La Cina di Luigi Risso (1880-1969) – Prefazione di Padre Gheddo

prefazione al volume “La Cina di Luigi Risso (1880-1969)”
di Roberto Cereseto, Genova

A nome dei missionari del Pime ringrazio Roberto Cereseto che ha scritto questa breve ma interessante biografia dello “zio prete”, padre Luigi Risso (1880-1969), sacerdote diocesano genovese, entrato nel Pime e partito missionario in Cina prima della prima guerra mondiale; poi vicario generale e superiore generale dell’Istituto. Un uomo che ha lasciato un ottimo ricordo in tutti noi che l’abbiamo conosciuto.
Anche in questi giorni, quando dico ai miei confratelli che sto scrivendo questa prefazione, uno che l’ha conosciuto bene come superiore generale mi dice: “Quando penso alla sua bontà, mi commuovo ancora”. E un altro più che negli anni cinquanta era con me nella stampa del Pime, aggiunge: “Era un uomo mite e buono, ma anche coraggioso, aveva una grande fiducia nella Provvidenza. Si è lanciato in opere che a quei tempi sembravano impossibili, per un Istituto povero come il Pime”.

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Ricordo anch’io quei tempi. Dopo la seconda guerra mondiale, l’Italia si apriva al mondo ed era il tempo in cui c’era entusiasmo per le “missioni estere” e fiorivano molte vocazioni missionarie. Ma il Pime era ancora, cento anni dopo la fondazione, un piccolo istituto con circa 300 membri (padri e fratelli) e poche “case apostoliche”, cioè seminari. Il motivo è facile da capire. Siamo stati fondati nel 1850 come “Seminario lombardo per le missioni estere”, il motto era “tutti in missione” e “tutto per la missione”.

Basti pensare che nei primi 60 anni di vita (1850-1910), il Pime ebbe una sola casa, quella di Milano in Via Monterosa e cinque grandi missioni in India, Bengala, Birmania, Cina, Hong Kong, alle quale mandare missionari, soldi, materiali di supporto. La povertà del Pime, a quei tempi, era veramente commovente. Ho scritto la storia di alcune nostra missioni (Birmania, Bengala, Amazzonia, Guinea Bissau, Brasile, USA) e posso testimoniarlo; poi l’ho sperimentato come seminarista e giovane sacerdote dell’Istituto (ho fatto tre anni di studi nella casa del Pime a Sant’Ilario Ligure 1946-1949). Fino al 1953 circa, nei seminari del Pime si faceva davvero la fame! Questa la situazione dell’Italia di quel tempo, ma per noi missionari era certo peggio: vivevamo letteralmente sulle offerte e alcuni lasciti, ma in tempi di crisi economica (come anche oggi!) le offerte crollano!

Ecco, padre Risso, in questa situazione di indigenza, ha dato una svolta epocale al Pime con due atti veramente coraggiosi: il coraggio gli veniva dalla fede nella Provvidenza, che aveva già sperimentato nella missione in Cina. Ha fondato alcuni seminari e case dell’Istituto in Italia (come ricorda Cereseto nella biografia) e soprattutto ha trattenuto in Italia diversi padri giovani (fra i quali purtroppo il sottoscritto), contro la tradizione del Pime che voleva tutti e subito in missione.
Ma è stata una decisione saggia perché, per poter scrivere, predicare, visitare i seminari, le diocesi e le parrocchie e gettare semi di vocazione nei giovani, ci volevano missionari giovani. Il Signore ci ha benedetti: nei dieci anni del superiore padre Luigi Risso (1947-1957), i padri e fratelli del Pime sono aumentati da 300 a circa 400. Poi la spinta è continuata e alla fine degli anni sessanta i missionari erano 720. Ricordo anche che padre Risso era molto favorevole all’internazionalità del Pime. Infatti ha iniziato i nostri primi seminari internazionali (in USA e Brasile) e accolto i primi membri non italiani.
Credo sia importante far notare il coraggio di queste sue decisioni (la grande maggioranza dei missionari erano contrari ad esse), perché fanno capire che non era solo “un buono”, ma anche un uomo di larghe vedute e capace di rapide e coraggiose decisioni. Nei cento anni fino a padre Risso il Pime era solo italiano, perché, ripeto, eravamo sacerdoti diocesani in missione, non congregazione religiosa che per natura sua diventa internazionale. Oggi siamo anche noi un istituto, sempre di preti e fratelli senza voti religiosi, ma internazionale, con seminari anche nelle missioni (Brasile, India, Filippine, Stati Uniti, Bangladesh) ed anche quelli che allora erano contrari a questo passaggio ammettono che è stato provvidenziale.

La prima immagine che caratterizzava padre Luigi Risso è quella di un padre buono, sorridente, misericordioso e paziente. Come si dice oggi, la bontà era proprio nel suo DNA. Dopo un superiore generale come mons. Lorenzo Maria Balconi, vescovo della Cina e superiore del Pime dal 1934 al 1947, sant’uomo anche lui, ma severissimo con sé e con gli altri, il Signore ha mandato padre Luigi, che era tutto l’opposto. Anche lui naturalmente osservava le regole e chi andava fuori strada era richiamato, ma sempre in tono paterno che non umiliava ma incoraggiava a fare meglio. Aveva con tutti un contatto franco e cordiale, sapeva sempre dire “una parola buona”, cioè introduceva nel discorso, in modo naturale, il richiamo a Gesù, a Maria, ai valori soprannaturali; e quindi parlava facilmente delle missioni e dei missionari, che portano Cristo ai popoli in attesa del Messia. Insomma, padre Risso era uno che ci credeva davvero e non è poco nel nostro mondo secolarizzato, nel quale un po’ tutti “viviamo come se Dio non esistesse”. Facciamo difficoltà a parlare delle cose spirituali e anzi alcuni preti sembra che facciano il possibile per essere o apparire “laici”. Padre Risso era un vero prete e tale appariva, in modo naturale e senza alcuna iattanza, in qualsiasi circostanza. Non voleva “farsi vedere”, era proprio così.

Sono convinto che l’aspetto più esemplare nella sua vita è quello spirituale. Quando interrogava noi giovani seminaristi sulla nostra vocazione e sul perchè volevamo diventare sacerdoti missionari, insisteva sulla motivazione di fede e lo spirito di preghiera, l’amore a Cristo e a Maria, la convinzione che la prima qualità del missionario non è l’intelligenza, gli studi, la salute, i soldi o le capacità tecniche, ma il desiderio di santità e di dare la vita per Cristo. Oggi lo ricordiamo specialmente per questo motivo, che ancora ci provoca nella nostra vita sacerdotale.
Nel primo anno del suo superiorato, il 1948, padre Risso ha introdotto l’ “Anno di formazione” nel corso degli studi per i giovani aspiranti per diventare membri del Pime, fra il liceo e la teologia per i seminaristi e due o tre anni dopo l’entrata nell’istituto per i fratelli. Anno anche di studi ma soprattutto di spiritualità, che ricordiamo con riconoscenza. E’ importante, da giovani, avere un anno intero (dodici mesi) senza esami e senza altre preoccupazioni che quella di interrogarci a fondo sulla nostra vita di aspiranti al sacerdozio e alla missione.

Per concludere, di padre Luigi Risso ricordo ancora la sua debole salute, che lo faceva soffrire molto. I padri vicini a lui ne parlavano a volte, raccomandandoci di pregare per il superiore per questo motivo. Roberto Cereseto ricorda nella biografia un fatto grave durante la visita di padre Luigi in Amazzonia: aveva preso nelle gambe i piccolissimi “muruim” e “macuim”, insetti velenosi quasi invisibili, che si trovano nelle erbacce lungo le rive dei fiumi e penetrano in profondità nella pelle, facendo scoppiare piccole piaghe purulente. Il suo corpo era una sola piaga e doveva essere frizionato con alcool!
Conoscevo il prof. Bruni del Policlinico di Milano che era nostro insegnante alla “Scuola di Medicina e Chirurgia per missionari”, fondata nel 1948 a Milano dal dott. Marcello Candia, alla quale ho partecipato anch’io durante i quattro anni del seminario teologico. Quando Risso è tornato dal viaggio nelle missioni, è rimasto a letto per un certo tempo e nell’istituto si pregava per lui. Venne chiamato anche il prof. Bruni che poi, interrogato dopo la lezione di Medicina, ci ha detto: “Pregate per il vostro superiore. Non so come fa a portare la sofferenza e il peso dei suoi malanni, con tutto il lavoro e le preoccupazioni di un superiore generale. Soffre molto, ma è sempre sereno”. Ne era ammirato e anche questo per noi era un segno della sua santità e del suo carattere sempre dolce, sereno, paterno.

Ma su questo tema voglio concludere citando un episodio gustoso che ho scoperto scrivendo la biografia del Venerabile padre Clemente Vismara (P. Gheddo, “Prima del sole”, Emi 1991, cinque edizioni) e leggendo nell’Archivio del Pime a Roma le più di 2000 sue lettere, una delle quali proprio a padre Risso. Premetto che padre Clemente (1897-1988), che sarà beatificato nel giugno 2011 nel Duomo di Milano, è stato missionario in Birmania per 65 anni (1923-1988) ed è invocato “protettore dei bambini” perchè viveva con 200-250 orfani e orfane, raccolti nei villaggi devastati dalla fame e dalla guerra e fa molte grazie che riguardano appunto i bambini.
Padre Clemente era un tipo amabilmente scherzoso, che “prendeva in giro tutti” ha testimoniato un suo confratello al processo per la sua beatificazione, anche i superiori generali. A padre Paolo Manna, che andò a trovarlo a Monglin nel 1928, scrive ringraziandolo della visita ma aggiunge: “Se viene un’altra volta, si abitui prima ad andare a cavallo, perché qui è l’unico mezzo di trasporto. Le ho prestato il mio cavallo più robusto e lei, non sapendo cavalcare, gli ha fiaccato la schiena. Ho dovuto comperarne un altro e mi è costato….”. Manna capisce l’antifona e risponde a Clemente che deve comperare cavalli più robusti, però gli manda i soldi richiesti.
Ad un altro superiore generale, padre Luigi Risso, che risponde ai suoi auguri dopo la sua elezione a superiore generale, si raccomanda alle sue preghiere, perché dice che ha molti malanni. Clemente risponde: “Caro padre Risso, non si preoccupi, i superiori generali che vivono in Italia campano a lungo. Siamo noi missionari nelle foreste della Birmania che moriamo giovani”. Infatti, Risso muore nel 1968 a 89 anni, ma Clemente nel 1988 a 91 anni! Incontrandosi nelle verdi praterie del Paradiso, chissà quante risate si sono fatti! Anche Clemente, come padre Luigi, era sempre ottimista e pieno di gioia, nonostante le molte sofferenze e difficoltà nella vita missionaria.
Piero Gheddo,
missionario del Pime, Milano

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