Lettera ai monasteri d’Italia (Giugno 2003)

Gent.me Sorelle dei
545 Monasteri di Clausura
Vostre sedi in Italia Roma, 8 giugno 2003

Carissime Sorelle,
eccomi ancora a voi per mandarvi il volume: “La missione continua – Cinquant’anni a servizio della Chiesa e del terzo mondo” (San Paolo, pagg. 364). Quest’anno celebro i 50 anni di sacerdozio e vi unisco l’immagine-cartoncino (altre copie da: P. Piero Gheddo, Pime, Via Monterosa 81, 20149 Milano).
Vi chiedo una preghiera perchè questo volume possa fare del bene e suscitare vocazioni sacerdotali, religiose, missionarie: non scrivo per nessun altro motivo. Il messaggio che vorrei trasmettere è questo: la missione alle genti, cioè ai non cristiani, è l’avventura più affascinante della Chiesa, assieme alla vita claustrale: questa indica il carisma di una vita consacrata alla preghiera e all’adorazione; quella proietta la comunità cristiana fuori dell’ovile, alla ricerca delle pecorelle che non hanno la luce della fede. Madre Teresa, che conosceva bene il mondo pagano, diceva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù Cristo”. E ancora: “I popoli hanno fame di pane e di giustizia, ma soprattutto fame e sete del vero Dio”.
Nello scrivere questo libro mi sono commosso non poche volte. Mi ha permesso di concentrarmi in un atteggiamento di umile riflessione sulla mia vita: ho rivisto le grandi grazie che Dio mi ha fatto, l’indegnità della mia persona e la scarsa corrispondenza. E’ la commozione che prende tutti noi, care sorelle, quando pensiamo alla bontà di Dio che ci ha chiamati a seguirlo, noi piccoli e poveri come siamo. Ho provato quanto è bello trovarmi davanti al Signore con due sentimenti che danno serenità e pace del cuore: da un lato la voglia di gridare a tutti la mia felicità, dall’altro il bisogno di dovermi nascondere per chiedere perdono a Dio delle mie debolezze, infedeltà, peccati.
Quando ero giovane chiedevo a Dio di darmi l’entusiasmo per la vocazione sacerdotale e missionaria, e il dono della commozione fino alle lacrime quando parlavo o scrivevo del sacerdozio, della missione, della vocazione alla vita consacrata. Adesso sono ormai nella terza età e chiedo a Dio di non far diminuire in me la passione per il Regno di Dio che ho sperimentato fino ad oggi.
A voi sorelle chiedo una preghiera a questo scopo. Un gruppo di amici mi ha telefonato: “Che regalo possiamo farti per i tuoi cinquant’anni di sacerdozio?”. Ho risposto con sincerità: “Pregate per me, dite qualche rosario, ascoltate una Messa e fate una comunione per tutti i missionari”. Veramente la preghiera è il dono più grande che potete farmi anche voi, carissime sorelle. Oggi vedo con chiarezza quello che ho sempre saputo: l’unica cosa che mi occorre sempre più è l’amore e l’aiuto di Dio.
In questi primi mesi del mio anno cinquantesimo (pare impossibile siano passati tanti anni, ma è così!) ho meditato spesso il carisma del prete, cioè il dono immenso che Dio mi ha fatto chiamandomi a diventare sacerdote. L’immagine più bella, più toccante, che mi commuove sempre quando ci penso, è quella del buon pastore, come Gesù: “Io sono il buon pastore… e dò la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di questo ovile, anche quelle devo condurre e ascolteranno la mia voce e si farà un solo gregge e un solo pastore” (Giov. 10, 1-21).
Che visione esaltante e profetica del mio piccolo lavoro in questa breve vita, se cerco di imitare Gesù! Quando mi trovo tentato di sfiducia, di scoraggiamento per mille motivi, ripenso al movimento dell’umanità che va a Cristo e mi sento rinfrancato. Ecco da dove viene l’entusiasmo di essere prete e missionario: tutto quel che faccio è un contributo piccolo, ma è tutto quel che posso dare, a condurre con amore l’umanità dispersa nel gregge di Cristo! Allora, mi dico: io sono prete non per me stesso, ma per gli altri; la mia vita non ha senso se non annunzio e testimonio Gesù agli uomini che hanno bisogno di Lui; devo spenderla in modo disinteressato, con purezza di intenzione, nella rinunzia e nel superamento di ogni logica umana di potere, lontano da ogni tentazione di denaro, di gloria umana, di interessi personali.
Don Primo Mazzolari, l’indimenticabile “tromba d’argento dello Spirito Santo nella Valle padana”, come diceva Giovanni XXIII, ha scritto: “Se io non porto Cristo agli uomini sono un prete fallito. Posso fare molte cose buone nella vita, ma l’unica veramente indispensabile nella mia missione di prete è questa, comunicare il Salvatore agli uomini, che hanno fame e sete di Lui”.
Il vescovo di Novara mons. Renato Corti scrive nella prefazione del libro, di cui ancora lo ringrazio: “Questo non è un libro di tutto riposo. Nasce da una grande passione apostolica e anche da qualche sofferenza”. La mia sofferenza è questa, che è di tutti noi, care sorella: il mondo attende ancora il Salvatore, ma le vocazioni alla vita consacrata diminuiscono; e a volte noi stessi ci troviamo così distanti dal modello di Gesù Buon Pastore! Cosa fare? Non conosciamo i piani di Dio, dobbiamo fidarci di Lui. A noi spetta solo pregare e dare buona testimonianza di spendere bene la nostra vita: questo ci basta, con l’aiuto di Dio, per essere felici, per quanto è possibile a noi uomini. La vera felicità la troveremo soltanto in Cielo!
Lasciatemi raccontare un’avventura personale. Nel febbraio 2003 sono stato in Indonesia in visita ai missionari saveriani di Parma. Viaggio interessante di cui vi ho già parlato nell’ultima lettera del 28 febbraio 2003. Pochi giorni dopo avervi scritto, mi hanno ricoverato d’urgenza in ospedale a Roma e sono stato operato per un rigonfiamento, grosso e duro, che mi era cresciuto nel ventre mentre ero in viaggio. Pareva fosse cancro, poi invece è risultato un fibroma dei muscoli addominali, senza conseguenze. Nell’ultimo controllo che ho fatto il 28 maggio 2003, il chirurgo che mi ha operato mi ha detto: “Padre ringrazi il Signore, se l’è cavata bene. Poteva essere molto peggio… molto, molto peggio!”.
Infatti l’ago-biopsia che mi avevano fatto prima dell’operazione registrava una “neoplasia” e in camera operatoria il chirurgo dice: “Questo è un sarcoma”, cioè un cancro maligno; poi aggiunge parlando con suor Franca Nava, la mia segretaria infermiera (in Bangladesh e India) che era presente: “Povero padre, avrà una vita grama e dovrà fare molta chemioterapia”. Io non sapevo nulla, avevo pregato e fatto pregare molto l’amico Marcello Candia, che ha risposto subito. Non so come , ma ho proprio sperimentato che Dio ha dato una serenità, una pace del cuore che mi stupivano perchè ero entrato in ospedale molto affaticato e teso: mi sono trovato come nelle mani di Dio, disposto a tutto quel che il Padre del Cielo voleva e ripetevo soltanto la giaculatoria di Marcello: “Signore aumenta la mia fede!”.
Vi racconto questo fatto, carissime sorelle, per ringraziarvi delle preghiere che fate per i missionari e per me. Sappiate che vanno a buon fine, anche se non sempre venite a conoscenza degli effetti positivi! Ciao e tutte e grazie della vostra amicizia.

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Il vostro aff.mo padre Piero Gheddo, missionario del P.I.M.E.

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