Lo sviluppo dell’Africa viene dal Vangelo e dall’educazione – Padre Gheddo in Vaticano

Sono un missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), sacerdote da 60 anni e ho sempre fatto il missionario giornalista, direttore della stampa del Pime a Milano, fondatore di Mani Tese e dell’agenzia Asia News, con decine di viaggi in Africa (e negli altri continenti del Sud del mondo), sempre per incontrare le missioni e le giovani Chiese. Non visite di pochi giorni, ma permanenze di uno o due mesi visitando le missioni nei villaggi dell’Africa nera, dormendo nelle capanne africane, mangiando quel che mangia la gente, ecc. Ho conosciuto dal vivo i problemi umani, economico-sociali dello sviluppo e ho studiato e letto molto sul “continente nero”. Ecco in sintesi la visione che i missionari hanno del nostro tema, lo sviluppo dell’Africa.

Cause esterne e interne del sottosviluppo africano

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I missionari sul campo dicono che c’è un abisso fra la vita degli africani e le analisi di studiosi e giornalisti occidentali. Questi vedono l’Africa dall’esterno e parlano delle cause esterne che spiegano il mancato sviluppo: debito estero, commercio internazionale ingiusto, multinazionali che sfruttano le risorse africane, vendita di armi ai paesi e alle varie fazioni etniche, ecc. Chi conosce dall’interno la vita degli africani parla soprattutto delle cause interne, storico-culturali e anche religiose ed educative. Ho chiesto al padre Pietro Bianchi missionario della Consolata in Tanzania da trent’anni, quali sono le cause fondamentali del sottosviluppo africano. Dice che sono quattro:
1) La religione animista, che tiene la maggioranze degli africani ancora prigionieri di superstizioni, malocchio, tabù, timore di vendette, culto degli spiriti con violenze e crudeltà inaudite anche sull’uomo.
2) L’analfabetismo e la mancanza di scuole. Gli analfabeti in Africa sono sul 35-40% e con gli “analfabeti di ritorno” più del 50%. Nell’Africa profonda le scuole in genere valgono poco, spesso con 60-70 alunni per classe, senza libri, quaderni, strumenti didattici.
3) Il tribalismo e la corruzione ad ogni livello della vita pubblica, fino ai minimi livelli. Il potere politico (e ogni altro potere pubblico) sono anche intesi come occasione per arricchirsi e aiutare la propria famiglia, il villaggio, l’etnia. Il concetto di bene pubblico si sta formando, ma è normale per Stati che sono nati un secolo fa dalle divisioni politiche imposte dalla colonizzazione (l’Italia è nata 150 anni fa e ha lo stesso problema). Nel 2009 secondo la Banca Mondiale il debito estero della Nigeria era di 7 miliardi di dollari, ma i depositi bancari in Occidente dei nigeriani erano di 10 miliardi di dollari.
4) I militari sono la prima casta di potere, controllano la politica e l’economia,
abusano della forza in tanti modi (anche facendo guerre tribali o territoriali),
sono implicati in commerci illegali, ecc.

L’Occidente non capisce come mai l’Africa nera, dopo cinquant’anni di indipendenza, non ha un ritmo di sviluppo costante e plausibile. Il motivo di fondo è evidente. I popoli africani non sono educati e preparati per il progresso moderno. Dal 1947 al 1953 gli Stati Uniti vararono il Piano Marshall, 20 miliardi di dollari per i paesi dell’Europa occidentale distrutti dalla guerra, che vennero restituiti con l’interesse dell’1%. Il Pew Research Centre di Washington ha calcolato che nei 50 anni dell’indipendenza africana, i doni, gli aiuti e i finanziamenti del “Piani di sviluppo” per l’Africa nera sono stati di 300 miliardi di dollari. Perché questo diverso rendimento? Perché i popoli europei erano preparati da tutta la loro storia, cultura e religione, a far fruttare il denaro lavorando e fondando nuove industrie; i popoli africani, per la loro storia e cultura tradizionale, non erano preparati a questo.
La radice del sottosviluppo africano è storico-culturale-religiosa. Nel Congresso di Berlino del 1884-1885, le potenze europee si spartivano il continente nero. I popoli africani (senza lingue scritte), vivevano ancora in un’epoca preistorica. Il ritardo storico è evidente e non è possibile che popoli interi (non le loro élites) abbiano potuto, in cento anni, cambiare radicalmente le loro culture e religioni e introdursi nel mondo moderno! La colonizzazione non era fatta per preparare i popoli a fare da soli, ma per arricchire la madre patria. Ecco la radicale colpa storica dell’Occidente!
L’Occidente materialista in cui viviamo non capisce l’Africa, perchè ignora i fattori culturali, educativi, religiosi dei popoli, che danno all’uomo la sua identità, il senso di appartenenza, le motivazioni per vivere e agire. Data la brevità del mio discorso, non mi è possibile entrare nei particolari di quelle quattro cause storico-culturali del mancato sviluppo dell’Africa nera. Preciso meglio le due prime cause perché spesso ignorate o considerate ininfluenti per lo sviluppo. I missionari, che danno la vita per l’Africa, le ritengono invece cause fondamentali del sottosviluppo.

“Molti africani vivono nella paura degli spiriti”

Il 21 marzo 2009, in Angola Benedetto XVI ha detto ai vescovi angolani: “Tanti dei vostri concittadini vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati. Disorientati, arrivano al punto di condannare bambini di strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni. Qualcuno obietta: «Perché non li lasciamo in pace? Essi hanno la loro verità e noi la nostra. Cerchiamo di convivere pacificamente, lasciando ognuno com’è, perché realizzi nel modo migliore la propria autenticità. Ma, continua il Papa, se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che senza Cristo la vita è incompleta, le manca una realtà – anzi la realtà fondamentale – dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita. Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilità di raggiungere la vita eterna”.
I vescovi africani parlano spesso di questo tema, ma era la prima volta che una personalità non africana a livello mondiale ricordava questa radice superstiziosa e culturale che impedisce lo sviluppo dell’Africa. Il vescovo di Dundu in Angola, mons. José Manuel Imbamba, in conferenza stampa dichiarava ai giornalisti: “Siamo felici che il Papa abbia parlato di questo argomento, perché è un problema che divide le famiglie, genera ignoranza e frena lo sviluppo individuale e sociale”.
Nell’ottobre 2008, un amico medico volontario da quattro anni in Congo mi dice: “Le cause del mancato sviluppo sono molte ma, secondo me, il peggior ostacolo è la religione tradizionale che blocca la psicologia dell’africano nel mondo degli “spiriti”. Si trovano africani, soprattutto giovani, che si sono liberati da questo mondo misterioso e opprimente, perchè si sono convertiti a Cristo, che li ha “liberati” da ogni incubo. Ma in genere la mentalità comune, anche in persone evolute, istruite, che vivono ad un buon livello di vita, è ancora quella che la vita dell’uomo è dominata dagli spiriti e da un complesso di superstizioni, visioni, sogni e illusioni che fa vivere l’africano in due vite parallele. Dove è entrata la modernità con i suoi lavori e ritmi di vita, c’è la realtà, cioè l’urgenza quotidiana di lavoro, l’economia, la politica, le macchine, le radio e televisioni, i costumi moderni; ma sul piano psicologico-spirituale-religioso le credenze ancestrali, con le loro magie, stregonerie, sogni, e indovini, portano l’africano fuori della vita reale. Quando c’è una malattia, prima si va dallo stregone, che spesso peggiora la situazione, poi, se non si guarisce, si ricorre alle cure mediche moderne. Quando uno muore, a volte la famiglia vuol conoscere chi gli ha fatto il malocchio ed è colpevole di quella morte: di qui sospetti, avvelenamenti, vendette, guerre di famiglie. Gli spiriti cattivi devono essere propiziati con sacrifici di animali, in passato anche sacrifici umani, che ancor oggi non sono del tutto cessati”.
Don Benvenuto Riva, sacerdote “Fidei Donum” della diocesi di Milano, ha vissuto 20 anni in Zambia e oggi è parroco a Pieve Emanuele (Milano). Ha pubblicato un volume con i ricordi della sue missione in Africa: “Tu bianco, tu non puoi capire…” (Milano, Marna editore, 2012, pagg. 127), nel quale documenta la doppia vita che vivono la maggioranza degli africani, anche battezzati, catechisti, suore, preti, a volte anche vescovi: l’antica credenza e culto degli spiriti sopravvive con l’istruzione, la vita moderna, la fede in Cristo e rappresenta, secondo la sua esperienza, il maggior ostacolo alla crescita anche politico-economica del continente nero! Anche il Premio Nobel per la Letteratura, Vidia Naipaul,nel suo volume “La Maschera dell’Africa” (Adelphi, 2010, pagg. 290) racconta la sua recente inchiesta in Africa (dal marzo 2008 al settembre 2009), alla ricerca delle radici religiose e culturali dell’Africa nera. In un anno e mezzo, visita sei paesi (compreso il Sud Africa) e documenta che “le pratiche magiche sono diffuse in maniera uniforme”. Naipaul, “da non credente quale sono”, scopre quanto gli studiosi dell’Africa già sanno. Con una differenza. Chi studia l’Africa legge di riti e magie in modo distaccato, pensando che la vita oggi è molto cambiata e tutto si riferisce ad un lontano passato. Naipaul invece incontra e parla con scrittori, uomini politici, professori universitari, giornalisti e molta gente comune e documenta come proprio quelle credenze sono radicate nella cultura e mentalità di molti, rappresentano un punto di riferimento diffuso e sono un forte ostacolo allo sviluppo. Scrive: “L’africano medio ha molta paura della religione pagana e questa resiste…le credenze religiose e le pratiche culturali sono strettamente legate: le credenze religiose determinano la cultura”. Sono realtà culturali-religiose che non si possono ignorare, senza nulla togliere alla dignità dei singoli esseri umani, all’intelligenza e bontà e cordialità dei singoli africani. Semplicemente, non hanno ancora avuto il tempo, come popoli, d entrare pienamente nel mondo moderno.

“La povertà degli africani è che non conoscono Cristo”

In Costa d’Avorio, p. Giovanni De Franceschi del Pime si è affermato come studioso della tribù e della lingua dei Baoulé con diverse pubblicazioni su questa tribù maggioritaria in Costa d’Avorio. Ha imparato il baoulé, lingua non scritta, che richiede anni di impegno. In genere i missionari parlano il francese che è studiato e capito, almeno nei termini e concetti comuni, da buona parte degli africani, ma padre Giovanni mi dice: “Parlare e capire bene una lingua africana vuol dire penetrare nel loro mondo storico, tradizionale, religioso, conoscere i proverbi e le parabole, che sono la base della saggezza e della cultura popolare. Secondo la mia esperienza, la cosa più importante per il missionario e di sapere bene la lingua locale, che è l’anima di un popolo. Quante volte mi sono sentito dire dai cristiani: “Tu capisci bene quel che diciamo, la nostra mentalità, i nostri problemi. Ormai sei uno di noi”. Questo è il più bell’elogio che il missionario può attendersi dalla sua gente. Anche i pagani vengono ad ascoltarmi quando predico e parlano volentieri con me, mi invitano a bere il vino di palma, diventiamo amici, parliamo di tutti i loro problemi”.
Ebbene, padre Giovanni De Franceschi ha scritto1: “Noi cristiani non ci rendiamo conto di come la vita del pagano è una continua paura che gli vien messa dentro fin dall’infanzia: temono di aver fatto torto al feticcio, che il feticcio si vendichi per motivi misteriosi. Ho sentito parecchie volte delle persone adulte, colte, psicologicamente mature, dire: “Mi arriverà una disgrazia perchè ho trascurato il feticcio, ho offeso il feticcio”. Hanno la fermissima convinzione che la disgrazia gli capiti da un momento all’altro, ma non sanno cosa sarà. Può essere un incidente d’auto, un avvelenamento, un cadere dalle scale, un mal di pancia improvviso. Vivono male. Il terrore psicologico può distruggere una persona.
“Il dato di fondo – continua De Franceschi – è questo: il paganesimo non conosce Dio e il perdono di Dio. Non sanno che Dio è un Padre amorevole che ci vuole bene e ci perdona. Pensano Dio come lontano, misterioso, inconoscibile, vendicativo. Per questo sentono l’influsso degli spiriti e del feticcio che vivono accanto a loro. Il cristianesimo è libertà, gioia, amore, fiducia nel Padre, liberazione da tutte le paure…. Il primo passo verso lo sviluppo è liberare l’uomo dalle paure antiche, dal terrore del feticcio, rivelargli l’amore di Dio che lo rende libero e gioioso. Ecco perché sono convinto, per esperienza personale, che il maggior contributo che noi missionari portiamo allo sviluppo dell’Africa non sono gli aiuti economici o le scuole o gli ospedali (tutte cose indispensabili), ma la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo per tutti gli uomini”.
Nel 2008 a Maroua in Camerun intervisto padre Giovanni Malvestìo, da otto anni rettore del seminario maggiore del Nord Camerun, che mi dice: “Ci vorrà ancora tempo perché la cultura cristiana superi quella pagana anche nei nostri seminaristi, giovani entusiasti della fede e pieni di buona volontà. Ho avuto qui in seminario dei seminaristi cristiani, figli di catechisti e di famiglie cristiane e altri seminaristi nati da famiglie musulmane o pagane e poi diventati cattolici. Il seminarista nato da una famiglia cristiana ha una serenità di spirito, è in pace con se stesso, col latte materno ha ricevuto la fede, l’amore a Dio e a Cristo, la fiducia nella Provvidenza; quel seminarista che è stato battezzato a 15 anni ed è figlio di una famiglia pagana, il suo terreno di cultura è pagano, non puoi cambiarlo in un attimo o in un anno”.

“L’uomo è il protagonista dello sviluppo non il denaro”

Giovanni Paolo II scrive l’esperienza della Chiesa nella “Redemptoris Missio” (n. 58): “Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi. E’ l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica… La Chiesa educa le coscienze col Vangelo… forza liberante e fautrice di sviluppo…”.
Anche Benedetto XVI nella “Caritas in Veritate” scrive: “L’annunzio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo” (CV,8); “Il Vangelo è indispensabile per la costruzione della società secondo libertà e giustizia” (CV,13); “Senza la prospettiva di un vita eterna, il progresso umano è esposto al rischio di ridursi al solo incremento dell’avere” (CV,11); “Senza Dio, l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia” (CV, 78) e cita le parole di Gesù: “Senza di me non potete fare nulla” (Giov. 15, 5).
Paolo VI ha scritto nella “Populorum Progressio” (n. 20): “Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico, lo sviluppo deve essere integrale, il che vuol dire essere volto alla promozione dell’uomo e di tutto l’uomo” (n. 14). E poi ancora: “Il vero sviluppo è il passaggio, per ciascuno e per tutti da condizioni meno umane a condizioni più umane”. E Benedetto XVI ha aggiunto nella “Caritas in Veritate” (n. 78): “L’uomo non è in grado di gestire da solo il proprio progresso, perché non può fondare da sé un vero umanesimo… L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano”.

Perché l’analfabetismo causa il sottosviluppo

“E’ l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica”, scrive Giovanni Paolo II. L’educazione è il mezzo che permette di far crescere un uomo, un popolo. Non si può separare l’economico dall’umano, come capita troppo spesso nella nostra società e cultura. “Educazione” non vuol dire solo alfabetizzazione e scolarizzazione di tutti i bambini africani, vuol dire anche cambiare la mentalità, la cultura che ancora prevale nell’Africa rurale, contraria ad ogni cambiamento; e insegnare a lavorare nel mondo moderno, a produrre. Il famoso proverbio cinese che dice: “Ad un affamato non dare un pesce, ma insegnagli a pescare” è più che giusto, ma chi va ad insegnare a pescare nell’Africa profonda delle campagne abbandonate dai propri governi?
In Guinea Bissau un missionario del Pime, padre Luigi Scantamburlo, ha fondato nelle isole Bijagos tante piccole cooperative di pesca di villaggio, portando strumenti moderni e chiamando da Chioggia (Venezia) alcuni tecnici per insegnare ad usarli. Con un mare pescosissimo, prima si moriva di fame, oggi si è elevato il livello di vita. Ho chiesto a padre Luigi: “Qual è la maggior difficoltà che hai incontrato in quest’opera?”. Risponde: “Convincere i capi villaggio e i capi tribù ad accettare le nuove forme di pesca comunitaria, barche, reti, cooperative, ecc. Per la mentalità tradizionale africana il futuro non sta nel cambiare e migliorare i sistemi di produzione e di vita, ma mantenere il villaggio così come l’hanno lasciato gli antenati, affinché i loro spiriti, tornando a visitare il villaggio, si ritrovino e non si vendichino contro i loro discendenti”.
Il vescovo di Lucca, mons. Giuliano Agresti negli anni ottanta visita le sue Suore di Porcari (Lucca) nella missione di Suzana tra i “felupe” in Guinea Bissau. Vedendo che le suore e le donne della missione pilavano il riso nel mortaio, manda una piccola macchina che in pochi minuti pila il riso di una famiglia per una settimana. La missione ha il generatore di elettricità e le suore hanno cominciato ad usare la macchina. Mi dicevano: “All’inizio pilavamo solo il riso per la missione e il centinaio di persone che ci vivono. Abbiamo avvisato che potevamo pilare il riso gratis per tutte le famiglie, ma nessuna donna veniva, perchè avevano paura di andare contro la tradizione, secondo la quale le donne e le ragazze debbono pilare il riso pestandolo nel mortaio di legno. I loro mariti e gli uomini del villaggio non volevano e temevano di essere punite. A poco a poco, prima le famiglie cristiane e oggi anche altre vengono a farci pilare il loro riso”.
A Vercelli produciamo 80 quintali di riso all’ettaro, nell’Africa nera rurale (cioè escluse le fattorie modello e moderne) solo 5-6 quintali all’ettaro: questo l’abisso tra popoli ricchi che sanno produrre e popoli poveri che non producono. Nella pianura padana le vacche lattifere producono 25 litri di latte al giorno, in Africa non producono latte, eccetto uno o due litri al giorno quando hanno il vitello. E potrei continuare con tanti altri esempi concreti, anche sul piano della produzione industriale. Parecchie capitali degli Stati africani hanno il “quartiere industriale”, con varie fabbriche moderne importate da paesi europei; mi dicono che circa la metà non producono, sono ferme e a volte saccheggiate, altre producono al 30-40-50% di quanto dovrebbero. Gli esempi sono infiniti.
Nel 2007 sono tornato per la terza volta in Guinea Bissau e ho visitato Nicoletta Maffazioli, una giovane volontaria dell’Alp (Associazione Laici Pime) che vive e lavora a Bambadinca in Guinea Bissau. Ha fondato e gestisce con altri volontari un “Centro di formazione” dei giovani africani che vengono dalle campagne: “Uomini e donne dai 16 ai 25 anni, persone di buona volontà, cordiali e vivaci, molto motivati, ma ai primi passi nel mondo moderno. Nicoletta mi dice: “I nostri corsi accolgono al massimo 25 persone, abbiamo trenta posti e qualcuno si aggiunge dopo. Noi assicuriamo, il cibo, il letto e il funzionamento dei servizi essenziali, tutto gratuito. Facciamo corsi di agricoltura, orti, sistema di irrigazione, allevamento animali, malattie delle piante degli orti (che è il grosso problema di qui, cavallette e via dicendo) e degli animali, conservazione dei prodotti, frutticultura, trasformazione dei frutti ad esempio in marmellate e sughi, coltivazione delle api per produrre il miele, come fare cucina, come nutrire i bambini con prodotti locali non pesanti, la contabilità (contano fino a una certa misura, poi dicono…”tanti”); e poi questi giovani prendono contatto con case in muratura, come si aprono i rubinetti dell’acqua e le maniglie delle porte, l’uso dei fornelli elettrici e a gas. Pare impossibile che, mentre il resto del mondo corre, ci siano ancora giovani vivaci e intelligenti che non hanno mai visto né fatto questo, ma è la realtà dei villaggi africani lontani dalle città”.
Partendo da questa realtà si capisce come mai l’Africa nera non produce abbastanza per mantenere i suoi abitanti e importa circa il 30% del cibo di base che consuma (riso, grano, mais, sorgo) e non pochi soffrono la fame o la denutrizione. Non solo, ma importa anche prodotti industriali elementari. Il Camerun è uno dei migliori paesi dell’Africa, senza guerre civili, con stampa libera, partiti di opposizione ed elezioni passabilmente democratiche, un governo “paternalista” (Paul M’Biya al potere dal 1980!) che comunque assicura l’aumento del Pil (uno dei migliori dell’Africa nera, circa 1.000 dollari all’anno pro capite): ebbene, questo paese importa ancora biciclette, lampadine, frigoriferi, moto, ecc. Vedo a Milano padre Carlo Scapin, missionario del Pime da 40 anni in Camerun, mi dice che negli ultimi tempi i cinesi portano dalla Cina i componenti per moto, biciclette e altri veicoli e li rimontano per i camerunesi. Sono le prime vere industrie, ma in mano ai cinesi”.

Il contributo della Chiesa allo sviluppo dell’Africa

Nei tempi moderni, la Chiesa nell’Africa nera è stata fondata dai missionari, che fin dall’inizio hanno annunziato Cristo con le opere di carità, di sanità, di educazione. Nel tempo della colonizzazione, dalla fine dell’Ottocento al 1960, la scuola era in mano alle Chiese cristiane, gli stessi governi coloniali finanziavano l’educazione attraverso le missioni. I capi dell’Africa nera che hanno guidato i loro paesi all’indipendenza venivano tutti dalle scuole cristiane e parecchi dai seminari che avevano anche le scuole superiori.
L’evangelizzazione attraverso la scuola è sempre stata prassi costante nel mondo missionario. Uno slogan spesso citato e usato dai missionari diceva: “Prima costruiamo la scuola e poi la chiesa”, perché la scuola apre le menti e i cuori e poi la Chiesa, il Vangelo e il catechismo spiegano e diffondono i contenuti del cristianesimo. In tutti i paesi dell’Africa nera, la scuola moderna era sconosciuta. Le prime scuole le hanno aperte i missionari cristiani. Kwame Nkrumah, il padre della patria e primo presidente del Ghana (indipendente dal 1957), allievo dei missionari e poi insegnante nelle loro scuole, nel 1957 diceva in una conferenza agli universitari a Friburgo in Svizzera2: “La persona che mi ha presentato ha detto che io sono il responsabile del ridestarsi di questo grande continente. Credo che non sia vero. Se vogliamo considerare la situazione in modo più esatto, debbo dire che i responsabili della presa di coscienza di noi africani sono stati i missionari cristiani con le loro scuole”. E’ solo una citazione fra tante altre che si potrebbero fare.
Oggi in Africa le scuole sono del tutto insufficienti ad ospitare tutti i bambini e i ragazzi. Per molti il diritto all’istruzione è ancora un miraggio. I dati forniti dall’Unesco mostrano un quadro inquietante. L’Africa subsahariana è la zona dove l’emergenza scolastica assume i tratti peggiori. La scolarizzazione raggiunge circa il 70% di tutti i bambini, ma visitando l’Africa rurale si vede come una parte non piccola dei locali usati per l’insegnamento non hanno la dignità di essere definiti “scuole”, mancano i banchi, i quaderni, i libri, il materiale didattico. La carenza di maestri della scuola primaria è diventata cronica. La maggior parte dei paesi sono stati costretti a tagliare le spese per gli insegnanti sotto la pressione dei finanziatori e delle banche che esigono l’attuazione di economie di bilancio. Non pochi insegnanti rimangono in città e non vanno in villaggi dove mancano l’elettricità, la Tv e altre comodità. Nelle campagne, le scuole hanno una media di 60-80 e più alunni per classe (in Italia 15-25).
Nella storia bimillenaria della Chiesa, in nessun’altra parte del mondo l’annunzio evangelico ha prodotto frutti così rapidi e copiosi come nell’Africa dell’ultimo secolo. All’inizio del 1900 i cattolici in tutta l’Africa erano circa due milioni, in parte colonizzatori e mercanti europei. Il fatto strepitoso è che un secolo dopo, nel 2008, sono circa 170 milioni. Da due a 170 milioni in cento anni, con due guerre mondiali in mezzo! I sacerdoti africani, che nel 1900 erano una decina, nel 2080 circa 16.000. I primi due vescovi africani vennero consacrati nel 1939, oggi sono poco meno di 500.
La Chiesa cattolica in Africa gestisce 67.848 scuole materne frequentate da 6.383.910 alunni; 93.315 scuole primarie per 30.520.238 alunni; 42.234 istituti secondari per 17.758.405 alunni. Inoltre segue 1.968.828 giovani delle scuole superiori e 3.088.208 studenti universitari, mentre gli studenti delle scuole superiori cattoliche sono 68.782 e delle università cattoliche 88.8223.
I numeri possono anche dire poco, ma visitando numerosi paesi africani ho visto che anche in Africa si ripete (come in India e altrove del resto) quello che sperimentiamo in Italia: le richieste di frequentare le scuole della Chiesa cattolica (o delle Chiese protestanti) sono di molto superiori alle possibilità concrete di ospitare quei giovani, perché danno più affidamento per una buona educazione.
Lo stesso si può dire per il reparto sanità e assistenza. In Africa la Chiesa cattolica gestisce: 1.137 ospedali, 5.375 dispensari, 184 lebbrosari, 184 case per anziani, ammalati cronici, handicappati, 1.285 orfanotrofi, 2.037 giardini per l’infanzia, 1.673 consultori matrimoniali, 2.882 centri di educazione sanitaria, 1.364 altre istituzioni di assistenza per i poveri. Anche qui i numeri non dicono molto, ma per capire l’importanza di questa presenza cristiana nella sanità, bisogna vedere sul posto gli ospedali civili e altri gestiti da istituzioni cattoliche (o protestanti). Nella capitale del Burkina Faso, Ouagadougou (Uagà), la differenza fra l’ospedale dei Camilliani italiani e il maggior ospedale statale si vede anche con una rapida visita ad ambedue gli istituti. Nell’ospedale cattolico ogni ammalato riceve tutte le cure necessarie persino il cibo (e chi può deve pagare quel che può), nell’altro tutti debbono pagare altrimenti non sono nemmeno ospitalizzati e il cibo glie lo portano parenti e amici o se lo compera lui stesso4. Ma la vera differenza sta nel fatto che quando il personale sanitario riceve la formazione religiosa di vedere in ogni ammalato Gesù Cristo in Croce è facile capire come, parlando in generale, le prestazioni sono diverse.

La Chiesa in difesa dei diritti umani

In tutto il continente africano i cattolici sono circa il 17,7% del miliardo di africani, ma nell’Africa sotto il deserto del Sahara arrivano a circa il 23% dei neri e con gli altri cristiani sono poco più del 50%. La crescita delle comunità cristiane ha avuto effetti benefici sul piano politico ed economico. In alcuni paesi i partiti politici si sono rivolti alla Chiesa per avere un sostegno ed hanno chiamato un vescovo a dirigere la “Conferenza nazionale” che ha preparato una nuova Costituzione. E’ successo in Benin, Congo-Kinshasa, Togo, Gabon. In altri paesi sono stati i vescovi che hanno iniziato o guidato i colloqui di pace (Mozambico, Madagascar, Angola, Liberia); in altri ancora l’opposizione della Chiesa a regimi non democratici ha affrettato la loro fine: Sud Africa (per il regime di apartheid), Burundi, Burkina Faso, Zambia, Congo-Kinsasha, Guinea equatoriale e Guinea Bissau, Angola, Mozambico e oggi in Zimbabwe col dittatore Mugabe.
Le comunità cristiane (cattolici e protestanti) si sono affermate in Africa come soggetti che raccolgono ed esprimono, in paesi quasi privi di opinione pubblica e di organizzazioni popolari, l’anelito dei popoli verso la democrazia, la pace, la giustizia sociale, lo sviluppo economico. A volte, proprio per opposizione della Chiesa alle dittature, ci sono state persecuzioni anti-cristiane: in Guinea Conakry, Guinea equatoriale, Zimbabwe, Etiopia ed Eritrea, Congo-Kinshasa ai tempi di Mobutu, Ruanda e Burundi, che ho visitato la seconda volta nel 1994. Ecco il ricordo di quell’immersione nel mondo dell’orrore.
Novembre 1994, con un missionario siciliano percorriamo in jeep la strada da Bujumbura capitale del Burundi a Cyangugu in Ruanda (sul lago Kivu), per passare in Congo a Bukavu sull’altra riva del lago. Attraversiamo il Ruanda nell’anno del genocidio dei tutsi, 100.000 massacrati, mezzo milione di profughi in Congo. In pochi mesi uccisi quattro vescovi ruandesi su nove, 123 preti su 200, 92 suore, quasi tutti i seminaristi maggiori, prossimi al sacerdozio. Posti di blocco ovunque, villaggi bruciati, gente che scappa. In un grande villaggio vicino a Butare il missionario mi porta a vedere la chiesa. Un grande edificio bruciato con i cristiani e i loro protetti tutsi dentro. Di fianco alla chiesa hanno scavato con le ruspe una fossa comune buttandovi dentro i cadaveri carbonizzati, con un po’ di terra sopra. Un ributtante lezzo di carne arrostita, dalla terra smossa spunta una scarpa, un braccio, una mano, una gamba… A Cyangugu, sul Lago Kivu in un ambiente turisticamente meraviglioso, andiamo dal vescovo. Ci accoglie riconoscente e dice: “Sono vivo perchè ho qui con me quattro suore polacche che mi proteggono. La mia casa è circondata dai militari, se queste suore fossero mandate via, la mia vita non vale più nulla”. A Bujumbura un missionario Saveriano mi aveva detto: “Sapessi quante centinaia di martiri cristiani abbiamo in questi mesi. Gente che rischia la vita nascondendo persone dell’altra etnia. Se vengono presi, sono uccisi con tutta la loro famiglia”.
In questi due paesi africani, Ruanda e Burundi, la Chiesa è stato l’unico ente diffuso e radicato su tutto il territorio che si è opposto alla guerra etnica, nel 1994-1995 come già nella precedente guerra tribale del 1972 (con circa 200.000 massacrati) e ha pagato un prezzo altissimo. Quanti esempi simili a questo potrei raccontare, visti sul campo nei molti viaggi di visita alle missioni in Africa: la guerra dell’Uganda nel 1982, l’oppressiva dittatura in Eritrea nel 1986, la guerra tra i “movimenti di liberazione” in Angola nel 1975 e in Mozambico nel 1991, la sanguinaria dittatura della Guinea Equatoriale nel 1976, la guerra civile in Ciad nel 2008, la “guerra di liberazione” in Rhodesia (poi Zimbabwe) nel 1979, la guerriglia sempre presente nelle tre visite in Congo (1969, 1973 e 1995), i cristiani perseguitati in Sudan (visitato nel 1969), la Nigeria nel 1985, il Ciad nel 2008.
Non c’è alcun dubbio che in Africa la Chiesa cattolica gioca un ruolo molto importante nel passaggio dalle dittature alla democrazia. Il cristianesimo e le strutture delle Chiese cristiane rappresentano una grande risorsa per i popoli africani e non possiamo tacere che proprio in Africa (come anche in America Latina) l’ecumenismo potrebbe ricevere, con l’aiuto dello Spirito, la spinta fondamentale per l’unità della Chiesa, molto più avvertita e invocata nei paesi non cristiani che non nella nostra Europa. In Africa, il continuo moltiplicarsi di sette e chiesuole che si richiamano alla Bibbia e a Cristo mostra a tutti che il principio della “Sola Scriptura” e della coscienza personale che obbedisce alle ispirazioni dello Spirito Santo non bastano per mantenere quell’unità dei fedeli di Cristo, che Cristo stesso ha chiesto al Padre.

Lo sviluppo dei popoli dalla Parola di Dio

I due Sinodi episcopali delle Chiese africane a Roma (1994 e 2009) hanno trattato, oltre a problemi più strettamente ecclesiali, temi di grande significato per lo sviluppo dell’Africa: la pace nella giustizia, la democrazia, il rispetto dei diritti umani, la difesa della dignità della donna, l’educazione e la crisi dell’educazione in Africa, la necessità di una catechesi che influisca sulla vita dei cristiani: “Formare ad una vita cristiana adulta che possa affrontare le difficoltà della loro vita sociale, politica, economica e culturale” dice una delle “proposizioni” nel messaggio finale dell’ultimo Sinodo.
Perché queste decisioni sono importanti? I vescovi sono convinti che lo sviluppo dei popoli africani viene dall’educazione al Vangelo, alla vita cristiana. In altre parole, il Vangelo vissuto favorisce lo sviluppo perché porta il cristiano e il popolo a correggere le tendenze negative del peccato originale che c’è in tutti, cioè a passare dall’individualismo al senso comunitario della vita, dall’egoismo all’altruismo e all’amore per tutto il prossimo, dalla violenza alla non violenza, dal tribalismo al senso del bene comune della nazione, dalla poligamia al matrimonio stabile tra uomo e donna. E’ noto che molti cattolici sono battezzati però non si lasciano educare dal Vangelo e dalla grazia di Dio. Ma l’azione della Parola di Dio è molto più profonda e incisiva nella cultura generale di un popolo, di quello che possa essere in un singolo battezzato, sempre libero di comportarsi in modo, diciamo, peccaminoso.
Papa Giovanni XXIII ha scritto, nella “Pacem in Terris”, che la politica deve farsi guidare “dalla centralità dell’uomo, non dalle ideologie e dai particolarismi”. Il cristianesimo educa all’amore del prossimo e al bene pubblico, al perdono e non alla vendetta, ad una cultura fondata sul rispetto di ogni uomo, sull’uguaglianza e sull’amore. La resistenza al messaggio cristiano viene anche dalla cultura africana tradizionale fondata su altri principi. Il cosiddetto “ritorno all’autenticità africana” è un discorso ambiguo, la cultura africana tradizionale ha certamente valori umani e anche religiosi, ma non porta certo allo sviluppo dell’Africa nel mondo moderno.
La Chiesa cattolica non vuole distruggere le tradizioni culturali e religiose africane, anzi fin dall’inizio i missionari sono stati i primi che hanno lavorato per alfabetizzare le lingue, conservare le culture, l’arte, i proverbi africani. Oggi, specialmente dopo il Vaticano II, l’inculturazione della fede nelle tradizioni e culture dei popoli e il “dialogo della vita” con i membri delle religioni non cristiane, sono diventati i temi fondamentali della missione alle genti.

Accademia Pontificia delle Scienze e Fondazione “Sorella Natura”
Intervento al Simposio internazionale sul tema
“Economia solidale e sviluppo sostenibile per l’Africa”
Città del Vaticano, 29 novembre 2013
di padre Piero Gheddo, missionario del Pime

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