Montagnard, genocidio comunista in Vietnam – Padre Gheddo su Il Domenicale

Sunday, bloody Sunday. A Pasqua il governo di Hanoi ha represso nel sangue il popolo degli altopiani che chiedeva solo di poter pregare. Per l’ennesima volta. Ecco l’esempio di una resistenza vera, condotta con metodi pacifici, ma ignorata da tutti. Tranne missionari e Radicali

Piero Gheddo*

Nel 1967 e nel 1973 ho visitato nel Vietnam del Sud i territori dei montagnard, oggi schiacciati come popolo e perseguitati come cristiani; essi fanno parte di quelle popolazioni indigene, di origine mongolo-tibetana (Mnong, Bahnar, Koho, Stieng, Hre, ecc.) e malese-polinesiana (Jorai, Rhadé, Chru, Raglai, Hroi, ecc.), comuni nel sud-est asiatico, in Birmania, in Thailandia, nel Laos, in India e nel Bangladesh, dove assumono nomi diversi: e ovunque sono cittadini di seconda categoria.

Nella cosiddetta Indocina francese, i vietnamiti, di origine cinese, in passato sono venuti dal nord spingendo gl’indigeni verso le foreste e le montagne. Il nome montagnard, dato dai francesi, deriva da questa pressione storica da parte della razza più forte e numerosa; i vietnamiti li chiamavano moi (selvaggi) o nguoi thuong (abitanti dei monti). Negli anni Settanta del Novecento erano due milioni e mezzo in tutto il Vietnam, ma specialmente nel Sud perché fuggiti dal Nord dove il regime comunista già li opprimeva. Oggi, se fossero aumentati secondo il ritmo demografico tenuto dal Vietnam, dovrebbero essere sui sei milioni, anche perché i montagnard avevano un tasso di crescita maggiore rispetto ai vietnamiti; ma credo siano in realtà molti di meno, a causa degli eccidi compiuti dal regime.

Nella seconda metà dell’Ottocento i francesi, occupando l’Indocina, hanno stabilito i confini fra la loro colonia vietnamita e i due regni di Cambogia e Laos sotto il proprio protettorato, frenando così la spinta espansionistica dei vietnamiti e bloccando gli stermini dei tribali; in seguito hanno riconosciuto loro la proprietà delle terre che occupavano e che coltivavano. Ma quando, negli anni Venti del Novecento, Ho Chi Minh ha fondato ad Hanoi il partito comunista di obbedienza sovietica, l’ha chiamato “Partito comunista di Vietnam, Laos e Cambogia”, indicando la volontà egemone del nazionalismo vietnamita sui popoli e sui regni di altre etnie.

Durante il lungo periodo della guerra del Vietnam (1963-1975), i vietnamiti cattolici e i montagnard, per difendere gli uni la loro libertà religiosa e gli altri i propri territori, si sono dimostrati fortemente anticomunisti e quindi favorevoli ai governi sostenuti dagli statunitensi. Dopo la sconfitta del Vietnam del Sud nel 1975, i comunisti vietnamiti hanno occupato anche il Laos, mentre in Cambogia hanno assunto il potere i Khmer rossi, dando inizio al genocidio che in quattro anni ha causato la scomparsa di circa due milioni (su otto) di cambogiani, uccisi, morti di fame o fuggiti all’estero.

Nel gennaio 1979 i comunisti vietnamiti sono intervenuti in Cambogia occupando un Paese che poi hanno abbandonato dopo il crollo del Muro di Berlino (1989), a seguito della politica di doi moi (liberalizzazione) e in virtù dell’apertura dello stesso Vietnam al mercato mondiale. Oggi torna alla ribalta la repressione del popolo montagnard, ma non va dimenticato che, a quasi trent’anni dal 1975, quando le truppe nordvietnamite e i vietcong trionfanti entravano in Saigon, applauditi da tutte le Sinistre europee, il Vietnam ha conosciuto trent’anni di un regime ferocemente oppressivo del popolo, con la fuga di un milione e mezzo di persone a rischio della vita, i cosiddetti boat people: durante la lunga guerra, nonostante i bombardamenti, i combattimenti e il regime del Vietnam del Sud, il popolo non fuggiva.

Negli ultimi trent’anni la situazione dei montagnard è peraltro fortemente peggiorata: i vietnamiti disboscano le foreste e occupano le loro terre, mentre il governo li perseguita in quanto cristiani. Eppure esistono migliaia di libri e di articoli dedicati ai 300mila indios dell’Amazzonia brasiliana, protetti dal governo e con “riserve” territoriali immense, ma nessuno scrive di questi milioni di tribali del Vietnam e del Laos ai quali non sono riconosciuti nemmeno i più elementari diritti fra cui quello alla vita. Il motivo è facile da capire: dopo la “guerra di liberazione”, qualunque cosa facciano, i comunisti vietnamiti rimangono ancora oggi i “liberatori del popolo”. Della persecuzione anticristiana in Vietnam scrivono quindi altri.

M’interessa però aggiungere qui che la Chiesa vietnamita, e quella montagnard, che ho viste all’opera durante la guerra, sono vive, attive ed entusiaste della propria fede. Penso che non esista in Asia una Chiesa così perseguitata da secoli e così radicata nella cultura del popolo come quella del Vietnam. Basti dire che la lingua vietnamita, in passato scritta in caratteri cinesi, all’inizio del Seicento è stata latinizzata dai gesuiti (padre Alessandro De Rhodes) e ancor oggi è scritta in quell’alfabeto latino applicato ai “toni” del vietnamita inventato dai missionari.

Sono stato varie volte in Vietnam durante gli anni di guerra. Ricordo un salesiano italiano, don Mario Acquistapace a Tu Duc, che diceva: «Ho lavorato parecchi anni come prete in Italia, ma ho imparato a fare il parroco in Vietnam, perché qui c’è una Chiesa fondata sui laici, le associazioni e i movimenti laicali, nati nei secoli delle persecuzioni. Il prete fa veramente il prete, può dedicarsi alla cura delle anime, ai sacramenti, alla preghiera e agli studi, alla direzione spirituale, alla formazione dei catechisti…». I missionari cattolici e protestanti sono stati quasi gli unici, con alcuni funzionari dell’epoca coloniale, a interessarsi dei montagnard aprendo scuole e ospedali, fattorie-scuola per insegnare l’agricoltura stanziale nonché scuole tecniche e professionali. Ricordo con commozione la visita al cimitero dell’istituto Missions Etrangères de Paris a Kontum, fra i montagnard: circa 200 missionari e suore francesi che hanno dato la vita per i tribali. Da loro è nata la Chiesa dei montagnard, nelle diocesi di Kontum, Ban Me Thuot e Dalat, che ha sacerdoti e parrocchie propri, tante conversioni e vocazioni. Negli anni Settanta si calcolava che nel Vietnam del Sud i montagnard cristiani fossero circa il 40% dei tribali, con migliaia di conversioni di adulti l’anno.

Da loro nacque nel 1969 il FULRO, Front Unifié de Lutte des Races Opprimées, che li rappresentava politicamente presso il governo di Saigon e che faceva parte di quella “terza forza”, la quale manifestava per la pace e non voleva né il governo militare filoamericano né un regime comunista come nel Vietnam del Nord. Naturalmente, anche il FULRO è scomparso dopo la vittoria dei vietminh nordvietnamiti e dei vietcong sudvietnamiti, cioè dei comunisti, che hanno instaurato il dispotismo spazzando via tutte le formazioni pacifiche e democratiche.

I Patti di Parigi, che, nel gennaio 1973 avevano stabilito per il Vietnam del Sud un governo democratico e pluralista, sono rimasti un sogno brevissimo.

Direttore dell’Ufficio storico del PIME, Pontificio Istituto Missioni Estere

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Articoli tratti dal sito de Il Domenicale (www.ildomenicale.it)

I seminaristi memorizzano il marxismo-leninismo

e i bimbi sanno che un dì l’uomo aveva la coda.

Il paradiso rosso è così

di Gerolamo Fazzini

«Abbiamo sofferto molto in questi decenni, siamo passati da un vero martirio di sofferenza che ci ha purificati. Ora le nostre comunità sono vive e in forte espansione». Monsignor Joseph Tran Xuan Tieu, vescovo di Long Xuyen, piccola diocesi del Sud nell’immenso delta del Mekong, con queste parole riassume le vicende recenti della sua diocesi. Vicende che rappresentano in sedicesimo quelle dell’intera Chiesa vietnamita, forse la più perseguitata di tutta l’Asia, certamente una delle più vivaci dell’Estremo Oriente. Continua il vescovo, che ha affidato il suo racconto all’inviato di Mondo e Missione (la rivista del PIME, il Pontificio Istituto Missioni Estere, che, nel fascicolo più recente, offre un lungo reportage dal Vietnam): «I problemi sono numerosi e molto gravi, ma andiamo avanti con umiltà e determinazione. Preghiera e sofferenza sono il faro del nostro cammino spirituale». Un cammino che si traduce nella testimonianza esplicita della fede, diventando di volta in volta denuncia della corruzione dilagante e del materialismo sfrenato che, anche a queste latitudini, affascina le nuove generazioni.

I cinque milioni di cattolici vietnamiti (il 7% della popolazione) dal 1975, ossia da quando i comunisti hanno preso in mano l’intero Paese, vivono in una situazione di pesante condizionamento. La libertà religiosa è sottoposta a severe restrizioni; gli attacchi ai montagnard e ad altre etnie minoritarie sono infatti la punta di un iceberg, di un disagio ben più vasto. Il controllo del regime sulla vita della Chiesa si manifesta nelle proprietà ecclesiastiche confiscate (seminari, chiese, conventi…), nelle restrizioni alla libertà di organizzazione, ma soprattutto nelle interferenze sulle nomine dei vescovi e sulle ordinazioni sacerdotali e gli ingressi nei seminari, contingentati a discrezione dell’autorità politica. Ciononostante, come detto, la Chiesa vietnamita non si è arresa.

Padre Phero Pham Chan Hung rientra a buon diritto nel novero dei testimoni di questa Chiesa eroica. Ha atteso vent’anni per diventare sacerdote, fintanto che i funzionari governativi hanno dovuto prendere atto della sua santa ostinazione. Ordinato prete tre anni fa, guida una piccolissima parrocchia nel villaggio di Ong Deo, un puntino nella vastità delle risaie e dei canali. Se padre Phero, in virtù della sua tenace pazienza, ce l’ha fatta, il fratello minore ha scelto invece di fare le valigie alla volta del Canada e da alcuni anni è prete a Toronto. In Vietnam può tornare, ma soltanto da turista. Eppure, nonostante il ferreo controllo del regime (che impone ai futuri preti lo studio obbligatorio del marxismo-leninismo), i seminari vietnamiti non sono deserti. Molti giovani aspirano al sacerdozio, ben sapendo a quali difficoltà andranno incontro.

Jean Nguyen Uy Dung è un giovane diacono: «Mi vedo debole davanti alle difficoltà che ci sovrastano – racconta -. Ma mi faccio forza e chiedo al Signore il coraggio di continuare ad andare avanti». Chiosa il vescovo Joseph Tran Xuan Tieu: «Viviamo quotidianamente sotto il segno della croce. È la nostra situazione, da anni. Non ci scoraggiamo, però: conosciamo i limiti esterni e le difficoltà politiche ma guardiamo avanti, con fiducia». Nelle sue parole c’è la serena consapevolezza della gravità della situazione, ma non l’ombra del risentimento.

Il prezzo da pagare per conservare la fedeltà alla Chiesa è davvero molto alto. La denuncia è di padre Chan Tin, redentorista vietnamita di 83 anni, che sul numero più recente dell’agenzia d’informazioni per la stampa Asia News scrive: «Per far fronte alle normali necessità le Chiese devono ricorrere a un certo numero di preti o pastori “clandestini” (ministri di culto ordinati senza autorizzazione e riconoscimento dello Stato). In questo modo, preti e pastori “clandestini”, come anche alcuni semplici fedeli che insegnano la religione, corrono il rischio di essere arrestati, picchiati, imprigionati, perfino giustiziati, come noi stessi abbiamo visto in passato». Anche per i laici la testimonianza cristiana è tutt’altro che scontata: l’egemonia culturale comunista si avverte in ogni ambito sociale. Come conferma Thu Nguyen Thi, insegnante d’inglese, cattolica, che, nel tempo libero, prepara i bambini alla prima comunione. «A scuola siamo tenuti a insegnare esattamente quello che è riportato sui testi governativi. Per esempio, una professoressa di storia deve far imparare ai ragazzi che tutti i missionari sono stati colonialisti. Parlando dell’origine della vita, si deve insegnare la teoria di Darwin: l’uomo discende dalla scimmia, non da Dio. Guai se l’insegnante cristiana si permettesse di parlare di religione in classe».

Pasqua di sangue, lo Human Rights Watch denuncia

Quando donne e bambini sono nemici dello Stato.

E una cieca che non scende da un trattore una criminale

di Bernardo Cervellera

(Direttore dell’agenzia AsiaNews)

A Pasqua il governo vietnamita ha represso uccidendo, ferendo, arrestando centinaia di persone che hanno partecipato a una manifestazione pacifica. Da decenni Hanoi perseguita i montagnard, accusandoli di fomentare l’opposizione al governo e d’istigare il separatismo. Durante la Guerra del Vietnam, infatti, i montagnard, nel tentativo di creare un proprio Stato autonomo, si schierarono al fianco degli Stati Uniti. Per il governo sono dunque dei nemici dello Stato, compresi donne e bambini. Il raduno di Pasqua doveva svolgersi in città, a Buon Ma Thuot, vicino a Pleiku, nel Vietnam centrale. Le autorità hanno però sbarrato tutti gl’ingressi in città e così, dato che i montagnard continuavano a radunarsi fuori da Buon Ma Thuot, hanno deciso di disperdere la folla usando la violenza.

Ancora oggi, a settimane di distanza da quei fatti, è in atto una vera e propria “caccia all’uomo”. I tribali, per sfuggire agli arresti, si sono nascosti nelle foreste. Altri montagnard sono fuggiti verso il confine cambogiano, anche se il governo di Phnom Penh si guarda bene dall’offrire loro asilo; anzi, violando ogni legge internazionale sui rifugiati, riconsegna al governo vietnamita tutti i profughi in cui s’imbatte. Intanto l’area è stata interdetta a tutti gli stranieri, i voli aerei sono stati cancellati e le strade principali della regione bloccate. Una delegazione statunitense, che voleva “vigilare” sull’andamento del raduno, è stata costretta con la forza dalla polizia a riparare nella vicina provincia di Binh Phuoc.

All’inizio il governo di Hanoi ha cercato di sminuire l’evento, sostenendo che si trattava di gruppi «manipolati da agenti stranieri» e dichiarando che a Pasqua «tutto era sotto controllo e la zona era tranquilla». Ma le fonti di AsiaNews in Vietnam testimoniano che invece la tensione è tutt’ora alta. Più di una settimana dopo i fatti di Pasqua, il governo ha finalmente ammesso gli scontri. Merito della pressione internazionale. Anche l’Unione Europea, il 20 aprile si è infatti detta «preoccupata» per la situazione dei tribali in Vietnam e ha chiesto ad Hanoi «informazioni dettagliate sugli eventi». Quello stesso giorno Le Van Bang, il viceministro degli Esteri del governo vietnamita, ha però minimizzato, affermando che negli scontri erano morte solo due persone e che «circa una decina di entrambe le parti sono state ferite». Ma la realtà è diversa.

L’organizzazione internazionale Human Rights Watch (HRW) è infatti riuscita a raccogliere testimonianze dirette sull’accaduto e le ha presentate ai media in un resoconto datato 22 aprile. Dinah PoKemner, consigliere generale dello HRW ha dichiarato: «Abbiamo ricevuto resoconti allarmanti secondo cui decine di manifestanti sono stati feriti durante le proteste; alcuni sono stati picchiati a morte». Le testimonianza parlano invece di centinaia di feriti e di almeno dieci uccisi, uno raggiunto alla testa da un colpo di arma da fuoco e le altre dopo aver subito percosse brutali. Nel complesso, gli scontri di Pasqua hanno coinvolto tra i 10 e i 30mila montagnard delle province di Dak Lak, Gia Lai e Dak Nong negli altopiani centrali. Dalle notizie pervenute allo HRW, sia polizia sia personale civile hanno adoperato spranghe, bastoni chiodati e catene contro i manifestanti che, privi di armi, si sono difesi lanciando sassi. La mattina del 10, una donna di 26 anni appartenente all’etnia ede è stata testimone di altri scontri avvenuti nella zona industriale di Phan Chu Trinh e ha raccontato scene di persone ferite e sanguinanti. Polizia e civili – sempre unità delle forze dell’ordine accompagnate da altri soggetti in borghese – hanno inseguito perfino le donne e i bambini che tentavano la fuga, travolgendo cibo, vestiti e coperte preparate per la manifestazione. «Una decina di persone, compresi agenti di polizia, ha ucciso una donna cieca seduta su un trattore. Le era stato chiesto di scendere dal trattore su cui stava, ma la donna non poteva appunto perché era cieca. Così è stata assalita e picchiata finché non è caduta dal trattore ed è morta», ha raccontato la testimone ede.

Non è la prima volta, però. Nel febbraio e nel marzo 2001, sempre nella provincia di Daklak si sono verificate proteste analoghe, stroncate analogamente. Alcuni dimostranti vennero uccisi anche allora e centinaia sono stati arrestati per essere poi condannati a pene comprese fra i 3 e i 10 anni di prigione. Secondo lo HRW, ancora ben 100 persone sono detenute come esito delle manifestazioni del 2001.

Ho visitato gli esuli nel profondo Sud degli USA.

Impressioni dal raduno dei profughi.

Che sorridono

di Matteo Mecacci

(Membro del Consiglio Generale del Transnational Radical Party)

Spartanburg, Carolina Meridionale, 25 aprile 2004 – A due settimane dalle manifestazioni pasquali delle decine di migliaia di montagnard che rivendicavano libertà religiosa e politica, l’esigua comunità che vive negli Stati Uniti, l’unica di una qualche consistenza all’estero, s’interroga con sgomento sulla repressione messa in atto dal governo vietnamita. Per me è un bel modo di festeggiare il Venticinque Aprile, lontano dalle vuote celebrazioni antifasciste di chi non sa apprezzare davvero cosa sia la libertà, ma vicino a persone che hanno cercato di conquistarla per sé e per il proprio popolo nel corso dell’intera loro vita. Ciò che atterrisce di più i montagnard in questi giorni, e che toglie loro il sonno, non è la repressione del regime, ma anzitutto il silenzio e il non intervento da parte delle Nazioni Unite, della Commissione Europea e dei governi dei Paesi democratici che invece potrebbero fermare la micidiale macchina militare e di propaganda messa in moto da Hanoi per far calare il silenzio sui massacri in corso.

I montagnard sanno da generazioni che i regimi vietnamiti (prima del Sud e poi del Nord) hanno sempre cercato di sottrarre loro le terre – abitate da queste popolazioni cristiane da centinaia di anni – e d’indebolirli, impaurendo la popolazione con stermini e torture. Sanno anche cosa sia il cinismo e la complicità della comunità internazionale con i massacratori di oggi e di ieri: dopo la vittoria della “resistenza” vietnamita e del “principio dell’autodeterminazione dei popoli”, il mondo libero e democratico ha infatti lasciato che uno dei popoli più antichi del Sud-Est asiatico venisse annichilito e sottomesso dalla follia nazionalcomunista di Ho Chi Minh, a cui peraltro si rende ancora impudicamente omaggio. Non si aspettano però, e non accettano, che la comunità internazionale continui ad assistere in silenzio all’eccidio di centinaia di persone e al tentativo, finora riuscito al governo di Hanoi, d’impedire preventivamente l’accesso alla regione a personale politico e umanitario internazionale e indipendente, se mai un giorno le istituzioni internazionali si decideranno ad aprire una inchiesta sulla brutale repressione subita da questo popolo negli ultimi 30 anni, in primis il giorno di Pasqua.

I montagnard sperano che la scelta della lotta nonviolenta attraverso l’organizzazione di manifestazioni pacifiche che chiedono il rispetto del diritto internazionale consenta e al tempo stesso impegni le Nazioni Unite e i governi dei Paesi democratici – che tanto chiaramente, e retoricamente, identificano qualsiasi forma di resistenza armata con una lotta terroristica – a intervenire in loro aiuto. Fino a oggi questo però non è avvenuto e la speranza rischia di affievolirsi sempre di più, soprattutto in queste ultime settimane. Nel fine settimana in cui in Italia si è celebrato il Venticinque Aprile, accanto a Kok Ksor, presidente della Montagnard Foundation, Inc. e membro dell’esecutivo del Transnational Radical Party (TRP), nonché leader in esilio di questo popolo indigeno, sono scesi dalla Carolina Settentrionale giungendo fino a casa sua, nella Carolina Meridionale, una decina dei suoi “luogotenenti”, ossia una parte dei circa 800 montagnard che negli Stati Uniti sostengono la sua Fondazione e di cui circa metà sono iscritti al nostro TRP. Oggi sono loro che tengono ancora desta la speranza di libertà di quelle centinaia di migliaia di montagnard che sono sopravvissuti al genocidio e che non hanno mai accettato di sottostare al giogo del regime comunista, nonostante le decisioni prese della comunità internazionale o i cosiddetti Accordi di Pace.

Molti dei montagnard che si trovano oggi negli Stati Uniti hanno combattuto in armi per decenni contro l’invasione nordvietnamita a fianco degli Stati Uniti – e dei francesi prima -, ma la loro lotta non si è fermata con la caduta di Saigon in mano comunista nel 1975. Migliaia di loro hanno continuato a combattere nella giungla, braccati dall’esercito vietnamita e vivendo di tuberi, di frutta – nella foresta, dicono i montagnard, solo quella mangiata dalle scimmie è commestibile per gli esseri umani – e di animali selvatici. Senza quasi più armi a disposizione, se non le bombe inesplose riciclate o quelle sottratte all’esercito vietnamita in azioni spesso disperate, vista la sproporzione delle forze in campo, hanno tenuto impegnato il nemico fino al 1992, quando le Nazioni Unite li ritrovarono in Cambogia. Delle migliaia che si erano rifugiati nella giungla nel 1975, dopo 17 anni solo 400 erano sopravvissuti. Vennero subito trasferiti negli Stati Uniti come profughi.

La Vandea nella giungla vietnamita

Oltre a Kok Ksor, a Spartanburg – cittadina del profondo Sud degli Stati Uniti la cui sterminata periferia è costellata di chiese protestanti, shopping mall e ristoranti “All you can eat” – i montagnard in esilio hanno incontrato Y-Duen Buondap – originario della città di Buon Ma Tuot, dove lo scorso sabato di Pasqua ha avuto luogo la repressione più dura con centinaia di montagnard disarmati sterminati senza pietà – e Djaih Siu, di Pleiku, una delle zone dove l’unico movimento di popolo che ancora continua l’opposizione al regime di Hanoi è ancora forte e non completamente represso.

Y-Duen ha 40 anni e dal 1975, quando ne aveva 11, fino al 1992 ha combattuto nelle selve del suo Paese nei ranghi di quel che restava del FULRO, il Fronte Unificato di Liberazione delle Razze Oppresse, perché – mi dice – «i Vietnamiti ci sottraevano le terre e ci dicevano che non avevamo nessun diritto. Ma i nostri antenati hanno vissuto su quelle terre per secoli e noi non potevamo accettare che le nostre tradizioni venissero cancellate. I vietnamiti non vogliono che noi preghiamo Dio, ma noi non abbiamo mai smesso di farlo. Oggi combattiamo a mani nude e senza armi, ma non molleremo mai, fino alla fine».

Senza mai essere andato a scuola, Y-Duen parla un inglese comprensibile e oggi lavora per una società di condizionatori d’aria a Charlotte, in Carolina Settentrionale. Ogni dollaro che riesce a risparmiare – i rifugiati montagnard negli Stati Uniti, una volta che hanno trovato un lavoro, debbono ripagarsi anche il costo del volo aereo dalla Cambogia – serve per alimentare il flusso di comunicazione con gli altopiani centrali del Vietnam e documentare in modo sempre più preciso quello di cui nessuna istituzione internazionale vuol prendere atto. E cioè che la repressione religiosa, culturale e politica subita da decenni dai montagnard ha ormai assunto i caratteri di un vero e proprio genocidio. Anche inviare soldi alla propria famiglia negli altopiani sta però oramai diventando impossibile, visto che i vietnamiti confiscano il denaro quando perquisiscono le case. Proprio com’è capitato di recente ai parenti di Y-Duen.

Djaih Siu ha invece 53 anni, è nipote di Kok Ksor e, quando aveva 16 anni, senza mai, nemmeno lui, essere andato prima a scuola, ha imbracciato un M-16 deciso a combattere a fianco dei Berretti verdi americani, con nel cuore e nella mente la speranza che una volta vinta la guerra non ci sarebbero più stati governanti stranieri a dominare il suo popolo, fossero essi francesi, statunitensi o vietnamiti.

Una Bibbia tradotta in lingua jarai – l’etnia a cui appartengono i montagnard – è stato il primo libro che Djaih Siu ha letto ai tempi in cui combatteva nella giungla; e grazie a quella Bibbia ha imparato a leggere e a scrivere. Ancora oggi prende lezioni d’inglese una volta la settimana, il venerdì dalle 19,00 alle 21,00, dopo l’orario di lavoro, e racconta sempre sorridendo, sdraiato sul pavimento e a piedi nudi come quando era nella giungla, dei suoi notevoli progressi. Si fa invece più serio quando mi mostra le tre ferite che ha riportato nel corso degli anni di guerra: un polso quasi dimezzato da un colpo di fucile, un’anca trapassata da un proiettile e un piede ferito. Dopo essere stato catturato nel 1985, ha vissuto in prigionia per alcuni anni rinchiuso in una cella sotterranea con un piede sempre legato a una catena. La stessa che glielo ha irrimediabilmente menomato. Venne rilasciato solo dopo che il suo villaggio pagò un riscatto di una tonnellata di caffè, anche perché ormai era molto malato e quindi ritenuto poco pericoloso dalle autorità. Nonostante questo, appena i comunisti lo hanno liberato è tornato a unirsi coraggiosamente alla guerriglia nella giungla. Senza tregua. Continuando a combattere fino al 1992.

È giunto il momento di salutarci, dopo tre giorni trascorsi assieme. Mi hanno donato una tipica giacca montagnard estiva. Coloratissima. È stata spedita nelle settimane scorse direttamente da Pleiku. È firmata di pugno da Anech, un altro nipote di Kok Ksor che si nasconde nella giungla. Il TRP vanta un grande sostenitore che rischia quotidianamente la pelle nelle selve del suo Paese, dimenticato dai più. Chiedo a Djaih Sui chi guiderà l’auto con cui lui e i suoi sono venuti a Spartanburg. Con un altro generoso sorriso dei suoi risponde: «Non io, i vietnamiti mi hanno rovinato pure la vista tenendomi tutti quegli anni sottoterra». Ci rivedremo in Carolina Settentrionale, dove altre 800 storie aspettano di essere raccontate. Dok bi jak, ciao.

Padre Gheddo su Il Domenicale (2004)

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