Il dramma dell’isola dimenticata – Padre Gheddo su Tempi

Il Madagascar è uno dei tanti esempi dei danni materiali e umani le dittature marxiste-leniniste-maoiste hanno causato nel mondo dei poveri.
Nella storia dell’Africa indipendente, la peggior disgrazia dei nostri fratelli neri sono stati i regimi comunisti, che le sinistre europee e italiane esaltavano e aiutavano. Alla fine del maggio scorso, i vescovi del Madagascar hanno pubblicato una forte lettera pastorale che ha richiamato l’attenzione dei media internazionali su quella grande isola abitualmente ignorata. Eppure il Madagascar, esteso quasi due volte l’Italia e ricchissimo di risorse naturali, avrebbe tutto per diventare una potenza economica africana (come il vicino Sud Africa), invece è uno dei paesi più poveri dell’Africa e del mondo, con un reddito medio pro capite inferiore ai
500 dollari annuali.
I vescovi hanno scritto che nell’ultimo anno e mezzo la situazione è diventata insostenibile soprattutto perché, nel caos della politica, le bande criminali e gli scontri a fuoco fra le opposte fazioni sono diventati quotidiani. L’agenzia Fides cita le parole dei vescovi: “L’insicurezza regna ovunque, le famiglie sono divise, la disoccupazione aumenta, le divergenze politiche provocano disordini, le droghe di ogni genere si diffondono dappertutto… Alcuni media attizzano passioni che potrebbero scatenare una guerra civile”.
Leggo alcuni passi della testimonianza di una suora di San Vincenzo de Paoli in una delle ultime carestie che hanno devastato il Madagascar in questi decenni di governi rovinosi per il paese. Un anno di siccità e la gente è alla fame: “Qui ad Amboasari noi distribuiamo 2.300 pasti al giorno e il nostro parroco ne porta un migliaio nei villaggi dell’interno.
Purtroppo gli affamati continuano a crescere e così sarà fino al prossimo raccolto, se in gennaio pioverà. Nel nostro piccolo dispensario muoiono dai quattro ai cinque bambini al giorno. Non ce la facciamo più ad esaudire tutte le richieste”. Un altro testimone aggiunge che chi può “parte in triste carovana verso i centri di raccolta e di distribuzione di cibo, gestiti in massima parte dalle missioni. Prima di partire hanno ucciso e mangiato i pochi buoi scheletrici che ancora sopravvivevano e che avevano nutrito con le grasse foglie dei fichi d’India, un cibo che è servito anche per loro stessi: ridotte in poltiglia e bollite nell’acqua, calmavano almeno i morsi della fame”.

Indipendente dalla Francia nel 1960 (dopo soli 64 anni di colonizzazione francese), l’”isola rossa” ha assunto questo colore politico nel 1975, quando con un colpo di stato è salito al potere Didier Ratsiraka, che ha instaurato un regime marxista-leninista secondo il modello sovietico, durato fino al 2002, con un breve intervallo dal 1993 al 1997.
Come risultato dei quarant’anni di comunismo, il Madagascar, uno dei gioielli della colonizzazione francese, è entrato nell’elenco dei “paesi in via di sottosviluppo” stilato dall’Undp (United Nations Development Program), l’organismo dell’Onu per monitorare lo sviluppo o il sottosviluppo dei popoli. Nel mezzo secolo di indipendenza, il livello di vita della popolazione non è migliorato ma peggiorato.

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Dal marzo 2009, a seguito delle dimissioni del Presidente Marc Ravalomanana, il Madagascar vive una grave crisi politica e istituzionale, perché i partiti locali non riescono ad accordarsi per indire elezioni libere e trasparenti. La Conferenza Episcopale critica le divisioni politiche che impediscono di trovare una soluzione alla crisi: “Il dialogo è bloccato perché nessuno vuole ascoltare l’altro a causa dei sospetti e dell’odio reciproci. Di conseguenza nessuno cerca il bene comune, e il patriottismo perde di vigore”. Di fronte all’insuccesso riscontrato finora dai diversi mediatori internazionali, i vescovi richiamano i malgasci a impegnarsi in prima persona per risolvere la crisi. “La mediazione internazionale è necessaria, ma tutti costatano che ha forti limiti, perché siamo noi malgasci all’origine del problema, e solo noi potremo trovare la vera soluzione”.
Importante questa presa di posizione dei vescovi, che responsabilizzano il popolo malgascio. Noi in Italia continuiamo a dire che il sottosviluppo dell’Africa è causato dallo sfruttamento delle ricchezze naturali di quei paesi da parte dell’Occidente. Certo, come popoli ricchi noi abbiamo le nostre gravi colpe, ma in Africa non poche conferenze episcopali ripetono quanto dicono i vescovi malgasci: che lo sviluppo può essere condizionato da pressioni e sfruttamenti esterni (che bisogna eliminare), ma la responsabilità è anzitutto dei popoli africani stessi. In Madagascar le Chiese cristiane hanno una grande importanza. Su 18 milioni di abitanti, più della metà sono cristiani, i cattolici il 32%, le Chiese protestanti il 21%, i musulmani il 7%. Gli altri appartengono alle religioni tradizionali. Scuole e sanità sono in buona parte delle Chiese cristiane.

Quest’anno ricorre il 50° anniversario dell’indipendenza di 32 paesi africani, fra i quali Madagascar, Nigeria, Congo, Ciad, ecc. Cinquant’anni sono molti, quando si pensa che la colonizzazione degli stessi paesi è durata dai 50 ai 70 anni, con due guerre mondiali in mezzo! I popoli dell’Africa nera sono veramente una grande risorsa dell’umanità, giovani, forti, pieni di vita, di umanità e di gioia di vivere, ci sono di esempio in tanti sensi.
Ma rappresentano anche uno dei massimi problemi per il nostro mondo globalizzato. Il Madagascar, come ho detto, è solo uno dei 35 paesi definiti dall’ONU “in via di sottosviluppo”, quasi tutti africani. Perché l’Africa nera, mezzo secolo dopo l’indipendenza non si sviluppa? Noi non possiamo illuderci di poter vivere in pace e nello sviluppo continuo, quando centinaia di milioni di uomini e donne come noi soffrono la fame, la miseria, la dittatura, la corruzione che divora gran parte degli aiuti dall’estero. Un tema che i popoli ricchi dovrebbero studiare, sperimentare le soluzioni per un nostro aiuto che sia efficace. Lamentiamo che i nostri giovani spesso “crescono senza ideali”. Non dovrebbe essere questo l’ideale umanitario e cristiano che tutti i mezzi educativi e formativi (mass media, scuola, partiti, sindacati, Chiesa, ecc.) dovrebbero fare proprio e renderlo comprensibile e appetibile soprattutto ai giovani? Chi aiuta veramente l’Africa sono quelli che danno la vita per gli africani, missionari, suore, volontari laici, condividendo il loro cammino di crescita umana e civile.

Padre Gheddo su Tempi (2010)

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