Massimo Teruzzi il missionario lebbroso – Opuscolo di Padre Gheddo per il Bangladesh

Fratel Massimo Teruzzi era un missionario innamorato dei poveri e degli ammalati, degli ultimi della società. La sua testimonianza di amore merita di essere raccontata. E’ l’unico missionario del PIME in Bangladesh che ha contratto la lebbra lavorando fra i lebbrosi al lebbrosario di Dhanjuri. Ma, mentre i confratelli dell’Istituto erano preoccupati di questo, Massimo era sereno e diceva: “La lebbra è una malattia come le altre. Se il Signore mi aiuta guarirò, altrimenti non sarò il primo missionario che muore lebbroso”.

Massimo Teruzzi era nato a Lesmo in provincia di Milano da Carlo e Maria Pozzi, il 14 ottobre 1902. Avrebbe desiderato studiare dopo le scuole elementari, ma la sua famiglia era povera e dovette andare a lavorare all’età di undici anni. Incominciò ad aiutare i muratori, portando calce e mattoni; poi, dopo il servizio militare, continuò in questo lavoro faticoso. Al mattino, dopo una visita in chiesa per fare la comunione, via con un panino avvolto in un giornale per il pranzo a mezzogiorno. Lavorava molto, ma era anche un giovane riflessivo che leggeva e si istruiva leggendo: a poco a poco ha deciso che era meglio costruire le casa del Signore che quelle degli uomini.

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Non sappiamo come è maturata la sua vocazione missionaria. Veniva da una famiglia di profonda vita cristiana e aveva respirato in casa propria, oltre che in parrocchia, gli insegnamenti del Vangelo. Meditando quelle parole di Gesù: “Chi pensa soltanto a salvare la propria vita la perderà; chi invece è pronto a sacrificare la vita per me e per il Vangelo la salverà” (Marco, 8, 35), Massimo si è deciso. Ha rinunziato a sposarsi ed a costruire una sua famiglia per diventare missionario e mettersi a disposizione della Chiesa, per portare il Vangelo ovunque sarebbe stato mandato.

Il distacco dalla famiglia non è stato facile, perché avevano bisogno di lui e del suo lavoro, ma Massimo ha meditato le parole di Gesù: Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me” (Matteo 10, 37); e nel 1927, a 25 anni, ha deciso di entrare nel PIME, mettendosi a disposizione con buona volontà e desiderio di rendersi utile. Dopo un anno di preparazione, il 15 agosto 1928, parte per la missione di Dinajpur col solo giuramento temporaneo di fedeltà alla vita missionaria; non era ancora membro effettivo dell’Istituto, i superiori volevano provarlo mandandolo in Bengala, allora ritenuto “la tomba degli europei”, perché c’era bisogno di uno come lui. Diventerà membro effettivo nel 1932 emettendo il giuramento perpetuo di consacrazione a Dio e di fdeltà alla missione e all’istituto.

Giunto in missione nel novembre 1928, dapprima pensa che il suo mestiere di muratore è il più utile alla missione e si mette di buona lena a costruire chiesette in serie, tetto di lamiera su muri di fango e anche qualche edificio in muratura. Ben presto però s’accorge della miseria enorme imperante nel paese. Troppi gli ammalati inesorabilmente condannati a morte per la mancanza di medicine o per l’impossibilità di comperarle. Fratel Massimo abbandona definitivamente gli strumenti del muratore e si mette a studiare sui libri popolari di medicina e a praticare in dispensari improvvisati con bambù e paglia. Si sentiva male alla vista di tanta povera gente e non si dava riposo finché non avesse visitato tutti. Non c’era orario per lui: gli ammalati poveri erano i suoi padroni e potevano presentarsi anche di notte.

Questa sua appassionata dedizione agli ultimi della società bengalese lo segnala ai superiori che lo mandano a Dhanjuri, dove a quel tempo stava nascendo il lebbrosario. Nel 1926 padre Luigi Brambilla scriveva:

Tra i santal la lebbra è una malattia molto comune, è raro trovare un paese che non ne sia infetto. Il problema che noi missionari ci siamo posti fin da quando siamo entrati in contatto con la tribù dei santal è questo: cosa possiamo fare per i poveri disgraziati infetti dalla lebbra? Qui a Dhanjuri l’idea di un lebbrosario potrebbe essere tradotta in pratica con poca difficoltà. Dhanjuri è situata in piena foresta che circonda un lago. I lebbrosi, pur vivendo un po’ isolati, potrebbero darsi alla pastorizia, alla pesca, alla caccia prediletta dai santal.

Nel 1929 padre Giuseppe Obert (che poi sarà vescovo di Dinajpur dal 1948 al 1968) compera un vasto terreno sulle rive del lago e non lontano dalla missione di Dhanjuri, luogo ideale per un lebbrosario. L’anno seguente incomincia a radunare i primi lebbrosi e quasi subito viene mandato in suo aiuto fratel Massimo Teruzzi, che costruisce le prime abitazioni per i lebbrosi e intanto pratica quella poca arte medica che conosceva. Quando nel 1934 arrivano le suore di Maria Bambina, come infermiere diplomate per la cura dei lebbrosi, fratel Massimo prima costruisce il loro convento, poi incomincia a seguirle per imparare da loro come si assistono gli ammalati e i lebbrosi.

Le suore gli volevano bene e lo ammiravano: sempre disponibile per qualsiasi servizio, umile, uomo di preghiera e con grande spirito di sacrificio. Ma soprattutto commuoveva la sua totale dedizione ai lebbrosi, che erano i suoi prediletti; però lo rimproveravano spesso perché non teneva conto dei principi di igiene e di prevenzione dalla lebbra che loro stesse praticavano. La vita spirituale di Massimo era davvero profonda e forse pochi l‘hanno capito, data la sua natura introversa. Voleva vivere con i lebbrosi e come i lebbrosi, proprio per un motivo spirituale: vedeva in loro l’immagine più toccante di Gesù crocifisso. Mangiava con i lebbrosi, fumava con loro, giocava e scherzava sempre in loro compagnia.

Negli anni trenta, al lebbrosario di Dhanjuri (Dinajpur) non c’era ancora l’attrezzatura di oggi. Fratel Massimo puliva col bisturi le piaghe dei lebbrosi all’ingresso della capanna. Un momento di stanchezza, un attimo di disattenzione e il bisturi impregnato di pus e di sangue del malato, produce un taglio nel braccio del chirurgo. Più nulla da fare, il bacillo di Hansen, come un nemico vendicatore, non perdona, si infiltra immediatamente nel suo sangue. E’ facile essere poeti a questo punto: per amore di Gesù, per amore dei fratelli più disprezzati del mondo, dei relitti della società, l’ostia offerta sull’altare del sacrificio… Belle parole in verità, ma la realtà è brutta, tremendamente brutta.

Un uomo nel pieno vigore delle sue forze, consapevole d’essere lebbroso, ha poca voglia di fare il poeta e abbandonarsi a sogni mistici. E’ qui che rifulge maggiormente la grandezza dell’uomo di Dio. Massimo non si scompone. Semplice ed umile, come se si trattasse di una bazzecola, di un avvenimento che doveva ineluttabilmente accadere, prepara la sua valigetta e va a picchiare alla porta del lebbrosario di Calcutta, la più moderna istituzione di cura della lebbra di quel tempo in India. Lui, direttore e medico di un lebbrosario, diventa un lebbroso, un numero in un lebbrosario.

Il suo fisico allora era forte e, seguendo con scrupolo le cure più moderne, in pochi anni la lebbra è ridotta al negativo: cioè, c’era ancora ma non poteva infettare altri. Massimo dice grazie al Signore e alle suore, rifa la sua valigia e ritorna ai suoi ammalati con un’esperienza medica di più, fatta sul suo corpo. L’anima s’è affinata nella comprensione della sofferenza e lui, il malato, il lebbroso di Cristo si dona senza riserve al servizio del popolo sofferente. Davvero ormai lo si poteva chiamare un eroe della carità. Durante la guerra mondiale, nel 1942, poté gustare, perché italiano, le “delizie” delle carceri bengalesi, in preto stile bengalese: pidocchi, fame e sporcizia. Meraigliava tutti, inglesi e bengalesim con la sua virtù, la sua bontà e serenità anche in quelle deplorevoi condizioni. Rimase in carcere solo pochi mesi, poi gli inglesi si convinsero che non rappresentava, anche libero, alcun pericolo per l’Impero della Corona inglese!

Dopo 24 anni ininterrotti di lavoro in Bengala, nel 1953 ritorna in Italia per una breve parentesi di vacanza in patria. Qualcuno, vedendo quella lunga barba bianca, quegli occhi stanchi, quelle spalle ormai curve, lo consiglia di restare. “No – rispondeva fermo in un modo che non ammetteva replica – il mio posto è là, tra i miei poveri”. Ma nel 1953 fratel Massimo non era più in salute: oltre alla lebbra, aveva un’ernia, soffriva assai di asma ed era debole di cuore con bronchite cronica; poi parassiti intestinali, sciatica, ulcera gastrica… Non è possibile enumerare tutti i suoi malanni: era un ospedale ambulante, ma non si lamentava mai. Anzi, riparte per il Bengala e va in una missione più povera della precedente: Ruhea, all’estremo nord del Pakistan Orientale, dov’era allora parroco padre Cesare Pesce.

I missionari del Bangladesh ricordano (almeno i più anziani), che padre Pesce ha compiuto il gesto forse più bello ed eroico della sua vita missionaria, accogliendo fratel Massimo a Ruhea nel 1956, quando tutti sapevano che era lebbroso; correndo così coscientemente il pericolo di prendere lui stesso, inavvertitamente, la terribile malattia, in anni in cui la lebbra era quasi incurabile. E faceva paura a tutti. Suor Franca Nava, missionaria dell’Immacolata che era giunta in Bangladesh nel 1953 e lavorava nel lebbrosario come infermiera (in quell’anno le suore del Pime sostituivano le suore di Maria Bambina nel lebbrosario), ricorda:

Fratel Massimo, quando è uscito dal lebbrosario di Dhanjuri è andato a Ruhea. Padre Pesce l’ha accolto mentre altri lo rifiutavano, per non creare problemi alla loro missione: avere in casa un lebbroso, a quei tempi, era un fatto terrificante per tutti. Quando sono arrivata io a Dhanjuri, tutti dicevano: “Massimo s’è infettato perché lo voleva”; nel senso che viveva del tutto con i lebbrosi, mangiava con loro, dormiva con loro, fumava con loro. Per me, che in quegli anni ero nel lebbrosario, uno dei gesti più eroici che ha fatto padre Pesce è stato proprio di accogliere Massimo come un fratello e di vivere con lui senza problemi.

A Ruhea, dapprima in una capanna di paglia, poi in una casetta angusta e soffocante, seppe intessere la sua corona di gloria più bella, raggiungendo l’apogeo dell’amore cristiano. E come seppe amare fu amato. Oh, come fu amato! Padre Pesce scriveva in un articolo dopo la sua morte nel 1963:

Io penso, e non temo di sbagliare, che l’uomo più amato di Ruhea e dintorni fu proprio il “Brother” (fratello). La sua fama di bontà e abilità medica era giunta lontano. Da Tetulia, da Dinajpur, venivano i malati poveri, i lebbrosi, i disperati della scienza medica: il “Brother” era diventato l’ultima loro speranza. E lui, burbero benefico, a tentare e ritentare con successo, con insuccesso. Con quegli occhiali più vecchi di lui sul naso, a rincuorare con barzellette nel dialetto del paese che aveva appreso alla perfezione. Una figura indimenticabile.

E così, come è vissuto se ne è andato. Non ne poteva più, ormai trascinava le gambe stanche, sembrava un vecchio di cent’anni, ma al confratello che amabilmente lo redarguiva e lo invitava al riposo, rispondeva sempre: “Riposerò dopo…”. L’ultimo giorno di lavoro tra gli ammalati del suo dispensario “Don Orione” di Ruhea fu il giovedì, 11 luglio. Respirava troppo a fatica. “Basta – disse. – Stavolta è proprio finita”. Sabato mattino fece chiamare i suoi poveri, vuotò le tasche e l’armadio di quei pochi spiccioli che rimanevano e in silenzio, senza importunare alcuno, andò a Dinajpur all’ospedale cattolico. Pochi giorni di degenza, sempre allegro e sorridente fino alla notte del giovedì 18 luglio 1963. “Non ce la faccio più” disse, e col nome di Maria sulle labbra spirò all’alba del venerdì, dopo aver ricevuto i sacramenti.

A questa massa di poveracci , di rifiuti della società che continuano ad affluire al nostro dispensario di Ruhea, debbo annunziare: “Nulla da fare, il dottor Massimo se ne è andato, non a Dinajpur a comperare le medicine per voi, come aveva fatto tante volte nel passato; se n’è andato per sempre, non tornerà più, mai più”. Che tristezza! Non lo senti anche tu, amico lettore? I poveri d’ogni razza, d’ogni lingua e d’ogni fede piangono sconsolatamente il loro benefattore. E sono tanti, tanti, quanti neppure noi riuscivamo ad immaginare!

E’ sempre stato così, dal giorno in cui Gesù donò la sua vita sulla croce per gli altri. “L’umile sarà esaltato, la sua memoria passerà in benedizione”. Fratel Massimo Teruzzi, con la sua umiltà, col suo disprezzo di tutto ciò che sa di egoismo, con la sua dedizione alla carità, ha scritto una pagina autenticamente gloriosa nella storia dei missionari del PIME.

Ed ora hanno ragione, oh se hanno ragione, gli sciancati, i lebbrosi, i poveri di ogni genere, le vedove, di piangere mentre tornano più volte alla missione e si aggirano in ogni angolo del dispensario quasi a cercarlo, non sapendo capacitarsi di tanta perdita. Il pianto è un balsamo, ma il balsamo non riempie il vuoto del cuore. Nessuno al mondo lo potrà mai sostituire. La morte dell’uomo della carità lascia lo sconforto più sincero. Fratel Massimo ha lasciato l’esempio di una vita interamente spesa nell’amore del prossimo nel nome di Gesù. Il bengalese, ignaro del senso di pura carità e gratuità, ha avuto una scossa da questo esempio: forse non diventerà cristiano, ma sarà più buono perché ha costatato che soltanto il Cristianesimo può produrre uomini così.

Fratel Massimo ha lasciato l’esempio di una vita totalmente spesa nell’amore del prossimo, che è la prova più bella dell’amore di Dio. L’orientale, ignaro del senso gratuito della carità cristiana, ha avuto una grande scossa da questo esempio. Forse non diventerà cristiano per questo, ma sarà certo più buono, più vicino all’ideale cristiano, perché ha capito che solo il cristianesimo può produrre uomini così buoni come fratel Massimo Teruzzi.

Fratel Luigi Brun ricorda bene fratel Massimo Teruzzi, perché è andato in Bengala nel 1960. Allora Massimo era a Ruhea con padre Pesce e Alvigini, aveva il dispensario intitolato a don Orione, con la passione di curare gli ammalati. Ecco la sua testimonianza:

Molti venivano anche da lontano perché trattava bene tutti e li aiutava come poteva. Il suo dispensario era una capanna di fango e paglia, non in muratura, perché allora le costruzioni in muratura erano poche. Massimo è morto nell’ospedale San Vincenzo a Dinajpur e io ero a Nijpara. Quando l’ho saputo, ho preso la moto e sono corso a Dinajpur. Mi hanno detto che era molto debole ed è morto quando dopo che è andato sotto l’acqua che spioveva da un tetto, durante un’acquazzone dei monsoni, a fare il bagno; poi, il freddo e la debolezza gli hanno procuratouna bronco-polmonite. Allora molti dicevano che era morto un santo protettore dei lebbrosi e degli ammalati.

La figura di fratel Massimo merita ancora di essere illuminata con alcuni passaggi di quanto ha scritto padre Mauro Mezzadonna nel necrologio pubblicato sulla rivista “Missionari del Pime” nel settembre 1963.

Fratel Massimo era un autodidatta, ma pur non avendo alcun diploma di medico o infermiere, tutti lo chiamavano “dottore”, tanto che molti medici andavano da lui a chiedere pareri e consigli… Massimo non ha mai fatto un giorno di riposo, dedicando anche la domenica alla cura dei lebbrosi. E’ stato un apostolo degli ammalati e anche dei poveri. Adorava i poveri, li aveva sempre con sé. Gente di ogni razza, buoni e cattivi, dopo la sua morte continuano a venire a Ruhea da tutte le parti perché hanno sentito che il vecchio nonno è morto… Sembra a loro impossibile che il dottore tanto buono – che spesso, oltre le medicine, dava loro anche qualche spicciolo per nutrirsi – li abbia lasciati per sempre.

Soccorreva i poveri col poco che aveva: di molto grande aveva solo il cuore. Quando nel 1962 fu pubblicato un articolo che parlava di lui, giunsero delle offerte che gli furono trasmesse. Ebbene, quasi non si riusciva a convincerlo che ci fossero anche dei buoni che pensavano a lui! Da notare che quando era andato in missione, non aveva mai avuto un benefattore proprio. Le uniche offerte erano quelle dei suoi fratelli. Eppure trovava modo di dare egualmente: dando del suo, di ciò che era a lui destinato dai superiori. Quando nel 1954 celebrò il suo 25° di missione, p. Luigi Verpelli che allora era con lui dovette comperargli un paio di scarpe e di calze, perché ne era privo; e quando era a Ruhea, il padre Alvigini lo convinse ad accettare una sua veste bianca, dato che quella che aveva era ormai ridotta a condizioni pietose. Massimo non aveva neppure un letto, ma dormiva su un intreccio di nodose canne di bambù; per coperte e lenzuola usava addirittura dei sacchi vecchi. Il padre Alvigini li sostituì con qualcosa di più decente; identica operazione per la zanzariera – residuo dell’esercito americano nell’ultima guerra – che egli si sforzava di tappare con dei grandi cerotti. Per Scrivania aveva una cassa da imballaggio.

A dargli una maglietta o un uovo in più da mangiare, nel 99% dei casi trovava subito il modo di disfarsene. A riprenderlo di questo zelo eccessivo, diceva che ormai era troppo vecchio per cambiare e il risultato era che faceva la carità il più nascostamente possibile. Qualche volta anche fratel Massimo, tra malanni e strettezze, era di humour nero, ma appena si presentava la prospettiva di ricevere dall’Italia qualche cassetta di medicinali, si metteva a cantare ed a scherzare come un bambino. Le medicine erano la sua passione, ma non sono valse a salvarlo da quella che egli diceva fosse un semplice raffreddore e che invece si rivelò una polmonite; e neppure gli giovò il trasporto all’ospedale di Dinajpur, ove andò allegro e scherzando con tutti. Ma pochi giorni dopo, il 18 luglio scorso, senza troppo soffrire e senza dar fastidio a nessuno, se ne è andato al Cielo, a ritrovare tanti ex-poveri ed ex-ammalati diventati ricchi per opera sua.

I testi in grassetto sono tutte citazioni di altri autori e non di Padre Gheddo

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