Natale in Guinea Bissau: una caramella per due – Padre Gheddo da “Il Vangelo delle 7,18”

Natale 1987. Sono in Guinea-Bissau, piccolo e povero paese dell’Africa occidentale, colonia portoghese per 500 anni, indipendente dal 1975. La notte di Natale vado con padre Giuseppe Fumagalli, missionario del Pime, a celebrare la Messa in un villaggio della tribù dei felupe, Edgin: un villaggio isolato nella foresta, dove c’è una bella chiesa in muratura. Padre Fumagalli aveva avvisato per tempo che a mezzanotte ci sarebbe stata la Messa e la chiesa era strapiena di gente venuta anche dai villaggi vicini: non tutti cattolici, sono venuti anche i musulmani, anche gli animisti, per vedere la festa dei cristiani. Notte stellata d’incanto, con canti, danze, scambio di doni, testimonianze al microfono di felupe che, prima e dopo la Messa, raccontavano le loro storie personali, il cammino compiuto per giungere al Battesimo.
lo porto sempre, quando vado in questi paesi molto poveri, oltre al resto, qualche chilo di buone caramelle italiane. Là non ci sono e so che ai bambini piacciono moltissimo. Quella notte di Natale avevo chiesto al padre Fumagalli quanti bambini pensava che ci sarebbero stati a Edgin. Mi aveva detto: una cinquantina al massimo. Così ho contato sessanta caramelle e le ho portate con me in un sacchetto di plastica. Dopo la Messa, dinanzi alla chiesa, alla luce di due fari potenti, il padre Giuseppe chiama tutti i bambini e dice loro di allinearsi perché io avrei dato a ciascuno una caramella. Grida di gioia, eccitazione, salti di esultanza. Ma i bambini escono da tutte le parti e io vedo subito che sono ben più di sessanta. «Niente paura», mi dice padre Giuseppe e fa mettere i ragazzi a due a due. Così io passo col mio sacchetto distribuendo una caramella ogni due bambini, che si tengono per mano. Ma il fatto che mi ha commosso è che quei ragazzini e bambini si sono seduti per terra a due a due; hanno scartocciato la caramella e hanno cominciato a succhiarla un po’ l’uno e un po’ l’altro, senza bisticciare, dividendosi il piccolo dono proprio come fratelli.
Mentre guardo quei bambini succhiarsi la caramella in due, penso: in questa stessa notte di Natale, in Italia, nella mia Milano, i bambini hanno molto di più, doni, dolci, musiche, regali. Ma mi chiedo: saranno felici come questi bambini africani, che hanno gli occhi lucidi dalla gioia, seduti per terra a dividersi una caramella in due?
I missionari poi mi spiegano che la parola più comune usata in Guinea- Bissau è parti, di origine portoghese, che non significa «partito politico», ma dividere, condividere. Nella povertà, tutto è comune, c’è la spontanea condivisione di quel poco che si ha. Un esempio: la Guinea- Bissau è un paese attraversato da tre grandi fiumi, ma senza un solo ponte. Quando arrivate al fiume, dovete attendere il traghetto o la barca scavata in un tronco d’albero. A me è capitato di dover attendere il traghetto, dato che dovevamo portare l’auto al di là del fiume, per quasi un’intera giornata: o perché il motore del traghetto non funziona o perché manca il gasolio o anche perché il guidatore è andato per i fatti suoi o è ubriaco. Niente paura, in Africa bisogna saper aspettare. Per il cibo non c’è problema. O ne avete portato voi oppure vi sedete vicino a chi sta mangiando e vi dà qualcosa, con la massima naturalezza, senza nemmeno dover chiedere.

Perché i popoli poveri sono più disponibili alla condivisione di noi che siamo ricchi? È facile rispondere: chi è povero ha poco da perdere, chi è ricco perde molto, è più attaccato a quello che ha. Ma c’è un motivo più profondo: la povertà educa a capire l’altro, a essere ospitali e attenti verso chi soffre. Direi che educa anche alla gioia, alla serenità della vita. Non parlo della povertà disumana che diventa miseria e mancanza del necessario, ma del non avere troppo, del non essere attaccati alle ricchezze materiali, del dare più importanza ai valori umani (fraternità, amicizia, condivisione, aiuto al prossimo) che non all’inseguimento del denaro e del superfluo.
L’egoismo è la tomba di ogni gioia e serenità di vita. E i ricchi attaccati alle loro ricchezze sono, molto spesso, più egoisti dei poveri. Ecco perché Gesù dichiara: «Beati voi poveri, perché Dio vi darà il suo Regno»(Luc. 6, 20)
Padre Gheddo da “Il Vangelo delle 7,18”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*