Inoltre, il Santo Curato d’Ars è vissuto nel tempo storico della Francia post-Rivoluzione francese (1789-1799), caratterizzato da ateismo pratico, paganesimo morale, indifferenza religiosa, ostilità contro il cristianesimo e la Chiesa, in un’atmosfera di “terrore all’ordine del giorno” che non invitava certo alla fede e alla vita cristiana. Cioè, quasi come il post-Sessantotto in cui noi ancor oggi viviamo, però in una situazione politico-economico-sociale e anche religiosa immensamente migliore a quella del tempo in cui visse “il patrono e modello di tutti i sacerdoti”! Eppure, nonostante tutto, lui ha avuto una fede ed una costanza nella preghiera così profonde e autentiche, che l’hanno portato alla santità.

Dopo aver visto i difficili tempi in cui lui è vissuto e la situazione religiosa che ha trovato ad Ars dove fu parroco per 42 anni (1817-1859), chiediamoci come ha esercitato il suo ministero sacerdotale. Un tema che non riguarda solo noi preti ma anche tutti voi laici che mi ascoltate. Care sorelle e cari fratelli, come voi ben sapete, anche oggi è difficile fare il prete, il missionario (e questo si può dire anche del semplice cristiano). E’ come scalare una parete di sesto grado. Si può fare solo con l’aiuto di Dio. Ecco perché dovete pregare molto in quest’anno per noi, perché senza preti santi difficilmente la Chiesa in Italia e in Europa può superare la profonda crisi attuale che stiamo tutti vivendo e soffrendo.

Il Santo Curato d’Ars è proprio un modello per i sacerdoti anche oggi, perché è giunto alla santità attraverso tre passaggi o gradini per scalare la vetta della santità, cioè della somiglianza con Cristo: la preghiera, l’ascesi e l’amore al prossimo, fino a dare la vita per i suoi parrocchiani. Ecco in breve:

1) La preghiera continua per cercare e amare Dio

Fin da ragazzo Giovanni Maria Vianney era stato abituato ad una preghiera fatta col cuore, che cerca Dio e mette in contatto con Dio. Non un formalismo, un dovere o un’abitudine fastidiosa da esaurire in fretta, ma la ricerca della comunione sempre più profonda con Dio. Sappiamo quante fatiche, sofferenze, umiliazioni gli è costato il cammino verso il sacerdozio e questo gli aveva dato un senso profondo della sua miseria, incapacità, impreparazione, quindi l’aveva reso molto umile davanti a Dio e ai confratelli. Quando giunge ad Ars e tocca con mano la decadenza religiosa del suo gregge, il primo rimedio a questa situazione lacrimevole di peccati è di pregare per la conversione del suo popolo e di mortificarsi, impegnandosi totalmente nella sua missione di parroco, anche solo di 236 persone!

Don Giovanni Maria non aveva altri scopi o interessi se non quello di portare il suo popolo alla conversione. I suoi primi dieci anni ad Ars (1817-1827) sono caratterizzati da una preghiera incessante e da una mortificazione oggi diremmo esagerata. Poi è costretto a cambiare abitudini (anche se non di molto) perché, glie lo dicevano i confratelli e anche il medico, rischiava la vita.

Molto prima dell’alba il Curato d’Ars si era già alzato, accendeva una lampada a petrolio, usciva della casa parrocchiale, attraversava i cimitero e andava nella chiesetta del paese dove rimaneva per tre-quattro ore a pregare spesso prostrato per terra o inginocchiato o seduto su una panca con la testa fra le mani. Supplicava il Signore di concedergli la conversione delle sue pecorelle. Si dichiarava disposto a sopportare le sofferenze della Passione di Cristo affinchè la Grazia di Dio fosse efficace nella parrocchia di Ars. Se non aveva impegni di ministero, stava in chiesa tutta la mattina fino a mezzogiorno. Al pomeriggio e alla sera passava ancora lunghi tempi in chiesa. I suoi parrocchiani sapevano che se volevano trovare don Giovanni bisognava entrare in chiesa e quasi sempre era là che pregava.

L’esercizio quotidiano e prolungato della preghiera, cioè all’unione intima con Dio, lo portava a vivere una vita normale e fedele ai suoi impegni, ma immersa nell’amore e nella donazione a Dio. Il suo zelo pastorale molto superiore alla norma si spiega col fatto che, attraverso la preghiera, la Messa, il Breviario, il Rosario, tutto in lui era orientato a Dio. Il sindaco di Ars, Antonio Mandy che lo conobbe bene, diceva: “Abbiamo una chiesa povera, ma un curato santo, non è come gli altri”. Anche la dedizione alla confessione era fuori del normale. Ore e ore di confessionale perché dopo i primi anni, quando la fama del Curato d’Ars si diffuse in tutta la Francia, venivano penitenti e pellegrini da ogni parte, ricchi e poveri, sapienti e ignoranti, autorità politiche e gente comune, professionisti, scrittori e manovali, contadini. E tutti volevano confessarsi da don Vianney, perchè vedevano in lui l’uomo che aveva il solo scopo di avvicinare le anime e Dio. A volte confessava dall’una di notte alle sette del mattino. Poi celebrava la Messa, recitava con la sua gente il rosario, andava in casa per una rapida colazione e tornava al suo confessionale. Tutto questo anche perché, oltre ai sapienti consigli che dava, aveva il dono di leggere in profondità nelle anime dei suoi penitenti. Un dono speciale di Dio del quale ci sono numerose testimonianze giurate.

Il Curato d’Ars era devotissimo dell’Angelo custode e dei Santi. Da don Balley aveva ereditato molti volumi sull’Eucarestia, la Madonna, biografie e scritti di Santi e tutte le sere, prima di addormentarsi, leggeva questi volumi. Erano la sua “ricreazione”, il suo divertimento. Gli piacevano le reliquie, le immaginette, le croci, gli scapolari, i rosari, i quadri religiosi e tutto quello che poteva richiamare il soprannaturale, l’atmosfera in cui cercava di vivere il più possibile.

Quando il Signore gli concede grazie straordinarie e anche veri miracoli e gli dà la visione chiara delle coscienze dei suoi penitenti, si diffonde la voce di questi fatti, che attirano ancor più pellegrini. Allora don Vianney edifica una cappella a Santa Filomena, giovane martire trovata nelle catacombe di Santa Priscilla a Roma, i cui resti sono nel Santuario di Santa Filomena a Mugnano del Cardinale (Avellino). Don Vianney introduce la sua devozione ad Ars e la definisce “la mia ambasciatrice presso Dio”. Quando gli chiedevano di intercedere per avere delle grazie eccezionali e miracolose, lui suggeriva di andare a pregare Santa Filomena che li avrebbe esauditi. Come infatti avveniva. Una volta padre Toccanier gli dice: “Pare che lei abbia proibito a Santa Filomena di compiere qui ad Ars tanti miracoli” e lui risponde: “Quelle grazie facevano un rumore tale da attirare troppa gente. Le ho chiesto di guarire le anime qui e i corpi da qualche altra parte e lei mi ha ascoltato. Molti malati incominciano qui da noi la novena e guariscono nelle loro case”.

Ad un santo sacerdote come don Giovanni Battista Maria Vianney non potevano mancare le visite del demonio! Decine e decine di testimonianze dirette e giurate lo confermano. Dio permise che il demonio lo tentasse e perseguitasse in ogni modo. Di notte faceva rumori forti per impedirgli di dormire, parlava con voce cavernosa chiamandolo “un mangia patate”, suo cibo abituale; il santo lo chiamava “Grappin” che significa uncino, rampino, artiglio. Se si addormentava, il demonio lo svegliava di soprassalto con forti rumori e spostando violentemente il suo letto da una parte all’altra della stanza. A volte si presentava come uno stormo di pipistrelli misteriosamente entrati dove dormiva, come topi che andavano su e giù sul suo corpo, come una mano che lo accarezzava o schiaffeggiava, il nitrito fragoroso di un cavallo che compariva e spariva dalla sua stanza. Don Vianney si turava le orecchie e tentava di dormire e quando era ora di alzarsi, si alzava puntualmente. Senza una grazia speciale di Dio non sarebbe sopravvissuto a quei tormenti.

Gli abitanti di Ars sentivano dall’esterno quei rumori e quelle voci, ormai ci erano abituati. Il curato poi diceva: “Il demonio non è forte, basta fare un segno di croce e dopo un po’ scompare”. Due preti amici gli dicono che forse ha degli incubi e lui li invita a passare due notti da lui. Nel pieno della notte sono svegliati da un fracasso insopportabile come di un carro che corre su un acciottolato e fa tremare il pavimento. Spaventati corrono nella stanza di don Giovanni e lo trovano coricato nel suo letto che si trovava girato al contrario e nella parte opposta della stanza.

2) La mortificazione per condividere la Passione di Cristo

Nell’enciclica “Sacerdotii nostri primordia” (1959) di Giovanni XXIII sul centenario della morte del Curato d’Ars (1859), nella quale il Papa di Sotto il Monte ricorda che era presente nella Basilica di San Pietro quando San Pio X santifico il Curato d’Ars (1905), si legge: “San Giovanni Maria Vianney è stato un sacerdote straordinariamente mortificato, che, per amore di Dio e per la conversione dei peccatori, si privava di nutrimento e di sonno, s’imponeva rudi discipline e praticava soprattutto la rinunzia di se stesso in grado eroico. Se è vero che non è generalmente richiesto ai fedeli di seguire questa via eccezionale, tuttavia la Divina Provvidenza ha disposto che nella Chiesa non manchino mai pastori di anime che, mossi dallo Spirito Santo, non esitano ad incamminarsi per questo sentiero, poiché sono tali uomini specialmente che operano miracoli di conversioni. A tutti l’ammirabile esempio di rinunzia del Curato d’Ars, “severo con sé e dolce con gli altri”, richiama in modo eloquente e pressante il posto primordiale dell’ascesi della vita sacerdotale”.

Tutta la vita di Giovanni Maria era impostata su un regime estremamente austero. Aveva un senso acuto della gravità del peccato e della sua impreparazione a portare la responsabilità di un parroco. Tremava al pensiero di quante delle sue pecorelle per colpa sua andassero all’inferno (e ci credeva davvero!). Di qui la necessità del digiuno e delle varie penitenze che si imponeva, oltre alla preghiera, per ottenere la grazia della conversione per i suoi fedeli di Ars. Il periodo più rigido sono stati i suoi primi dieci anni di parroco (1817-1827). Dormiva spesso per terra o su un pagliericcio in letto (aveva buttato via il materasso). Con vari strumenti di penitenza, frusta, flagelli, cilicio si tormentava fino a sanguinare. Mangiava ogni giorno quasi solo patate bollite una volta la settimana e consumate a poco a poco, anche quando erano ammuffite. A volte digiunava tutto il giorno. Una volta un amico parroco gli chiede se anche lui ha digiunato per un’intera settimana come un certo santo e lui risponde. “No, sono riuscito a stare senza cibo al massimo per tre giorni, poi non ce la faccio più”.

Alle penitenze va unita la povertà in cui era sempre vissuto anche se, con l’afflusso di fedeli e pellegrini la parrocchia di Ars aveva avuto una buona disponibilità di denaro, ch però don Vianney usò sempre e tutto per la chiesa e le opere di bene, continuando a vivere in una povertà commovente. Era “ricco per dare agli altri”, ma povero per sé. Visse in un totale distacco dai beni di questo mondo e il suo cuore veramente libero si apriva generosamente a tutte le miserie materiali e spirituali che affluivano a lui. “Il mio segreto – egli diceva – è semplicissimo: Dare tutto e non conservare niente”. Alla fine della vita amava ripetere: “Sono contentissimo: non ho più niente e il buon Dio può chiamarmi quando vuole “.

Quanto è importante che anche oggi il prete viva distaccato dal denaro, dal lusso, dalle comodità non indispensabili per il ministero e il decoro del sacerdote.

3) Amore e dedizione totale al suo popolo

Il Curato d’Ars dedicò tutto se stesso al suo popolo, non aveva altri amori o passioni o distrazioni, tutta la sua vita era dedicata alla parrocchia e al bene dei suoi fedeli, dei quali si sentiva responsabile davanti a Dio e alla sua coscienza.

All’inizio predicava in modo forte contro i vizi, la bestemmia, il ballo, il lavoro domenicale, le osterie, tutti i segni della decadenza morale e fisica del suo popolo. Tuonava dal pulpito contro l’abbandono della fede e della vita cristiana, ma era anche paziente e amorevole con tutti e soprattutto esortava ad un’intensa vita religiosa, partecipando all’Eucarestia e ai Sacramenti. Era convinto che solo un maggior amore a Dio avrebbe potuto riportare Ars ad una vita più umana e più cristiana.

La forza delle sue prediche veniva non solo dal fatto riconosciuto della sua santità di vita, ma anche dai toni che usava (a quel tempo!) per convincere i peccatori. Ad esempio, parlando di quanto è grave il peccato della bestemmia diceva con voce tonante: “E’ un miracolo straordinario il fatto che una casa in cui si trova un bestemmiatore non sia ancora stata distrutta da un fulmine o colpita da ogni genere di disgrazie. State attenti, se la bestemmia regna in casa vostra, tutto finirà male!”. Parole che, dette da un santo che compiva guarigioni, facevano impressione e guarivano da quel vizio. Anche l’azione contro le osterie dove gli uomini andavano a bere ed a giocare a carte, con ubriacature, zuffe e anche accoltellamenti, andò a buon fine e le quattro osterie una ad una dovettero chiudere.

La battaglia più dura fu contro il ballo che si prolungava nella notte e spesso finiva in azioni deplorevoli contro la purezza e la fedeltà matrimoniale e in scandali che danneggiavano la comunità e rovinavano i minori. Riuscì ad abolire quasi del tutti i balli organizzati ad Ars quando, in seguito ad una missione parrocchiale (nel 1847), convinse quasi tutte le ragazze e le donne ad andare in chiesa alla domenica pomeriggio per il catechismo, il Rosario, i Vespri e la benedizione. Senza donne, il ballo non aveva più senso!

Per rafforzare lo spirito religioso, il Curato riprende le antiche confraternite, forma gruppi di cristiani che si prestano per le necessità della Chiesa e per l’aiuto ai poveri e alle famiglie in difficoltà. A poco a poco la parrocchia di Ars torna ad essere fiorente di vita religiosa e di buone iniziative e il suo fervore si diffonde a macchia d’olio nelle parrocchie vicine e lontane. Per aiutare le giovani senza istruzione e di condizioni disagiate, istituisce “La Casa della Provvidenza” e in seguito anche un’istituzione simile per accoglierli ed educarli.

Per concludere. IL Curato d’Ars è patrono e modello di noi sacerdoti e di tutto il popolo di Dio. Una santità che per diversi aspetti, come ha scritto il suo biografo Trochu, “è più da ammirare che da imitare”. Ma che comunque ci insegna due grandi verità ch il mondo moderno, così radicalmente diverso da quello del Curato d’Ars, ci fa dimenticare:

Per concludere. IL Curato d’Ars è patrono e modello di noi sacerdoti e di tutto il popolo di Dio. Una santità che per diversi aspetti, come ha scritto il suo biografo Trochu, “è più da ammirare che da imitare”. Ma che comunque ci insegna due grandi verità che il mondo moderno, così radicalmente diverso da quello del Curato d’Ars, ci fa dimenticare:

  1. Don Giovanni Maria Vianney, così povero di doti umane, è diventato santo in situazioni di vita ben più difficili delle nostre. Anche noi preti d’oggi (come tutti i credenti in Cristo) siamo chiamati alla santità, all’amore esclusivo di Dio e del nostro popolo, “senza riservare nulla per noi stessi”.

  2. La sua santità non era fondata su qualcosa di straordinario, ma sulla vita sacerdotale e parrocchiale ordinaria, però vissuta in modo straordinario , nella quotidianità e semplicità del suo ministero sacerdotale, esercitato con generoso impegno e totale dedizione al suo popolo, nell’umiltà e spirito di sacrificio, nella preghiera continua che gli permetteva di trasmettere alle sue pecorelle la sua fede e l’amore di Dio.

1 François Trochu, “Il Curato d’Ars”, Marietti 1820, Genova 1997, pagg. 35-37.

Padre Gheddo su Radio Maria (2010)

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