Lettera ai monasteri d’Italia (Febbraio 2009)

Gent.me Sorelle dei 545 Monasteri di Clausura in Italia Milano, 5 febbraio 2009

Carissime Sorelle,
questa volta vi scrivo per dirvi che il 10 marzo compio ottant’anni. Mi pare impossibile, ma è vero e vi invito a ringraziare con me il Signore per tutte le grazie che mi ha fatto (ma ne aspetto ancora altre), l’ultima delle quali è il viaggio in Bangladesh dal 9 al 28 gennaio del corrente anno. Ma di questo vi dirò più avanti.
Giunto alla soglia degli ottant’anni, mi consolo pensando che un nostro padre, visto poco fa in Bangladesh, Luigi Scuccato (classe 1920), di anni ne ha 89 ed è ancora parroco a Beneedwar, parrocchia di 4.000 battezzati e parecchie centinaia di catecumeni. La sua estesa parrocchia missionaria ha 40 villaggi cristiani da visitare e padre Scuccato ci va ancora per incontrare le sue pecorelle. Mi dice che ha dato le dimissioni parecchie volte, ma il vescovo locale, mons. Gervais Rozario, gli risponde: “Quando sarà il momento di lasciare te lo dirò io, per adesso stai lì che vai bene”.
Pensate, care sorelle, parroco a 89 anni nella pianura del Bangladesh, fra “adibasis” (primitivi, aborigeni) molto poveri ma cordiali verso il loro padre, che vivono la fede con entusiasmo, perché si rendono conto della differenza abissale fra la loro religione tradizionale e quella cristiana. Dopo aver fatto una bella intervista a Scuccato, ho promesso a me stesso e al Signore di non lamentarmi più delle fatiche e degli acciacchi che debbo sopportare, nella nostra bella, ricca e meravigliosa Italia.
Un viaggio in missione, anche l’ultimo molto faticoso, mi rinnova spiritualmente, dandomi nuovo entusiasmo per la vocazione missionaria. E capisco sempre meglio la vostra vocazione, carissime sorelle, perché tocco con mano la verità di quanto scriveva Giovanni Paolo II nella “Redemptoris Missio” (1990): “Lo Spirito Santo protagonista della missione” (Capitolo III dell’enciclica). In un paese islamico come il Bangladesh, si capisce bene quanto vale la preghiera! Il missionario può fare poco, solo lo Spirito di Dio tocca i cuori e orienta la società verso i valori cristiani oggi, e domani, chissà, verso la piena accettazione di Cristo. Perciò penso spesso che, se lo Spirito è “il protagonista della missione”, con le vostre preghiere voi ne siete il motore. Grazie quindi della fedeltà alla vocazione di contemplative e oranti per tutta la Chiesa. E grazie anche delle vostre lettere e preghiere per le missioni e i popoli.
Sul Bangladesh care sorelle scriverò parecchi articoli anche per “Avvenire” e altra stampa e, a partire dal terzo lunedì di marzo (21-22,30), parlerò per molti mesi di questo paese e della sua piccola, ma bella e giovane Chiesa del Bangladesh. Potete trovare i miei testi sul mio sito internet: www.gheddopiero.it. Se Dio vuole, in autunno potrò pubblicare il volume di storia del Pime in Bangladesh (dal 1855) che vi manderò in omaggio.
Quello che più mi ha impressionato in Bangladesh è la situazione umana di quel caro popolo. “Caro” perché i nostri missionari hanno sempre detto e scritto che “il bengalese è la miglior razza del mondo” e l’ho ancora constatato personalmente: cordiale, disponibile e flessibile, non violento, umile, lavoratore, tollerante. Il Bangladesh è uno dei pochi o forse l’unico paese a maggioranza islamica dove i cristiani sono totalmente liberi. Un missionario mi ha detto: “Sai perché il bengalese è così umanamente buono e affabile? Perché la povertà educa, mentre la ricchezza e l’abbondanza diseducano”. Sentenza lapidaria di padre Scuccato (in Bengala dal 1948!), che condivido in pieno. Da sempre infatti il Bengala è una regione povera.
Con un territorio meno di metà di quello italiano, il Bangladesh ha circa 150 milioni di abitanti! Un paese che non ha risorse naturali (solo il gas estraibile dal sottosuolo) ed è tormentato da devastanti fenomeni naturali come inondazioni, cicloni e tifoni, terremoti. E’ sempre stato un paese quasi esclusivamente agricolo, ma negli ultimi vent’anni ha attirato molti investimenti stranieri per produrre tessili e “garments” (vestiti). Sono nate centinaia o migliaia di fabbriche che lavorano per l’esportazione, quasi tutte attorno alla capitale Dacca, ben collegata con l’unico porto del paese Chittagong. Dacca aveva un milione di abitanti nel 1980, oggi ne ha circa 12-13 milioni. Nascono continuamente nuove città satelliti, i costi dei terreni sono spaventosi, gli operai vivono in case moderne stipati come sardine, lavorano dodici ore al giorno per uno stipendio che si aggira fra uno e due Euro quotidiane.
Un mondo, care sorelle, impensabile in Italia, si direbbe invivibile. Ma per i bengalesi questa è la prima esperienza di modernità e sono sereni, ottimisti, con tanta voglia di lavorare, imparare, fare, costruire. E’ commovente vedere giovani e ragazze che studiano, con un impegno inimmaginabile in giovani italiani di quell’età. Il direttore del “boarding” (ostello) diocesano di Dinajpur per 150 studenti cattolici delle scuole superiori è un giovane missionario del Pime, padre Fabrizio Callegari. Gli chiedo come fa a guidare 150 giovanotti e lui mi risponde: “Se fossero italiani non ce la farei, ma qui i giovani non sono complicati come i nostri. Senza che glie lo dica, si impegnano nello studio e nella preghiera e se dico qualcosa subito obbediscono. Sanno bene che se sono bocciati agli esami debbono ritornare al loro povero villaggio a fare i manovali, i contadini”.
Il Bangladesh ha circa dieci milioni di lavoratori all’estero, nei paesi arabi del petrolio e in quelli occidentali: secondo dati dell’ambasciata italiana a Dacca, in Italia sono 70.000 legali, più circa 30.000 illegali. Le loro rimesse in denaro alle famiglie sono la seconda fonte di guadagno per il paese, dopo quella delle industrie tessili e farmaceutiche di tutto il mondo che fanno lavorare i bengalesi (persino Cina, Corea del sud, Taiwan e Giappone fanno fare le loro stoffe e i loro vestiti in Bangladesh!).
La Chiesa è quasi del tutto gestita da personale locale. Missionari, fratelli, suore e volontari laici sono molto graditi e richiesti, ma specialmente per settori nuovi di apostolato, mass media, dialogo interreligioso, presenza fra i baraccati e i musulmani, fondazione di nuove parrocchie, scuole tecniche, insegnamento nei seminari, iniziative come le banche per i poveri, promozione femminile, ecc.
Due parole su questo libro “Ho tanta fiducia”, che è nato per iniziativa del giornalista Roberto Beretta di “Avvenire” (ha iniziato con me a “Mondo e Missione”). Un anno fa mi ha proposto di fare un libro per i miei ottant’anni, poi mi ha mandato le domande e io ho preparato le risposte. Il testo è piaciuto alla San Paolo. Spero piaccia anche a voi e che sia diffuso fra quanti si pongono le stesse domande. Preghiamo perchè possa fare del bene. Buona Pasqua anche se in anticipo!
Grazie di tutto, ricordiamoci nelle preghiere e ciao a tutte nel Signore Gesù dal vostro affezionatissimo padre missionario Piero Gheddo.

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