Pasqualino Sala, fratello “enciclopedico” – Padre Gheddo su InforPime

Nel 1950 Warangal (India) aveva circa 80.000 abitanti (oggi supera il milione), ma metà delle abitazioni erano ancora capanne di fango e paglia. A 15 chilometri dal centro città iniziava l’impenetrabile foresta. Nel 1949 mons. Alfonso Beretta, vescovo di Hyderabad, compera 60 e più ettari di quella foresta, perché voleva costruire le prime opere della nuova diocesi, ma le autorità non volevano dare ai missionari cristiani il permesso di stabilirsi in città. La Santa Sede aveva stabilito che a Warangal nascesse la diocesi affidata ai missionari del Pime, ma Beretta non poteva stabilirsi a Warangal e passare la diocesi di Hyderabad al primo vescovo locale, mons. Mark Gopu! In quel tempo, la statua della Madonna di Fatima era portata in pellegrinaggio in alcune diocesi dell’India e Beretta programma la visita della Madre di Gesù ad Hyderabad.
La statua di Maria, venerata da migliaia di fedeli anche musulmani (Hyderabad era una città islamica), compie autentici miracoli. Una donna non cristiana paralizzata alle gambe, che si trovava nell’ospedale cattolico di Hyderabad, aveva imparato dalle suore le preghiere cristiane. Quando la statua della Madonna arriva in ospedale, la mettono su un altare nell’atrio. La donna, distante venti metri, prega Maria e improvvisamente si alza e cammina fino all’altare[1]. Il giorno dopo ne parlano tutti i giornali di Hyderabad. I medici, scettici, prevedono che in pochi giorni la donna sarebbe tornata alla sua paralisi: invece è del tutto guarita e cammina bene anche anni dopo! Una suora, con un tumore al cervello che le impediva di parlare, si mette a cantare con i fedeli e le consorelle e torna normale. Ad Hyderabad si verificano altri casi simili. Il popolo si commuove, le file dei pellegrini si allungano, tutti vengono a venerare la bianca Signora di Fatima.
Così, sull’onda di questa commozione popolare, giunge il sospirato permesso di costruire Fatimanagar. Artefice della cittadina cattolica è fratel Pasqualino Sala (1908-1977), grande costruttore e organizzatore del lavoro di muratori, carpentieri e operai che lui stesso formava. L’avventura di come da una foresta nasce Fatimanagar è affascinante, ma anche Pasqualino era un bel personaggio che ha dato un’impronta di fede e di coraggio alla nascita della missione. Nell’agosto 1949 parte da Hyderabad col camion della missione e un unico compagno, un ragazzo di 12 anni; e poi una bicicletta, tre maiali e una dozzina di galline,una tenda da campo, varie suppellettili e strumenti di lavoro. Nel 1964, a Fatimanagar, mi raccontava[2]:

“Quando arrivai in questa zona, c’era solo giungla e boscaglia, con qualche minuscolo villaggio di poverissima gente. Il primo incontro che ho fatto sul territorio della missione è stato un orso che ha bloccato il camion sul sentiero per una buona mezz’ora, fin quando se ne andò e mi diede via libera. Le prime notti dormii col ragazzo sul camion, con le pantere, i leopardi e i cobra che venivano ad annusare quello strano animale immobile sotto la luna”.

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Fratel Pasqualino ha abitato per un anno in foresta sotto una tenda o in una capanna di fango e paglia, in attesa del sospirato permesso di costruire. Intanto disboscava la foresta nel terreno della diocesi e aveva costruito un servizio igienico in muratura, ma le autorità mandano la polizia a distruggerlo. I poveri abitanti di quei villaggi, forse sobillati da chi non voleva i missionari, distruggono più volte gli inizi delle costruzioni, incendiano di notte anche la capanna in cui dormivano il fratello col suo ragazzo. Pasqualino aveva tre cani per sua difesa. Una volta trova i tre cani con un leopardo, che mangiavano il cibo che egli metteva ogni giorno nel loro recinto. Ecco come conclude il suo diario dove racconta come è nata Fatimanagar[3]:

“Tanti anni fa mio padre disse di me che sono un ‘‘tipo enciclopedico’’ e intendeva non tanto quello che ho studiato, che è molto poco, ma quello che ho fatto e che faccio. A casa mia ero muratore. Entrato nel Pime, per incarico dei superiori feci la pulizia delle stanze, il cuoco, il calzolaio, il portinaio, l’infermiere, l’autista, il parrucchiere; nella mia carissima missione in India sono stato insegnante, dottore, disegnatore, architetto, capomastro, capo officina, cuoco, catechista, contadino, allevatore di vacche, buoi e bufale e ho dato anche dei battesimi. Negli ultimi anni mi sono accontentato di fare il costruttore, ma tutte le altre mansioni le ho accettate a un solo scopo, la mia santificazione. Sono contento di aver lasciato la mia famiglia e la mia patria e di essermi dato completamente a Dio, per fare la sua volontà. Non importa se gli impegni che ho assolto sono stati umili e nascosti. Il Signore darà la ricompensa non guardando a quello che si è fatto o alle cariche ricoperte, ma allo spirito con cui lo avremo servito. Posso dire che questo è proprio lo spirito col quale sono diventato fratello missionario”.

Padre Gheddo su InforPime (2010)

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