Padre Sebastiano D’ambra testimone del dialogo con l’islam – Padre Gheddo su Radio Maria

Cari amici di Radio Maria, questa sera vi parlo di un tema molto discusso fra i missionari in Asia e Africa, che è diventato di attualità anche in Italia: il dialogo con le grandi religioni non cristiane. Gli ultimi Papi, da Paolo VI a Giovanni Paolo II ed a Benedetto XVI, hanno insistito sul “dialogo inter-religioso”, che è un fatto nuovo nella storia delle missioni cattoliche. Fino al Concilio Vaticano II (1962-1965), le religioni non cristiane erano viste come “paganesimo”, nemiche di Cristo, un ostacolo alla predicazione evangelica e alla conversione dei popoli a Cristo.

I Padri conciliari, ispirati dallo Spirito Santo, hanno capovolto questa

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Immagine, pubblicando nell’ottobre 1965 la “Dichiarazione sulle relazioni della

Chiesa con le Religioni non cristiane” (“Nostra Aetate”), che ha solo cinque

paragrafi. E’ il più corto, ma anche il più rivoluzionario, fra i 16 documenti del

Vaticano II. Le religioni non cristiane non sono un ostacolo, ma una preparazione a

Cristo, cioè un passo in avanti della Chiesa nella sua missione universale di salvezza.

Come forse voi ricordate, io ho seguito a Roma il Concilio Vaticano II come giornalista de “L’Osservatore Romano” e del quotidiano cattolico “L’Italia” ( oggi “Avvenire) ed “esperto delle missioni”, come consulente della Commissione che preparava il decreto “Ad Gentes”, nominato da Giovanni XXIII.

La discussione al Concilio sulle religioni non cristiane e poi la pubblicazione della “Nostra Aetate” avevano suscitato entusiasmo fra noi giovani sacerdoti e missionari, tanto più che Paolo VI, nel marzo 1963, pubblicava la sua prima enciclica “Ecclesiam Suam” dedicata proprio al dialogo, nel 1964 istituiva il “Segretariato per i non cristiani” (che oggi è il “Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso”) e nel suo primo grande viaggio internazionale in India a Bombay (novembre 1964) indicava, con discorsi e gesti concreti, la via dell’incontro e del dialogo con le grandi religioni come espressione moderna della missione ad gentes.

Ma questa sera, cari amici, non voglio parlarvi del dialogo, ma di un missionario del Pime, padre Sebastiano D’Ambra, che nelle Filippine è stato precursore del dialogo con l’islam fondando nel 1984 e oggi dirige uno dei movimenti di dialogo più importanti nel mondo cristiano. Il “Silsilah”, che quest’anno celebra i 28 anni di vita. Silsilah in arabo significa “catena” ed è la parola che usano i “sufi” (mistici islamici) per indicare il desiderio di unirsi a Dio.

La mia catechesi si svolge in tre punti:

  1. L’inizio del dialogo con i musulmani e il martirio di Carzedda
  2. Il ruolo provvidenziale del Silsilah nelle Filippine
  3. “Il dialogo con l’islam viene da Dio e ci porta a Dio”

I) L’inizio del dialogo con i musulmani e il martirio di Carzedda

Padre Sebastiano D’Ambra è nato nel 1942 ad Acitrezza in provincia di Catania. Sacerdote del Pime nel 1966, ha trascorso dieci anni nella casa del Pime di Mascalucia vicino a Catania, come insegnante nel seminario e animatore missionario di giovani. Nel 1977 parte per le Filippine ed è mandato in missione nell’isola di Mindanao, la grande isola del sud che fin dagli anni cinquanta era teatro di forti contrasti e di scontri armati per motivi di terre e di acque, ma soprattutto perchè Mindanao è abitata da cristiani e musulmani, che non si amano e vivono separati in diversi villaggi. I cristiani si sentono protetti dallo Stato; i musulmani, sotto l’influsso dell’estremismo islamico, vorrebbero separarsi dalle Filippine per unirsi alla vicina Malesia, paese a maggioranza islamica. Padre Sebastiano racconta:

Mediatore tra polizia e ribelli musulmani

“Sono arrivato nelle Filippine nel 1977 con padre Salvatore Carzedda, e appena sbarcati all’aeroporto di Zamboanga, il prete locale che è venuto a prenderci ci dice: “Benvenuti a Zamboanga. Sappiate che qui ci sono i musulmani e che un buon musulmano è quello morto”. Poi abbiamo saputo che fra i musulmani circolavano espressioni poco simpatiche come questa: “Chi uccide un cristiano andrà in paradiso su un cavallo alato bianco”.

“Avevo studiato teologia in Italia subito dopo il Concilio Vaticano II – dice padre D’Ambra – e ci insegnavano che il missionario deve imparare a dialogare con i fedeli delle altre religioni. Fra noi giovani del Pime c’era entusiasmo per questa novità . Per cui, quell’impatto violento con la realtà dell’isola di Mindanao mi ha portato a interrogarmi su cosa voleva il Signore da me e ho capito che dovevo fare qualcosa di più che qualche visitina ai musulmani. Sono andato a Siocon con padre Salvatore Carzedda. Nella regione di Siocon c’era una situazione di odio e di guerriglia, gruppi cristiani chiamati “ilaga” (topi) avevano come scopo di uccidere i musulmani, bruciare le moschee… e gruppi di musulmani chiamati”barracuda” (squali) avevano lo stesso scopo contro i cristiani. Vivevo con la gente, visitavo i villaggi cristiani e musulmani e cominciavo a capire il valore del dialogo per portare la comprensione e la pace. C’erano centinaia di rifugiati dalle montagne dove c‘era la guerriglia”.

Sebastiano D’Ambra e Salvatore Carzedda, nella parrocchia di Siocon si dividono i compiti. Carzedda si impegna nella formazione dei catechisti e nella visita ai villaggi cristiani, Sebastiano nei contatti con le comunità islamiche e nei tentativi di pacificazione fra i militari e la guerriglia islamica. Poi si incontreranno di nuovo nel movimento del “Silsilah. D’Ambra mi dice: “Ho deciso di fare da ponte fra le due comunità e ho incominciato in modo informale, poi sono stato fortunato, perché mi hanno presentato dei capi musulmani con i quali sono diventato amico, in un villaggio vicino al mare ho fatto un piccolo asilo per i loro bambini e avevo in buon rapporto con la gente. Dico sempre che Siocon è stato per me il noviziato per iniziare il Silsilah e il dialogo con i musulmani”.

“Mi sono messo d’accordo con i capi musulmani e sono andato a vivere in un villaggio musulmano vicino alla missione di Siocon, dove sono rimasto per più d’un anno, pur facendo il ministero nella parrocchia. Volevo capire la loro cultura e conoscere dall’interno la vita e la mentalità del popolo islamico e ho capito che il dialogo con i musulmani deve partire da Dio e ritornare a Dio. Questo rimane come base il mio lavoro. Se il dialogo non porta a Dio, non serve.

“A poco a poco, vivendoci assieme, sono diventato uno di loro, un amico al quale raccontavano le loro pene e di cui sapevano di potersi fidare. Ad un certo punto le varie fazioni islamiste che combattevano contro l’esercito nazionale mi hanno chiesto di fare da mediatore con le autorità e la polizia. Un compito difficile, ma l’ho fatto con generosità e sincerità. Dopo due anni ci sono stati diversi risultati, ma naturalmente il mio contatto frequente con i ribelli ha suscitato sospetti e ho dovuto lasciare le Filippine perché volevano farmi fuori”. E’ stato un periodo avventuroso e anche pericoloso, ma allora avevo le energie per compierlo. Sono stato due anni in questa situazione e sono stato molto vicino ai gruppi ribelli, ho vissuto da vicino la loro mentalità, ho imparato la loro lingua”.

Per più d’un anno padre D’Ambra è il mediatore ufficiale, riconosciuto dai militari e dalle autorità locali, fra lo stato filippino e i guerriglieri, riuscendo a portarne molti ai loro villaggi ed a vivere in pace (in una sola volta 60 di essi depongono le armi). Il 28 dicembre 1979 ribelli musulmani sequestrano in mare l’imbarcazione «Gloria». Uccidono una decina di militari e prendono in ostaggio 20 passeggeri portandoli sui monti. Padre D’Ambra incontra i ribelli nei loro nascondigli e conduce a buon fine la difficile trattativa.

Però, in quei due anni, la vita e l’attività del missionario in un villaggio islamico e i suoi viaggi nell’interno tra i ribelli hanno suscitato sconcerto. I cattolici si lamentavano perché il “loro” padre preferiva vivere con i musulmani, piuttosto che con i cattolici, anche se lui era tutto il giorno in parrocchia e aveva spiegato bene il perchè di quella sua scelta. Poi succede l’imprevedibile. Padre Sebastiano cade in un agguato e la notte del 9 febbraio 1981 al suo posto è ucciso un amico filippino che era con lui. La situazione era delicata e l’invito a lasciare il paese è perentorio.

Esperienza di islam in Arabia ed Egitto

Tornato in Italia, padre Sebastiano ha chiesto ai superiori del Pime di studiare al Pisai di Roma arabo e cultura islamica (Pontificio Istituto di Studi Arabo-Islamici). “E’ stata una bella esperienza dal punto di vista accademico e poi il Pisai mi ha chiesto di andare a sostituire un padre cappuccino, che era a Riad, capitale dell’Arabia con circa cinque milioni di abitanti. Sono andato volentieri e avevo il compito di avvicinare alcuni gruppi di cristiani, di pregare assieme. Mi hanno mandato come rappresentante di una ditta e abitavo in una casa, una specie di villino in cui abitava anche il cappuccino. Lui non era identificato come prete. Nella casa c’era una saletta per celebrare la Messa e le persone che venivano dovevano venire separate, senza farsi notare e dopo la Messa i fedeli uscivano uno per uno. C’erano diverse restrizioni per me e per i cristiani. Ero sempre controllato, anche se ho capito che la polizia sapeva, ma faceva finta di niente.

Sono tornato in Arabia una seconda volta e nel Natale 1983, sia a Gedda che a Riad, con l’aiuto delle ambasciate ho celebrato molte Messe. Ricordo che a Gedda, alla vigilia e nel giorno del Natale di quell’anno ho celebrato 13 SS. Messe in varie ambasciate e consolati e anche in altri posti dove c’era una comunità cattolica, sempre con accorgimenti vari, anche presso case di diplomatici. In quell’anno che ero lì, un pastore protestante è stato messo in carcere perché scoperto a fare assistenza religiosa. Ringrazio il Signore che a me è sempre andata bene, ma ad un certo punto sono stato avvisato che era meglio uscire dal paese perchè correvo il rischio di essere arrestato. Così sono andato in Egitto e ho conosciuto bene la situazione dell’islam e dei cristiani egiziani. Ho visto che i cristiani copti erano protetti dal governo e dai militari, perchè attaccati dagli estremisti islamici. Queste due esperienze di vita in paesi islamici sono state provvidenziali per me”.

9 maggio 1984: inizia il “Silsilah” a Zamboanga

“Finalmente – continua padre Sebastiano – nel 1983 i miei confratelli delle Filippine mi hanno eletto superiore del Pime e così sono tornato a Zamboanga, la seconda città di Mindanao dov’è la casa regionale del Pime. Avevo nel cuore il desiderio di fare qualcosa per il dialogo con l’islam. E frequentando varie parrocchie e ambienti cattolici, ho capito che il dialogo non può iniziare nei momenti e nei luoghi di conflitto aperto, ma deve partire da un’opera di educazione, di contatto fraterno. Così incomincio a parlare di dialogo con i musulmani ed i cristiani filippini, incontrando molte resistenze, ma anche ascolto e attenzione. Il 9 maggio 1984 incomincio riunendo in una sala della casa del Pime i miei amici cristiani e musulmani, per pregare, leggere la Bibbia e il Corano e parlare di problemi comuni alle due comunità.

Il “Silsilah Dialogue Movement” nasce non da una università o da una facoltà teologica, ma da un gruppo di amici cristiani e musulmani all’inizio guidati da un missionario che viveva in mezzo al popolo filippino. Così è incominciata questa avventura. Ricordo che nell’aprile 1985 sono andato nelle Filippine quando hanno ucciso padre Tullio Favali e ho partecipato ad uno degli incontri del Silsilah nella casa regionale del Pime a Zamboanga. Poi sono andato, con lo stesso padre D’Ambra a Kidapawan e nelle carceri abbiamo visitato il detenuto Manero, assassino del giovane missionario. Per noi del Pime è stato un momento difficile, era il nostro primo martire nelle Filippine. Poi il martirio di Carzedda nel 1992 e nel 2011 di padre Fausto Tentorio. Padre Sebastiano continua il suo racconto:

“Quando abbiamo iniziato a incontrarci fra cristiani e musulmani a Zamboanga mi sono chiesto qual è l’approccio per il dialogo e ho capito dagli studi e dall’esperienza che dovevo iniziare un cammino spirituale. Il dialogo deve partire dal profondo. All’inizio non ero capito, perchè alcuni dicevano: questo dialogo spirituale va bene, ma noi abbiamo bisogno di soluzioni nelle cose sociali, materiali. Io ho spiegato che questa è la spiritualità di una vita in dialogo con Dio, con noi stessi, con la creazione e poi portare poi questo dialogo nella società. Noi diciamo che l’impegno della cultura del dialogo sta alla base di tutto”.

Il martirio di padre Salvatore Carzedda

“Da questo inizio di dialogo organizzato tra cristiani e musulmani – continua padre Sebastiano – sono venute fuori tante cose perché il movimento si è sviluppato poco alla volta. Purtroppo in quel periodo iniziavano i movimenti fondamentalisti. Passavano anche davanti alla nostra casa del Pime dei fondamentalisti afghani, forse è passato anche Bin Laden, che facevano opera di educazione nella base islamica per quello che poi è diventato il movimento di Al Quaeda. Nel 1990 è apparso il gruppo Abu Sayaf, che è considerato un gruppo terrorista ed è all’origine dell’uccisione di padre Salvatore Carzedda il 20 maggio 1992 a Zamboanga; poi hanno gettato delle bombe, hanno rivelato la loro natura.

La sera del 20 maggio 1992 il padre Salvatore Carzedda è affiancato nella sua auto da due uomini in motocicletta mentre sta tornando alla casa del Pime a Zamboanga, dopo aver dato una lezione ad un corso del Silsilah. Uno dei due estrae una pistola e spara otto colpi a distanza ravvicinata contro il missionario. Nessuna possibilità di scampo. L’auto sbanda e va a sbattere contro un palo di cemento. Padre Salvatore si accascia sul sedile in una pozza di sangue. I due  professionisti del crimine fanno subito perdere le loro tracce. Erano le 20,30 del 20 maggio 1992.
Questo attentato è avvenuto per l’impegno di Salvatore nel dialogo islamo-cristiano. Padre Giulio Mariani, superiore regionale del Pime a quel tempo, ha subito dichiarato: «Padre Salvatore è morto perché credeva nel dialogo tra cristiani e  musulmani». Perché non si inizla la Causa di Beatificazione?

Il martirio del missionario è successo durante un corso estivo di Silsilah. “Quel giorno – racconta padre D’Ambra – il padre Salvatore ha dato una lezione ai partecipanti musulmani e cristiani che sono leaders, insegnanti, gente di una certa preparazione. Alla sera ci siamo visti, abbiamo fatto una valutazione della giornata, poi lui è partito in auto e lungo la strada che conduce alla casa del Pime, l’hanno raggiunto in moto ed è stato ucciso. Erano le 20,30 del 20 maggio 1992.

In quel momento molti dicevano: è tempo di chiudere l’esperienza del Silsilah, è pericolosa e provocatoria. E’ stata una prova difficile, ma di fronte alla bara di Salvatore esposta nela casa del Pime a Suterville (Zamboanga), noi membri del Silsilah (musulmani e cristiani) abbiamo detto concordi: “Padayon” in lingua visaya, che vuol dire: “andiamo avanti”. E’ stato un momento di grazia, di forza di tutti noi che ricordiamo sempre per riaffermare la nostra determinazione.

II) Il ruolo provvidenziale del Silsilah nelle Filippine

Per capire lo spirito e lo scopo del Silsilah nulla di meglio di quanto dice il fondatore e attuale direttore padre Sebastiano d’Ambra, in un’intervista data a Gerolamo Fazzini nel 2010 per “Mondo e Missione”: “Il mio intento, ieri come oggi, era di dare vita a spazi e occasioni dove musulmani e cristiani possano incontrarsi, condividere la loro fede pur nella differente tradizione religiosa di appartenenza, con un obiettivo comune: convertire il cuore di ciascuno a Dio. Noi amiamo ripetere che, grazie al Silsilah, i cristiani diventino cristiani migliori. E i musulmani altrettanto”.

Nel 1992 nasce il “Villaggio dell’Armonia”

Il Signore ha protetto e aiutato Silsilah a crescere. Ed è importante che sia nato e oggi fiorisca in una città come la cattolicissima Zamboanga, che ha una bella e grande tradizione cristiana dal tempo degli spagnoli, di cui era la fortezza e il porto più meridionali della loro colonia. Dei 750.000 abitanti, il 30% sono musulmani, gli altri quasi tutti cattolici, con piccole minoranze di cinesi buddisti.

Però Zamboanga è anche il centro geografico della regione in cui opera il gruppo terroristico “Abu Sayyaf”, molto diffuso nelle isole vicine di Basilan e Jolo, dove i cattolici sono minoranza che vive sotto la protezione dell’esercito nazionale. Nelle regioni vicine a Zamboanga, sulla terraferma, i terroristi di Abu Sayyaf sequestrano persone per far pagare un riscatto o compiono attentati contro opere ecclesiali e contro personalità della Chiesa, come il padre Salvatore Carzedda, stretto collaboratore di padre D’Ambra, ucciso per strada da due sicari a Zamboanga il 20 maggio 1992. La città vive nel terrore, in attesa di quando sarà il prossimo attentato o rapimento o la prossima uccisione.

In questo quadro generale poco incoraggiante, la nascita e il potenziamento del Silsilah appare a molti un fatto che ha del prodigioso. Ma non solo la nascita di un organismo che favorisce il dialogo fra cristiani e musulmani, quanto il suo sviluppo che l’ha trasformato in un ente provvidenziale, che si interessa anche di problemi sociali ed ecologici e si diffonde in tutte le Filippine. Per tanto tempo il Silsilah è stato una specie di oasi separata dalla vita della gente, dedicato al dialogo in apparenza solo spirituale, intellettuale. Invece, negli ultimi anni ha incrementato le sue attività sociali, lavora con i poveri e i bambini, per un’agricoltura ecologica e manifesta per salvare la terra dalle invasioni di compagnie minerarie che gettano i rifiuti tossici nei fiumi e nei torrenti.

Nel 1990 arriva il dono di un grande terreno di 15 ettari, che un cattolico locale ha fatto al Silsilah nelle vicinanze di Zamboanga. Un terreno in ottima posizione, vicino al mare e alla città, nel quale è nato lo “Harmony Village” (Villaggio dell’armonia). Padre D’Ambra mi dice:

Il Signore ci ha procurato il dono di un terreno molto grande, poco fuori di Zamboanga, dove abbiamo fatto il villaggio che si chiama “Harmony Village”. All’interno ci sono una piccola chiesa e una piccola moschea, le case dei contadini che coltivano il terreno e poi le strutture per accogliere gli ospiti, c’è posto per circa 100-120 persone. Nel nostro impegno di dialogo con il creato c’è anche uno sforzo di coltivare la terra in un certo modo, a scopo educativo.

Questo “Harmony Village” è abbastanza conosciuto ed è usato non solo per il Silsilah, ma anche da altre istituzioni fra le quali anche quelle del governo. Per l’accoglienza c’è tutto il necessario, sale, uffici, refettorio, cucine, camere singole oa due o tre. E poi una bella biblioteca significativa su questo tema del dialogo. C’è anche una mostra, in inglese, con molte foto e testi, che spiega la nascita e la crescita di Silsilah in inglese”.

Il successo dei corsi di formazione al dialogo

Il Silsilah cura soprattutto la formazione al dialogo tra cristiani e musulmani, attraverso incontri, preghiere, ma soprattutto corsi di formazione al dialogo nella sede centrale a Zamboanga, nel “Villaggio dell’Armonia” e in diverse città delle Filippine. E’ uno dei movimenti emergenti nella Chiesa filippina per insistenza sul dialogo. Ecco i corsi di lezioni che porta avanti dal 1987. Padre D’Ambra:

1) Il corso estivo “Summer course for moslem-christian dialogue” nei mesi di aprile-maggio. Dura un mese e lo chiamiamo “basic course”, i professori sono musulmani e cristiani: Corano e Bibbia, insegnamento dell’islam e insegnamento del cristianesimo, la storia dell’islam e del cristianesimo, il dialogo e la storia del dialogo islamo-cristiano. All’inizio, c’è anche un breve insegnamento dell’arabo per entrare nelle espressioni di questa lingua e cultura dell’islam. Abbiamo formato più di 2000 persone. Durante questo corso, mandiamo per tre giorni (venerdì, sabato e domenica) i cristiani in famiglie musulmane e i musulmani in famiglie cristiane. Queste famiglie che formiamo sono i “foster parents”, genitori adottivi del Silsilah.

2) Poi c’è una settimana che chiamiamo “Special Course” su un tema particolare, ad esempio quest’anno affrontiamo questo tema: La “dawa” (missione per i musulmani) e la missione cattolica debbono essere motivo di divisione o possono essere occasione di incontro, di intesa. Un tema arduo, ma lo affronteremo chiamando esperti.

3) Poi c’è un’altra settimana che chiamiamo “Intensive Course” per quelli che non possono venire un mese. Allora, in una settimana diamo un po’ quello che abbiamo dato in un mese.

Ci sono parecchi istituti, ordini religiosi, parrocchie, ong, assicurazioni, che mandano i loro membri a questi corsi di formazione. Sono già centinaia in lista. Abbiamo fatto anche un libro “Commemorative Book” per tutte queste attività.

Venti “Silsilah Forum” in luoghi sensibili

Silsilah non è solo un centro di formazione e di studio a Zamboanga, ma anche una presenza nei luoghi di convivenza tra musulmani e cristiani, ad esempio, nelle baraccopoli della nostra città, nei villaggi. In un’isola di fronte a Zamboanga, Santa Cruz, dove quasi tutti sono musulmani, c’è un buon rapporto con la gente e si stanno sviluppando aiuti ai più poveri e assistenza ai bambini.

“In questi ultimi anni – continua padre Sebastiano – abbiamo fatto dei passi per andare fuori di Zamboanga, perché ci conoscono e ci chiamano. Così abbiamo iniziato quelli che noi chiamiamo “Silsilah Forum”, che sono già venti: a Tawi-Tawi, Jolo, Basilan, Pagadian, Davao, Cotabato e in altre zone di Mindanao e ultimamente anche a Manila. A Manila, Davao e Basilan abbiamo un centro nostro, in altri posti non c’è un centro nostro, ma abbiamo gruppi tenuti assieme da coordinatori che s’incontrano dove è possibile, per incontrare gli islamici e diffondere la cultura del dialogo. In alcuni posti facciamo anche corsi di formazione al dialogo.

A Davao ad esempio, che è la più grande città di Mindanao, facciamo anche corsi per i “guru”, che sono gli insegnanti delle scuole islamiche. Continuiamo questi corsi con successo perchè sappiamo che le madrasse (scuole coraniche, madrassa singolare, madaris plurale) sono di un certo orientamento e possono portare la gente al fondamentalismo. Mettiamo insieme questi insegnanti islamici con i nostri catechisti, per sviluppare amicizie e parlare di dialogo, dare una certa istruzione sulle religioni e il dialogo, nella speranza che quando questi insegnanti islamici insegnano nelle madaris possano insegnare in modo più moderato, dialogico.

“Nel dialogo con la natura, la creazione, in una zona di contadini abbiamo fondato una scuola di agricoltura che insegna a rispettare la creazione a fatto una campagna per la protezione delle acque perché voleva entrare una compagnia mineraria per creare una nuova miniera. Mindanao è ricca di minerali rari e non so cosa scavava questa miniera, ma sapevamo che gettava nelle acque i rifiuti, gli acidi, ecc. abbiamo fatto una grossa campagna coinvolgendo industriali, commercianti, diocesi, tutti i gruppi di Zamboanga. L’anno scorso abbiamo fatto una marcia con più di 10.000 partecipanti, anche perché alcune autorità locali erano contro questa miniera, ma poi sembrava che potessero dare la licenza. Adesso il nuovo governo, che è più sensibile, ha già annullato i permessi dati alla compagnia e quindi la nostra campagna ha avuto successo.”

Iniziative di dialogo a livello nazionale

Il movimento è cresciuto e quest’anno ricorre il XXVIII° anniversario di fondazione. Padre D’Ambra ricorda che fu il primo movimento di dialogo che si affermò a Mindanao ed ha avuto un buon impatto in tutte le Filippine. L’orientamento al dialogo ha fatto un cammino nella Chiesa delle Filippine, portando i suoi frutti. Nel 1990 la Conferenza episcopale filippina ha creato una Commissione specifica per il dialogo con l’islam, chiamando padre Sebastiano a diventarne il segretario, col compito di organizzare ovunque iniziative del genere. Da quell’anno la Chiesa delle Filippine si è impegnata, con l’aiuto dello Spirito, su questa via e il movimento si è aperto non solo all’islam ma anche alle altre religioni presenti nel Paese; inoltre è nata la “Bishops-Ulama Conference” (Conferenza Vescovi-Ulama) che si riunisce periodicamente per discutere i rapporti fra cristiani e musulmani, con un buon influsso nelle Filippine, anche nella riconciliazione in campo politico-militare.

Le attività del Silsilah sono sul piano dell’educazione al dialogo e dell’aiuto alle popolazioni più povere, coinvolgendo le due comunità. Gli incontri di dialogo a livello di base, nelle varie città delle Filippine (specie nell’isola di Mindanao, ma non solo), si svolgono in genere in ambienti laici, non appartenenti alle due religioni: preghiere, letture di testi sacri, dibattiti e programmazione di iniziative per portare la pace dove c’è divisione e di opere caritative per i più poveri: tutto basato sulla ricerca e la pratica di una “spiritualità del dialogo”.

Il movimento è vitale perché varie iniziative nascono in posti diversi e si affermano spontaneamente diffondendo lo spirito di incontro e collaborazione. «Il dialogo interreligioso – afferma D’Ambra – è oggi una missione in salita. Non è scontato che tutti siano d’accordo nel praticarlo: questo è un fatto generale della Chiesa delle Filippine» e nell’ambiente islamico; che però «manifesta un’apertura lenta ma costante. Essi hanno sempre paura che il dialogo possa essere una forma nuova di fare conversioni, inventata dai cristiani negli ultimi decenni. Al momento bisogna anche fare i conti con l’ondata del fondamentalismo o integralismo tra cristiani e musulmani, ma in particolare fra questi ultimi».

«Oggi c’è tanta paura sia tra i cristiani che i musulmani e parecchi leader islamici sottolineano il legame esistente nell’islam tra religione e politica, con intenti ben precisi che non sono strettamente religiosi. Una situazione che spesso viene gestita in un clima di paura sia dentro che fuori dell’islam. Ne derivano conseguenze pratiche che ci lasciano perplessi e persino irritati, se non alimentiamo nel nostro cuore il vero senso del dialogo come ce lo propone Cristo, costruito sull’amore, che è paziente, benigno e sa superare tutto. Insomma un dialogo fondato sul mistero dell’Incarnazione».

D’Ambra è fiducioso e pieno di coraggio. Il motto del “Silsilah” è “Padayon”, “Andiamo avanti”. E questo specialmente dopo il martirio di padre Salvatore Carzedda, suo collaboratore nel “Silsilah”, ucciso il 20 maggio 1992 a 48 anni.

Che comportamento tenere con i musulmani? Ecco una iniziativa nata dal popolo di Dio che sta portando buoni frutti, fra i quali un vero martire del dialogo del quale si dovrebbe iniziare la causa di canonizzazione. Auguriamoci in Italia il sorgere di varie iniziative del genere.

Questo è un programma per i prossimi 100 anni”

Che significato ha avuto il martirio di Salvatore Carzedda nel 1992? Nel 1994 padre Sebastiano ha scritto: «Uno dei risultati positivi del martirio di padre Salvatore è stato l’inizio del dialogo a Manila. Da tempo pensavamo di portare Silsilah nella capitale, con una base nel grande campus dell’università delle Filippine, dove molti cristiani e musulmani da tutte le parti del paese vanno a completare gli studi.

“Dovevamo andare assieme a Manila il 25 maggio 1992. Cinque giorni prima, Salvatore ci lascia l’eredità del suo martirio. Ho bloccato tutto per qualche settimana, poi mi sono incontrato a Manila con il gruppo di amici musulmani e cristiani dell’università.
“Abbiamo costituito un gruppo chiamato ‘‘Movement Toward Muslim-Christian Dialogue’’ (Mmcd, Movimento per il dialogo islamo-cristiano). È stato fatto un primo simposio a Manila nell’ottobre 1992, un convegno nazionale nel 1993 e nel 1994 è previsto un convegno internazionale, con la collaborazione dell’ambasciata egiziana che ha preso a cuore questa iniziativa. A parte questi appuntamenti annuali, il Mmcd ha una sede e un comitato formato da musulmani e cristiani impegnati a promuovere diverse attività di dialogo durante tutto l’anno».

Nell’ottobre 1997, a Silang (Cavite), una cinquantina di km. da Manila, padre

D’Ambra ha iniziato, su un terreno messo a disposizione dai padri Rogazionisti (che poi assumeranno e continueranno l’opera), un’«oasi di preghiera e di dialogo» per cristiani e musulmani: è ‘‘Inter-Faith Ashram’’, ispirato alla spiritualità del ‘‘Silsilah Dialogue Movement’’ e incoraggiato dalla commissione della Conferenza episcopale per il dialogo interreligioso. In questo centro di ritiri e di incontri sono già passati centinaia di vescovi, preti, religiose e laici. Per un lungo periodo, padre Sebastiano ha trascorso 15 giorni al mese in quest’oasi di preghiera e gli altri 15 a Zamboanga ed a Manila per le attività di dialogo con i musulmani e per seguire il Silsilah.
Infine, a Zamboanga City è stato inaugurato il 12 maggio 1999 un istituto per il dialogo nelle Filippine, che sarà portato avanti dal Silsilah, in collaborazione con diverse istituzioni, università e gruppi musulmani e cristiani e livello nazionale. Per l’occasione c’erano tanti vescovi e capi religiosi musulmani, che si trovavano a Zamboanga per l’incontro «Bishops-Ulama Dialogue Forum».

Il Silsilah, nato a Zamboanga nel 1984 come piccolo gruppo di incontro tra cristiani e musulmani, negli ultimi vent’anni, con la nascita del “Villaggio dell’Armonia”, l’approvazione da parte della Conferenza episcopale filippina e il martirio di padre Salvatore Carzedda, è diventato un fatto nazionale e anche internazionale per i non pochi esempi di imitazione nati in altri paesi. Il Villaggio dell’Armonia può contare su numerosi volontari, ma ha anche 15 persone stipendiate che lavorano a tempo pieno e un’altra sessantina inserite in vari programmi.

Padre D’Ambra sa che la vera sfida del futuro è di trovare un successore per la guida del movimento carismatico da lui fondato e poi di rendere autosufficiente anche economicamente. Fino ad oggi si è fidato della Provvidenza, che ha sempre aiutato. E ricorda anche quanto gli diceva un vescovo filippino quando il Silsilah muoveva i primi passi: “Questo è un programma per i prossimi cento anni”.

Però, 28 sono già passati, gli altri sono nelle mani di Dio.

III) “Il dialogo con l’islam viene da Dio e ci porta a Dio”

Parlando a lungo con padre Sebastiano D’Ambra a Milano, vedo chiaramente che al dialogo con i musulmani il mio confratello ci crede davvero. Non come un momento di passaggio, ma come una vocazione e un carisma ricevuti dallo Spirito. E’ una vita che prega, studia, parla, scrive, agisce e sperimenta la via del dialogo per entrare in contatto fraterno e amichevole con i musulmani. Ha studiato l’islam e l’arabo a livello universitario, è stato quasi tre anni in Arabia Saudita e in Egitto e vive nell’isola di Mindanao, proprio nella regione di Zamboanga dove la maggioranza cristiana e il governo delle Filippine sono da quaranta e più anni sotto la minaccia di attentati terroristici, rapimenti, guerriglia di gruppi estremisti islamici.

Solo l’amore, non la guerra, vince l’odio

D’Ambra vive e soffre il dramma dei cristiani di Mindanao che vivono con minoranze islamiche influenzate “guerra santa” e del “martirio per Dio” e afferma che non c’è alternativa al dialogo. La guerra contro l’estremismo islamico è fallita in Iraq e in Afghanistan, nelle Filippine e in India, in Somalia e in Pakistan. Nel corso del 1900, l’Occidente cristiano (l’Europa in particolare) ha attraversato gravi crisi nate dal suo interno e due guerre mondiali; e poi il nazismo e il leninismo-comunismo, ideologie laiche e atee, che si sono sgonfiate con la sconfitta militare la prima e per lo strapotere scientifico ed economico dell’Occidente la seconda.

L’estremismo violento dell’islam è molto peggio delle ideologie atee (nazismo e comunismo), poiché la motivazione religiosa è ben più forte dei motivi sociali e politici. Non si vince l’odio religioso con una guerra, ma con l’amore. Ecco perché il dialogo, la conoscenza e la solidarietà umana, la giustizia nei rapporti internazionali sono la via maestra per disinnescare quella che alcuni chiamano “La quarta guerra mondiale”: dopo le prime due, anche la terza fra capitalismo e comunismo (finita nel 1989)… e la quarta fra popoli islamici e popoli cristiani!

E’ vero, la Chiesa ha la missione di annunziare, testimoniare e convertire tutti i popoli a Cristo e al Vangelo e all’islam manca Cristo e le novità rivoluzionarie che il Figlio di Dio ha portato all’umanità. La Rivelazione che Dio è amore, la dignità e l’uguaglianza di tutte le creature umane, i diritti dell’uomo e della donna, il perdono, il gratuito, la monogamia, la non violenza, la giusta distinzione tra religione e politica e il giusto rapporto con il creato, ecc. I cristiani all’interno di paesi musulmani lo sanno e lo sperimentano tutti i giorni. Non c’è dubbio che la Chiesa di Cristo e noi, credenti in Cristo, dobbiamo annunziare il Messia anche ai musulmani. Ma si pone il problema fondamentale: come annunziare Cristo ai musulmani?

Padre Sebastiano afferma che la missione alle genti non si esercita solo proclamando coraggiosamente Cristo unico salvatore dell’uomo, ma anche convivendo pacificamente e dialogando sui problemi della vita con i membri di altre religioni, testimoniando nei fatti la “Rivoluzione dell’amore” che, quando Dio vorrà, finirà per trionfare anche fra i popoli islamici. E cita l’enciclica ”Redemptoris Missio” (1990, n. 55-57) e i due documenti: “Dialogo e missione” (1984) e “Dialogo e Annunzio” (1991), che ha pubblicato il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, il secondo assieme a Propaganda Fide.

Nelle Filippine, dopo mezzo secolo di guerre intestine e di terrorismo, oggi è chiaro che il “dialogo”, come il Silsilah lo vive, è l’unica via per giungere alla pacifica convivenza fra le due comunità religiose. In questo padre D’Ambra è stato precursore nella Chiesa delle Filippine, e non solo. Chiedo a p. D’Ambra:

La preghiera e la vita spirituale alla base di tutto

Per il dialogo con i musulmani fin dall’inizio hai capito che dovevi prendere e percorrere “una via spirituale”. Cosa volevi dire?

Quando ho iniziato nel 1984 il Silsilah a Zamboanga, avevo già studiato l’islam al Pisai di Roma; poi il viaggio e la permanenza di quasi tre anni in Arabia e in Egitto, dove ho approfondito l’arabo e la conoscenza dell’islam e ho riflettuto sul modo possibile di entrare in dialogo con i credenti nel Corano. Nello stesso tempo ho scoperto e letto i “sufi” (asceti e mistici musulmani), ne sono rimasto colpito e ho pensato: si può avere un incontro più profondo con l’islam, partendo dal di dentro della religione. Ho capito il significato che i sufi davano alla parola “silsilah” (catena), che indicava il legame con Dio e con la tradizione spirituale dell’islam. Anche nelle Filippine Silsilah significa legame o catena alla tradizione spirituale dell’islam e ho questo andava bene anche per quanto mi sentivo di fare.

Vedevo che molti facevano il dialogo, ma lo intendevano soprattutto in un modo sociale, quasi uno strumento per produrre collaborazione per la ricerca della giustizia sociale e la pace. Allora c’era già un vescovo delle Filippine che faceva il dialogo con l’islam e anche lui parlava del dialogo di vita e di fede: a partire alla vita di fede in Dio giungere alla fraternità e alla comprensione e collaborazione vicendevole.

Così sono giunto a parlare della “vita in dialogo”, con Dio, con noi stessi, con gli altri, con il creato; un dialogo diverso dalle forme di dialogo anche della Chiesa, che parlano di dialogo e intendono il dialogo di vita, fra i teologi, fra le autorità delle chiese e delle comunità credenti. Sono forme importanti e vanno continuate, ma alla base ci vuole uno stile di vita dialogante che ti accompagna 24 ore al giorno e non soltanto quando incontriamo rappresentanti di altre religioni. Ci vuole una “spiritualità del dialogo” che viene da Dio e ritorna a Dio.

E’ quello che diceva Paolo VI nella sua prima enciclica, quella sul dialogo “Nostra aetate” del marzo 1964, la quale dice che il dialogo è lo stile di vita del cristiano, perchè per annunziare Cristo bisogna dialogare, condividere, comprendere. E’ quel che dico sempre: il dialogo inizia da Dio e ci fa ritornare tutti a Dio e questo discorso lo capiscono e condividono anche i musulmani.

Quale percentuale di musulmani ci sono nelle Filippine?

Secondo le statistiche, i musulmani arrivano a circa 10 milioni, su più di 90 milioni, più del 10%. Il maggior numero di musulmani è in Mindanao, perché l’isola in passato era abitata da gruppi tribali e da musulmani, che erano la maggioranza nell’isola. Poi, nel 1900 i governi mandavano i filippini dal nord verso Mindanao, che era la terra promessa. Oggi a Mindanao i cattolici sono maggioranza, si può dire il 65%; poi i protestanti sono tra il 5 e il 10%, poi i tribali. I musulmani in Mindanao sono circa il 20-25%, però in certe isole (Jolo, Marawi, Tawi-Tawi) sono la grandissima maggioranza, in Basilan invece sono maggioritari non di molto, i cristiani stanno lasciando l’isola. In Basilan ci sono ancora un 40-45% di cristiani.

L’islam delle Filippine è quello tollerante e pacifico dell’Africa nera oppure è aggressivo come quello medio-orientale?

Ci sarebbe da fare un lungo discorso. L’islam si sta evolvendo in tutto il mondo. All’inizio l’islam filippino era venuto con i mercanti e i sufi, poi si è sviluppato attraverso i secoli adattandosi alle culture dei popoli. Ancor oggi i musulmani mi dicono che il matrimonio per il 90-95% degli islamici nelle Filippine non è quello musulmano. C’è molto folclore, però debbo dire che da più di trent’anni l’islam sta cambiando nelle Filippine perché c’è molta influenza dai paesi arabi, prima l’Egitto ma poi e adesso soprattutto l’Arabia saudita, la Siria e altri, che sponsorizzano borse di studio per i giovani musulmani che vanno a studiare nel Medio Oriente a Medina, Damasco, Cairo, ecc. Secondo l’Università dove studiano, poi portano quell’impronta della scuola di pensiero islamico. Adesso stanno entrando in Mindanao i wahabiti che vengono dall’Arabia saudita, i quali praticano l’islam più integrale e scoraggiano queste forme di dialogo con i cristiani. Tutto questo crea conflitti nell’interno dell’islam, ci sono ulama per una corrente e altri per l’altra corrente, c’è un gruppo molto vicino a noi, aperti e tolleranti, altri sono contro. Poi stanno entrando altri islamici, quelli shiiti sotto l’influsso dell’Iran.

Nelle Filippine l’imam delle moschee è ereditario oppure nominato da qualche autorità?

Ce ne sono di tutti i tipi. Molte moschee sono di famiglie che hanno abbastanza soldi e si fanno la loro moschea e allora l’imam si tramanda di padre in figlio oppure di altri a livello familiare o di clan, oppure gli anziani decidono chi fa l’imam; altre moschee sono state fatte con soldi venuti dall’estero o da qualche Ong o gruppo di pensiero e quelle mosche vengono gestite da chi le ha create. So che ci sono conflitti per chi fa l’imam della moschea, uno non vuole finire, l’altro vuol entrare, insomma specie nelle moschee più grosse diversi aspirano a quel posto; ma anche dove ci sono piccole moschee, ad esempio, dove abito io c’è una piccola moschea e ci sono degli imam che cercano di darsi il turno e c’è confitto fra di loro.

In Filippine c’è un’autorità a livello nazionale dell’islam che può comandare, indicare una linea, un’interpretazione del Corano?

No, non c’è. C’è stato e c’è ancora fra gli imam il desiderio di avere un gran muftì nazionale, ma ancora non sono riusciti a mettersi d’accordo a quel livello. Ci sono dei gran muftì a livello locale, provinciale, ad esempio nella zona di Basilan, di Jolo, di Zamboanga, ma non a livello nazionale. In questi ultimi anni sta formandosi la Lega islamica di questi ulama. Tre anni fa hanno iniziato un “National Counsel” degli ulama, ma non è l’autorità che intendiamo noi, del Papa e dei vescovi. Cercano di mettersi d’accordo su varie cose, ma senza autorità giuridica e religiosa. Si stanno sviluppando molto le scuole islamiche, le madrasse (il cui plurale è madari), che sono molto sviluppate nelle Filippine. Noi del Silsilah stiamo seguendo il fenomeno e abbiamo una scuola per gli insegnanti di islam in queste madari, mettendoli anche insieme con i catechisti che studiano l’islam.

A Mindanao esistono musulmani aperti al dialogo?

Il 70% dei nostri musulmani li possiamo definire moderati. Il fatto è che non sempre hanno la forza e il coraggio di contrastare quanti si dichiarano per la violenza, per convenienza o paura preferiscono il basso profilo.

Cosa rispondi a chi giudica rinunziatario, rispetto alla vera missione, il tuo lavoro nell’ambito del dialogo?

La mia esperienza si colloca nel solco del Vaticano II. Il magistero afferma chiaramente che il dialogo è parte integrante della missione. Missione e dialogo si integrano a vicenda e si riducono ad una cosa solo: amare. I musulmani in me vedono un prete che vive da cristiano e nello stesso tempo dialoga, li ascolto e mi ascoltano.

Quali ricadute ha avuto il confronto con l’islam sulla tua fede?

L’esperienza del dialogo mi ha aiutato ad approfondire il mio credo. Nel cristianesimo ho riscoperto un Dio vicino all’uomo, mentre l’islam ha sì un Dio personale ma distante. Il musulmano trova la sua religione più semplice e lineare, però è una religione immobile; noi cristiani ci adattiamo ai tempi che cambiano, pur mantenendoci fedeli a Cristo e al Vangelo. Della spiritualità islamica mi sorprende anzitutto la preghiera, lo spirito di preghiera che hanno. Qui a Mindanao alle 4,30 se non ti svegli da solo, ci pensa il muezzin. L’islam sta facendo un grande servizio all’umanità: ci rimette alla presenza di Dio. Il mondo occidentale, per una malintesa idea di progresso, è arrivato a negare Dio.

La Comunità per il dialogo Emmaus

Il Silsilah è stato fecondo. Dall’ideale del dialogo sono nate tante espressioni di questa spiritualità della missione. L’8 febbraio 1987, tre anni dopo l’inizio, è nata la “Emmaus  Dialogue Community”, che quest’anno celebra il XXV° anniversario di fondazione. E’ nata da una riflessione di padre D’Ambra condivisa con un gruppetto di collaboratrici, specialmente da Minda (Aminda E. Sano), una maestra coordinatrice delle catechiste di Siocon formata dai padri del Pime Santo Di Guardo, Angelo Biancat, Vincenzo Bruno e Salvatore Carzedda.

Padre Sebastiano dice: “Abbiamo bisogno di persone che dedicano la vita al Movimento Silsilah perché possa continuare anche dopo di me. Grazie a Dio Minda e altre due maestre hanno iniziato una comunità nella zona di Santa Catalica, un quartiere povero della città di Zamboanga dove  vivono insieme musulmani e cristiani. Vivendo in comune e seguendo  la spiritualità del movimento  hanno identificato le Beatitudini come regole di vita. Dopo alcuni anni l’arcivescovo di Zamboanga le ha  riconosciute ufficialmente come  associazione laicale.

  All’inizio i membri di Emmaus erano solo donne cattoliche consacrate come laiche, poi abbiamo deciso di aprire la possibilità anche a sposati e giovani. Questo gruppo si chiama “Emmaus Circle”, che saranno le guide spirituali per i cristiani del Silsilah e qualcuno potrà anche diventare sacerdote. Nel 2004  Emmaus ha avviato una casa di spiritualità dove vanno sacerdoti, suore e laici per momenti di silenzio e preghiera. E’ anche il posto per  gli incontri di Emmaus e per quelli che hanno bisogno di riposo e cure mediche. Attualmente le appartenenti alla comunità sono sette e  quelli dell’Emmaus Circle circa venti.

Il Pime ha offerto alla comunità Emmaus di entrare e collaborare, per un periodo da definire, nei locali dell’EMC (Euntes Mission Center), iniziato dall’Istituto nel 1992 vicino a Zamboanga  per la formazione missionaria del personale apostolico delle diocesi asiatiche:un’offerta provvidenziale che dà la possibilità  alla comunità Emmaus di dare un’attenzione particolare  ai laici. Il 20 maggio 2012,  XX° anniversario  del martirio di P. Salvatore Carzedda, Emmaus ha iniziato la sua presenza all’Euntes col proposito di essere piu’ presente  tra i laici nella diocesi di Zamboanga e fare un servizio di formazione per i laici in Mindanao. Emmaus  sta anche incoraggiando delle donne musulmane a fare  un’esperienza simile, come musulmanie  che vivono da musulmane,  la spiritualita’ del Movimento.


Oggi diventa sempre più chiaro che il dialogo interreligioso è la via maestra, anche se è una “Via stretta”, che va percorsa nella pazienza e nella fede. Per promuovere il dialogo interreligioso bisogna partire dalla spiritualità. Cristiani, musulmani e gruppi di altre religioni devono riscoprire all’interno della loro esperienza religiosa la dimensione della spiritualità. Questo è lo “stile di Dio”, perché il dialogo inizia da Dio e ci porta a Dio. Dico spesso agli amici del Slsilah e ad altri che per me il dialogo è amore in azione, vissuto nella compassione e spesso nel silenzio. Questa è la speranza che vogliamo comunicare ed è bello vedere che il Santo Padre, nella sua enciclica “Spe salvi”, insistendo sul tema della speranza, offre riflessioni preziose che sono occasione e stimolo per approfondire il dialogo interreligioso.

 Vorrei concludere dicendo che  il Signore  apre la strada  al dialogo tra culture e religioni, che è un’ “avventura” perché sappiamo  dove comincia, ma non sappiamo dove ci porta. E’ importante però essere convinti che  Dio ci guida in questa avventura verso l’incontro tra popoli, culture e religioni e verso la pace futura.

Padre Gheddo su Radio Maria (2013)

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