Lettera ai monasteri d’Italia (Febbraio 2003)

Gent.me Sorelle dei
545 Monasteri di Clausura
Vostre sedi in Italia Roma, 28 febbraio 2003

Carissime Sorelle,
vi chiedo scusa se vi mando un’altra lettera, dopo quella del 4 gennaio 2003 (invitavo a chiedere l’abbonamento gratuito a “Mondo e Missione”). Vi scriverò ancora a giugno per mandarvi il libro dei miei 50 anni di sacerdozio (“La missione continua”, San Paolo). Ma adesso voglio raccontarvi brevemente l’esperienza che ho fatto in febbraio in Indonesia, dove ho visitato i missionari Saveriani di Parma, ammirevoli nel loro impegno in situazioni non facili: uomini forti, convinti, cordiali, realizzatori, dal 1985 anche ricchi di vocazioni locali. Era con me un missionario del Pime in India dal 1969, padre Carlo Torriani: ha fondato a Bombay (oggi Mumbai) una grande opera per i lebbrosi e i poveri e vive a 40 km. dalla città in un “ashram”, con i lebbrosi guariti da ricuperare alla vita col lavoro.
Sorelle, è la ventesima volta che vado in Asia: è vastissima e diseguale. In Africa e in America Latina, se visiti tre-quattro paesi hai l’illusione di capirci qualcosa. In Asia puoi visitarne venti e incominci a capire di non conoscere questo continente, dove vivono il 61-62 % di tutti gli uomini, con le maggiori civiltà e religioni sopravvissute dai primordi dell’umanità!
L’Indonesia è un paese affascinante. Si sente l’influsso dell’India, della Malesia, della Cina, dell’Oceania e della modernizzazione portata dall’Occidente cristiano. Ma questo popolo è un miscuglio tale di razze, lingue (250!), religioni, culture, costumi, che qualsiasi cosa si dica dell’Indonesia si può citare anche l’esatto opposto. Ad esempio, si dice che il popolo indonesiano è musulmano per l’88-89%, ma poi scopri che non sono più del 50-55%; molti si dichiarano musulmani solo perchè, giungendo alla maggiore età e in tutti i documenti ufficiali, debbono dichiarare la loro appartenenza ad una delle cinque religioni riconosciute dallo stato: islam, induismo, buddhismo, protestantestimo e cattolicesimo. Così gli animisti di tipo tradizionale per lo stato sono musulmani. A Giava c’è un forte movimento di popolo che chiede al governo di riconoscere anche la religione originale dell’isola più abitata, l’animismo che ha i suoi riti e luoghi di culto.
Il paese è potenzialmente ricchissimo, ma il popolo ancora povero e, in molte parti, arretrato. Ho visitato soprattutto la grande isola di Sumatra con i missionari Saveriani, che vi lavorano dal 1951. Proprio a Sumatra risulta chiaro che uno dei principali problemi dell’Indonesia è l’islam, come poi mi è stato confermato a Giava e in altri posti. Un islam importato con i mercanti arabi, che non è penetrato in profondità nella cultura e mentalità locale: infatti il popolo è tollerante, cordiale, aperto, ma nell’ultimo mezzo secolo appare sempre più estremista, intollerante. Dicono che il governo ha proibito l’ingresso agli stranieri che si stabilizzano in Indonesia, principalmente per evitare l’arrivo di predicatori arabi, finanziati dai paesi del petrolio, che predicano l’estremismo anti-occidentale, anti-americano, anti-cristiano.
I cattolici sono dai sei ai dieci milioni, con i protestanti si arriva a venti, su 210 milioni di indonesiani (di cui più di 100 nell’isola di Giava). L’incertezza della cifre è facile da capire: i cristiani sono accusati di “proselitismo”, parola magica usata in qualsiasi circostanza. La vita per i cristiani varia da isola ad isola, ma specialmente in Sumatra centrale, dove sono presenti i Saveriani, non si possono costruire nuove chiese (non danno permessi né vendono terreni), i cristiani sono penalizzati, i missionari sospettati di “proselitismo”, gli stessi aiuti ai poveri anche in casi di emergenza portano ad accuse in questo senso, ecc. Un missionario mi diceva: “La nostra sofferenza è di lavorare senza vedere i frutti del nostro lavoro. Qui si capisce che la missione è proprio opera dello Spirito Santo”. “Se non li disturbiamo – dice un altro – ci lasciano vivere pur con molti limiti”. Occorre aggiungere che alcune chiese protestanti o sette evangeliche assumono atteggiamenti provocatori e suscitano forti reazioni nel popolo islamico.
Un terzo missionario racconta che la sua chiesetta era spesso presa di mira da bande di ragazzi che tiravano pietre, spaccavano vetri. Qualcuno gli dice che non è la gente, ma l’imam della moschea che spinge i ragazzi a fare questo. Morto l’imam, sono finiti gli incidenti; ma le cappelle e le case dei cristiani bruciate sono fatti che succedono abbastanza spesso. Un quarto racconta: “Due anni fa hanno bruciato due cappelle nella Settimana Santa. Sono fatti isolati, ma hanno cause locali. Qui è stato quando il parroco ha mandato due catechisti per insegnare la religione ai bambini cattolici. Nelle abitazioni private pregavano e leggevano la parola di Dio: allora quelle case erano diventate cappelle, luoghi di culto! Non si può fare questo”.
In una cittadina i cattolici si riunivano in una cappella autorizzata. Dopo un po’ hanno cominciato a tirare le pietre, a molestare i fedeli. Tutti avevano paura. Hanno presentato una protesta alle autorità, le quali hanno trovato nell’accampamento militare un’aula grande che può servire da cappella e l’hanno assegnata ai cattolici per le loro funzioni e preghiere. Ci stanno 50 persone. Il missionario dice: “Adesso siamo più liberi, puoi entrare ed uscire senza pericoli”. Da parte dello stato non c’è assolutamente alcuna intenzione persecutoria contro i cristiani, anzi i cristiani sono ammirati per l’equilibrio e il senso universale di cui sono portatori, oltre che per i servizi che fanno al popolo, nei campi educativo, sanitario, di formazione tecnica dei giovani: lo stato li chiama per i comitati di pace quando ci sono tensioni e guerriglie (etniche o separatiste).
Carissime Sorelle, mai come in questo viaggio ho toccato con mano il valore missionario della vostra consacrazione alla contemplazione e alla preghiera. A tutti i missionari che ho incontrato ho detto che, ritornando in Italia, avrei scritto una lettera ai 545 conventi femminili di clausura per chiedere preghiere per la Chiesa e la missione indonesiana. Mi hanno ringraziato, li raccomando alle vostre preghiere.
Per noi cristiani andare in Asia è fare un bagno di umiltà. Ti senti piccolo piccolo anche nella forza e nella certezza della tua fede, perchè tocchi con mano che la missione è proprio opera dello Spirito Santo e che noi non conosciamo i tempi di Dio. Mi piace molto quando il Papa, nella “Redemptoris Missio” dice due o tre volte: “Siamo agli inizi della missione alle genti”, “La missione alle genti è appena iniziata”!
Ciao a tutte, sorelle, e sempre allegre nel Signore, che è molto più grande e buono di quel che possiamo pensare. Non lasciamoci mai scoraggiare o intristire delle situazioni che ci succedono. Vi chiedo una preghiera anche per me. Sto bene, ma forse non ho più l’età per fare certi viaggi faticosi e impegnativi! Ma questi viaggi mi entusiasmano e fin che posso….
Il vostro fratello in Cristo, padre Piero Gheddo.

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