Il PIme nel mondo

Mi scuso di questo intervento che faccio per amore della famiglia comune che per tutti noi è il Pime. Da 54 anni di sacerdozio (più otto di seminario) vivo in Italia e, negli ultimi dodici, facendo mensilmente o quasi la spola fra Roma (mia sede) e Milano (ospite in casa madre). Dato che si avvicina la prossima Assemblea generale (maggio 2007) e i superiori chiedono contributi di riflessione, voglio rendere nota una situazione drammatica in cui l’Istituto vive, di cui non è facile rendersi conto. Scrivo per convincermi anch’io della realtà dei fatti, che non bisogna mai ignorare.

Negli ultimi anni le vocazioni di preti e fratelli sono crollate

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La realtà è questa: in Italia, tutti lo sanno, scarseggiano le vocazioni missionarie e sacerdotali, che sono crollate specialmente negli ultimi dieci-dodici anni. Un esempio: a Roma, di fianco alla casa generalizia c’è il seminario pre-teologico (due anni di filosofia e uno di formazione) nel quale io insegno storia del Pime. Ho incominciato nel 1995 e allora c’erano 18 alunni, di cui 15 italiani e tre stranieri (cito a memoria ma più o meno era così). Gli alunni del pre-teologico a Roma sono italiani e cittadini di quei paesi nei quali il Pime non ha ancora un seminario proprio: quindi tutti eccetto Stati Uniti, Brasile e India, che hanno il loro seminario pre-teologico (in Usa vuoto ormai da anni e in Brasile ridotto al lumicino).

In questo anno scolastico 2005-2006, il seminario di Roma ha 16 alunni di cui quattro italiani e 12 stranieri (birmani, filippini, della Guinea-Bissau e del Camerun); in tutto, quattro alunni italiani per tre anni di studio (uno dei quali diventa fratello) significa prevedere che fra qualche anno avremo un prete italiano all’anno! Poi il Signore può sempre fare miracoli, ma la situazione è questa: noi italiani membri del Pime quindici anni fa eravamo 536, oggi 446.

Notate, che il Pime non sta peggio di molti altri, anzi direi meglio! Conosco bene l’amministratore generale dei gesuiti in Italia, che hanno una storia, sono una presenza e una potenza ovunque voi andate: vent’anni fa avevano cinque province, oggi una sola! E questo padre mi dice che il suo lavoro principale oggi è di vendere case, collegi e altre opere dei gesuiti in Italia, costruire e mantenere case di riposo per i gesuiti e mandare i restanti soldi alle province gesuitiche che sono in espansione in altri continenti o anche in altri paesi d’Europa, come Polonia e paesi dell’est europeo.

Il Pime in Italia, grazie a Dio, gode di una buona fama, certamente superiore a quella che è la nostra realtà, me ne rendo conto molte volte! Credo che questo sia dovuto principalmente alla storia del Pime, alle belle e sante personalità che ha avuto e, lasciatemi dire, al fatto che fin, dai tempi di Marinoni e Scurati e poi di Manna e Tragella, abbiamo una buona stampa. Questa “fama” non è solo in Lombardia, Veneto e Campania, ma sono invitato anche fuori di queste regioni e vi assicuro che il Pime gode di una notevole e ottima fama. Ringraziamone il Signore, ma il risultato in termini di vocazioni è vicino allo zero.

Ce ne sono poche, pochissime per tutti. Ricordo che il card. Martini, al termine dei suoi 22 anni di episcopato a Milano nel 2002, diceva: “Il mio più grande magone – usava qualche parola milanese quando era in confidenza – è che ho incominciato il mio servizio episcopale a Milano avendo 45-50 preti all’anno e termino avendone 23-25”. Ma non sapeva che oggi, quattro anni dopo, sono sui 22-23 e per i prossimi anni se ne prevedono meno di venti, per quasi sei milioni di abitanti! Recentemente sono stato a Grosseto per una giornata missionaria e il vescovo mi diceva che negli ultimi anni si sono allontanati dalla diocesi due ordini religiosi che avevano due parrocchie, i gesuiti e non ricordo bene chi d’altro: gli rimangono solo i salesiani e i cappuccini (di cui ero ospite). Come preti diocesani è a zero (ha un solo alunno di teologia in seminario a Firenze) e diceva che se in diocesi (circa 120.000 cattolici) non avesse un po’ di preti polacchi, africani, indiani, latino-americani, dovrebbe dichiarare fallimento.

Potrei citare tanti, tantissimi esempi di diocesi in cui sono stato invitato, che si trovano più o meno nella stessa situazione: credetemi, senza voler mancare di fiducia nello Spirito Santo, il futuro delle vocazioni sacerdotali in Italia è oscuro per tutti.

Anche economicamente siamo in rosso

La case del Pime in Italia sopravvivono a fatica. Lo so che anche nelle missioni ci sono le stesse difficoltà: ovunque ci si lamenta perché la D.G. non manda personale giovane e non ci si rende conto che non c’è!

Sono stato nel dicembre scorso in Guinea-Bissau. Quando vi ero stato nel febbraio 1997 il Pime aveva in Guinea 26 missionari, oggi sono 15 e con due diocesi da assistere, Bissau e la nuova Bafatà affidata dalla Santa Sede all’Istituto col nostro vescovo mons. José Zilli! Credo che anche le altre regioni di missione, con poche eccezioni, lamentano la stessa scarsezza di personale.

In Italia il Pime, riguardo a preti e fratelli, se possibile sta peggio, soprattutto perché i membri giovani o comunque attivi dell’Istituto sono pochi e dalle missioni, inevitabilmente, ritornano aziani e ammalati che bisogna curare ed è un dovere sacrosanto di tutto l’Istituto!

Da una statistica precisa, in questo inizio del 2006 i membri dell’Istituto in Italia (esclusa la delegazione generalizia a Roma) sono 117: al nord 90, di cui 42 con qualche incarico nelle case dell’Istituto, 48 a riposo o comunque senza incarichi (compresa la casa di riposo a Lecco); al sud 27, di cui 11 con incarichi e 16 senza. Questo non dice tutta intera la situazione: bisognerebbe andare a vedere chi è ancora disponibile per ministeri o altre incombenze e chi no; chi, pur avendo un incarico, può impegnarsi o invece, per malattia o altro, lo fa in modo molto limitato e il suo incarico è puramente formale.

Un superiore, parlando del Pime, mi dice che l’Istituto è principalmente impegnato nell’assistenza ai missionari anziani, ammalati, reduci anche per vacanza, bisognosi di cure e altro. Dall’Italia si continua a mandare aiuti alle nostre missioni e ai vescovi locali nati dal Pime: dalle procure di Roma, Milano e Napoli, attraverso le riviste, le adozioni, il finanziamento di progetti, le offerte libere di parenti e amici.

Più ancora preoccupa, almeno un animatore e giornalista come me, il fatto che oggi, in Italia, incontriamo difficoltà notevoli a parlare di missioni e di missionari. ”La missione oggi è qui” è il ritornello più comune che sentiamo. La sensibilità missionaria della nostra Chiesa italiana è in forte diminuzione, nonostante che i “piani pastorali” ripetano spesso i termini di “missione”, “Chiesa missionaria”, “parrocchia missionaria”, “pastorale missionaria”. In genere tutti intendono “la missione qui”, non “fra non criatiani”; e se parlano di paesi e di popoli non cristiani, discutono sugli aiuti economici da mandare, sul debito estero e sulle multinazionali che oppressive. La missione intesa come “annunzio di Cristo ai non cristiani” non esiste quasi più nei discorsi comuni e nei mass media: il missionario è inteso come colui che fa il dialogo inter-religioso e interculturale, che protesta per le ingiustizie e “coscientizza” i popoli poveri per la inevitabile rivoluzione politico-sociale. Gli stessi missionari reduci, portatori di esperienze interessanti di come la fede in Cristo si diffonde e si fortifica nelle giovani Chiese, si vedono quasi costretti a parlare di adozioni e di ingiustizie internazionali, di commercio equo-solidale e dei danni del capitalismo (il fallimento del comunismo, che dominava su 31 paesi, è un fatto archiviato, è politicamente corretto non parlarne più). Per entrare nelle scuole sempre più laicizzate, non si può più parlare di missione e missionari, bisogna parlare di “mondialità”. Il CEM dei missionari Saveriani, nato nel 1947 come “Centro Educazione Missionaria”, oggi è il “Centro Educazione alla Mondialità”.

Questa situazione, congiunta con la diminuzione e l’invecchiamento del personale efficiente, fa sì che l’Istituto in Italia si ritiri sempre più nella gestione delle sue case, nell’assistenza ai suoi missionari. Diminuisce lo slancio per l’espansione esterna, gli abbonati alle riviste e vendere i nostri libri, per far conoscere il Pime a regioni e città dove siamo poco o nulla conosciuti, per coltivare nuovi amici e lanciare appelli per la vocazione missionaria; anche la raccolta di aiuti diventa importante perché il compito dell’assistenza ai missionari (compito sacro e indispensabile) è sempre più un peso economico non facile da portare, in un tempo come il nostro di crisi economica del paese e di graduale diminuzione di tutte le offerte per la Chiesa e per le missioni!

Tutti sapete che a Milano sta nascendo, nell’antico campo da pallone del nostro seminario teologico, un palazzo di otto piani (compresi tre sotterranei per parcheggi) che ospiterà la Clinica San Luca. Questa cooperativa di medici costruiscono a loro spese e per un po’ di anni non pagheranno affitto, poi l’opera rappresenterà un aiuto a mantenere almeno la casa madre e il Centro missionario, come già l’affitto dell’ex-seminario teologico e di due piani del primo Centro missionario (quello costruito nel 1961-1963) alla Facoltà di Psicologia dell’Università cattolica.

In Italia il Pime ha 16 case, 10 al nord e 6 al sud (sempre esclusi la DG e il seminario a Roma): quante sono quelle economicamente autosufficienti? Certamente i due santuari di Sotto il Monte e di Gaeta e forse qualche piccola presenza in edifici non nostri, ma il passivo complessivo diventa pesante. Da vent’anni sì avverte l’esigenza di fondare e attrezzare un’altra casa di cure e di riposo per i missionari, oltre a quella di Rancio. Ma con quali mezzi finanziari? Con quale personale pimino di gestione ordinaria. se quasi non si riesce a tenere aperte le poche case che ormai ci rimangono? Si parla molto, in prossimità dell’Assemblea generale, di ridurre le due regioni italiane ad una sola: si faccia pure, ma non risolverà i nostri problemi perché la somma di due entità in crisi è una crisi più grande per tutti, a meno non si vada verso una diminuzione delle nostre presenze in Italia. Però questo significa ridurre ancora di più la nostra visibilità, con tutte le conseguenze immaginabili.

Occorre insistere sul formarsi una “coscienza di Istituto”

Ripeto che io non sono un superiore né un membro della direzione di qualsiasi ente dell’Istituto, ma solo dell’Ufficio storico, che come personale e peso economico e “politico” equivale a zero. E mi scuso ancora della sincerità di questo articolo, che sento il dovere di scrivere, almeno per suscitare dibattito e presa di coscienza nuova. Quindi parlo solo per la mia esperienza e sarei contento che altri esprimessero, in modo più documentato del mio, le loro impressioni. Sono convinto che questi problemi d’Istituto vadano apertamente condivisi e discussi, per non nutrire facili illusioni.

Prima di accennare a qualche soluzione possibile, mi permetto di dire che tutti i membri del Pime sono chiamati ad acquisire una più forte coscienza di Istituto. Esortazione che già faceva padre Manna ai suoi tempi (e tuttii superiori generali dopo di lui), scrivendo che “i nostri missionari sono troppo missionari”, cioè tutti e solo per la loro missione e nulla per l’Istituto. Se si fa parte del Pime, bisogna rendersi conto del fatto che come il Pime accorre in aiuto alle missioni secondo le sue possiblità, anche le missioni, cioè le regioni di missione del Pime e i missionari, debbono essere disponibili alle urgenze dell’Istituto; semplicemente perchè l’assistenza ai reduci e agli anziani e ammalati è un dovere primario di tutti i membri, non solo dei superiori e dei poveri diavoli rimasti in Italia per obbedire ai superiori. Dobbiamo cambiare la nostra immagine tradizionale che dice: è veramente missionario chi si trova a lavorare alla frontiera, fra i non cristiani. Io direi che l’Istituto è missionario e tutti nell’Istituto sono missionari, purché abbiano spirito missionario e svolgano i compiti loro assegnati dai superiori, nell’obbedienza, come si fa in una famiglia. Quindi, è veramente missionario anche chi, con sacrificio e comunque per obbedienza, si trova in Italia per compiti collegati con la formazione dei missionari, l’assistenza ai missionari e quel poco di animazione e di stampa che ancora riusciamo a fare per conservare gli amici e conquistarne di nuovi, pregando il buon Gesù che ci mandi anche oggi “sante e numerose vocazioni missionarie”.

La EMI ha appena pubblicato la biografia di padre Leopoldo Pastori (1939-1996), che aveva una forte passione per la missione, ma appena arriva in Guinea Bissau nel 1974 prende l’epatite acuta da cui non guarisce più. Era benvoluto da tutti perché cordiale, dedicato, intelligente nell’apostolato. Nel pieno della sua attività missionaria a Bafatà, è costretto a tornare in Italia e non riparte più per undici anni. I superiori l’hanno messo a formare gli alunni nel seminario di Monza. Si sottopone a continue cure, riposo e diete severe, ma non abbandona mai la preghiera, l’entusiasmo missionario, il desiderio di tornare in missione. Nel 1990 i superiori pensano che è bene lasciarlo tornare in Guinea, dove il vescovo e i confratelli lo volevano. Sopravvive ancora sei anni, lasciando un grande ricordo di santità e di amore al prossimo. Nel dicembre 2005 sono ritornano in Guinea per intervistare altri testimoni e mi ha commosso incontrare africani che si commuovono ancora ricordando Leopoldo, dieci anni dopo la sua morte! Il capo villaggio di Ndame, pagano, mi ha detto: “Quando Leopoldo ci parlava di Dio, non c’era bisogno che spiegasse come e perché era buono. Noi guardavamo lui e credevamo a quel che diceva!”; un altro mi diceva: “Ci siamo abituati troppo bene con Leopoldo, forse non ce ne sarà più uno come lui”.

Ebbene, Leopoldo ha sempre pensato e scritto di essere un vero missionario anche quando era costretto a stare in Italia o ad andare a Dakar, nel monastero benedettino di Keur Moussa presso Dakar per mesi di riposo assoluto. Mi permetto di consigliare a tutti i membri del Pime di leggere questa biografia: “Leopoldo Pastori, Il missionario monaco della Guinea Bissau” (Emi 2006, pagg. 188). E’ un giovane missionario di cui la diocesi di Lodi e le due diocesi della Guinea inizieranno presto la causa di canonizzazione. Ho riportato molti suoi testi e lettere: mi pare che insegnano meglio di tante esortazione l’amore alla missione e al Pime.

Scusatemi la digressione, ma lasciatemi dire un’altra mia esperienza personale: non è solo mia, ma anche di altri che hanno avuto il mio destino. Quand’ero giovane sacerdote (1953) desideravo sommamente partire per le missioni, per l’India che mi era stata indicata come mia destinazione (Warangal che doveva nascere in quell’anno). Sono stato trattenuto in Italia per un anno o due, per aiutare nella stampa. Mi sono adattato, poi protestavo con i superiori, perché vedevo allontanarsi la prospettiva della missione. Ormai ero talmente inserito nella stampa e nell’animazione, che mi rimandavano la partenza di anno in anno. Parlandone con confratelli più adulti ed esperti, ricordo che uno mi disse: “Vuoi davvero partire per le missioni? Allora combinane una grossa e ti mandano subito”. Ma a me pareva un trucco non adatto a un sacerdote. Quando contribuii ad eleggere mons. Pirovano superiore generale nel Capitolo 1965 (nel quale ero presente), dopo un mese egli venne a Milano e gli espressi la mia protesta e la mia richiesta. Mi rispose: “Tu per il momento vai bene dove sei. Non dirmelo più, quando sarà il momento, te lo dirò io. Però ricordati che il superiore sono io ed esprimo la volontà di Dio”.

Quella sua chiarezza mi mise tranquillo. Non voglio giudicare i superiori, io sicuramente farei peggio, ma mi pare strano che si lascino andare avanti casi in cui uno fa quello che vuole nel prendere impegni extra istituto e non serve più l’istituto. Si può ancora orientare uno di 40-45 anni, ma non uno di 60-65!

A volte ingenuamente mi chiedo: ma perché il superiore non riesce a stimolare, casa per casa e caso per caso, i membri in modo che rimangano a servizio del Pime? E ancora: perché del servizio all’Istituto si parla così poco e se ne discute ancora meno? Si dovrebbero discutere le finalità concrete dell’Istituto, creare la mentalità che l’Istituto è una famiglia nella quale ciascuno di noi ha, verso gli anziani del Pime, gli stessi obblighi che hanno i figli verso i genitori. Noi siamo missionari nel Pime e per il Pime, formati dal Pime, assistiti dal Pime e domani, Dio non voglia, se avrò bisogno di cure speciali, di assistenza nell’anzianità e nella malattia, di qualche fallimento (anche economico) che necessita un pronto soccorso, sarà ancora il Pime che mi aiuta, mi sostiene, mi mantiene.

Ecco, bisogna dire chiaramente che il Pime è il padre e la madre di tutti e come tale ha diritto alla nostra riconoscenza e al nostro aiuto. Ricordiamo bene, noi di una certa età, quando trent’anni fa, nel tempo delle ideologie e delle utopie trionfanti, in diverse missioni dell’Istituto era di moda dire e scrivere: “Io sono missionario in questa diocesi, a servizio esclusivo del vescovo, voglio vivere come un prete diocesano, assieme ai preti diocesani, senza alcuna diversità”. Si facevano quasi un vanto nel dire questo. Poi, quando andavano in vacanza venivano in Italia; quando avevano bisogno di una Procura si affidavano al Pime; se avevano una malattia speciale tornavano in Italia a curarsi; se cercavano offerte per le loro opere venivano in Italia o negli USA, ma sempre nelle case e strutture del Pime, nelle riviste del Pime e negli uffici aiuto missioni del Pime e via dicendo. E naturalmente protestavano perché l’Istituto non mandava nella loro missione il personale e i mezzi che sarebbero stati necessari.

Credo che questa mentalità sia molto diminuita, ma l’idea di fondo c’è ancora. Forse alcuni missionari sul campo (e anche in Italia), più o meno giovani, sentono il Pime molto lontano ed estraneo. I percorsi dei singoli li conosce solo il Signore e sono diversi l’uno dall’altro, non possiamo giudicare. Chi ha bisticciato con un superiore e continua a dire che ha sbagliato nei suoi riguardi; chi si ritiene non compreso e trattato ingiustamente; chi afferma che l’Istituto non ha mai fatto niente per lui, perché mai dovrebbe preoccuparsene? e via dicendo. Si possono capire tutte le situazioni difficili e gli animi esasperati, ma non si dovrebbe mai dimenticare che come preti e missionari siamo figli della Chiesa e del Pime, non di questo o quel superiore. Il Pime è la mia famiglia, la mia casa, non un albergo o una pensione.

Quale soluzione alla nostra crisi in Italia?

Concludo rapidamente: quale soluzione alla crisi del Pime in Italia? Non spetta a me dirlo e non saprei davvero cosa dire, mi trovo impreparato a fare proposte. Penso che questo sia un problema da discutere a fondo nella prossima Assemblea generale del maggio 2007, lanciando ad esempio un appello come questo, che ho sentito avanzare da un confratello.

I missionari in missione, fra i 55 e i 70 anni, per favore, facciano un esame di coscienza e, se non sono impossibilitati da esigenze di forza maggiore, si offrano per fare un tre-cinque anni di servizio al Pime in Patria, accettando umilmente e con sacrificio di dedicarsi alla gestione dell’Istituto, all’animazione, all’assistenza di anziani, malati e reduci.

E’ solo una proposta che si potrebbe fare. Sicuramente, se ne discutiamo, ne verranno altre più sagge, ma non facciamo finta di niente. Nella mia visione del Pime, oggi che l’internazionalizzazione, grazie a Dio e alla volontà dei superiori e degli incaricati a tutti i livelli, è avviata e ridà speranza di un futuro all’Istituto, mi pare venuto il momento di affrontare di petto la situazione in Italia: sempre con l’aiuto di Dio e chiedendo questo aiuto con la preghiera! Grazie se mi avete seguito fin qui. Preghiamo e parliamone.

Padre Gheddo su InfoPime (2007)

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