Natale di guerra a Dak-To in Vietnam- Padre Gheddo da “Il Vangelo delle 7,18”

Il Natale ispira pensieri di pace. Ma vi sono tante guerre nel mondo, molti popoli non godono il bene della pace. Ho passato diversi Natali in guerra. Voglio ricordare il più drammatico, quello del 1967 in Vietnam.
Ero capitato a Kontum una settimana prima di Natale. Kontum è una delle città più importanti degli altopiani del Vietnam del Sud, attorno a cui ha infuriato per lunghi anni la guerra. Il vescovo monsignor Paul Seitz mi dice: «Ti mando a passare il Natale a Dak-To, dove da più di tre mesi non riusciamo ad andare perché la guerra ha tagliato la strada. Là c’è un missionario francese isolato con i suoi cristiani, chissà come sarà contento che tu vada a trovarlo nei tre giorni di tregua! »
Così sono partito con una jeep della missione e due giovanotti che mi accompagnavano. Abbiamo impiegato tutta la mattina della vigilia di Natale per fare gli 80 chilometri fra Kontum e Dak-To: una strada piena di buche, diversi villaggi bruciati, la gente era sulla strada e ci salutava, portavamo sul fronte della jeep una grande croce bianca che si vedeva da lontano, con una bandiera bianca che svolazzava attorno alla croce. La tregua era ben rispettata, ai posti di blocco dell’esercito sudvietnamita e dei vietcong passavamo facilmente.
Quando siamo arrivati a Dak-To nel pomeriggio, il padre Arnould ci ha accolti a braccia aperte. Gli portavamo la posta, un po’ di medicine e di altri rifornimenti e soprattutto notizie del vescovo e degli altri missionari. Il grosso villaggio di Dak:fo, in fondovalle, era tutto imbandiérato: quella povera gente, circa 2000 tribali venuti dalle foreste vicine, cercavano di dimenticare, almeno per pochi giorni, che c’era la guerra. L’indomani sarebbe stata una giornata memorabile, con danze, musiche, giochi popolari, cerimonie religiose. E soprattutto una giornata di pace!
Ma mentre il cielo sta scolorendo e luccicano le prime stelle della notte di Natale, mentre le suore vietnamite stanno preparando il cenone natalizio, ecco che, improvvisamente, come un tuono a ciel sereno, un tonfo improvviso, agghiacciante, viene a rompere la quiete della notte. Un tuono? Un colpo di mortaio? Usciamo correndo all’aperto ed ecco che si spalancano le cateratte dell’inferno, il cielo s’infiamma di lampi, la terra trema per i colpi di maglio di un’artigliera che sembra impazzita. Non ci sono dubbi: la tregua è rotta, avremo un altro Natale di guerra.
Beh, amici, il villaggio di Dak-To è proprio in fondo alla valle, con americani a destra e nordvietnamiti sulle colline di sinistra che si sparano sulla nostre teste: nella notte oscura, le strisce luminose dei proiettili infuocati solcano il cielo e scoppiano sulle colline di fronte. Se non fossero scoppi di morte, sembrerebbe uno spettacolo di fuochi d’artificio, nella notte in cui è nato il Signore.
Che notte santa abbiamo passato! E che Messa di mezzanotte, con i Banhar tremanti, donne e bambini con gli occhi lucidi e noi tutti imploranti: «Signore, salvaci da questo inferno! »
Verso le quattro di mattino, un ufficiale americano è venuto a dirci che dovevamo tutti metterci in cammino verso le linee sudvietnamite, perché, presi di sorpresa, non avrebbero potuto tenere per lungo tempo il fronte. Vi risparmio la descrizione del giorno di Natale 1967, con duemila persone in fuga verso la pace: uomini, donne, bambini, malati, vecchi, su carri agricoli, a piedi, con i bufali e i robusti cavalli delle montagne vietnamite. La fuga, continuamente bloccata dai combattimenti, durò cinque giorni: di 2000 persone giunsero a Kontum 1800, con numerosi feriti.
Quando nella notte del nostro Natale canteremo con gli Angeli: «Gloria a Dio nell’alto del cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Luc. 2, 14); quando ci scambieremo gli auguri di Buon Natale nella pace del Signore, ricordiamoci che nel mondo sono in corso una ventina di guerre grandi e piccole: esse sono il segno dell’egoismo dell’uomo, della nostra mancanza di amore. Siamo tutti responsabili delle sofferenze che la guerra porta a milioni di fratelli e sorelle.
Padre Gheddo da “Il Vangelo delle 7,18”

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