Perché contenti di essere preti? C’è un motivo di fede e un motivo molto concreto. La fede mi dice che il prete è “un altro Cristo”, rappresenta Cristo, di cui tutti hanno bisogno. Quindi la nostra vocazione è il massimo di realizzazione che potessimo sperare dalla nostra piccola vita. Diventando anziani lo comprendiamo sempre di più e questo dovrebbe renderci felici, la nostra persona deve sentirsi realizzata. Se ci pare che non sia vero, il problema è questo: quanto conta la fede nella mia vita?
“Tu sarai più importante di De Gasperi”
Quand’ero ancora chierico di teologia nel Pime, la mia carissima nonna Anna che mi ha fatto da mamma (mamma Rosetta è morta di parto e di polmonite che avevo cinque anni!), mentre ero in vacanza estiva a Tronzano vercellese mi chiese: “Fra quanti anni diventerai prete?”. Le ho risposto che ci volevano ancora quattro anni e lei mi ha detto: “Ci tenevo ad essere presente alla tua prima Messa in paese, ma non ci sarò più. Quel giorno tu sarai più importante di De Gasperi e di Togliatti, perché chiamerai Gesù che verrà sull’altare e nelle tue mani”. La cara e santa nonna Neta (Anna in piemontese) capiva bene e credeva profondamente in quella verità, a cui noi sacerdoti dobbiamo sempre riferirci in tutte le difficoltà, gli insuccessi e le tristezze della vita, ringraziando ogni giorno il Signore per averci chiamati!
Il secondo motivo è questo. Siamo convinti che tutti gli uomini e le donne hanno bisogno di Cristo. Visitando ogni continente mi sono reso conto di questo: anche quelli che non conoscono Cristo, anche quelli che non ci credono, anche quelli che l’hanno abbandonato, tutti aspirano a una salvezza, liberazione, felicità, che noi sappiamo vengono solo da Dio e dal Figlio suo Gesù Cristo. Ebbene, noi portiamo agli uomini l’unica ricchezza che abbiamo, Gesù, e questa ricchezza è tale che potrebbe rendere felici e liberi tutti gli uomini. E’ vero che molti non la accolgono, ma succede che noi preti siamo gli unici lavoratori a non andare mai in pensione, siamo sempre richiesti della nostra opera anche in tarda età: questo ci allunga la vita e ci rende felici, sereni.
Come coscritti del 1929, ogni dieci anni ci troviamo a Tronzano per una celebrazione eucaristica e un pranzo solenne. Quando abbiamo compiuto i 70 anni, mi sono accorto che i miei coetanei erano tutti in pensione. L’unico ancora al lavoro ero io. Tutti si impegnavano in faccende familiari, in parrocchia, nel volontariato, facevano i nonni, ma insomma, erano in pensione. Il prete, se sta bene e mantiene l’entusiasmo degli inizi, in pensione non ci va mai. Volendo e potendo, trova sempre da occuparsi ed essere utile con un impegno, diciamo istituzionale che lo mantiene giovane, giovanile.
Perchè “la gioia di essere prete”? Rispondo raccontando due fatti, più comprensibili di un lungo discorso. Molti anni fa, nel 1976, visitando il Ciad sono passato da un distretto missionario dove c’era un padre Cappuccino canadese (diocesi di Moundou) che mi ha portato in giro per alcuni villaggetti dei suoi cristiani. Gente poverissima, sporca, analfabeta, senza nessun segno di modernità, in capanne di fango e paglia che peggio non si potrebbe immaginare. A sera chiacchieravo con lui e gli dicevo: “Certo che sei capitato in una situazione umana veramente misera, questi poveri vivono quasi a livello dei loro animali!”. Lui mi guarda e sbotta: “Ma cosa dici? Non guardare all’aspetto esterno delle persone. Il mio popolo, sebbene ancora ai primi passi dello sviluppo moderno, ha dei sentimenti profondi: sapessi quanto mi vogliono bene e quanto rispondono alla grazia di Dio! Ringrazio sempre il Signore che mi ha mandato qui fra loro, sono veramente contento e realizzato e anche convinto che con la fede e la vita cristiana a poco a poco migliorerà anche la loro condizione umana”. Ecco, quella volta ho capito cos’è l’entusiasmo e la gioia di essere prete e missionario, pur in una situazione che giudicavo miserabile e degna di compassione.
“Pensa che vergogna essere portato dalle donne!”
Nel 1986 in Birmania ho conosciuto padre Clemente Vismara, mio confratello del Pime. Aveva 86 anni ed era ancora parroco a Mongping, sui monti della Birmania orientale, ai confini con Cina, Thailandia e Laos, fra guerriglieri e briganti, lebbrosi e affamati, profughi e villaggi bruciati dalla furia delle lotte intertribali, sotto una feroce dittatura militar-socialista che ancora opprime Myanmar (dal 1989 la Birmania si chiama così). Il medico e l’ospedale più vicini erano a Kengtung, a 110 chilometri con quelle strade, col rischio di essere fermati e derubati di tutto! Il servo di Dio Clemente era contento, non si lamentava di nulla, si rammaricava solo del fatto che da pochi anni non poteva più andare a cavallo per visitare i suoi cristiani: lo portavano su una lettiga dove avevano fissato una sedia, su per i sentieri di montagna tra foreste vergini e torrentacci da passare a guado. Mi diceva: “Pensa, Piero, vengono a prendermi e mi portano a turno quattro uomini e poi quattro donne. Pazienza gli uomini, ma che vergogna essere portato dalle donne!”. Nella preghiera per la sua beatificazione si recita: “Concedi anche a noi, o Signore, quella fede semplice ed entusiasta che è stata l’anima dei 91 anni di padre Clemente e dei suoi 65 anni di missione”. I suoi confratelli dicevano: “E’ morto senza essere invecchiato”.
Pensate che fortuna, morire a 91 anni senza diventare vecchi! A volte racconto questo fatto e dico ai presenti: “Vedete, cari amici, oggi tutti sono preoccupati di invecchiare bene, il più tardi possibile, conservando buona salute fisica e un aspetto giovanile. Va tutto bene, ma dobbiamo dire loro che per rimanere giovani la soluzione giusta è amare Gesù Cristo e il prossimo”. In una lettera del servo di Dio Clemente Vismara ad un amico italiano si legge (“Positio per la sua causa di beatificazione”, pag. 444): “La vita è bella solo se la si dona, se la si logora nel fare del bene. Non è che tutto il resto sia insignificante, ma insomma, non è il centro del nostro vivere, non appaga. Fare la volontà di Dio è cooperare al nostro bene, quaggiù e lassù”.
Da mezzo secolo visito diocesi e parrocchie italiane parlando di temi missionari. Conosco tanti preti e ne ho incontrati molti contenti del loro sacerdozio, ma anche altri che, certamente per gravi sofferenze fisiche o morali, sono scoraggiati, pessimisti: non esprimono più la gioia di essere sacerdoti. Sono convinto che una delle più belle e significative testimonianze della verità di Cristo è quella che dà il prete pieno di gioia e di entusiasmo per la sua missione: non per un atteggiamento forzato, esibizionistico, ma perché l’amore autentico a Dio e al prossimo dà ottimismo, viene dal profondo e si riflette in ogni atteggiamento dell’esistenza.
Il mondo in cui viviamo, la nostra cara e bella e fortunata Italia, è un paese dove tutti vorrebbero vivere (siamo invasi da profughi d’ogni parte del mondo!), il nostro popolo italiano, dicono tutte le analisi e statistiche (per quel che valgono), nell’Europa comunitaria dei 27 paesi è uno dove i battezzati sono fra i più “praticanti” (con Polonia, Irlanda, Portogallo, Slovacchia, Lituania….). San Paolo scriveva (II Cor. 7, 4): “Malgrado tutte le sofferenze, Dio mi riempie di gioia e di consolazione”. Padre Paolo Manna, fondatore della Pontificia unione missionaria del clero e dei religiosi, scriveva: “Il  missionario è per eccellenza l’uomo della fede: nasce dalla fede, vive della fede, per questa lavora volentieri, patisce e muore. Il missionario che non è questo, è tutt’al più un dilettante dell’apostolato, sarà presto un ingombro per la missione, un fallimento per se stesso” (Paolo Manna, “Virtù apostoliche – Lettere ai missionari”, EMI, 1995, pagg. 89).
Da dove viene la gioia del sacerdote?
La vita di fede è un mistero in tutti i sensi: secondo la logica umana non si capisce nulla, anche se le verità di fede non contraddicono la logica. Invece, vivendo la fede, si capisce tutto. Un prete contento (come un cristiano contento) dà una grande e bella testimonianza della sua fede, anche se le cose gli vanno male, anche se il suo popolo non corrisponde alle sue cure e preghiere, anche se la sua salute è vacillante e lo fa soffrire. Ma allora, da dove viene la sua gioia? Dal mistero della Croce di Cristo e come la Croce rimane inspiegabile, però è autentica e concretamente constatabile in tanti credenti e santi. A san Francesco Saverio, prima di partire per le Indie, il Signore aveva rivelato quante croci e quante sofferenze lo aspettavano in missione; il santo, invece di recedere, andò con umiltà e buona volontà e poi diceva a Gesù che lo colmava di tante gioie: “Basta, Signore, che di più non posso portarne!”.
Per noi preti e missionari, se la fede ci sostiene, si verifica quanto già dicevano gli “Atti degli Apostoli (5, 41): “Gli Apostoli se ne andarono dal Sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù”. Altro che “oltraggiati”! Avevano ricevuto un buon numero di frustate e per gli ebrei essere frustrati, oltre che uno strazio, era un disonore, “perdevano la faccia”. D’altra parte, quando il nostro Dio e Signore preannunziava ai suoi Apostoli che sarebbero stati perseguitati, aggiungeva: “Beati voi… Gioite ed esultate perchè, ecco, la vostra ricompensa sarà grande nei cieli” (Luca 6, 22).

Padre Gheddo – Sacerdos maggio 2007

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