La Missione alle genti: urgente oggi più di ieri – Padre Gheddo su Radio Maria

Cari amici di Radio Maria, mi debbo scusare con voi perché nella trasmissione di lunedì 19 ottobre scorso non ero presente, ma ricoverato all’ospedale Gemelli di Roma per una delicata e lunga (quasi cinque ore) operazione all’addome. Così abbiamo ritrasmesso la presentazione del padre Paolo Ciceri, missionario in Bangladesh, che avevo fatto il lunedì 17 agosto scorso. Alcuni di voi mi hanno ringraziato perché non mi avevano sentito nelle vacanze di metà agosto.

Grazie a Dio, mi sono rimesso bene e posso parlare direttamente in questa trasmissione. Questa sera sviluppo il tema al quale mi ero preparato per ottobre, cioè la missione alle genti oggi. La mia rubrica a Radio Maria, come sapete, si intitola “La missione continua” e il titolo indica non la generica missione della Chiesa nell’umanità, ma proprio la “missione alle genti”, cioè ai non cristiani, che sono ancora circa i quattro quinti dell’umanità: cinque miliardi su sei e mezzo.

UN AIUTO PER INIZIATIVE MISSIONARIE: il tuo 5 per 1000 può fare molto per gli ultimi, per chi e' sfruttato, per difendere la vita sul tuo 730, modello Unico, scrivi 97610280014

Nella penultima domenica di ottobre si celebra in tutto il mondo cattolico la “Giornata missionaria mondiale”. Questa sera voglio spiegarvi cosa significa la missione alle genti e perchè è sempre attuale anche oggi, anzi oggi più di ieri perchè il mondo si globalizza e molti popoli, delusi dalle ideologie e da religioni umane che non danno risposte ai problemi del mondo moderno, sono alla ricerca del vero Dio che hanno sempre pregato ma non lo conoscono.

Vorrei svolgere questa catechesi sulla missione alle genti in tre punti:

  1. L’ideale missionario sta attraversando una crisi nel nostro popolo cristiano.
  2. Benedetto XVI conferma il mandato di Gesù di annunziare il Vangelo a tutti i popoli e la tradizione missionaria della Chiesa.
  3. Perché la missione alle genti è oggi particolarmente urgente?

I) Prima parte – Perché la missione alle genti è in crisi?

Benedetto XVI nel suo messaggio per la Giornata missionaria mondiale di quest’anno richiama il mandato missionario di Cristo di fare “discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19). Poi cita l’esempio di san Paolo, l’Apostolo delle Genti e la profezia dell’Apocalisse: “Le nazioni cammineranno alla sua luce” (Ap 21,24). E aggiunge: “Scopo della missione della Chiesa è di illuminare con la luce del Vangelo tutti i popoli nel loro cammino storico verso Dio, perché in Lui abbiano la loro piena realizzazione ed il loro compimento. Dobbiamo sentire l’ansia e la passione di illuminare tutti i popoli, con la luce di Cristo, che risplende sul volto della Chiesa, perché tutti si raccolgano nell’unica famiglia umana, sotto la paternità amorevole di Dio”.

Cari ascoltatori di Radio Maria, in questa prima parte vorrei spiegare perché nei popoli cristiani d’Europa, e anche in Italia, c’è una crisi della missionarietà, dello spirito missionario.

Lo diceva già vent’anni fa Giovanni Paolo II nell’enciclica “Redemptoris Missio” (1989), dove si legge (n. 1): “La missione ad gentes sembra in fase di rallentamento, non certo in linea con le indicazioni del Concilio e del magistero successivo. Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani ed è un fatto, questo, che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo. Nella storia della Chiesa, infatti, la spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità, come la sua diminuzione è segno di una crisi di fede”.

La crisi continua e forse è addirittura peggiorata. Diminuiscono le vocazioni missionarie anche fra il laicato e, peggio ancora, mi pare non si capisca più perché la Chiesa continua nella missione alle genti, quando ciascun popolo ha la sua religione. Insomma, lo slancio missionario del popolo cristiano e diminuito, almeno nella nostra Europa che rifiuta di riconoscere le sue radici cristiane. Per due motivi:

1) Primo, viviamo cari amici in un tempo in cui si diffonde sempre più il “relativismo”, che spesso Benedetto XVI denunzia con forza.

Relativismo significa: non esiste una verità assoluta sull’uomo e sul destino dell’uomo.L’uomo è dotato di ragione e deve lui stesso comprendere i principi e le leggi con le quali vivere bene e ottenere la felicità, la pace, la giustizia. Il card. Ratzinger ha scritto che “il relativismo è diventato la vera e propria religione dell’uomo moderno” (“Fede, verità, tolleranza”, Cantagalli, Siena 2003, pag. 87) e che esso è “il problema più grande della nostra epoca” (pag. 75).

Conseguenza pratica del relativismo: la secolarizzazione della vita, cioè il principio: “vivere come se Dio non esistesse”. Non si nega l’esistenza di Dio, ma si pensa e si dice che è inconoscibile e non ha significato o influsso in una “società matura, democratica e laica, che fa a meno di Dio e funziona bene lo stesso”. Laicismo o ateismo pratico presuppongono il rifiuto del rapporto con Dio o un rapporto così labile da diventare una “religione fai da te”, in cui ciascuno prega ma “a modo suo”, si dichiara cristiano ma non praticante, rifiuta Chiesa, vescovi e preti e pretende di stabilire lui ciò che è bene e ciò che è male secondo il suo personale criterio.

Il recente rifiuto di riconoscere le radici cristiane nella Costituzioni europea è sintomatico di quanto il laicismo e relativismo hanno allontanato i popoli europei da una visione del mondo secondo la fede cristiana. Solo i rappresentanti di sette paesi su 27 hanno sostenuto le radici cristiane dell’Europa: Italia, Austria, Portogallo, Polonia, Lituania, Irlanda e Slovacchia!

Qualunque sia la forma che la secolarizzazione ha assunto, estrema, alla francese o moderata, alla americana, nei nostri paesi cristiani ha provocato il crollo della cultura cristiana. Con la cultura relativista dominante nel mondo europeo, la “missione alle genti” non ha più senso.La missione universale della Chiesa nasce dalla fede che Gesù è il Messia, il Salvatore di tutti gli uomini di tutti i tempi. Se manca questa fede, la missione di annunziare Cristo noln si capisce più.

Un esempio. Il 5 febbraio 2006 venne ucciso a Trabzon (Trebisonda) in Turchia don Andrea Santoro a Trabzon, Trebisonda, un sacerdote romano che era andato in quella città islamica per assistere i pochi cristiani e dare una testimonianza di fraternità e di carità al popolo turco. Un editorialista del Corriere della Sera scrisse in quella circostanza. “Tutti condanniamo l’uccisione di don Andrea Santoro, un atto barbarico. Ma perché quel bravo prete è andato in una città dove non lo volevano? Non poteva starsene tranquillo nella sua Roma cristiana?”. Senza la fede in Cristo Salvatore di tutti gli uomini, la missione ai non cristiani non si capisce più.

Dobbiamo ricuperare una forte e viva fede in Cristo unico Salvatore dell’uomo, unico scopo della nostra vita. La missione è fondata su questa convinzione: se la fede vacilla, la missione non ha più senso.

Noi la fede ce l’abbiamo, certamente, ma Marcello Candia ripeteva spesso: “Signore, aumenta la mia fede!”. E quando gli dicevo che di fede ne aveva tanta, mi rispondeva: “Ma la fede non basta mai!”. Com’è la nostra fede? Può essere una fiammella che vacilla e si spegne con un soffio, oppure un solo che illumina e riscalda. Allora dà forza ed entusiasmo alla nostra vita e ci fa pregare e agire per trasmettere la fede, nei modi possibili e non oppressivi, a quelli che non credono.

2) Il secondo motivo per cui l’ideale missionario è in crisi è questo: siamo tutti preoccupati di quanto decadono la fede e la vita cristiana nella nostra Italia e questo oscura l’urgenza della missione ad gentes.

L’ideale missionario sembra un qualcosa d’altri tempi. Nel marzo scorso, parlando in una parrocchia di Milano dei missionari italiani che ho visitato in gennaio nel Bangladesh, una signora mi chiede: “Padre, io aiuto i missionari, ma perché portare la fede in Asia e in Africa, quando il nostro popolo, le nostre famiglie stanno perdendo la fede?”.

Molti la pensano così anche se non sempre lo dicono. Non si rendono conto che più ci chiudiamo nel piccolo buco in cui viviamo e piangiamo sulle nostre miserie, più diventiamo pessimisti e perdiamo la fiducia nello Spirito Santo, che continuamente rinnova la Chiesa proprio attraverso la missione universale. Perdiamo lo spirito missionario che oggi è indispensabile ai cattolici italiani, per la “nuova evangelizzazione” della nostra Italia.

Nel maggio 2007 ho partecipato all’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana (CEI) in Vaticano (21-25 maggio), invitato come esperto della missione ad gentes. Erano presenti circa 280 vescovi italiani tra residenti, ausiliari ed emeriti, per discutere sul tema: “La Chiesa in missione: ad gentes e qui tra noi” e in un testo preparatorio si leggeva: “I vescovi intendono sviluppare un’ampia riflessione sulla caduta nelle Chiese particolari in Italia dell’appello ad una rinnovata missionarietà più volte formulato da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI”.

La “nota pastorale“ della CEI (marzo 2007) dopo il IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona afferma (pagg. 7-8): “Desideriamo che l’attività missionaria italiana si caratterizzi sempre più come comunione-scambio tra Chiese, attraverso la quale, mentre offriamo la ricchezza di una tradizione millenaria di vita cristiana, riceviamo l’entusiasmo con cui la fede è vissuta in altri continenti. Non solo quelle Chiese hanno bisogno della nostra cooperazione, ma noi abbiamo bisogno di loro per crescere nell’universalità e nella cattolicità…. Abbiamo molto da imparare alla scuola della missione. Chiediamo pertanto ai Centri missionari diocesani a far sì che la missionarietà pervada tutti gli ambiti della pastorale e della vita cristiana”. Le intenzioni erano ottime, la realtà diversa.

Da quei cinque giorni passati con i vescovi italiani ho tratto due impressioni:

A) Mi ha edificato e consolato il clima di cordialità e condivisione nell’assemblea generale, nei gruppi di studio e durante i tempi liberi. Ascoltando molti vescovi che parlavano delle loro diocesi in modo accorato e quasi chiedendo un aiuto concreto, ho toccato con mano situazioni di difficoltà della Chiesa in Italia che già conoscevo, ma di cui si avverte la drammaticità quanto più si scende nel concreto. Un vescovo dice: “Nella mia diocesi circa la metà dei preti che sono nella pastorale non sono miei diocesani, ma vengono da altre parti d’Italia o dall’estero”.

Un altro vescovo diceva: “Se non avessi trovato un po’ di preti polacchi, africani, indiani, latino-americani, dovrei dichiarare fallimento, perché da circa vent’anni non abbiamo ordinazioni di sacerdoti diocesani: fino a qualche anno fa cinque parrocchie della diocesi erano affidate a congregazioni religiose, tre delle quali hanno dovuto ritirarsi perché anche loro non hanno vocazioni.

Un terzo vescovo lamentava il crollo della famiglia cristiana: “Circa il 35 % dei bambini che fanno la prima Comunione vivono con genitori divisi o con un solo genitore”. Tutti crediamo che lo Spirito Santo guida la storia e la promessa di Gesù: “Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei secoli” rimane sempre valida. La Chiesa certo non crolla, ma può crollare la Chiesa che è in Italia, magari sostituita da altre più giovani e più entusiaste nella fede.

B) “Abbiamo molto da imparare alla scuola della missione” dice la nota della CEI del marzo 2007. Ma nei cinque giorni con i vescovi italiani, ho sentito parlare pochissimo della missione “alle genti”: le affermazioni di principio della CEI fanno poi difficoltà a scendere nel concreto della vita e dell’azione pastorale. Si dice, ad esempio, che dalle giovani Chiese “riceviamo l’entusiasmo con cui la fede è vissuta in altri continenti”; ma non ci si chiede perché c’è questo entusiasmo. I motivi sono tanti: la semplicità e concretezza della predicazione sempre riferita alla vita, l’integrazione dei “movimenti” in diocesi e parrocchie, la formazione missionaria (andare ai lontani) del cristiano, gli spazi d’azione di preti e laici abbastanza ben distinti (“il prete faccia il prete, il laico il laico”), un forte senso di appartenenza alla Chiesa che forma (non sempre ma spesso) cristiani entusiasti della fede e della missione, ecc. Queste realtà esemplari delle missioni sono sconosciute in Italia.

Purtroppo, di queste realtà delle missioni anche la stampa e l’animazione missionaria parlano sempre meno in modo esplicito. Si parla molto di missionarietà della Chiesa italiana, ma non si specifica che la missione della Chiesa è portare gli uomini e i popoli a Cristo, non semplicemente fare azione sociale o politica o culturale. Va tutto bene, ma la missione è molto di più. Per cui, quando i vescovi chiedono “ai Centri missionari diocesani di far sì che la missionarietà pervada tutti gli ambiti della pastorale e della vita cristiana”, dovrebbero anche spiegare che questo significa soprattutto realizzare il primo annunzio di Cristo ai non cristiani e ai non credenti. E, per conseguenza, anche aiutare i poveri e promuovere la giustizia sociale. Ma se rimangono solo queste due finalità umane, il missionario rischia di essere inteso come una specie di sindacalista o di filantropo.

Un parroco di Gallarate mi ha riferito che pochi anni fa, nella cittadina lombarda (50.000 abitanti) la veglia della Giornata missionaria mondiale organizzata dai missionari per le parrocchie locali, è iniziata con un raduno nel pomeriggio davanti all’azienda Agusta, che fabbrica tra l’altro elicotteri di combattimento per le Forze aeree nazionali (e altre), per protestare contro la produzione di armi; ed è continuata con un corteo attraverso le vie cittadine fino alla Piazza del Municipio con altri discorsi e proteste. Chiedo: cosa c’entra questa manifestazione, alla vigilia della Giornata missionaria mondiale, con la missione alle genti?

Il fatto grave è che non si tratta di un episodio isolato, ma che, più o meno, si ripete con troppa frequenza. Una volta si protesta contro il servizio pubblico dell’acqua che non va privatizzato, poi contro il debito estero dei paesi poveri, poi si va a braccetto con i No Global per protestare contro la globalizzazione e il capitalismo, contro la base americana a Vicenza e via dicendo. Moltiplicando i casi come questi (con campagne d’opinione pubblica, opuscoli, articoli, conferenze), si finisce per far dimenticare che il missionario va tra i popoli non cristiani ad annunziare Gesù Cristo e fondare la Chiesa.

Poi ci lamentiamo, noi missionari, che mancano le vocazioni missionarie. Ma nessun giovane o ragazza si farà missionario per essersi appassionato all’abolizione del debito estero o per non produrre più armi. Ma solo per amore a Cristo e al Vangelo e perché riusciamo a commuoverli parlando dei popoli che, come diceva Madre Teresa degli indiani, “hanno fame di pane, ma molto più hanno fame di Dio e di Gesù Cristo”.

II) Seconda parte – Gesù ha mandato la Chiesa a tutti i popoli

Cari amici, di fronte alla crisi dell’ideale missionario, dobbiamo risalire alle radici del Vangelo, che spiegano perchè Cristo ha fondato la Chiesa per comunicare a tutti i popoli la “Buona Notizia” del Vangelo.

Le obiezioni alla missione ad gentes non sono poche e inducono molti a considerare obsoleto il comando missionario del Signore (Mt 28, 19).

  • Spesso si ritiene che ogni tentativo di comunicare ad altri la propria fede sia porre un limite alla loro libertà. Ciascuno dovrebbe vivere e agire secondo coscienza. Basta aiutare gli uomini a essere più uomini o più fedeli alla propria religione o che ritrovino dentro di sé quello che già hanno dentro (come a volte si scrive), per costruire comunità capaci di operare per la giustizia, la libertà, la pace, la solidarietà.
  • Altri sostengono che non si dovrebbe annunciare Cristo a chi non lo conosce, né favorire l’adesione alla Chiesa, poiché sarebbe possibile esser salvati anche senza una conoscenza esplicita di Cristo e senza una incorporazione formale alla Chiesa.
  • Infine, si afferma che nel nostro tempo, l’annunzio esplicito della salvezza in Cristo dev’essere sostituito dal dialogo inter-religioso e dalla promozione umana dei più poveri, per giungere ad una stretta collaborazione fra le varie religioni e culture e realizzare nel mondo la pace, la giustizia, la solidarietà e l’integrazione culturale-religiosa fra i popoli.

Di fronte a queste e altre problematiche del nostro tempo, il 3 dicembre 2007, festa di San Francesco Saverio, Benedetto XVI ha approvato e ha ordinato di pubblicare una “Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione”, preparata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Un testo veramente importante per la missione alle genti. Un testo che non ha avuto quasi nessun risalto anche nella stampa missionaria, mentre riprende a vent’anni di distanza l’enciclica di Giovanni Paolo II “Redemptoris Missio” (1989), a sua volta pubblicata nel XXV° anniversario del decreto conciliare “Ad Gentes” (1965).

In altre parole, anche oggi, in un tempo difficile come il nostro, il Papa conferma la dottrina tradizionale della Chiesa sulla missione ad gentes , in questa “Nota dottrinale”, che chiarisce alcuni aspetti del rapporto tra il mandato missionario del Signore e il rispetto della coscienza e della libertà religiosa di tutti. Ecco una breve sintesi di cosa insegna la Chiesa sulla missione alle genti, secondo la “Nota” della “Congregazione della Fede”.

Gesù è stato il primo missionario, mandato dal Padre per invitare gli uomini alla conversione. Il Vangelo di Marco, come sapete, incomincia subito con Gesù che si fa battezzare da Giovanni Battista nel Giordano e poi, quando il Battista è arrestato e messo in prigione, Gesù incomincia a predicare la Buona Novella. Leggiamo assieme questo passo (Mc. 1, 14-15): “Allora Gesù andò nella regione della Galilea e cominciò a proclamare il Vangelo, il lieto messaggio che viene da Dio. Egli diceva: “Il tempo della salvezza è venuto, il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo”.

In seguito, Gesù chiama gli Apostoli a seguirlo e affida loro la sua missione evangelizzatrice (Mt. 28, 19-20; Mc 16, 15; At 1, 3): «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20, 21). Attraverso l’opera della Chiesa nel corso dei secoli, eglivuoleinfatti raggiungere ogni epoca della storia, ogni luogo della terra ed ogni ambito della società, arrivare ad ogni persona, perché tutti diventino un solo gregge e un solo pastore (Gv 10, 16): «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc 16, 15-16).

Gli Apostoli, quindi, mossi dallo Spirito Santo, “invitavano tutti a cambiare vita, a convertirsi ed a ricevere il battesimo”, così si legge nella “Redemptoris Missio” (n. 46). Questo movimento che parte dalla chiamata di Dio alla missione, iniziato con gli Apostoli, continua da duemila anni ed è ancora attivo per l’opera di altri missionari, anch’essi chiamati da Dio e mandati dalla Chiesa.

Cari fratelli e sorelle, questo ci insegna la Chiesa, questa la nostra fede. Personalmente, quando ho qualche momento di crisi, di stanchezza, di dubbio, ripenso alla mia piccola vita, a Dio che mi ha chiamato a seguirlo come sacerdote missionario, e mi vedo inserito nel cammino storico della sua Chiesa, che rivela il Messia a tutti i popoli e a tutte le culture. Che la missione affidatami da Dio è grande, importante. Penso: Piero, tu sei piccolo e misero e povero, però Dio ti ha affidato una grande missione, portare e testimoniare agli uomini la Buona Notizia della salvezza in Cristo. Agli occhi del mondo tu vali poco o nulla, agli occhi di Dio sei importante perché testimoni Cristo agli uomini e porti gli uomini a Dio.

Questo è un pensiero che mi commuove e ringrazio il Signore di avermi chiamato. Io sono uno delle migliaia e migliaia di missionari che vivono ed agiscono nel mondo non cristiano, vescovi, preti, fratelli, suore, laici, tutto il popolo di Dio chiamato ad essere testimone di Gesù e del Vangelo

Dobbiamo sempre inquadrare la nostra vita nella trama storica di Dio che si rivela, che si fa uomo, che viene a salvare tutta l’umanità. Allora acquistiamo una dimensione storica della salvezza, nella quale anche noi facciamo la nostra piccola parte! Non siamo soli a combattere la buona battaglia, facciamo parte di una grande comunità a livello mondiale

All’inizio del terzo millennio del quale stiamo vivendo i primi anni, Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica “Novo millennio ineunte (6 gennaio 2001, n. 1) ha fatto ancora risuonare nella Chiesa l’invito di Gesù agli Apostoli: «Prendete il largo e calate le reti per la pesca» (Lc 5, 4). E, dopo il miracolo di una grande raccolta di pesci, il Signore annunciò a Pietro che sarebbe diventato «pescatore di uomini» (Lc 5, 10).

La Chiesa è nata per evangelizzare per annunziare e trasmettere il Vangelo, che è «potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1, 16) e che in ultima analisi si identifica con Gesù Cristo (1 Cor 1, 24). Perciò, l’evangelizzazione ha come destinataria tutta l’umanità. Non può essere limitata e racchiusa entro alcuni ambiti o confini.

Ecco la missione universale della Chiesa che noi ricordiamo e celebriamo nella Giornata missionaria mondiale. Perché questa missione a tutti gli uomini? In forza di un diritto di tutti gli uomini e di un dovere che abbiamo noi cristiani:

a) Nella Evangelii Nuntiandi di Paolo VI (1975, n. 80) si legge che “è un diritto degli uomini di ricevere l’annunzio della salvezza”; lo stesso concetto lo esprime la Redemptoris Missio (n. 46): «Ogni persona ha il diritto di udire la “buona novella” di Dio che si rivela e si dona in Cristo, per attuare in pienezza la sua propria vocazione». Si tratta di un diritto conferito dal Signore a ogni persona umana, per cui ogni uomo e ogni donna può veramente dire con San Paolo: Gesù Cristo «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20).

b) A questo diritto corrisponde il dovere di evangelizzare: «Non è infatti per me un vanto predicare il Vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo!» (1 Cor 9, 16; Rm 10, 14). Ecco l’impegno primario e irrinunziabile della Chiesa: annunziare Cristo a tutti gli uomini, far incontrare tutti gli uomini con Cristo. Noi sacerdoti siamo stati chiamati a donare tutta la nostra vita al Vangelo, ma tutti i cristiani hanno il dovere di testimoniare Cristo, con la vita ma anche quando è possibile e opportuno, con la parola.

La Nota sull’evangelizzazione termina con questa conferma del mandato di Cristo: “L’azione evangelizzatrice della Chiesa non può mai venire meno, poiché mai verrà a mancarle la presenza del Signore Gesù nella forza dello Spirito Santo, secondo la sua stessa promessa: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Gli odierni relativismi ed irenismi in ambito religioso non sono un motivo valido per venir meno a questo oneroso ma affascinante impegno, cheappartiene alla natura stessa della Chiesa ed è «suo compito primario»[54]. «Caritas Christi urget nos – l’amore del Cristo ci spinge» (2 Cor 5, 14).

III) Terza parte – La missione ad gentes è urgente anche oggi

Per rendere concreta la “Nota dottrinale” della Congregazione per la Fede sulla missione alle genti, vorrei brevemente spiegare perché l’attività missionaria è oggi particolarmente urgente e come si realizza nel nostro tempo.

  1. Come tutti sappiamo e sperimentiamo, viviamo in un mondo che si va sempre più unificando. I popoli, una volta lontanissimi l’uno dall’altro, si avvicinano e si incontrano grazie alle mirabolanti scoperte e costumi del nostro tempo: democrazia e diritti dell’uomo e della donna, radio, cinema, televisione, telefonino, computer, internet, turismo. Il mondo sta diventando “un piccolo villaggio”. Per le vie delle nostre città si incontrano sempre più cinesi, africani, indiani, arabi, latino-americani; nelle scuole elementari italiane, in media, i bambini sono all’8-9% di genitori non italiani. In Italia, un’azienda su 33 registrata dallo stato (ditta, negozio, impresa), che produce lavoro e paga le tasse, è stata fondata e appartiene ad un immigrato “terzomondiale”.

In questo movimento epocale inarrestabile di globalizzazione e di integrazione dell’umanità, pur fra molti contrasti e lotte, vengono a contatto anche le culture e le religioni dei vari popoli, i modi di vita, le visioni del mondo, le mentalità e tradizioni, le strutture familiari e delle società tradizionali. E’ inevitabile che questi contatti e confronti facciano emergere i valori culturali e religiosi più umanizzanti, rivelando a tutti i disvalori disumanizzanti. Ad esempio, il terrorismo e il “martirio per l’islam” dei kamikaze musulmani non sono certo apprezzati e amati! Così come la pena di morte, le punizioni fisiche, la poligamia e molti altri costumi dei tempi passati, non più ammissibili né accettabili nel mondo moderno.

  1. L’incontro con l’Occidente è visto come negativo per le culture indigene; ma poi i popoli tendono verso un modello di sviluppo largamente ripreso dall’Occidente: valore assoluto della persona umana, uguaglianza di tutti gli uomini, democrazia parlamentare, libero mercato, diritti dell’uomo e della donna, monogamia, libertà di pensiero e di religione, giustizia indipendente dal potere politico, il precetto del perdonare le offese ricevute, il valore del gratuito (esempio, il volontariato oggi ampiamente diffuso in Giappone come in India), ecc. Valori che in genere non esistevano nel mondo non cristiano, prima dell’incontro con la colonizzazione occidentale.

L’Occidente ha tante colpe storiche e attuali verso i popoli altri, ma ha anche maturato nella sua storia millenaria un modello di sviluppo che oggi non ha alternative plausibili. Certo va corretto secondo giustizia e solidarietà, ma i fondamenti religioso-filosofico-culturali dell’Occidente sono universalmente validi e tutti i popoli li stanno adottando. Praticamente sono i principi secondo i quali è stata redatta la “Carta dei Diritti dell’Uomo” approvata dall’ONU nel 1948 e firmata ormai da quasi tutti i paesi; documento che, come sappiamo, è di chiara derivazione cristiana. Il segretario dell’Onu (1961-1971), il buddhista birmano U Thant, coinvolgendo studiosi e autorità islamiche, buddhiste e indù, aveva tentato di stilare un altro progetto di carta dei diritti dell’uomo (o diversi altri progetti) ispirati da queste altre culture e religioni, senza ottenere risultati positivi.

.

La tendenza comune dei popoli è quella di conservare la loro identità culturale e religiosa, ma anche di assumere, per scelta di popolo, molti aspetti del modo di vivere occidentale, nel bene e nel male.

L’Occidente è demonizzato come autore di tutti i crimini, i vizi e le nefadezze dell’uomo, ma è anche il luogo in cui si vive con più sicurezza, libertà, giustizia e abbondanza, dove tutti i popoli vorrebbero vivere. Perchè nessun musulmano scappa verso i ricchissimi paesi arabi del petrolio, ma viene in Europa? Perché nessun latino-americano è profugo a Cuba, esaltata come società giusta, egualitaria e senza classi sociali, ma tutti vogliono andare negli Stati Uniti?

Occorre dire chiaramente che l’Occidente cristiano (o cristianizzato) non va identificato col cristianesimo, religione universale che purifica tutte le culture e si incarna in tutti i popoli. Però bisogna anche dire che, storicamente, nei suoi duemila anni di vita, finora il cristianesimo si è incarnato solo in Occidente, dando origine ad una cultura che ha prodotto la civiltà moderna, il mondo moderno, cioè lo sviluppo dei popoli, prima quelli occidentali e oggi stiamo assistendo alla diffusione graduale del “progresso” a tutta l’umanità. E non si può negare che tutti i popoli altri aspirano a questo modello di “sviluppo”, non solo economico, ma soprattutto “umano”: pace, libertà, democrazia, diritti della donna, benessere, sicurezza, ecc.

Certo, l’Occidente cristiano ha prodotto anche Auschwitz e i campi di sterminio nazisti, i gulag sovietici, la bomba atomica americana e tanti altri crimini contro l’uomo e l’umanità. Ma non si può affermare che questi crimini vengono da un’ispirazione evangelica. Anzi, sono compiuti andando contro i precetti del Vangelo!

Mons. Luigi Giussani, fondatore di “Comunione e Liberazione”, così precisa la “novità della vita in Cristo” nel quadro della storia dell’uomo e dello sviluppo dei popoli (1). “La cultura occidentale possiede dei valori tali per cui si è imposta come cultura, operativamente, socialmente, a tutto il mondo. C’è una piccola osservazione da aggiungere: tutti questi valori la civiltà occidentale li ha ricevuti dal cristianesimo”.

Lo storico delle civiltà Arnold Toynbee ha sviluppato questa idea: la civiltà occidentale è nata dalla fortunata confluenza del “miracolo greco” (razionalità) col “miracolo ebraico” (Rivelazione e Incarnazione di Dio) ed è l’unica civiltà “universalizzabile”, cioè che contiene valori e principi validi per tutti gli uomini: i valori e i principi che vengono non dall’intelligenza umana, ma dalla Parola di Dio. Questo “privilegio” – continua Toynbee – non è dato agli occidentali per vantarsene e usarlo a loro egoistico profitto, ma è una ben pesante responsabilità di fronte a tutti gli uomini. Se i popoli occidentali tradiscono il compito di diffondere nel mondo i doni ricevuti da Dio, vanno incontro alla dissoluzione e all’auto-distruzione: droga, terrorismo, corsa alle armi e allo spreco, sottozero demografico, sono solo alcuni segni della “corsa verso la morte” che l’Occidente sta percorrendo, dopo aver abbandonato Dio e il Vangelo.

3) Oggi comprendiamo la visione profetica che ebbe vent’anni fa Giovanni Paolo II quando scriveva nella “Redemptoris Missio” (n. 3): “Dio apre alla Chiesa gli orizzonti di una umanità più preparata alla semina evangelica”.

Nella crisi di fede e di umanesimo dell’Occidente, poteva sembrare una profezia azzardata. Ma il Papa spiegava il suo ottimismo citando fatti storici che guidano i popoli ad interrogarsi su Dio, sull’uomo, sul significato e la meta ultima della vita: il crollo delle ideologie e di sistemi politici oppressivi, il processo di unificazione dell’umanità, l’affermarsi tra i popoli di quei valori evangelici che Gesù ha incarnato nella sua vita, che hanno reso i popoli del mondo intero più disponibili, più aperti al messaggio di speranza del Vangelo; un tipo di sviluppo senz’anima.

E aggiungeva: “Sento venuto il momento di impegnare tutte le forze ecclesiali per la nuova evangelizzazione e per la missione ad gentes. Nessun credente in Cristo, nessuna istituzione della Chiesa, può sottrarsi a questo dovere supremo: annunziare Cristo a tutti i popoli”.

Ecco perché la missione universale della Chiesa, anzitutto ai popoli non cristiani, è urgente oggi più che mai. Nei due ultimi paesi visitati, Camerun (2008) e Bangladesh (2009), ho incontrato diversi vescovi e i due nunzi apostolici, che concordavano dicendo quello che ho visto visitando le missioni. Ovunque si registrano conversioni a Cristo, ma le Chiese locali, pur avendo già un certo numero di vocazioni sacerdotali e religiose, assolutamente non bastano con le proprie forze a questo movimento ispirato dallo Spirito.

4) Un esempio. Il vescovo di Dinajpur, diocesi del Bangladesh fondata dal Pime nel 1927, mons. Moses Costa, mi comunica i dati della sua diocesi: 20 milioni di abitanti con 45.000 cattolici e 3.000 catecumeni, dispersi in circa 600 villaggi e città da visitare pastoralmente. La diocesi è vastissima, 20.000 kmq. (più o meno come la Puglia, poco meno della Lombardia). I sacerdoti locali sono 32 e i missionari del Pime una ventina con due fratelli (altri lavorano in tre diocesi del Bangladesh).

Il vescovo Moses dice che molti tribali (di religione tradizionale animista) vorrebbero ricevere il battesimo ed entrare nella Chiesa, ma lo scarso numero dei suoi sacerdoti non permette di rispondere positivamente a tutti quelli che chiedono, a volte interi villaggi o famiglie. E aggiungeva: “Economicamente, se non avessimo l’aiuto annuale della Congregazione per le missioni, generosi benefattori in Italia e negli Stati Uniti e non poche adozioni a distanza, la mia diocesi potrebbe dichiarare fallimento. Il nostro popolo è molto povero, collabora alle spese della parrocchia ma non riuscirebbe a far funzionare scuole, dispensari medici, lebbrosario, ospedale, la “Novara School” (scuola tecnica) e tutte le altre opere caritative ed educative che abbiamo”.

Negli ultimi vent’anni (per non andare troppo indietro) ho intervistato una quarantina di vescovi e alcuni nunzi dei paesi di missione e la situazione è molto spesso simile a questa. Ci sono ancora non cristiani che si convertono a Cristo (persino i paesi musulmani come il Bangladesh e il Mali), ma la Chiesa non riesce a rispondere a tutte queste richieste. Quando si dice che nelle missioni non ci sono più conversioni, si dice una grande menzogna.

Nel Borneo malese, visitato nel 2004, ho intervistato quattro vescovi di quella regione (Darussalam, Kota Kinabalu, Keningau e Kuching): nelle ultime tre diocesi si verificano ancora le cosiddette “conversioni in massa”. L’arcivescovo di Kuching mi diceva: “I dayak delle foreste del Borneo entrano nella Chiesa. Ho parecchie parrocchie con uno-due preti che hanno dai 300 ai 600 battesimi di convertiti adulti all’anno. Ma come faccio a seguirli se ho pochissimi preti in rapporto al rapido aumento della comunità cristiana?”.

Cari amici di Radio Maria, voi capite. E’ doloroso per un vescovo, un parroco, dover rifiutare l’assistenza religiosa a nuove persone o famiglie o villaggi che chiedono di convertirsi. Ogni persona che chiede di conoscere Cristo, e in genere sono giovani, dovrebbe trovare nella Chiesa una risposta.

Questa è una situazione che si verifica anche qui nei nostri paesi di antica cristianità: parrocchie senza parroco, diocesi con pochi sacerdoti, fedeli che vorrebbero confessarsi e non trovano sacerdoti disponibili. Dobbiamo sentire tutto questo come un problema nostro. Non solo di tutta la Chiesa, ma mio personale. Siamo tutti chiamati soprattutto a pregare e poi ad operare perché il Signore mandi operai nella sua messe.

5) La missione continua e si rinnova sempre

Un aspetto importante della missione alle genti, che non posso trattare in questa breve catechesi è come cambia nel tempo l’attività missionaria della Chiesa.

Sulla missione alle genti Benedetto XVI ha tenuto un importante discorso l’11 marzo 2006 al convegno internazionale sul 40° anniversario dell’Ad Gentes, organizzato dalla Congregazione per l’Evangelizzazione.

In quel discorso ha detto: “L’annuncio e la testimonianza del Vangelo sono il primo servizio che i cristiani possono rendere a ogni persona e all’intero genere umano, chiamati come sono a comunicare a tutti l’amore di Dio, che si è manifestato in pienezza nell’unico Redentore del mondo, Gesù Cristo”.

Poi ha aggiunto: “La Chiesa è oggi chiamata a confrontarsi con sfide nuove ed è pronta a dialogare con culture e religioni diverse, cercando di costruire insieme a ogni persona di buona volontà la pacifica convivenza dei popoli. Il campo della missio ad gentes appare così notevolmente ampliato e non definibile solamente in base a considerazioni geografiche o giuridiche”.

Questo tema di com’è la missione ad gentes oggi e come è cambiata rispetto ad un passato anche recente, lo svolgeremo, se Dio vuole, in uno dei nostri prossimi incontri a Radio Maria.

Concludo con una citazione di Paolo VI, che nel discorso natalizio 1969 diceva: “Un umanesimo vero senza Cristo non esiste e noi supplichiamo Dio e preghiamo tutti voi, uomini del nostro tempo, a risparmiarvi la fatale esperienza di un umanesimo senza Cristo. Basterebbe una facile riflessione sull’esperienza storica di ieri e di oggi, per convincersi che le virtù umane, sviluppate senza il carisma cristiano, possono degenerare nei vizi che le contraddicono. L’uomo che si fa gigante, senza animazione spirituale cristiana cade su se stesso per il proprio peso, manca della forza morale che lo fa davvero uomo, manca della capacità di giudicare la gerarchia dei valori,manca delle ragioni trascendenti che gli erano motivo e sostegno delle sue virtù; manca, per tutto dire, della vera coscienza di sé, delle vita, dei suoi perché, dei suoi destini.. Manca del prototipo dell’umanità; si crea degli idoli che sono fragili e talvolta indegni. Manca del vero Figlio dell’Uomo, Figlio di Dio, modello operante per l’uomo nuovo. Il vero umanesimo dev’essere cristiano, per nostro primo dovere, per nostro supremo interesse”.

1) Luigi Giussani, “Cristo, Tutto ciò che abbiamo – Conversazione con un gruppo di Comunione e Liberazione, New York, 8 marzo 1986”, inserto in “Tracce”, febbraio 2002.

Padre Gheddo su Radio Maria (2009)

SOSTIENI INIZIATIVE MISSIONARIE! con il tuo 5 per 1000 è semplice ed utilissimo. Sul tuo 730, modello Unico, scrivi 97610280014

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*