La sfida dell’islam a noi cristiani – Conferenza di Padre Gheddo a Bordighera

Sul nostro tema esistono intere biblioteche. Tenterò di trattare molto in sintesi tre punti, poi discuteremo e approfondiremo quel che più vi interessa sapere:
1) Quali differenze fra cristianesimo e islam?
2) Per entrare nel mondo moderno, l’islam deve riformarsi dall’interno.
3) Quale la sfida, la provocazione dell’islam a noi cristiani?

I) QUALI DIFFERENZE FRA CRISTIANESIMO E ISLAM?

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Per l’“uomo della strada” europeo, tutte le religioni più o meno si equivalgono: è vero che ogni religione tenta di portare l’uomo a Dio attraverso vie diverse, ma è anche vero che quelle monoteiste si proclamano rivelate da Dio, le altre no.
Per noi cristiani la sfida oggi è l’incontro con l’islam, che viene dalla nostra stessa radice, il Dio di Abramo, di Mosé, dei dieci Comandamenti e dell’Antico Testamento dato al popolo ebraico: all’inizio alcuni Padri della Chiesa lo definivano un’eresia cristiana. Vediamo i valori condivisi e le divergenze con il cristianesimo.

1) Anzitutto, l’islam è una grande religione, che ha segnato per molti popoli un progresso rispetto all’idolatria, al paganesimo: prepara la via a Cristo.
I musulmani partono dalla nostra stessa fede, credono in Dio Creatore del cielo e della terra: Dio trascendente, giusto e misericordioso, che giudicherà tutti gli uomini al termine della loro vita; Dio ha parlato per mezzo dei profeti e noi uomini dobbiamo obbedire alla sua volontà; preghiera, digiuno (mortificazione) ed elemosina sono i mezzi attraverso i quali l’uomo si mette in contatto con Dio e orienta la vita a Lui. Questi in sintesi i valori condivisi dalle due religioni, che debbono incoraggiare all’incontro, al dialogo e alle buone relazioni fra cristiani e musulmani.

2) All’islam manca Gesù Cristo che realizza pienamente la storia della salvezza, iniziata dall’alleanza di Dio col popolo ebraico. Le differenze fra noi e loro vengono dal fatto che loro riconoscono Gesù come profeta ma non Figlio di Dio, che ha portato l’ultima rivelazione di Dio agli uomini e ha ha fondato la Chiesa, cioè la comunità di fedeli che nei secoli e nei millenni tramanda e spiega la sua Parola. Per loro l’ultima Rivelazione è stata data a Maometto con il Corano.

Il Dio dell’islam è un Dio isolato e lontano dal mondo. Per loro la Trinità è una bestemmia, mentre per noi cristiani proprio la Trinità ci dice che Dio è amore (l’enciclica di Benedetto XV “Dio è Amore”). I musulmani vedono in Dio il Giudice misericordioso, ma mettono l’accento sulla sua giustizia e sull’“occhio per occhio e dente per dente” dell’Antico Testamento: manca l’esempio di Gesù sul perdono delle offese. L’Incarnazione di Gesù ci dice che Dio è vicino all’uomo, conosce le nostre sofferenze e debolezze. Morendo in Croce e risorgendo, ci ha liberati dal peccato e meritato il perdono di Dio. Noi mettiamo l’accento su Dio che ama e perdona, i musulmani su Dio giudice che punisce: differenza fondamentale!

Mia esperienza in Indonesia, a Sumatra nel 2003, isola grande due volte l’Italia con 50 milioni di abitanti, quasi tutti musulmani, ma divisi in tante etnie. Scoppiano piccole guerre e il governo manda un “Comitato di pacificazione” in cui ci sono sempre uno o due cristiani. Ho chiesto perché. Risposta: “Voi cristiani avete un principio di cui anche noi abbiamo bisogno: il perdono delle offese e le vostre comunità danno esempio di questo. Per noi la vendetta è sacra. Quando il cristiani parla di pace e di perdono è credibile, il musulmano molto meno”.

3) Il cristianesimo pone al centro l’uomo (“La via della Chiesa è l’uomo” ha detto Giovanni Paolo II), la dignità assoluta di ogni vita umana, l’ugiaglianza fondamentale degli uomini creti da Dio come suoi figli allo stesso modo. Questi sono concetti tipicamente cristiani, non si trovano in nessun’altra tradizione religiosa. Nel Corano e nella tradizione islamica non esiste il concetto di uguaglianza di tutti gli esseri umani. La sharia (legge islamica) è fondata su una triplice disuguaglianza: tra uomo e donna, tra musulmano e non musulmano, tra libero e schiavo.

L’essere umano di sesso maschile è considerato pienamente titolare di diritti e di doveri in quanto appartiene alla “umma”, la comunità islamica: chi si converte ad un’altra religione o diventa ateo è un traditore, passibile della pena di morte o come minimo della perdita di tutti i diritti. Superfluo ricordare le molte limitazioni alla dignità e libertà della donna: il marito gode di un’autorità quasi assoluta sulla moglie, a lui è consentita la poligamia (che però va scomparendo nel mondo islamico, ma rimane nel Corano) e può ripudiare la moglie.
Riguardo alla donna, l’islam è rimasto bloccato nella concezione dell’Antico Testamento dove la donna è inferiore all’uomo e quindi deve servire l’uomo: anche qui mancano le parole e l’esempio di Gesù. La riforma dell’islam potrebbe venire dalle donne, ma le donne sono succubi dell’uomo, molto spesso non vanno a scuola, non lavorano all’esterno della casa, non hanno diritti ma solo doveri.

4) L’atteggiamento di fronte sull’uso della violenza nella diffusione della fede è un’altra differenza fondamentale fra cristianesimo e islam.

Per il Vangelo la conversione a Cristo dev’essere volontaria e individuale e nei primi secoli l’espansione cristiana è avvenuta con la predicazione e l’esempio; poi, è vero, ci siamo allontanati da questa Parola di Dio e tradizione, in lunghi secoli la fede è stata anche imposta con la forza, ma oggi la Chiesa riconosce la libertà individuale di scegliere qualsiasi religione o la non religione. Per l’islam invece l’uso della violenza ha caratterizzato l’espansione islamica fin dalle origini e lo stesso Maometto ha condotto guerre contro le tribù che non volevano convertirsi. L’uso della violenza in nome di Dio occupa un posto centrale nella tradizione islamica e la “jihad” (guerra santa) è ancor oggi un termine ricorrente in moltissimi testi e predicazioni nell’islam con questo preciso significato.
Esempio del saggio anziano e musulmano capo-villaggio di Prikrò in Costa d’Avorio, che si fa cristiano perché i cristiani parlano di pace e di perdono, l’islam tiene le armi nelle moschee e predica la guerra santa (questo succede nel 2005).

5)Nell’islam non c’è nessuna autorità centrale paragonabile al Papa o periferica paragonabile ai vescovi. Per cui nessuno può dire: l’islam è questo e non è quello. Ci sono delle autorità locali come l’università islamica di Al Azhar al Cairo, la moschea centrale di Damasco o la grande moschea di Lahore (la più grande del mondo islamico), ma hanno solo un’autorità morale e non giuridica, non hanno alcuna possibilità di orientare o comandare a un miliardo e più di fedeli!

Oggi questa è una mancanza che si sente fortemente nell’islam, che vorrebbe entrare nel mondo moderno in modo unitario, mentre è diviso molto più di quanto lo sia il cristianesimo. E nessuno ha un’autorità che supera il piccolo mondo in cui vive.

6) Per noi cristiani la Parola di Dio viene da Dio ma è stata trasmessa da un uomo, con la sua lingua, mentalità cultura, ambiente in cui vive. Quindi va letta e compresa in modo contestualizzato rispetto al tempo in cui viviamo. Ecco la Chiesa, che ha l’assistenza dello Spirito Santo per poter comprendere in modo sempre nuovo e attualizzato la Parola di Dio.
Nell’Islam il Corano va inteso in senso letterale perché quello che noi conosciamo in lingua araba è la copia del Corano che esiste da sempre e durerà per sempre in Dio. Ecco perché il Corano è letto e anche imparato a memoria in lingua araba. In passato erano proibite le versioni in altre lingue. Ma anche oggi fa testo il Corano in lingua araba, la lingua del tempo di Maometto: non si può cambiare né interpretare, né contestualizzare!

7) All’islam manca la distinzione tra religione e politica, manca la Parola di Gesù che ha distinto i regni umani dal Regno dei Cieli e ha detto: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Non c’è nell’islam una distinzione tra sacro e profano, fra religione e stato, tra società civile e comunità credente: da qui la legge islamica (“sharia”) che dovrebbe governare tutta la vita dei popoli, perché Dio è il Signore di tutto; il cristiano crede nella stessa verità, ma riconosce la libertà di scelta che Dio ha dato all’uomo, quindi rispetta la libertà dei singoli uomini.
Questo porta alla strumentalizzazione dell’islam da parte dei politici e dei partiti e all’islam estremista e terrorista, funzionale a chi vuol mantenere il potere (sia politico che religioso) opprimendo le masse islamiche. Nessun paese islamico è veramente democratico, anche i più laici e filo-occidentali (Malesia, Indonesia, Turchia, Tunisia, Giordania) sono praticamente dittature di tipo teocratico: cioè l’islam ha tutti i privilegi e gli appoggi dello stato e non può essere discusso o riformato!

8) Infine, la Chiesa cattolica sta tentando si ritornare alle sue origini, secondo l’esempio e la parola di Cristo: matura nei credenti una vita religiosa personale, convinta, autentica e non formalistica.

L’islam invece è rimasto alla sua struttura e forma tribale che ostacola il pieno sviluppo della persona umana, specialmente della donna. Il cristianesimo si trova meglio nella società moderna orientata al rispetto dei diritti dell’uomo codificati nella Carta dell’ONU del 1948, fondata su radici cristiane (non firmata da diversi paesi islamici); l‘islam deve ancora iniziare un cammino verso il mondo moderno e le sue origini storiche non l’aiutano certo. Molto spesso strumentalizzato da forze politiche, l’islam diventa facilmente una bandiera politica, nazionalistica, etnica, conservatrice; è sempre una grande religione con numerosi valori che insegnano qualcosa anche a noi cristiani; ma di fronte alla sfida del mondo moderno, con tutti i suoi aspetti negativi, diventa sempre più appartenenza ad una legge, ad un patriottismo religioso, ad una “umma” (comunità islamica) che praticamente schiavizza le persone.

II) L’ISLAM DEVE RIFORMARSI DALL’INTERNO

La crisi del mondo islamico, che si esprime nella mancanza di democrazia e di istruzione e ultimamente nel terrorismo, viene da lontano ed è sostanzialmente la reazione dei popoli islamici contro l’Occidente cristiano e la difficoltà che incontrano i musulmani ad accettare ed entrare nel mondo moderno.

1) L’Islam è stato fondato da Maometto nel deserto dell’Arabia all’inizio del secolo VII (nel 610-632 dopo Cristo) già come religione e stato teocratico, con una visione universalistica: portare il messaggio divino a tutti i popoli attraverso la comunità governata secondo i precetti del Corano. Questa idea comprende anche la “Jihad” o “guerra santa” contro gli infedeli, per combattere ogni potere terreno che sia espressione del Maligno. Fin dall’inizio l’islam (che significa “sottomissione a Dio”) fu contrastato dalle tribù politeiste, che vedevano nel Dio unico e nella comunità islamica (“umma”), con il suo Libro (il Corano) e le sue leggi, un attentato alla religiosità animista tribale. Allora nasce la comunità islamica con un fortissimo senso di appartenenza al Dio unico, la cui missione universale si diffonde nei primi secoli con la predicazione e con la spada fra i popoli cristiani del Medio Oriente e Nord Africa, non più protetti da Roma e dagli Imperatori bizantini cristiani.

2) La “missione-conquista” islamica è stata sostenuta per molti secoli dal “califfato” (autorità politica che obbediva alla Legge del Corano) ed ha continuato ad espandersi verso Oriente (gli Imperi islamici in India!). Ma venne fermata dalle armi cristiane nella conquista dell’Europa e dal deserto del Sahara verso l’Africa nera. In quel tempo si verificò nell’islam un periodo di splendore giuridico, teologico, filosofico e artistico. Nei secoli attorno al mille, Baghdad, Damasco e Istanbul (l’antica Costantinopoli) erano le sedi di un califfato vittorioso e forse più evoluto dell’Europa di quel tempo. Dopo le “Crociate” che volevano “liberare il Santo Sepolcro” e assicurare una via libera al pellegrinaggio dei cristiani (non conquistare i paesi islamici, dal 1096 fino alla fine del 1200), c’è stato un buon periodo di rapporti commerciali e culturali amichevoli, quando cristiani ed ebrei vivevano pacificamente in terre musulmane, sempre però penalizzati in vari modi, tanto che la maggioranza si convertirono all’islam e altri fuggivano all’estero. L’islam penetra profondamente nei Balcani fino alla Bulgaria, al Kossovo, alla Bosnia e all’Albania (1470), ma le due vittorie cristiane a Lepanto (1571) e Vienna (1683) furono decisive per fermarlo.

Con il Rinascimento del 1500 e le scoperte di nuovi continenti, di nuove tecniche produttive e di nuove armi, inizia un nuovo ciclo storico di confronti e di guerre. Di qui incomincia la decadenza del mondo islamico, che rimane bloccato mentre il mondo cristiano si evolve rapidamente in tutti i sensi: scientifico, tecnico, giuridico, politico, culturale e anche religioso perché il cristianesimo si purifica e diventa sempre più autentico (nella Chiesa è il tempo del Concilio di Trento, dei grandi Santi e ordini religiosi come i gesuiti e della nascita di Propaganda Fide che organizza le missioni nel “mondo pagano”).
Nel secolo XIX incomincia la conquista coloniale europea dei paesi arabi e la dissoluzione dell’Impero Ottomano dopo la prima guerra mondiale (gli ottomani erano alleati degli Imperi centrali, Germania e Austria-Ungheria). L’islam perde il suo primato e gli “infedeli” governano i paesi islamici! In Turchia, nel 1924, Mustafa Kemal Ataturk chiude il califfato a Istanbul e instaura una nazione turca sulla base di princìpi laici, che però non riesce, in 80 anni, a scalfire nel popolo e nella struttura delle moschee e delle scuole coraniche la forza religiosa, culturale e sociale dell’islam: oggi i partiti islamici in Turchia hanno a volte la maggioranza dei voti! Il modello islamico di società va in crisi in tutto il mondo e una profonda frustrazione colpisce i popoli musulmani. All’inizio del 1900 i cristiani in Turchia erano ancora due milioni oggi meno di 10.000. Negli anni dieci e venti del ‘900 c’è il genocidio dei cristiani armeni e incomincia la fuga dei cristiani dai paesi islamici.

3) Negli ultimi secoli si è fatta strada tra i fedeli del Corano la convinzione che l’Occidente cristiano è all’origine di tutta la decadenza dell’islam e nascono i movimenti estremisti: i primi sono i “Fratelli musulmani” in Egitto nel 1927. Dopo la II guerra mondiale (1939-1945) e con la caduta del muro di Berlino (1989) e di quasi tutti i 30 paesi a regime comunista, il mondo va verso la globalizzazione e la cultura e le leggi occidentali diventano dominanti ovunque, per scelta dai singoli popoli (quando sono liberi di scegliere), pur con molti adattamenti alle culture locali.
Oggi i musulmani avvertono il pericolo mortale portato dall’Occidente cristiano alla loro fede e comunità religiosa, non più in campo militare o economico, ma in quello culturale-religioso. Lo stile di vita “occidentale”, cioè l’unica “modernità” che si conosce, può andare d’accordo con le fede nell’islam? E’ possibile restare fedeli al messaggio di Allah senza subire il fascino del mondo moderno in tutti i suoi aspetti: libertà, democrazia, libertà politica, di stampa e religiosa, governi laici, televisione, liberazione della donna, mode culturali, ateismo e laicismo, consumismo?

Il “terrorismo di matrice islamica” che noi conosciamo oggi è nato nel 1979 in Iran con Khomeini. Nell’Iran l’Imperatore Reza Pahlevi tentava di modernizzare la grande Persia: aveva mandato le bambine a scuola, aperto le università alle ragazze, aveva persino creato una facoltà universitaria per il dialogo fra musulmani e cristiani, con una rivista e incontri programmati. La società iraniana stava rapidamente evolvendosi verso un modo di vita moderno. Nel 1979 l’imam Khomeini guida la rivolta islamica contro lo scià ed è appoggiato da grandi masse popolari. Lo scià va in esilio a Parigi ed a Teheran viene proclamata la Repubblica islamica. In Occidente, in genere, la stampa e l’opinione pubblica specie “progressista” appoggiano la rivoluzione popolare di Khomeini, che predica cnontro gli Stati Uniti (“Il grande Satana”) e l’Occidente, lanciando il martirio per l’islam, ciè quello che noi definiamo “terrorismo”.
Nascono i “Talebani” nel vicino Afghanistan, che vogliono riportare il paese all’islam come vissuto secondo il Corano e ai tempi di Maometto.

4) All’interno del mondo islamico, di fronte alla modernità si soffre da molto tempo una grave schizofrenia: non dimentichiamo che il “mondo moderno” è nato nei paesi cristiani, non altrove, perché viene da radici cristiane! Ma nell’islam la religione è veramente tutto, vita, cultura, politica, economia, costumi, ecc. Le leggi e i costumi del mondo moderno non sono adatti per l’islam, rimasto bloccato da una rigida interpretazione letterale del Corano.

Da un lato il “mondo moderno” avanza ed è avvertito come una prepotenza, una guerra non dichiarata contro l’islam e la vita secondo il Corano; dall’altro, i politici dei paesi islamici cavalcano questo profondo malessere del popolo e strumentalizzano la religione favorendo gli estremismi; come pure gli imam delle moschee e delle scuole coraniche sono conservatori e di fronte all’avanzare della modernità non hanno altra via che riportare l’islam alle origini, difendendo la loro diversità e identità religioso-culturale.
In altre parole, la reazione anti-occidentale da lungo tempo è guidata e finanziata dai corrotti governi totalitari dei paesi islamici (non esiste alcun paese islamico con una vera democrazia!). Con effetti negativi, di cui ci rendiamo conto solo oggi. Ad esempio, visitando negli ultimi tempi i paesi islamici (Bangladesh, Indonesia, Malesia, Egitto, Siria, Pakistan, Senegal, Mali, ecc.), ovunque ho sentito dire che i testi scolastici sono di chiara impostazione anti-occidentale; nelle moschee e scuole coraniche si fanno discorsi infuocati contro l’Occidente nemico dell’islam; i partiti dichiaratamente islamici ottengono a volte la maggioranza nelle votazioni; le scuole coraniche, specie quelle nuove fondate quasi ovunque con i soldi dei paesi del petrolio (Arabia, Iran, Iraq, Libia), formano i giovani all’idea della “guerra santa” e del “martirio” per la difesa dell’islam e mandavano i migliori alunni fra i talebani in Afghanistan per diventare guerriglieri e martiri dell’islam!

Si parla di “islam moderato”, ma non esiste una teologia islamica istituzionale e moderata, non esistono autorità religiose: ciascuna va per conto suo, in maggioranza sono estremiste. Esistono i musulmani moderati e credo siano la grande maggioranza dei popoli che vorrebbero solo pace, libertà, assistenza sviluppo, diritti dell’uomo.

Il dialogo sta avvenendo all’interno dell’islam fra le due correnti, fondamentalista e riformista, un confronto proprio sulla libertà religiosa e sull’islam politico, dove si propone la riforma dell’islam e del suo rinnovamento. L’islam non è una realtà monolitica: oggi le forze dominanti sono quelle di un islam politico in mano ai fondamentalisti. Queste sole fanno notizia!
Noi non possiamo sostituirci a loro nel cambiare l’islam dall’interno. Sono loro stessi che devono compiere questa rivoluzione. Ma possiamo aiutare i riformisti: questa la responsabilità dei paesi occidentali e dei mass media, che non devono agire solo per interessi politici ed economici.
Questo confronto interno dell’islam dall’Europa si vede poco, appunto perché l’islam politico è in mano alle forze estremiste, che hanno conquistato l’Iran, l’Arabia Saudita, gli Emirati arabi e anche in gran parte la Turchia.

Un esempio di islam moderato: quando nell’autunno 2005 in tutta Europa ci sono state le manifestazioni islamiche contro le vignette satiriche di un giornale danese su Maometto, a Milano e in tutta l’Italia queste manifestazioni non si sono verificate. Per quale motivo? Era partita una richiesta da parte di alcuni gruppi fondamentalisti come l’Ucoii, di scendere in piazza a protestare, ma da Milano i centri culturali islamici hanno mandato ai loro fratelli di fede una Email, facendo una dichiarazione contro le manifestazione di piazza, dicendo: “Siamo offesi da queste vignette, ma siamo contrari a qualsiasi manifestazione oubbliche che creino disordini, perché poi si ripercuotono contro le nostre comunità”.
A Milano è stato costituito un Forum delle religioni, a cui partecipano ben cinque gruppi musulmani, di cui sciiti e sunniti, oltre a cattolici, protestanti e buddhisti. I giornali non ne hanno parlato, eccetto un trafiletto su “Avvenire”, perché il fatto propone un modello antitetico a quello corrente dello scontro fra le religioni e le civiltà. Il Forum è nato per iniziativa della diocesi di Milano attraverso il “Centro di documentazione per le religioni”, con una riunione ogni due mesi. I musulmani partecipano in vari gruppi: ci sono le moschee di via Padova e di Segrate, c’è la comunità turca sufi, mentre non è stata accettata la moschea di via Jenner perché l’imam di via Jenner è stato chiamato a giudizio per rispondere di atti di terrorismo.
Il Forum è organizzato come strumento di dialogo e di formazione, ma chi non dà garanzie di volere il dialogo o di accettarlo per secondi fini, non è accettato. Questi sono segni visibili di un islam moderato che si fa strada fra i musulmani, mentre non è conosciuto dall’opinione pubblica, non è sostenuto dai giornali e dalle televisioni. Non era mai successo in Europa e anche in Italia che ci fosse una forte presa di posizione di musulmani moderati contro l’estremismo islamico!

III) COME RISPONDERE ALLA SFIDA DELL’ISLAM?

Non possiamo ignorare che in Asia la grande maggioranza dei popoli appartengono alle tre grandi religioni, islam, buddhismo e induismo, dalle quali le conversioni sono difficili o impossibili, anche in paesi abbastanza democratici come India, Thailandia, Indonesia, Malesia, Sri Lanka, Bangladesh. Il dialogo è prioritario nella missione, ormai le giovani Chiese ne sono convinte! Anche con l’islam occorre dialogare, ma su piede di parità e con finalità comuni.
Ma per avere un dialogo autentico, bisogna mettere tre punti chiari:

A) Quale dialogo è possibile con il mondo islamico?

1) Dopo il Vaticano II, il dialogo era inteso come un incontro di autorità religiose per comprendersi e discutere di problemi comuni. Quel tipo di dialogo di vertice va continuato, ma finora non porta a risultati concreti. Ci sono stati effetti positivi nel dialogo ecumenico con le Chiese cristiane separate, perché ci unisce la fede in Cristo, ma con le religioni non cristiane è utile come fatto simbolico come l’incontro fra il Papa e le religioni ad Assisi nell’ottobre 1986, ma le autorità religiose islamiche, buddhiste, indù non vogliono nessun confronto di carattere religioso, non capiscono a cosa serva, pensano sia una tecnica per convertirli.
In tutte le giovani Chiese nei paesi islamici ci sono gruppi di dialogo con l’islam, ma con scarsi risultati concreti. A Padang nell’isola di Sumatra in Indonesia, i missionari saveriani hanno un gruppo di incontri culturali tra cristiani e musulmani, da più di vent’anni. Ho partecipato a un incontro con molti buoni musulmani: questi incontri servono a creare in città un’atmosfera di buon vicinato, ha far conoscere meglio a noi l’islam e a loro il cristianesimo, ma nulla più. Anzi gli islamici che vengono a questi incontri sono visti male nel loro ambiente.

2) Bisogna puntare sul “dialogo di vita” per le opere di carità, l’azione per la pace e la giustizia, ecc.

E’ quello che fanno le comunità cristiane che vivono nell’islam. Esempio in Pakistan a Feisalabad, dove il sindaco musulmano ha scritto una lettera al Papa per chiedere altre suore italiane per le opere di assistenza e promozione delle donne. La Chiesa è ovunque molto ammirata per questa presenza caritativa e pacifica
Ma dopo il prevalere dell’estremismo islamico soprattutto fra le classi colte e le autorità religiose (la sua radice recente è nella rivoluzione di Khomeini in Iran nel 1979), l’islam si è chiuso e ostacola anche le opere di carità e di assistenza delle Chiese cristiane verso i musulmani. Il risultato è che queste comunità fortemente minoritarie e minacciate si chiudono, non hanno più gli stimoli, la libertà e il coraggio di dialogare con l’islam a livello intellettuale e religioso e anche caritativo.
Nell’inondazione che ha colpito Sumatra nell’inverno 2003, molti villaggi islamici erano stati spazzati via o disastrati dall’acqua: profughi, feriti, dispersi, ecc. La Caritas di Padang, con aiuti dalla Caritas internazionale, si era offerta di portare aiuti e volontari sanitari tra i musulmani colpiti. Il governo locale ha rifiutato questi aiuti ed è una regione dove i cristiani sono piccola minoranza e sono sempre vissuti in pace con i musulmani. Ma da quando sono venuti i predicatori musulmani mandati dai paesi del petrolio con tanti soldi, che predicano la lotta contro l’Occidente e i cristiani, è cambiata l’atmosfera di pace.
Comunque, per la Chiesa la presenza cristiana nei paesi dell’islam è importante e va continuata anche a prezzo di sacrifici, esercitando il dialogo e la carità in situazioni difficili. Il Pime sta prendendo una missione fra i musulmani nel deserto dell’Algeria, dove è stato ucciso Carlo De Foucauld, non ci sono cristiani e nemmeno speranze né di poter annunziare Cristo con la parola.

B) Ottenere la reciprocità di trattamento con i paesi islamici

Fondamento del dialogo è la reciprocità di trattamento con i paesi islamici: come noi trattiamo i loro cittadini in Italia e diamo loro libertà di religione, così loro debbono trattare i cristiani e gli appartenenti ad altre religioni.

1) Non esiste paese a maggioranza islamica in cui i cristiani siano del tutto liberi di praticare la loro fede e vita religiosa. Uniche eccezioni sono Senegal, Mali e Burkina Faso, che hanno un islam molto mescolato con la religione naturale africana (questo vale anche per Guinea-Bissau, Guinea Konakry, nord Camerun).
Tutti gli altri opprimono i cristiani. La Malesia, il miglior paese islamico dove i musulmani sono solo il 65% della popolazione, lo stato è laico, ma l’islam è la religione di stato e segno dell’identità nazionale malesiana: per cui gode di tutti i privilegi, mentre le altre religioni sono discriminate. La libertà religiosa non esiste:
1) Se un cattolico sposa una musulmana, deve prima convertirsi all’islam.Una donna islamica non può sposare un cristiano, se non va all’estero.
2) I cristiani non possono pronunziare o scrivere il nome di Allah, è riservato ai musulmani.
3) Nelle scuole e nei lavori, i cristiani (come gli indù e i buddhisti) sono cittadini di seconda categoria, discriminati.
4) Il governo favorisce in ogni modo i villaggi islamici e penalizza quelli cristiani e di altre religioni.
5) E’ quasi impossibile costruire nuove chiese e cimìteri cristiani.
6) Le librerie cattoliche non possono esporre libri cristiani e nell’interno del negozio li tengono in una saletta separata, dove è proibito ai musulmani di entrare, soprattutto è proibito vendere libri cristiani a un musulmano.
7) I cristiani non possono entrare nella burocrazia statale né nell’esercito e polizia, hanno gravi difficoltà ad entrare nelle università: vanno a studiare a Singapore e ad Hong Kong o emigrano all’estero.

In tutti i paesi islamici, i libri di testo scolastici sono pesantemente anti-occidentali e anti-cristiani. Un italiano in Egitto, studioso di arabo e di islam, mi diceva che i giornali egiziani hanno spesso articoli e vignette violentemente anti-cristiani e nessuno interviene o dice nulla.

Come ottenere la reciprocità, quando i migliori paesi islamici, filo-occidentali come la Malesia, la Tunisia, la Turchia, il Bangladesh, l’Indonesia, l’Egitto, il Marocco, sono laici di nome ma in pratica dominati da maggioranze islamiche?
I politici dell’Occidente, i diplomatici, i commercianti, la stampa occidentale dovrebbero insistere sulla reciprocità: ma da un lato l’Occidente abolisce le radici cristiane nella sua Carta Costituzionale e la libertà religiosa nei paesi islamici non interessa; anche i governi di paesi islamici che si dichiarano laici nelle loro Costituzioni, debbono tener conto dell’opinione di buona parte dei loro popoli, educati ormai ad un forte anti-occidentalismo e anti-cristianesimo.

2) La sfida dell’islam sarà il tema dominante della politica internazionale, a causa del terrorismo e del petrolio (senza del quale l’Occidente non può vivere!). E’ una provocazione che va presa seriamente, sempre in spirito di conciliazione e di pace, ma anche con una chiara coscienza che l’Occidente rischia davvero molto!
Non si può approvare la guerra (perché la violenza crea violenza), ma non si può nemmeno far finta di niente e non prendere seri provvedimenti ad esempio anche per limitare l’ingresso di nuovi immigrati islamici.

Quando i musulmani raggiungono una certa consistenza in un territorio, ottengono di rimanere con le loro leggi e costumi. Due anni fa sono stato a predicare a Trapani e mi dicevano che a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani con circa 55.000 abitanti, la grande industria è la pesca, ormai in mano ai tunisini, i giovani italiani non fanno più quel lavoro. Dalla fine degli anni settanta la comunità tunisina vive in quartieri propri, è rimasta unita e regolata da leggi tunisine, con scuole tunisine, lingua araba, insegnanti mandati da Tunisi. In Italia la poligamia è illegale, ma là si tollera; si pratica l’infibulazione delle bambine, ecc.
In alcune città italiane si aprono scuole abusive come a Milano dove hanno chiuso una scuola egiziana che insegnava ai ragazzi con libri che venivano dall’Egitto, insegnanti egiziani, lingua araba, lettura della storia e dei popoli cristiani secondo l’anti-occidentalismo dei paesi islamici. Questo dimostra l’incompatibilità fra multiculturalismo radicale, totale e stato di diritto: la minoranza islamica crea una suo piccolo stato islamico che poi è quasi impossibile rimuovere, rimangono cittadini tunisini o egizioani, e lo stato tunisino o egiziano li protegge.

Una decina di anni fa, il card. Giacomo Biffi e i vescovi dell’Emilia-Romagna avevano pubblicato una lettera pastorale sull’islam, in cui chiedevano ai politici di limitare l’ingresso a emigrati islamici e di favorire l’immigrazione da paesi cattolici come Filippine e America latina: non per razzismo, ma per non trovarsi in casa una minoranza consistente di persone che non accettano la Costituzione e le leggi italiane.
La lettera venne condannata dalla stampa e dall’opinione pubblica. Oggi ci accorgiamo che Biffi e i vescovi avevano avuto coraggio e non avevano tutti i torti!

C) Rapporto con i credenti islamici. Annunziare e presentare Cristo ai musulmani.

Bisogna dialogare con i musulmani. Ma dialogo vuol dire un rapporto di reciproca di amore e rispetto, ma soprattutto di conoscenza. Noi cristiani dobbiamo sapere cos’è l’islam e loro debbono conoscere chi è Cristo, specie se sono nei nostri paesi.

1) Responsabilità delle Chiese locali di dialogare e annunziare Cristo ai musulmani presenti in Italia. Il card. C.M. Martini in “Noi e l’islam – Dall’accoglienza al dialogo” (1990) ha scritto: “La Chiesa cattolica non può rinunziare a proporre il Vangelo a chi ancora non lo possiede”; e continua dicendo che “come ai musulmani non viene chiesto di rinunziare al loro desiderio di allargare la ‘umma’, la comunità dei credenti”, così ai cristiani non si può chiedere di non far conosere e proporre Cristo per farlo accogliere e seguire.
Naturalmente tutto dipende dal modo, dalle caratteristiche di rispetto e amore che dobbiamo avere; ma i cristiani e la comunità cristiana debbono impegnarsi in questa via: “Raggiugeremo così tutti quell’atteggiamento missionario che ha caratterizzato il ministero di Ambrogio in mezzo ai pagani del suo tempo”.

Il Sabato Santo 22 marzo 2008, Benedetto XVI ha dato solennemente il Battesimo nella Basilica Vaticana al giornalista Magdi Allam del Corriere della Sera, egiziano convertito dall’Islam che ha preso il nome di cristiano. Questo gesto solenne del Papa è stato criticato, ma secondo me è studiato apposta per affermare chiaramente la libertà religiosa di ogni uomo e il dovere della Chiesa di annunziare Cristo a tutti, di accettare ogni conversione autentica a Cristo. Papa Benedetto, con la conferenza univeritaria a Ratisbona e con vari altri gesti, sta tentando di entrare in dialogo con l’islam, mettendo chiaramente in luce quelli che sono i termini dell’incontro e del dialogo: libertà di coscienza, libertà religiosa per ogni persona, libertà di conversione.

La Chiesa italiana fa molto come accoglienza e rispetto dei diritti dell’uomo anche per gli immigrati islamici, ma ha poco di organizzato sull’annunzio di Cristo a questo milione e più di fedeli del Corano che vivono tra noi.
Non esistono studi né guide pratiche su come annunziare Cristo a loro. In un volumetto edito dal “Centro F. Peirone” di studi islamici” a Torino: “Chiesa e Musulmani in Italia, dialogo interreligioso e annunzio cristiano” (Edizioni Millelibri, Torino 1997) trovo un lungo articolo del gesuita egiziano Samir Khalil: “Come presentare il cristianesimo ai musulmani”, che spiega in termini molto concreti e graduali i contenuti della fede in Cristo trasmessi ai musulmani.

Ma tutto questo andrebbe poi concretizzato da norme a livello di catechesi, di brevi corsi culturali e soprattutto realizzato in esperienze di dialogo e di annunzio, che siano esemplari e conosciute. Qualche tentativo si realizza qua e là: noi del Pime riceviamo ogni tanto richieste se abbiamo il Vangelo e brevi presentazioni del cristianesimo in arabo, in turco, in swahili, in bengalese, in urdu per islamici del Pakistan.
Questo indica che c’è una certa esigenza in questo senso, ma la Chiesa italiana ancora non ha ancora un servizio apposito. Il fatto è un segno del ritardo della nostra organizzazione di dialogo e di annunzio con l’islam, che però non vanno concepiti solo come iniziative della Chiesa (diocesi e parrocchie), ma come un dovere del singolo battezzato, dove e come e quando può. E’ una mentalità diciamo missionaria che il credente dovrebbe avere non solo verso i musulmani.

Ecco il compito dei sacerdoti e delle parrocchie: dare ai credenti una mentalità e un atteggiamento missionari per far conoscere agli altri i tesori di fede e di amore che abbiamo ricevuto da Dio, da Gesù Cristo. In questo senso le giovani Chiese ci danno tanti esempi.

2) Nel rapporto di dialogo e annunzio con l’islam nascono tanti problemi e difficoltà. Per fare solo un esempio, i matrimoni di religione mista, soprattutto fra una parte cristiana (quasi sempre una donna) e l’altra islamica (quasi sempre un uomo).

Il documento della CEI pubblicato il 29 aprile 2005 è “una indicazione” della presidenza della CEI non vincolante, ma di cui si dovrebbe tener conto perchè tende a salvare la fede nella parte cristiana:quindi dice che i singoli casi vanno studiati e affrontati in modo non superficiale, facendo conoscere alla donna cristiana i pericoli a cui va incontro anche sul concetto islamico della donna e della famiglia.
La CEI vorrebbe dare un orientamento comune alla prassi della Chiesa italiana e praticamente scoraggia questi matrimoni, anche sulla base delle molte esperienze che ormai si hanno in Italia, in grandissima maggioranza fallimentari.

Ma il documento non è conosciuto e da alcuni “esperti” di islam, anche sacerdoti, contestato. Uno ad esempio, pur ammettendo che le esperienze del genere sono quasi tutte negative, scrive: “Resto però convinto della possibile positività di questi matrimoni che possono far fare dei passi avanti alla nostra società, secondo la mia esperienza, anche sul fronte dell’integrazione”.
Il mio parere sui matrimoni misti con musulmani, secondo la mia piccola esperienza nelle missioni e anche in Italia, è totalmente negativo. Anche perché un’integrazione culturale e religiosa fra cristiani e musulmani finora non è riuscita in nessuna parte del mondo.

Altro problema alla convivenza con l’Islam in Italia: la costruzione delle moschee e dei Centri culturali islamici. Hanno diritto di costruirsi una moschea, ma a patto che non predichino l’estremismo e il terrorismo. Lo sato dovrebbe controllare cosa dicono! Ma chi capisce il turco, l’arabo, l’urdu, il bengalese? Magdi Allam ha scritto che nelle moschee italiane, come in altri paesi europei le istruzioni religiose dle venerdì e le scuole coraniche predicano l’odio contro l’Occidente, creano reazioni nei giovani musulmani, un terreno di coltura favorevole al terrorismo Nelle moschee, l’ho visto io stesso, sono esposti “i martiri dell’islam”, palestinesi o iracheni, che si sono fatti saltare in aria nella “guerra santa” contro l’Occidente!
Sono stato a Colle Val d’Elsa (Siena) a parlare di islam ai sacerdoti e poi alle gente. Si sta costruendo la seconda moschea italiana dopo quella di Roma, e il orimo Centro culturale islamico d’Italia. La popolazione della cittadina cristiana non vuole, ma l’amministrazione comunale e provinciale l’hanno imposta finanziando anche in parte queste costruzioni. La Banca di Siena, il “Monte dei Paschi” ha dato 500.000 Euro, la provincia di Siena e il Comune di Colle Val d’Elsa hanno pure finanziato queste costruzioni! Questa stessa situazione l’ho sentita inaltre città della Toscana e dell’Emilia. Perché le amministrazioni di centro-sinistra favoriscono l’islam? E’ un fatto grave, ma solo Magdi Cristiano Allam lo denunzia!

D) Anche l‘Occidente deve convertirsi a Dio e a Cristo

Per dialogare occorre ricuperare la nostra fede e identità cristiana. I popoli musulmani ci vedono come ricchi, democratici, tecnicizzati, ma anche come atei, senza regola morale. vengono a convertirci all’islam per dare un’anima alla nostra civiltà.
Si parla molto di dialogo con l’islam, ma il dialogo avviene solo quando si ha qualcosa in comune. La civiltà moderna e la società che abbiamo creato mettono tra parentesi la fede in Dio e la Legge di Dio (i dieci Comandamenti). Tra popoli che sentono foremente la presenza di Dio nella vita dell’uomo e legati ad una religione intransigente e popoli che appaiono atei non c’è dialogo, c’è solo lo scontro, la guerra. Come non c’è dialogo se uno parla e capisce solo l’italiano e l’altro parla e capisce solo l’arabo o il turco o l’urdu (lingua del Pakistan). Se non capiamo questa semplice verità, è superfluo parlare di dialogo.
Le masse popolari islamiche vedono l’Occidente cristiano come un nemico, un pericolo per la loro fede! Sono attirate dal mondo moderno, ma ne hanno anche paura!

Nel volume “The West and the Rest” (“L’Occidente e gli altri”), pubblicato dalla Vita e Pensiero, l’editrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Roger Scruton, filosofo e saggista inglese, scrive: “La famosa tesi di Samuel Huntington secondo la quale alla guerra fredda sarebbe seguito uno scontro di civiltà ha più credibilità oggi di quanta ne avesse nel 1993, quando fu avanzata per la prima volta”.

L’Occidente ha abbandonato Dio ed è “una civiltà volta alla sua stessa distruzione”. “L’Europa non si ama più, diceva il card. Ratzinger in una sua conferenza”. Noi europei, secondo l’ideologia marxista-comunista e poi sessantottina, vediamo nella nostra civiltà solo il male, non il bene! Siamo sempre scontenti, pessimisti!

Nel gennaio 2006 sono tornato da un viaggio in Senegal, Mali e Guinea Bissau, dove ho vissuto per un mese o poco più con popolazioni povere, con un livello di istruzione e di vita incomparabilmente inferiore al nostro, tormentati da mancanza di libertà e di istruzione, guerriglie, fame e malattie. Eppure sono popoli che danno l’impressione di una serenità e gioia di vivere che certamente noi, come italiani, non abbiamo più. Infatti, tornando in Italia vedo molta gente triste, pessimista, scoraggiata, che si lamenta e critica tutto e tutti. E’ un’esperienza che faccio spesso nei viaggi di visita alle missioni.
Sarebbe sbagliato dire che loro sono felici e noi infelici (e che è meglio la loro condizione della nostra), ma certamente si può dire che la povertà educa più della ricchezza ad alcune virtù umane fondamentali per vivere bene: cordialità, solidarietà, accontentarsi di poco, saper gioire di quel poco che c’è, amore alla famiglia e al villaggio, profondo senso religioso nella vita, ecc. D’altra parte, non c’è bisogno di andare in Africa o Asia. Ormai sto entrando nella “quarta età” e ricordo benissimo gli anni trenta del novecento (sono nato nel 1929) com’erano l’Italia e il mio paese in mezzo alle risaie, Tronzano vercellese, in quel tempo sotto la dittatura fascista che si stava preparando per precipitare l’Italia nella disastosa seconda guerra mondiale! Noi bambini, in una famiglia di livello medio basso, andavamo in giro con calze, magliette e pantaloncini rattoppati, soffrivamo la fame anche in casa nostra, i nostri giochi erano le partite di pallone in oratorio e le corse in campagna e nei prati, non c’era praticamente né cinema né tanto meno televisione e radio, gli unici dolci e piccoli giochi ce li portava il Bambino Gesù nella magica notte di Natale! Eppure eravamo felici, l’ambiente in cui vivevamo e la fede in Dio ci davano una grande gioia e ottimismo nella vita: che commozione andare alla Novena di Natale con quei canti in gregoriano che sapevamo a memoria cantandoli a voce spiegata, di cui non si capiva nulla ma che toccavno il cuore!

Se penso a come vivono i poveri bambini italiani di oggi, mi vengono i brividi. Con famiglie spesso divise, con tutto il cibo, i dolci, i giochi e la televisione che vogliono, presi fin da piccoli in un meccanismo malvagio che toglie quello di cui un bambino più ha bisogno: l’affetto della famiglia (e della “grande famiglia”!), poter sognare il futuro, la compagnia di altri bambini per i giochi e le avventure di monelli, adulti che sorridono e incoraggiano, ecc. Che sogni noi adolescenti facevamo cou i romanzi di Salgari e di Verne, ma oggi come fanno i bambini a sognare con la televisione che soffoca ogni slancio della fantasia e del cuore? Noi adolescenti sognavamo il mistero della nascita e della vita, che poi abbiamo imparato a poco a poco con molte curiosità insoddisfatte (confesso che ho capito come nascono i bambini in IV teologia, cioè a 23-24 anni, quando in seminario studiavo la morale sessuale e nonostante questo sono vissuto benissimo!); ma oggi i bambini a dieci-dodici-quindici anni sanno tutto, hanno visto tutto e magari sperimentato tutto: lo stesso mistero e poesia della donna (o dell’uomo!), che faceva sognare noi adolescenti, credo faccia difficoltà a sopravvivere.
Insomma, viviamo in una cività sempre più disumana e credo che la causa fondamentale è che abbiamo abbandonato Dio e Gesù Cristo: non solo nella vita personale, ma in quella familiare, sociale, scolastica, nazionale. Come diceva Sant’Agostino: “L’uomo è creato da Dio e non è contento e in pace fin che non ritorna a Dio”. Allora, in questa nostra situazione esistenziale noi incontriamo la provocazione dell’islam che si propone, con metodi pacifici e demografici ma anche terroristici, di ricondurci alla fede in Dio e ad una vita religiosa

L’islam si definisce non in termini di libertà ma di sottomissione a Dio: ma questa sottomissione è prigioniera di un testo sacro, il Corano, che finché continua a esser letto al di fuori del tempo e della storia fa di ogni musulmano uno sradicato nel mondo moderno. Ciò che rende ancora più esplosivo il confronto anche violento tra le due civiltà è la globalizzazione. Essa diffonde nelle nazioni musulmane immagini, mode e prodotti delle democrazie occidentali secolarizzate, da un lato attraenti e vincenti, dall’altro immorali e decadenti. Così scrive Scruton: “Lo spettacolo della libertà e della ricchezza occidentali, che si accompagna al declino dell’Occidente e allo sgretolarsi della sua fede, provoca necessariamente, in chi invidia il primo e disprezza i secondi, un cocente desiderio di punire”.

Parlo con un missionario italiano che vive in Bangladesh: in Occidente non si capisce la radice del terrorismo di matrice islamica, che non è solo economica e di sottosviluppo, ma religiosa e ideologica e si vuole combattere con lo strumento sbagliato, la guerra. Il vero problema è questo: fra i popoli musulmani è cresciuta la convinzione che l’Occidente ha prodotto una civiltà corrotta e oppressiva dell’uomo, che conduce alla morte. Loro hanno la missione di riportarci a Dio anche con la forza.

Sono popoli che vivono in una civiltà sacrale, credono alla presenza di Dio nella storia e hanno sperimentato che, negli ultimi secoli, l’Occidente ha soggiogato i popoli e ha affossato la cultura e il modello di vita islamico, allontanandoci sempre più da Dio e dalla sua Legge.
Dobbiamo formarci un’idea più realistica del “terrorismo islamico” e capire quali gravi responsabilità abbiamo anche noi occidentali cristiani La nostra società, materialista e consumista, tutta tesa al progresso economico-scientifico-tecnico, all’aver sempre di più, è cieca di fronte ai fatti culturali e religiosi: tutto è ricondotto all’economia, della religione non si parla quasi mai, se non per attaccare la Chiesa e l’”invadenza” dei vescovi! Oggi questi popoli profondamente religiosi (in un modo condannabile, ma autentico) ci richiamano alla realtà.

Su questa mentalità molto diffusa si inserisce la visione radicale delle nuove madrasse (scuole coraniche) nate dal finanziamento dei paesi del petrolio (specie l’Arabia Saudita). Nel solo Bangladesh sono circa 40.000: “Noi musulmani dobbiamo conservare la nostra identità e vita religiosa, perché questo è il nostro futuro, anzi il futuro dell’umanità. Il compito storico che Dio ci affida è di ridare vitalità religiosa all’Occidente, diffondendo la volontà di Dio con la Legge dell’islam. L’Occidente e il cristianesimo hanno fallito, ritorniamo all’islam puro e duro”.

Cosa fare? Nessuno sa dare una risposta, oltre a dire che dobbiamo alzare la guardia, avere fermezza contro i clandestini e via dicendo. A lunga scadenza la soluzione è il dialogo inter-culturale e inter-religioso, ma soprattutto l’Occidente deve “difendere i nostri valori” come ha detto Blair, deve tornare alla radice di questi valori che sono Cristo e il Vangelo. Abbiamo creato “una civiltà senz’anima”, dobbiamo tornare al Vangelo che ha reso grande l’Occidente. Non c’è soluzione fuori di questa, che ha un forte richiamo soprannaturale e religioso.

CONCLUSIONE

Concludo con alcune cifre impressionanti. Nel 1914 i paesi islamici avevano il 12% della popolazione mondiale, oggi circa il 21%; l’Europa cristiana aveva il 18% dell’umanità, oggi il 10%! Siamo una civiltà in decadenza, che si autodistrugge.

Oggi dobbiamo difenderci da popoli che vengono a lavorare in Italia e non diventano italiani, spesso nelle loro comunità rispondono ad altre leggi, ad altre patrie e costumi.
Una quindicina di anni fa si diceva che i musulmani in Italia erano 100.000. Oggi sappiamo che sono più di un milione. L’uomo islamico merita tutto il nostro amore e rispetto, è sbagliato marginalizzare i diversi come i musulmani: il dialogo si svolge a livello di popolo, quindi è impegno di tutti, specialmente dei giovani, aprirsi agli altri, conoscerli, fare amicizia, parlare con loro, aiutarli per quanto ci è possibile.
Ma se il musulmano viene in Italia e finisce per rimanerci, deve sapere che è suo dovere è imparare la lingua italiana, rispettare le leggi italiane, conoscere la cultura e anche la religione della maggioranza italiana, frequentare scuole italiane, insomma, integrarsi in Italia e non creare comunità separate. Questo è un discorso contro corrente, ma bisogna discuterne in spirito di pace e per il bene dell’Italia, non rifiutarlo a priori.

Ritorno su quanto ho già detto: noi cristiani, noi occidentali, noi europei, dobbiamo convertirci a Cristo. Per sopravvivere come popolo, come cultura e per poter entrare in dialogo autentico con l’islam

L’unico modo per venire fuori dalla sfida con l’islam è instaurare un dialogo paziente, giorno per giorno. Non c’è altra soluzione perché la guerra crea la guerra e il terrorismo. L’unica via è cambiare il cuore e la mentalità dei fratelli musulmani e questo è possibile, con l’aiuto di Dio, se noi siamo autenticamente cristiani.

Una riflessione finale. Al cuore di ogni civiltà, la religione è il valore più intimo e profondo che i popoli hanno e non si cambia facilmente. Anche in Italia, se domani venisse un regime che perseguita i cristiani, molti tornerebbero a Cristo. Allora, non è facile cambiare una credenza religiosa, certo non si cambia con la guerra e la violenza. Si può tenere aperta la minaccia della violenza, della guerra (come nel caso attuale dell’Iran), ma non usarla perché gli effetti sono negativi, l’abbiamo visto in Iraq.
Ezechiele dice: “Io cambierò il vostro cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”. Ecco, il dialogo è questo: aiutare il Signore nella sua opera di evangelizzazione, che trasforma il cuore delle persone e dei popoli. I musulmani hanno bisogno di questo: far loro capire, con la vita più che con le parole, quanto è importante Cristo per loro: Cristo vuol dire incontro con la verità, la verità di Dio e la verità dell’uomo.
Il cristianesimo ha dei princìpi che non ha nessun’altra tradizione religiosa; princìpi che sono talmente penetrati nella civiltà cristiana occidentale, da aver ispirato la Carta dei Diritti dell’Uomo dell’ONU e le Costituzioni degli stati cristiani. Altri popoli e altre tradizioni religiose non hanno avuto questa Rivelazione di Dio: non possiamo imporla con la forza, ma presentarla con l’esempio della carità e col dialogo, in modo razionale così che tutti possano capirla come logica, umana, corrispondente alle aspirazioni di tutti gli uomini e di tutti i popoli.

Concludo: il nostro è un tempo difficile e affascinante, ma non dobbiamo essere pessimisti. “Non abbiate paura!” ripeteva spesso Giovanni Paolo II. La sfida dell’islam durerà certo molto tempo, ma noi abbiamo fiducia nello Spirito Santo, come quando il comunismo ha dominato per ottanta e più anni!
Piero Gheddo a Bordighera (Imperia), 10 aprile 2008

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