Milano, 10 marzo 2005

Carissime Sorelle,

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eccomi ancora a voi, dopo la lettera del novembre 2004 con la quale vi mandavo i due volumi “Cesare Pesce (1919-2002), Una vita in Bengala” e “Clemente Vismara, Il santo dei bambini”: questa volta vi presento “Questi santi genitori, Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo” (San Paolo, 2005, pagg. 180).

Avete già capito che si tratta dei miei genitori, di cui inizierà, a Dio piacendo, la causa di canonizzazione nell’arcidiocesi di Vercelli. Non voglio anticipare quanto ho già scritto nel primo capitolo del volume: l’emozione, la confusione che provo nel parlarne; il senso di miseria, di debolezza che mi prende quando rifletto sulla santità dei miei genitori e la mia piccolezza nella vita spirituale; la gioia che provo pensando a questo grande dono di Dio, non solo a me, a mio fratello Mario e alla nostra Vercelli, ma alla Chiesa tutta e il quasi spavento che sento quando penso ai miei limiti… Fra le cose che mi danno serenità, care sorelle, ci siete anche voi con le vostre preghiere e l’affetto che avete per me e i miei genitori, come mi avete scritto negli ultimi mesi, quando vi ho comunicato la notizia. Grazie, grazie davvero: non penso più a me e alla mia nullità, la forza delle vostre preghiere mi tranquillizza perché mi fa pensare alla misericordia e alla grandezza di Dio datore di ogni bene.

Ma basta di questo. Avrò modo di parlarvene ancora in futuro. “Questi santi genitori” vi dice tutto quello che so finora su mamma Rosetta e papà Giovanni.

Voglio invece raccontarvi del viaggio che ho fatto in India nel febbraio scorso, per partecipare ai festeggiamenti dei 150 anni di presenza del Pime in quel grande paese, svoltisi ad Hyderabad, capitale dello stato di Andhra Pradesh, dove i primi due nostri missionari sono giunti nel 1855: pensate, più d’un mese di viaggio da Bombay ad Hyderabad su un carro tirato da buoi. Adesso si va in un’ora e venti minuti di aereo! In 150 anni di lavoro apostolico, il Pime ha fondato sei delle 12 diocesi dello stato di Andhra (oggi con 1,3 milioni di cattolici su 72 milioni di abitanti!), compresa l’arcidiocesi di Hyderabad, ed ha contribuito a fondarne altre tre.

Nessuna meraviglia che alle celebrazioni fossero presenti tutti i vescovi dello stato e varie autorità ecclesiastiche e civili. L’anno centenario finirà con altri momenti celebrativi nel dicembre prossimo, ma già in questo primo momento mi ha commosso sentire e vedere l’affetto e la stima che vescovi, preti e cattolici indiani hanno per i nostri missionari, per la nostra storia di santità e di missione. Ne ho ringraziato il Signore e ho pensato: dopo 150 anni di presenza in India, il Pime fonda adesso la sua “casa regionale” su un terreno donato dall’arcivescovo di Hyderabad, mons. Joji Marampudi, che si è dichiarato, come altri vescovi, “figlio del Pime”. Ero commosso e ne ho ringraziato la Provvidenza: il nostro istituto è nato come “Seminario lombardo per le missioni estere”, con l’unico scopo di annunziare Cristo “ai popoli più lontani e abbandonati”, di fondare la Chiesa locale e iniziare l’opera missionaria in un altro posto affidatoci da Propaganda Fide, senza pensare all’Istituto.

Dal 1989 il Pime è diventato internazionale e in India è circondato da grande stima e affetto. Tutti sono disposti ad aiutarci. Pensate che in 15 anni il Pime ha aperto quattro seminari in India: Pune, Eluru Hyderabad e Chennai (cioè Madras); dato che è quasi impossibile mandare personale esterno e i nostri preti indiani sono quasi tutti molto giovani, le diocesi hanno dato loro sacerdoti per avviare la nostra opera educativa. Il vescovo di Warangal ha detto: “Il Pime ha fatto tutto quel che poteva per fondare la Chiesa locale in Andhra e noi adesso facciamo tutto il possibile per aiutare il Pime a stabilirsi in India, abbiamo ancora bisogno del suo spirito missionario”.

Il mio è stato un viaggio veramente interessante, ma faticosissimo ed è la prima volta che penso: non ho più l’età per faticacce di questo genere! Proprio oggi compio 76 anni, ne mostro di meno, ma in circostanze come questa li sento tutti! Sono arrivato a Roma il 2 marzo dopo 36 ore di viaggio: Warangal-Hyderabad-Bombay (Mumbai)-Milano-Roma. Ero distrutto, soprattutto perché nei 22 giorni precedenti è stata una corsa continua per visitare missioni e seminari del Pime e i profughi dello tsunami del 26 dicembre scorso per distribuire aiuti e incontrare le autorità locali. Il viaggio era programmato solo per il primo scopo, poi si è aggiunto il secondo. Il gran caldo, la fatica, le emozioni. il mangiare povero, la mancanza di riposo e vari acciacchi mi facevano spesso pregare: Signore, fa che torni sano e salvo in Italia! Ho preso anche una insolazione andando in mare con una compagnia di pescatori a cui con i fondi raccolti in Italia abbiamo donato una barca a motore e reti da pesca (ho benedetto cinque barche da pesca con motore). Alla sera ero rosso come un gambero, si è staccata la pelle e poi è passata. Ecco, sorelle mie care, perché vi sono veramente grato: sono tornato sano e salvo! Ho pregato per tutte voi al grandioso e bellissimo Santuario della Madonna di Velankanni (400 km. a sud di Chennai), la Lourdes dell’India con 5-6 milioni di pellegrini l’anno, non solo cattolici!

Stando in Italia non immaginavo una apocalisse di queste dimensioni. Due mesi dopo lo tsunami ci sono ancora migliaia di famiglie che vivono sulla strada: ho fatto 400 km in auto (andata e altri 400 ritorno) per andare a visitare decine di villaggi e distribuire aiuti. A Nagapattinam, porto di pescatori vicino a Velankanni, ho visto almeno un centinaio di barche a motore che l’onda assassina aveva sollevato dal porto (era domenica) e scagliate sulla terraferma. Con potenti gru l’esercito sta portandole e mettendole in fila vicino al mare, a ciascuna viene messo un numero e riconosciuto il proprietario che s’industria a tirar fuori da quelle carcasse legno, ferro, macchinari. Lungo la costa ci facevano vedere i terreni dove prima c’erano villaggi di pescatori e adesso non c’è più niente, solo qualche muro sbrecciato. Il governo ha costruito baracche di lamiera e di plastica, i poveri che hanno perso tutto non vogliono andarci perché, col sole che picchia secco, là sotto si va a 45-48 gradi! Ciao a tutte, sorelle care. La vostra vocazione è importante, le vostre preghiere indispensabili: di fronte a certi spaventi, cosa fare se non raccomandarci a Dio? Vi ringrazio per la fedeltà alla vostra vocazione e prego che il Signore vi dia vocazioni.

Suor Franca Nava, missionaria dell’Immacolata e mia segretaria da 31 anni (quest’anno ne ha 84!), vi ringrazia tutte per le preghiere: sta meglio, ha diminuito un po’ i ritmi di lavoro e a me va bene anche così. Buona Pasqua a tutte nel Signore Gesù.
Il vostro fratello missionario padre Piero Gheddo del PIME, Milano-Roma.

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