Lettera ai monasteri d’Italia (Novembre 2009)

Gent.me Sorelle dei circa 540
Monasteri di Clausura in Italia Roma, 24 novembre 2009

Carissime Sorelle,
come forse già sapete, nell’ottobre scorso ho avuto una difficile avventura all’ospedale Gemelli di Roma ed ho pensato, da buon giornalista, di fare una relazione di quel che mi è capitato per parenti e amici, fra i quali ci siete anche voi tutte. Ve la mando e troverete altre notizie sul Blog del Sito: www.gheddopiero.it
Sono stato 20 giorni in ospedale, al Gemelli di Roma (8-27 ottobre 2009), adesso sono tornato al Pime di Roma, guarito ma ancora debole di forze. Cosa mi è capitato?

Premessa – Nel febbraio-marzo 2003 ero in Indonesia a visitare i missionari Saveriani e tutte le mattine vedevo aumentare la mia pancia senza sentire dolore. All’ospedale di Padang a Sumatra (dove c’è stato lo tsunami recente) mi hanno detto di andare in Italia a farmi operare, che loro non potevano aprirmi! A Roma sono stato operato alla Columbus delle suore Cabriniane (vicina e collegata al Gemelli) e mi hanno estratto dai muscoli addominali un cancro “grosso come un melone”! La mia segretaria suor Franca Nava (Missionaria dell’Immacolata in Bangladesh e India), che come infermiera aveva chiesto di assistere all’operazione, mi diceva che si era attaccata a un’altra infermiera perchè credeva di svenire quando aveva visto quell’orrore uscire dalla mia pancia!
Così mi hanno tagliato tutti i muscoli addominali e in seguito messo una retina di plastica non biodegradabile per contenere i visceri. Il prof. Magistrelli mi diceva che avrei dovuto fare 6-8 mesi di chemioterapia pesante, quindi di trovare una casa di riposo per stare tranquillo! Tornato al Pime di Roma, con suor Franca abbiamo telefonato ad amici e conoscenti e a molti dei vostri conventi di clausura, per pregare Marcello Candia (morto di cancro al fegato) per il sottoscritto, che aveva un avvenire non facile. Il prof. Magistrelli mi diceva: “Speriamo caro padre che possa cavarsela!”.
Quando mi richiamano alla Columbus, Magistrelli mi consegna il responso istologico dicendomi: “Abbiamo fatto fare l’esame istologico a due istituti diversi e ambedue hanno detto che non c’è cancro. Mi pare strano, ma era solo una ciste!”. Comunque non ho fatto nessuna chemioterapia e per sei anni sono andato bene con la mia retina, tenendo però sempre una fascia elastica addominale che porto facilmente.
Questa la premessa. Nel settembre scorso, il prof. Armando Antinori, assistente e poi successore di Magistrelli, mi ha chiamato a Roma per un controllo. E’ risultato che la retina si è spostata e quindi bisognava metterne un’altra. Il 30 settembre e 1° ottobre mi ricoverano al Gemelli per tutti gli esami. L’8 ottobre al mattino ancora al Gemelli e mi operano al pomeriggio dalle 14,30 circa alle 19,30. Quasi cinque ore di operazione senza aprirmi il ventre, ma con cinque buchini (1 cm.) attraverso i quali il chirurgo agiva! La nuova retina, più ampia, è attaccata con viti piccolissime all’osso pubico (il bacino): pensate le meraviglie della chirurgia moderna, con il chirurgo che vede il campo d’azione non direttamente, ma attraverso una minuscola camera televisiva e una piccola luce elettrica introdotta nell’addome!

Anestesia generale di sei ore pesantissima per uno di 80 anni. Il chirurgo Antinori poi mi diceva: “Se lei aveva 70-72 anni se la cavava in fretta, ad 80 l’intestino si è bloccato, non digerisce l’anestesia”. Infatti giorni dopo l’operazione mi hanno dato da bere del te e rigettavo. La prima volta solo tè, la seconda con tre biscottini. Rigettavo! Così si è svolta la mia “agonia” di giorni e notti senza mangiare  e senza bere, coricato a letto a pancia in su, facendo piccoli passeggini in corridoio, col professore che diceva: “Padre speriamo e preghi che l’intestino si muova, altrimenti dovremo ancora intervenire!”. Una seconda operazione non so se l’avrei sopportata. Mai ho pregato e meditato tanto come in questi giorni ed ho capito meglio di tutte le riflessioni che la nostra sofferenza, qualunque essa sia, fa parte della nostra vita di cristiani e missionari. Unita alla Passione di Gesù, è proprio un atto missionario per la salvezza dell’umanità. E’ stato per me un corso di esercizi spirituali sul valore salvifico della sofferenza.
Adesso grazie a Dio, ed a Marcello Candia che ho pregato molto (assieme a mamma Rosetta e papà Giovanni), e anche grazie alle vostre preghiere, sono al Pime di Roma, debbo riprendermi da 20 giorni senza mangiare e senza bere. Nutrito dalle flebo, non avvertivo appetito, ma diminuivo di peso da 75 a 67 chili! Questo dice tutta la mia debolezza. Grazie a Dio anche questa è andata. Sto bene, ma sono debole e stanco. I medici mi dicono di procedere con molta calma, poco per volta, riposando molto, ecc. Pensano che ci vorrà circa un mese o due per tornare quello di prima. Abbiate pazienza e scusatemi del mio ritardo. Vi ricordo tutte nel Signore e anche voi pregate per me, ne ho proprio bisogno. Vostro padre Piero Gheddo.

Questo incidente ha ritardato la pubblicazione del volume: “Missione Bengala”, che è la storia della missione del Pime nel Bengala indiano e in Bangladesh (1855- 2010), che vi manderò a febbraio prossimo. Assieme ci metto anche il Quaderno della rivista “Il Timone” intitolato “Il Vangelo e lo sviluppo dei popoli”, che documenta come il progresso dei popoli e dell’umanità vengono dalla Rivoluzione dell’amore operata da Cristo. Una tesi contestata anche in ambienti cattolici e missionari, ma della quale sono fermamente convinto e la dimostro con fatti concreti.

Carissime Sorelle, confido molto nel vostre preghiere. L’entusiasmo di lavorare per Gesù Cristo, la Chiesa e la missione non mi manca. Adesso mi mancano le forze, ma se il Signore vuole, torneranno. Nei giorni e notti quando mi pareva di essere sul crinale fra la vita e la morte, dicevo al Signore: “Gesù, se vuoi, dammi una spintarella e io vengo volentieri da te. Ma se tu pensi che io posso ancora lavorare per te, ti consacro il resto della mia vita e del mio lavoro”.
Ho pensato tanto a voi, carissime Sorelle, che mi volete bene e pregate per me trovavo serenità nelle sofferenze. Sono contento perché il prof. Antinori mandandomi a casa mi ha detto: “Padre Piero, io sono un buon chirurgo, ma lei è stato un ottimo paziente”. Grazie anche alle vostre preghiere e al vostro affetto. Grazie di tutto. Io prego per voi e voi pregate per me e per i missionari. Buon Natale a tutte, dal vostro aff.mo padre Piero Gheddo, missionario del Pime.

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