L’amore di Cristo motore della missione – Padre Gheddo su Sacerdos

La grande Madre Teresa di Calcutta, nella sua semplicità e profondità di linguaggio, ad un giornalista che le chiedeva: “Madre mi dica in poche parole chi è il missionario” risponde: “Il missionario è quel cristiano talmente innamorato di Gesù Cristo, da non può pensare ad altro che di farlo conoscere e amare”. Poche parole che dicono tutto: la missione viene da Cristo, il motore della missione è Cristo e tutti i battezzati sono missionari, ciascuno nei limiti e nelle possibilità della sua piccola vita, se si innamorano di Gesù Cristo. La prima chiamata alla missione è il battesimo, il dono della fede ricevuto gratuitamente da Dio, che ci impegna a trasmetterlo ad altri. Per noi sacerdoti poi, la missione è, o deve sempre più essere, l’unico scopo della nostra vita consacrata al Regno di Dio: dobbiamo quindi ricuperare una forte e viva fede in Cristo unico Salvatore dell’uomo, unico scopo della nostra vita. La missione è fondata su questa convinzione: se la fede vacilla, la missione non ha più senso.
Certo, noi la fede ce l’abbiamo, ma il servo di Dio Marcello Candia (1916-1983) ripeteva spesso: “Signore, aumenta la mia fede!”. E quando gli dicevo che di fede ne aveva così tanta, da vendere le sue industrie e venire con noi missionari in Amazzonia a spendere tutta la sua vita e le sue sostanze per i poveri e i lebbrosi, rispondeva: “Ma la fede non basta mai!”. Anche la mia fede può essere una fiammella che vacilla e si spegne con un soffio, oppure un sole che illumina e riscalda. Alla radice della missione non c’è solo la fede come assenso intellettuale, ma la fede come amore e passione per Cristo che trasforma tutta la vita. La missione della Chiesa non è di insegnare una dottrina, un codice morale; ma comunicare una vita, un’esperienza di vita. Se non si vive di Cristo, come si può comunicarlo? Giovanni Paolo II l’ha detto con chiarezza: la missione è comunicazione di un’esperienza, per cui “il vero missionario é il santo” (Redemptoris Missio, 90).
Per noi la fede dev’essere incontro personale con Cristo. Su Gesù io posso fare tutti i ragionamenti teologici e le esegesi bibliche che voglio, ma sostanzialmente sono chiamato, nella mia piccolezza, ad innamorarmi di lui. Questa è la chiave di volta della vita, che dà senso e gioia all’esistenza, che riempie i giorni e le notti di un sentimento inesprimibile di pienezza, serenità, pace del cuore, dolcezza, tenerezza, ottimismo, forza, coraggio, gioia, gaudio, festosità, giovinezza…
Vittorio Messori mi diceva che ha letto il Vangelo per la prima volta a 23 anni. Nato in una famiglia modenese atea, nell’estate 1964, mentre studia all’Università di Torino, scopre nel Vangelo le risposte agli interrogativi che si poneva da anni: “Io non so – dice Vittorio – che impressione faccia il Vangelo a voi che fin dall’infanzia siete stati abituati a leggerlo ed a sentirlo commentare. Forse vi manca il dono dello stupore e delle lacrime. Per me era la prima volta che prendevo in mano quel libretto sempre disprezzato. Avevo già letto centinaia di libri, avevo cercato invano una parola di verità e di pace in filosofi, ideologi, politici, maestri del dubbio. In quel luglio 1964, leggendo per la prima volta il Vangelo, mi successe una cosa sconvolgente, una grazia di Dio: ho cominciato a piangere. Passavo dallo stupore al pianto, dalla commozione alla gioia, dall’ammirazione alla voglia di gridare a tutti quel che avevo scoperto: Gesù di Nazareth è veramente l’unico Salvatore del mondo!
“Pensa cosa vuol dire leggere per la prima volta, con la freschezza di un giovane che cerca la sua via, il discorso delle Beatitudini. E’ il mondo alla rovescia. Mi ricordo che continuavo a ripetermi: ma allora, se Gesù è veramente il Figlio di Dio, qui cambia tutto, la vita ha un altro significato. Improvvisamente capivo che tutta la cultura illuministica, della sola Ragione, ti dà molto, ma non la cosa essenziale: non ti salva. La cultura moderna dà risposte sofisticate per i bisogni penultimi dell’uomo, non per quelli ultimi. Solo il Cristo Salvatore dà una risposta adeguata a tutti i bisogni, a tutte le aspirazioni dell’uomo”.
Noi che conosciamo Cristo da tanti anni, abbiamo conservato questa capacità di stupore e di amore, come risposta alla provocazione del Vangelo? Io credo che noi preti, suore, educatori, catechisti, insegnanti, predicatori, dobbiamo preoccuparci di fare una profonda esperienza di Gesù nella nostra vita. Solo questo ci fa trovare i termini giusti per comunicarla agli altri. Ripenso alle lezioni di “Omiletica” che ci facevano in seminario durante i lontani anni di teologia. Ci insegnavano come si fa una “Omelia”: le fonti bibliche, patristiche e teologiche, lo schema e la logica del discorso, i contenuti delle varie parti, le dimostrazioni adeguate per le singole verità, le citazioni appropriate, il modo di iniziare e di concludere, il tono della voce, come si gesticola e via dicendo. Tutto bello e giusto, ma dimenticavano di dirci l’unica cosa importante: che parlando alla gente dobbiamo soprattutto raccontare come ci siamo innamorati di Gesù Cristo, deve portare chi ascolta a commuoversi perchè non c’è innamoramento senza commozione. Personalmente, chiedo sempre al Signore di rinnovarmi ogni giorno il gioioso stupore e l’entusiasmo della prima Messa che ho celebrato, di concedermi il dono delle lacrime per commuovermi pensando che, io, povero peccatore, chiamo sull’altare il mio Dio e Signore e lo distribuisco in cibo all’umanità affamata.
Un altro aspetto da rilevare nell’educazione alla fede è di non mettere quasi solo l’accento sulle opere caritative a cui dobbiamo collaborare (aiuto ai poveri, ecc.), ma ricordare continuamente ai battezzati che tutti siamo chiamati alla santità e alla missione: questo il primo impegno e dovere del cristiano, da qui viene poi tutto il resto. Oggi la Chiesa rischia di apparire come un’agenzia umanitaria, una specie di Croce Rossa Internazionale di pronto intervento per i casi più urgenti, nei quali lo stato è carente o non basta con le sue strutture. In India, un vescovo del Pime, mons. Alfonso Beretta di Warangal (Andhra Pradesh), alla metà degli anni novanta mi diceva: “Sono vescovo da più di quarant’anni e abbiamo fatto molte opere sociali, educative, sanitarie, caritative. La gente ci stima e apprezza moltissimo, specie i paria fra i quali più lavoriamo. Ma temo che la Chiesa in India sia vista come un ente di beneficenza, che soccorre le miserie dell’uomo, non che annunzia il Figlio di Dio fatto uomo. Il popolo indiano ha fame e sete di pane e di giustizia, ma prima ancora di conoscere quel Dio, che pregano molto, ma non sanno chi è e come si manifesta”.
In Italia non siamo a questo punto, ma temo che ci stiamo arrivando, a forza di insistere molto, com’è giusto e doveroso, sulle opere di carità e di giustizia, parlando però molto meno della fede che è il più grande dono che Dio ci ha fatto e ci ha chiamati ad annunziare con la nostra vita. In fondo, anche la nostra gente cosa cerca? Anzitutto, credo, la gioia e la speranza che viene dal sentirsi amati e perdonati da Dio. Bisogna che la Chiesa e noi preti torniamo a parlare soprattutto di Gesù Cristo, della persona di Cristo, dell’incontro con Cristo, che è il Figlio di Dio fatto uomo da conoscere e amare. Questo dovrebbe essere sempre chiaro a chi ci conosce, ci sente parlare, mentre spesso non lo è. Da certe prediche o conferenze culturali, cosa porta a casa l’uomo comune, il giovane? Una grande noia, mentre dovrebbe riceverne l’impulso ad impegnarsi nella via dell’amore e dell’imitazione di Cristo.
San Paolo diceva di essere stato “afferrato da Cristo Gesù” (Filippesi, 3, 12) : “Mihi vivere Christus est”, per me vivere è Cristo. E aggiuge: “Quello che per me era un vantaggio, per amore di Cristo l’ho ritenuto una perdita. Considero ogni cosa come un nulla in confronto alla suprema conoscenza di Cristo Gesù mio Signore, per il quale mi sono privato di tutto e e tutto ritengo come spazzatura, pur di guadagnare Cristo” (Filippesi, 3, 7-8). Lo stesso Paolo esclama: “La carità di Cristo ci spinge” (“Charitas Christi urget nos”, 2 Cor. 5, 14); un uomo profondamente innamorato che si chiedeva: “Chi potrà separarci dalla carità di Cristo?” (Rom. 8. 35). Gli esegeti hanno contato nelle lettere di San Paolo 164 volte l’espressione: “In Christo”, cioè la vita in Cristo.
La prima domanda che dobbiamo farci, noi preti, noi battezzati, è questa: cosa conta Cristo nella mia vita? E’ la fede in Cristo che guida tutti i miei criteri di giudizio e le mie azioni? Ho la passione per Cristo, oppure Gesù é una figura sfumata, che mi dice poco, non mi commuove? La sfida della mia vita sacerdotale é l’imitazione di Cristo, che non può avvenire senza un profondo amore alla persona di Gesù. Nel nostro tempo è molto facile vivere una vita superficiale, travolti come siamo dalle occupazioni e dagli impegni quotidiani. Dobbiamo continuamente dirci: la vita cristiana è una consacrazione, una concentrazione, non una dispersione. “Se sarete quello che dovete essere – diceva Giovanni Paolo II ai cattolici italiani a Loreto (aprile 1985), citando Santa Caterina da Siena – metterete fuoco tutta l’Italia”. Il card. Carlo Maria Martini, che ho conosciuto bene da vicino per anni, ad un sacerdote che lamentava la dimunzione delle vocazioni diceva: “Se fossimo pieni di amore e di zelo come Dio ci vuole, saremmo fin troppi”.
Nella Evangelii Nuntiandi Paolo VI scrive (n. 80) che il primo ostacolo all’evangelizzazione è la mancanza di fervore e di zelo, che rende scoraggiati e privi di entusiasmo gli evangelizzatori: “Noi ci limiteremo a segnalare la mancanza di fervore, tanto più grave perchè nasce dal di dentro; essa si manifesta nella stanchezza, nella delusione, nell’accomodamento, nel disinteresse e soprattutto nella mancanza di gioia e di speranza. Noi pertanto esortiamo tutti quelli che hanno, a qualche titolo e a qualche livello, il compito dell’evangelizzazione, ad alimentare il fervore dello spirito”. La vita cristiana è imitazione di Cristo e io, sacerdote, debbo per primo darne l’esempio. Scrive San Giovanni (1 Giov. 2, 3-6): “Da questo sappiamo d’aver conosciuto il Cristo: se osserviamo i suoi Comandamenti. Chi dice: ‘Lo conosco’, ma non osserva i suoi Comandamenti, è bugiardo e la Verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. Chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato”.
Padre Gheddo su Sacerdos (2007)

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