Perche’ l’africa non si sviluppa? – Padre Gheddo su Radio Maria

L’Africa è quasi scomparsa dai nostri giornali e dagli schermi televisivi: “non fa più notizia” dicono gli operatori dei mass media; a meno ci sia una guerra, un colpo di stato, un genocidio. Questa la tendenza generale in Italia riguardo al continente africano: l’abbiamo occupato, colonizzato, rapinato e sfruttato per secoli; oggi non interessa più, lo lasciamo andare alla deriva di un ritorno al tempo pre-coloniale. C’è poi, nella gente comune, un certo “buonismo”, la commozione di fronte alle masse dei profughi e dei bambini abbandonati, che la televisione presenta; e una certa generosità nel dare aiuti economici per le emergenze; ma poca disponibilità a un vero interesse per i fratelli africani e soprattutto a cambiare il nostro modello di vita per aiutarli, a “donare la vita per gli altri” come chiede il Signore Gesù.

Il mondo “globalizzato” è formato da popoli che camminano a velocità diverse, in tempi diversi di storia e preistoria. Non si tratta solo del distacco fra ricchi e poveri, ma di popoli che ormai lavorano e producono di tutto stando seduti davanti ad un computer e popoli che ancora seminano facendo con un bastone un buco nel terreno e lasciandovi cadere un seme. Ogni discorso sull’Africa parte da questa constatazione e presa di coscienza. E’ sbagliato dire che il 20% della popolazione mondiale possiede l’80% delle ricchezze, mentre l’altro 80% ha solo il 20% dei beni e delle risorse; piuttosto è vero che il 20% produce l’80% dei beni, mentre l’80% della popolazione mondiale è capace di produrre solo il 20%. Questo, sostanzialmente, l’abisso che divide il nord dal sud.

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I) La drammatica situazione dell’Africa nera

Il continente africano (in particolare i paesi a sud del Sahara) è sempre agli ultimi posti nelle statistiche dell’ONU: istruzione, sanità, democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo e della donna, libertà e giustizia, ecc. La vera tragedia dell’Africa nera non sono i casi di emergenza umanitaria o politica come il Darfur, la Somalia, lo Zimbabwe, il Congo, il Ruanda e Burundi, ma i troppi paesi che non riescono ancora ad avere la pace e la stabilità politica da un lato, l’educazione e formazione umana dall’altro, per poter innescare un cammino virtuoso verso lo sviluppo.

Nel luglio scorso, cari amici di Radio Maria, ho parlato del tema che hanno trattato gli Otto Grandi della Terra (il G8) a L’Aquila (8-10 luglio 2009) e poco prima il Papa nella sua enciclica “Caritas in Veritate”: l’abisso che esiste nel mondo d’oggi globalizzato fra popoli ricchi e popoli poveri, che sono principalmente nel continente africano a sud del deserto del Sahara.

Statistiche dell’ONU che indicano l’arretratezza dell’Africa nera, derivante da cause storiche e culturali (e anche religiose), non da cattiva volontà o inferiorità razziale. E’ importante diee questo. L’uomo africano non è inferiore a nessuno. Gli uomini nascono tutti uguali, con le stesse lootebzialità e gli stesi diritti. Diventano diversi per la cultura in cui crescono. Non inferiori o superiori, ma diversi, come ad esempio, un italiano del 1400 era diverso da uno del 2009, è vissuto in un’epoca storica diversa.

Statistiche della Banca Mondiale 2004: dal 1981 al 2001 le persone con meno di un dollaro al giorno (in stato di assoluta miseria) sono passate da 606 a 212 milioni in Cina, da 402 a 230 in India, ma sono aumentate da 164 a 314 milioni in Africa (“Il Sole 24 ore” del 25 aprile 2004).

Dal 1970 al 2000 la partecipazione dell’Africa al commercio mondiale è passata dal 3,5% all’1,6%; il debito estero da 14 a 220 miliardi di dollari. Oggi meno di questa cifra spaventosa, perchè le campagne contro il debito estero dei paesi africani qualche frutto l’hanno prodotto.

L’Africa nera che nel 1960 esportava cibo, oggi secondo la Fao importa il 30% del cibo di base che consuma, riso, mais, cereali. Le vacche lattifere della pianura padana producono 25-30 litri di latte al giorno, le molte vacche africane non producono latte, eccetto alcuni litri al giorno quando hanno un nuovo vitello.

Le guerriglie e colpi di stato avvengono soprattutto nei paesi dell’Africa nera (e in quelli islamici o islamizzati). Qualche anno fa l’agenzia Sipra di Stoccolma numerava 28 guerre o guerriglie attive nel mondo, una ventina delle quali in Africa. La mancanza di stabilità politica è il fattore principale che allontana gli investimenti stranieri dall’Africa e la fuga di cervelli dai paesi africani verso l’Occidente. Nel 2008 si calcolava che circa il 32% dei medici laureati keniani non vivevano in Kenia.

L’analfabetismo e le misere scuole in Africa

I 34 paesi ”in via di sottosviluppo”, 27 dei quali in Africa, sono proprio quelli in cui l’analfabetismo è più elevato. Nella Guinea-Konakry gli analfabeti sono il 64%, nella Sierra Leone il 68%, in Mali il 69%, in Guinea Bissau il 45% della popolazione, ma un’inchiesta locale del 1995 diceva che più di metà degli “alfabetizzati” erano “analfabeti di ritorno”, cioè sapevano a mala pena fare la firma e non leggevano nulla: in Guinea Bissau è comune sentir dire che dai primi anni dell’indipendenza ad oggi il sistema scolastico (e non solo) è molto peggiorato. Chi visita le campagne africane, si accorge subito che le “scuole” sono povera cosa, a volte con 60-80 e più alunni per classe, spesso senza libri, senza quaderni, ecc.

Due fatti che ho visto di persona per dire la miseria delle scuole africane. Nella capitale del Ciad, Ndjamena, ero nella parrocchia dei gesuiti milanesi a Kabalaye. Alla sera, il padre Corrado Corti mi porta a fare una passeggiata in centro città, nell’unica grande via dove si trovano la cattedrale e gli altri edifici pubblici, ben illuminata da grandi lampioni ai due lati della strada. Camminando, vedo che sotto a quasi ogni lampione sono seduti bambini e ragazzini, giovanotti e signorine. Cosa fanno? Il padre Corrado mi dice: “Sono quelli che hanno la fortuna di andare a scuola e a casa loro non possono studiare perché non c’è la luce elettrica e non hanno il necessario isolamento. Così alla sera si trovano sotto questi lampioni e fanno il doposcuola. Qualcuno ha comperato il libro di scuola, leggono assieme, imparano a memoria, scrivono sui loro quadernetti. Sanno che se sono bocciati, tornano nei villaggi di campagna a coltivare la terra e pascolare le vacche e le capre”.

Seconda scena. A Bissau, capitale della Guinea Bissau, Nel 1987 mi portano a vedere l’unica tipografia esistente in città, che stampa il bollettino diocesano. Nel cortile interno, in un afoso pomeriggio, ci sono giovanotti e ragazze che, seduti per terra, prendono la carta di scarto della tipografia stampata solo da una parte, la stendono bene e con la forbice si ritagliano dei quadrati di carta tutti uguali, stampati da una parte ma bianchi dall’altra, che poi usano per formarsi il loro quadernetto.

Nei villaggi rurali africani è una pena enorme vedere frotte di bambini e bambine, di ragazzi e ragazze che non hanno istruzione e quindi sono senza futuro. Com’è possibile che, nel mondo globalizzato, si sviluppi un popolo in maggioranza analfabeta? Questo il primo problema dell’Africa nera!

Situazione drammatica nella sanità di base

In Italia abbiamo un dottore in medicina ogni 300 italiani, in Zambia uno ogni 10.000. Ma nei paesi africani, in genere, i medici autentici si incontrano nelle città dove ci sono le classi ricche o benestanti che possono pagare; nelle campagne ci vanno poco. Una statistica del Kenia: i medici keniani laureati sono per il 35% all’estero, nei paesi occidentali.

Nella capitale del Burkina Faso, Ouagadougou, ho visitato l’ospedale civile, dello stato. Una pena, sporcizia ovunque, porte rotte, letti senza materassi o senza lenzuola, galline nella camera operatoria, molta gente che va e viene perché l’ospedale non dà da mangiare e i parenti portano il cibo ai loro ammalati. Si riproduce in piccolo la vita di villaggio, con la sua grande umanità e cordialità, ma assolutamente inadatta ad un ospedale.

Poi sono andato a visitare l’ospedale dei padri Camilliani e delle loro suore italiani. Che meraviglia! Tutto pulito, ordinato, porte che chiudono, ascensori che funzionano, cibo distribuito dall’ospedale, camera operatoria ermeticamente chiusa, ecc. Questa differenza è segno non tanto di povertà, ma di diversa mentalità e cultura. Sviluppo e sottosviluppo hanno le loro radici in queste basi umane.

La mentalità magica blocca l’uomo afrcano

Ma nella sanità di base c’è ancora di peggio. Manca assolutamente l’educazione igienica e sanitaria. Suor Magda Boscolo, una missionaria della Consolata direttrice dell’ospedale di Ikonda in Tanzania (diocesi di Njombe), nell’ultima visita in Tanzania (1995) mi diceva che alle mamme bisogna insegnare tutto, anche le cose per noi più elementari. Ad esempio, al bambino che ha la febbre, invece di dargli acqua da bere, lo ingolfano di lane e rischia di morire disidratato. La malattia non ha una causa fisica curabile, ma è dovuta a malocchio e all’influsso degli spiriti cattivi. Bisogna scoprire chi è che ha causato la malattia, nascono sospetti, processi, omicidi o avvelenamenti, vendette.

Il 21 marzo 2009 il Papa ha detto ai vescovi angolani: “Tanti dei vostri concittadini vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare bambini di strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni”.

Il Papa continua dicendo che “qualcuno obietta: «Perché non li lasciamo in pace? Essi hanno la loro verità e noi, la nostra. Cerchiamo di convivere pacificamente, lasciando ognuno com’è, perché realizzi nel modo migliore la propria autenticità». “Ma, continua il Papa, se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che senza Cristo la vita è incompleta, le manca una realtà – anzi la realtà fondamentale – dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita. Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilità di raggiungere la vita eterna”.

E’ la prima volta che una personalità non africana a livello mondiale ricorda questa radice superstiziosa e culturale che impedisce lo sviluppo degli africani e dell’Africa. E il Papa non lo fa per giudicare o condannare, ma per aiutare, come padre e messaggero del Vangelo di libertà, gli africani a liberarsi da una pesantissima eredità religioso-culturale-storica.

Il vescovo nero di Dundu in Angola, mons. José Manuel Imbamba, in conferenza stampa ha dichiarato ai giornalisti: “Siamo felici che il Papa abbia parlato di questo argomento, perché è un problema che divide le famiglie, genera ignoranza e frena lo sviluppo individuale e sociale”. Mons. Vitale Yao vescovo di Bouaké in Costa d’Avorio, al quale nel 1985 avevo chiesto se anche nel suo paese c’erano ancora superstizioni e stregoni, mi diceva: “La nostra gente deve liberarsi da una mentalità magica, che attribuisce le malattie non a cause fisiche ma ad interventi di spiriti malefici, e da questo nascono sospetti, vendette, avvelenamenti. L’Africa non potrà mai svilupparsi con queste credenze profondamente radicate”.

Il padre Carlo Scapin, del Pime in Camerun da quarant’anni, mi diceva (nel gennaio 2008) a Yaoundé, capitale del paese: “La cultura africana è la cultura della paura e del sospetto che blocca la persona in tutti i sensi. Qui non si muore mai di malattia; soprattutto se giovani o di mezza età, si muore di malocchio, di spiriti cattivi e di stregonerie.

“Una volta – continua padre Scapin – sono andato nell’ospedale generale a trovare un cattolico ricoverato per un tumore alla prostata. Era già stato mandato dalla famiglia in Francia a curarsi, ma poi era tornato in Camerun. Non era una persona povera, ma istruita e benestante. Ebbene, mentre era ricoverato in ospedale ha mandato a chiamare il marabut (lo stregone) perché era convinto che il suo male fosse dovuto a qualcuno che l’aveva danneggiato. Io gli dicevo che era inutile seguire quella via, ma lui era convinto che moriva per influsso di spiriti cattivi. Ho ascoltato la sua ultima confessione ed è morto in pace, convinto che tutti i suoi sospetti e le stregonerie non erano serviti a nulla, pregando Gesù e Maria. Però fino all’ultimo continuava a sperare anche in una soluzione magica”.

La sorcellerie (stregoneria) – continua padre Scapin – si esercita soprattutto nella ricerca della causa di un male fisico. Se in un villaggio uno sta male, va dal sorcier, che con vari riti magici gli indica l’origine del suo male, in genere un’altra persona, oppure è la violazione di un tabù senza nemmeno sapere quale, quando, dove. Non importa, il socier dice che hai violato un tabù, se sei passato da un posto dove non potevi, hai fatto un’azione che non dovevi e cose di questo genere. E allora? Allora bisogna uccidere una capra, versare il sangue in quel posto, pagare qualcosa”.

Non meravigliamoci di tutto questo. Ancora nel 1700, quasi duemila anni dopo Cristo, in Italia e si bruciavano le streghe, che erano ritenute possedute dallo spirito maligno e causa di molti mali nella comunità.

Sono situazioni che rendono molto difficile lo sviluppo dell’Africa nera, non per mancanza di soldi, ma per culture pagane, che nel mondo moderno non possono sopravvivere. Quindi è un problema di educazione, di scuola, di mentalità, di una cultura ispirata alla religione egli spiriti. Ecco il valore liberatorio del Vangelo!

II) Perché gli aiuti all’Africa producono poco sviluppo?

L’Africa rappresenta oggi la massima sfida per l’Europa unita, di questo molti si rendono conto: non possiamo procedere nella ricerca della pace e del progresso con a fianco un continente senza pace (circa 20 guerre attive) e tormentato da fame e dittature, verso il quale abbiamo gravissime responsabilità storiche e attuali. Ma molte risposte alle esigenze dell’Africa sono lontane dalla realtà, staccate dalla vita quotidiana dei popoli africani.

Finora gli aiuti di stato e dei privati all’Africa nera hanno prodotto scarsi risultati di sviluppo. Perché hanno fallito? Gli aiuti producono sviluppo dove c’è un popolo preparato ad usarli, altrimenti producono corruzione e una classe dirigente che pensa anzitutto a se stessa.

Si continua a parlare di un “Piano Marshall per l’Africa”. Ma il vero “Piano Marshall”, “European Recovery Program” (ERP), stanziò 17 miliardi di dollari per un periodo di cinque anni (1947-1952) e rimise in piedi i paesi europei distrutti dalla guerra e dai bombardamenti. Ho un ricordo vivo di quegli anni. Nel 1953 Monaco di Baviera era ancora semi-distrutta, i tedeschi avevano cominciato a ricostruire la città, ma abitavano in modeste casupole o in vere baracche. In periferia avevano costruito molte fabbriche dove si lavorava con orari di 12 ore – 12 ore, giorno e notte.

E’ immaginabile questo in Africa? Assolutamente no e non per pigrizia degli africani, ma perché tutta la loro storia non li ha preparati a questo. I tedeschi, come noi europei, venivamo da millenni di maturazione culturale e lavorativa che ha prodotto il mondo moderno; gli africani, senza alcuna loro colpa, sono usciti dalla preistoria (cioè non avevano la scrittura) alla fine dell’Ottocento e in mezzo secolo hanno raggiunto l’indipendenza in stati organizzati come quelli europei. Il Congo Belga diventò indipendente il 1° luglio 1960 con 15 milioni di abitanti in un paese esteso sette volte l’Italia, con soli 14 laureati congolesi. Il primo ministro Patrice Lumumba (laureato a Mosca ed esaltato dalle sinistre europee come “il liberatore del Congo”) espulse in 15 giorni tutti i belgi e gli stranieri che facevano funzionare il paese, scuole, ospedali, trasporti, banche, mercati, telefoni, radio, aerei, ecc. Il Congo precipitò subito nel caos in cui, più o meno, è rimasto.

La recente storia africana è davvero tragica e noi europei abbiamo un enorme debito storico e attuale verso i fratelli del continente nero. Ricordiamo le varie tappe della storia che hanno introdotto l’Africa nera nel mondo moderno:

– 1500-1850, lo schiavismo arabo ed europeo.

– 1850-1960, esplorazione dell’interno dell’Africa nera, inizio della conquista coloniale, spartizione dei territori africani fra le potenze europee (Berlino 1885).

– 1885-1958, occupazione dei territori e colonizzazione per interessi della madrepatria, anche con benefici dei popoli colonizzati: strade, scuole, città, porti, treni, assistenza sanitaria, ma mancata preparazione di una vera classe dirigente indigena. In realtà è mancato anche il tempo: 50-60 anni di colonizzazione con due guerre mondiali in mezzo!

– 1958-1975, istantanea decolonizzazione quando le scarse élites africane chiedevano l’indipendenza, ma i popoli erano assolutamente impreparati a governarsi da soli.

– 1975-2009, ingiustizie varie verso l’Africa nera: prezzi ingiusti delle materie prime, debito estero, multinazionali di rapina, ideologia marxista-leninista e governi comunisti che hanno peggiorato la situazione di vari paesi: Guinea Konakry, Etiopia, Eritrea, Somalia, Guinea-Bissau, Angola, Mozambico, Congo-Brazzaville, ecc. fino all’attuale Zimbabwe di Mugabe, comunista ancora convinto.

Ma l’Occidente ha anche mandato aiuti statali e privati ai popoli e agli stati africani. Uno studio inglese sugli aiuti all’Africa, pubblicato in occasione del G8 dell’Aquila, afferma che gli aiuti e i prestiti all’Africa dal 1960 al 2008 dai paesi ricchi e dagli organismi dell’Onu ammontano a circa 300 miliardi di dollari.

Manca l’educazione dei giovani

Perchè questi aiuti non producono sviluppo duraturo e non fanno camminare in avanti gli stati e i popoli che li ricevono?

Mi pare di poter dire che fra Nord e Sud del mondo c’è un abisso d’incomprensione. Noi ricchi non abbiamo ancora capito come aiutare gli africani a diventare autosufficienti, almeno nel cibo che consumano. Quando si discute e si decide su cosa fare per l’Africa come nel recente G8, si parla sempre e solo di soldi, commerci, debito estero, giustizia internazionale, prezzi delle materie prime, finanziamenti dei “piani di sviluppo”, invio di aiuti per le emergenze. Temi senza dubbio importanti, ma la “fame nel mondo” ha una radice di cui non si parla mai o quasi mai.

Visitando i missionari italiani in Africa, sento spesso ripetere l’antifona: “Qui manca l’educazione, qui manca la capacità di produrre”. Il tema “educazione” dovrebbe essere fondamentale quando si discute su cosa si può fare per aiutare i popoli poveri. L’educazione dei giovani e dei popoli è il motore principale dello sviluppo, il mezzo, lo strumento che apre la mente e sviluppa anzitutto le facoltà intellettuali dell’uomo e fa crescere un popolo. Non si può separare l’economico dall’umano e anche la stessa produttività agricola, indispensabile per rendere autonomo un popolo, dipende dall’istruzione, dall’educazione.

Dal 1960 ad oggi l’Africa nera è passata da 250 a circa 700 milioni di abitanti, ma l’agricoltura tradizionale non è migliorata molto. A Vercelli produciamo 80 quintali di riso all’ettaro, il piccolo contadino africano ne produce 5 e non per pigrizia, ma perché nessuno gli ha insegnato come produrre di più. Nei villaggi africani si ignora la ruota, la carriola e il carro agricolo (le donne portano tutto sulla testa), l’aratro, i fertilizzanti, i diserbanti, le sementi selezionate, il piccolo mulino ad acqua, l’irrigazione artificiale, la piscicoltura nei laghetti artificiali e via dicendo. Ma chi va nelle campagne africane a portare e insegnare queste e altre rivoluzioni non violente che potrebbero sviluppare il paese?

Poco dopo l’anno mitico dell’indipendenza africana (1960) René Dumont, agronomo francese a servizio di vari governi africani, profetizzava: “I governi a sud del Sahara stanno sbagliando tutto: l’agricoltura è all’ultimo posto nelle loro preoccupazioni, mentre dovrebbe essere al primo. Oggi producono cibo a sufficienza e ne esportano, ma continuando a privilegiare le città rispetto alle campagne ben presto non potranno più nutrire i loro popoli” (nel volume “L’Afrique noire est mal partie”, “L’Africa nera è partita male”, Seuil, Parigi 1964).

In Guinea-Bissau ho visitato a Bambadinca il “Centro di formazione rurale” costruito dai fratelli del Pime e oggi gestito dall’ALP (Associazione Laici Pime). Vengono accolti giovanotti e ragazze dai 18 ai 25 anni provenienti dai villaggi, giovani pieni di buona volontà, intelligenti, vivaci, ottimisti, imparano in fretta.

La direttrice di questo Centro, Nicoletta Maffazioli (infermiera), mi diceva nel 2005: “Accogliamo giovani mandati dalle parrocchie e li ospitiamo a titolo gratuito. Con insegnanti tutti locali, facciamo corsi di agricoltura e orticultura, irrigazione, allevamento animali, malattie delle piante degli orti (che è il grosso problema di qui, cavallette e via dicendo) e degli animali, conservazione dei prodotti, trasformazione dei frutti in marmellate e sughi, coltivazione delle api per produrre il miele, come fare cucina, come nutrire i bambini con prodotti locali non pesanti, la contabilità che è un corso importantissimo: loro contano fino a dieci, poi dicono…”tanti”.

“Sono corsi importanti perché chi fa un orto e poi le formiche o gli insetti mangiano tutto, guarda impotente, si dispera e smette di fare l’orto. Ho visto bei campi di cipolle, coltivate con passione, poi arrivano certi insetti e in pochi giorni distruggono tutto. La competenza dell’africano si ferma lì. Molto utili i corsi per la trasformazione della frutta. Per esempio, ci sono dei mesi in cui i manghi sono tantissimi e non sanno cosa farne perché non ci sono strade per portare la frutta in città. E’ una pena veder marcire frutti che in città sarebbero venduti bene! Insegnamo a trasformarli, inscatolarli e venderli.

Abbiamo alunni – continua Nicoletta – che vengono da villaggi in cui non esiste niente, non hanno alcuna apertura al mondo moderno. Un esempio: nelle stanze del nostro Centro, costruito in muratura, c’è il rubinetto dell’acqua. Quando vengono per i corsi, bisogna insegnare loro come si fa ad aprire e chiudere per avere acqua. E’ una pena vederli davanti al rubinetto e non sapere come fare, davanti alla maniglia della porta e non sapere come si fa ad entrare. Lo scarico del gabinetto, il gabinetto stesso non l’hanno mai visto, eppure sono giovani e ragazze dai 18 ai 25 anni, desiderosi di imparare, ma vissuti nelle loro capanne di fango e paglia, in villaggi che non offrono nulla. Quando si parla di mancanza di educazione in Africa, bisogna tener presenti queste situazioni comunissime nelle campagne”.

“Si diffonde la voce che noi insegnamo cose utili e gli alunni aumentano, anche perché nei villaggi non c’è proprio nulla, nessun diversivo, nessuna possibilità di imparare qualcosa di nuovo. A volte è una pena andare nei villaggi di mattino, nei tempi in cui non c’è il lavoro agricolo, e incontrare giovani e ragazze seduti a chiacchierare. Non sanno cosa fare, sono forze umane preziose che vanno perse per la nazione! L’ideale della cultura africana non è di progredire migliorando il livello di produzione e la qualità della vita, ma di conservare il villaggio e la vita come li hanno lasciati gli antenati.

Questi corsi hanno poi conseguenze positive nei villaggi e nelle famiglie. Quando i singoli gruppi di alunni, tornati a casa, si organizzano, trasmettono qualcosa di quel che hanno ricevuto ad altri giovani e iniziano un nuovo modo di produzione… Da noi il mondo va troppo in fretta, qui va troppo adagio! Comunque abbiamo dato nuove conoscenze e qualcosa di nuovo, col tempo, sta nascendo. Il vero sviluppo deve partire dal basso, dall’educazione dei giovani”.

Il vescovo di Bafatà, mons. Pedro Zilli del Pime, ha fatto la sua casa in muratura (è vescovo da sette anni). Ebbene, la cuciniera, una giovane donna di buona volontà, è in crisi. Non riesce a far da mangiare col fornello, non riesce a manovrare la manopola, non capisce da dove viene la fiamma. Una suora l’ha istruita, ma all’inizio faceva bruciare parecchi cibi. Le hanno preparato in cortile il fuoco di legna con tre mattoni sui quali mette la pentola o la padella: è contenta e fa dei buoni piatti. A poco a poco imparerà anche lei i misteri dei fornelli, del frigo, del forno.

Nell’Africa nera il 60% della popolazione ha meno di vent’anni! E’ facile capire che quando una massa notevole di giovani sono più o meno in queste condizioni, il primo imperativo per lo sviluppo di un popolo è la scuola e la formazione umana e tecnica nei campi di base. Sanità, agricoltura, artigianato, meccanica, ecc.

Si potrebbe dire: noi mandiamo i finanziamenti ai governi e questi provvedono. Spiace dirlo, ma spesso le élites africane hanno sequestrato il potere per gli interessi della propria etnia o regione. Non per malvagità di questo o quel capo, ma perché in un popolo non istruito, con società non organizzate in sindacati, cooperative, associazioni, stampa libera, a volte in preda a guerre etniche ed a colpi di stato, non si può pretendere molto di diverso.

In sostanza, i popoli africani sono poveri, perché non sanno produrre ricchezza. E non producono ricchezza perché non sono educati, formati, istruiti e guidati nel cammino verso lo sviluppo, che parte dalla base del popolo, cioè dai giovani. Gli aiuti “da Stato a Stato” producono poco, a volte nulla o inutili cattedrali nel deserto. A Bissau, capitale della Guinea Bissau, lo Stato italiano negli anni ottanta ha fatto costruire un mulino per il riso, modernissimo, grandioso. Completato 25 anni fa, non ha mai funzionato: al contadino non viene nemmeno in mente di utilizzarlo. Perché dovrebbe farsi macinare il suo riso? Se lo porta a casa e lo pesta sua moglie. A che serve un mulino per quanto avveniristico, se non c’è la cultura per usarlo?

Poi c’è il problema della corruzione, molto superiore a quella che abbiamo anche in Italia e negli altri paesi democratici. La corruzione dei governanti e nella burocrazia statale è così comune che in Camerun un missionario mi diceva che “la corruzione a livello politico e ammistrativo è il secondo cancro che affligge il Camerun (il primo è la mentalità magica e superstiziosa).

Nella lista dell’Onu sui paesi più corrotti del mondo il Camerun è sempre ai primi posti. Due anni fa padre Carlo Scapin mi diceva: “Non è colpa di questo o quel capo di stato o amministratore, è un costume che deriva dalla mentalità che quando uno ha in mano il potere, deve pensare anzitutto alla sua etnia, tribù, villaggio, famiglia. E’ un cancro diffusissimo in tutta l’Africa e non solo in essa naturalmente, ma qui frena molto lo sviluppo, perché i sussidi e i doni che ricevono dall’Onu o da altri stati finiscono quasi tutti nelle tasche appunto di chi detiene il potere. E, ripeto, questo vale per i governanti ad alto livello e per gli amministratori, i militari, ecc., ma anche per chi ha un qualche potere sugli altri, come i poliziotti e i burocrati dello stato. Ci sono eccezioni certo, ma il costume di cui tutti parlano è questo”.

Il presidente americano Barack Obama, visitando il Ghana l’11 luglio 2009, subito dopo il G8 dell’Aquila, parlando al Parlamento della capitale Accra, ha lodato i progressi fatti dall’Africa, ma ha aggiunto che le promesse di sviluppo fatte al momento dell’indipendenza “devono ancora essere mantenuta. Paesi come il Kenya, che quando sono nato io aveva un reddito pro capite maggiore di quello della Corea del Sud, sono rimasti drammaticamente indietro. Malattie e conflitti hanno devastato intere parti del continente africano. E’ facile addossare ad altri la colpa di questi problemi. Ma l’Occidente non è responsabile della distruzione dell’economia dello Zimbabwe nell’ultimo decennio, o delle guerre in cui vengono arruolati bambini tra i combattenti. Io sono convinto che questo sia un nuovo momento di promesse. Non saranno giganti come Nkrumah o Kenyatta a plasmare il futuro dell’Africa. Sarete voi. E soprattutto, saranno i vostri giovani”.


La Corea del Sud è stata devastata dalla guerra civile casa per casa fra Nord e Sud del paese nel 1953. All’inizio degli anni settanta, aveva un debito estero esorbitante (dodici miliardi di dollari) e viveva confidando negli aiuti dell’alleato americano. Il paese piccolo e senza risorse naturali ha pagato i debiti pregressi, è passato da 27 a 48 milioni di abitanti ed è diventata una delle “tigri asiatiche”, con un reddito medio di circa 12.000 dollari (la Corea del nord meno di mille!). Com’è possibile? La Corea del sud ha conquistato da circa trent’anni la libertà politica ed economica e i suoi governi hanno privilegiato la scuola e il libero mercato: nel 1960 aveva il 45% di analfabeti, oggi solo il 2 per cento! Libertà politica ed economica e istruzione sono le due priorità che permettono ad un paese povero di crescere nel cammino verso lo sviluppo. Nella Corea del Sud la scuola è obbligatoria per tutti dai 6 ai 14 anni e ci vanno. Il Kenya, indipendente dal 1963, aveva il 40% di analfabeti e un reddito medio pro capite di 200 dollari. Oggi ha il 15% di analfabeti e un reddito di 481 dollari pro capite. Non si è sviluppato a causa delle lotte e guerre intestine, l’instabilità politica, la corruzione dilagante e la miseria delle sue scuole.

III) Il Vangelo per lo sviluppo dei popoli africani

La radice del sottoviluppo dell’Africa nera è anzitutto culturale, non economica. La cultura è l’identità di un popolo, la sua storia, mentalità, tradizioni sociali e anche, in ultima analisi, religione.

Giovanni Paolo II scrive nell’enciclica “Redemptoris Missio” (1990): “Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi. E’ l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica” (n. 58).

E il Papa continua: “La Chiesa educa le coscienze rivelando ai popoli quel Dio che cercano ma non conoscono, la grandezza dell’uomo creato ad immagine di Dio e da lui amato, l’eguaglianza di tutti gli uomini come figli di Dio, il dominio della natura creata e posta al servizio dell’uomo, il dovere di impegnarsi per lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini”.

La Caritas in Veritate di Benedetto XVI (2009) parte dal messaggio fondamentale della “Populorum Progressio” di Paolo VI (1967): “L’uomo creato da Dio non è autosufficiente. Senza Dio, lo sviluppo umano è “disumanizzato” (nn.10-12), come sperimentiamo nelle nostre società post-cristiane: siamo ricchi, democratici e super-sviluppati, ma senza umanità, una “civiltà senz’anima”. Quindi: “L’annunzio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo” (n. 8); il Vangelo è indispensabile “per la costruzione della società secondo libertà e giustizia” (13).

Benedetto XVI aggiunge: “La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende minimamente di intromettersi nella politica degli stati. Ha però una missione di verità da compiere in ogni tempo ed evenienza, per una società a misura dell’uomo, della sua dignità, della sua vocazione. La fedeltà all’uomo esige la fedeltà alla verità che, sola, è garanzia di libertà e della possibilità di uno sviluppo umano integrale” (n. 9).

I missionari e le giovani Chiese creano sviluppo

La missione della Chiesa è di annunziare e testimoniare Gesù Cristo, unico salvatore dell’uomo e dell’umanità. Lo sviluppo dell’uomo viene da Dio e da Cristo (“Gaudium et Spes”, 42-45; “Populorum Progressio”, 14-21, 40-42, 79; “Redemptoris Missio”, 58-59). L’opera missionaria ha bisogno di uomini e donne che consacrino la vita per educare e lasciarsi educare, condividere, gettare ponti di comprensione e di solidarietà fra Nord e Sud del mondo.

A Genova nei dibattiti dei No Global in occasione del G8 di luglio 2001, e nel dibattito sulla globalizzazione, l’esperienza dei missionari non è venuta fuori. Il 60-65% dei contestatori del G8 a Genova venivano da associazioni cattoliche, ma le voci autorevoli del movimento e i metodi più appariscenti (violenza, protesta) non costruivano nulla, non rappresentavano i cristiani presenti. La Chiesa non ha atteso il G8 per interessarsi dei popoli poveri.

“La Chiesa non ha mai trascurato di promuovere l’elevazione umana dei popoli ai quali portava la fede in Cristo… I suoi missionari hanno costruito, assieme a chiese, luoghi di assistenza e ospedali, anche scuole e università… In parecchie regioni essi sono stati i pionieri del progresso materiale come dello sviluppo culturale” (“Populorum Progressio”, n. 12).

Spesso in Africa, ma in genere fra tutti i paesi poveri, si registra questo: i cristiani, a parità di condizioni, si sviluppano prima e più dei non cristiani (esempi dei paria in India e dei tribali in Bangladesh e in Birmania, dei dayak in Borneo e dei “montagnards” in Vietnam). E si sviluppano non perché i missionari li aiutano più di altri (in genere aiutano tutti i bisognosi), ma proprio perché il Vangelo dà un senso allo sviluppo e motiva l‘impegno, il sacrificio personale di far progredire la comunità.

L’esempio dei missionari è significativo: creano sviluppo perché si inseriscono in un popolo vivendoci assieme una vita o almeno anni, imparando la lingua, i costumi, adattandosi alla povertà locale, facendo un cammino di crescita con quel popolo al quale annunziano il Vangelo.

I missionari testimoniano: il motore dello sviluppo è il Vangelo, l’educazione ai valori evangelici; ma, eccetto rari casi, non sono ascoltati né imitati. Si continua a dire che per aiutare lo sviluppo dei popoli bisogna mandare soldi e macchine. Invece bisognerebbe dire: prima l’educazione dei poveri e dei ricchi, poi tutto il resto.

Perchè nessuno si chiede come mai i missionari cristiani, cattolici e protestanti con i loro volontari laici, creano sviluppo, mentre i progetti della “cooperazione internazionale” governativa creano molto spesso “cattedrali nel deserto”?I missionari gettano ponti di comprensione e di educazione vicendevole fra i popoli, i progetti governativi no.

Giovanni Paolo II ha scritto in modo chiaro (“Redemptoris Missio”, n. 58):“Oggi i missionari più che in passato sono riconosciuti anche come promotori di sviluppo da governi ed esperti internazionali, i quali restano ammirati del fatto che si ottengano notevoli risultati con scarsi mezzi”.

Esempi significativi che ho visto in Africa

Grande siccità nel 1985 nel Sahel. Nel Nord del Burkina Faso non c’era acqua, la gente fuggiva verso il sud, dove c’erano i campi profughi dell’Onu, della Croce Rossa, della Caritas. Le due fattorie-scuola dei Fratelli della Sacra Famiglia di Chieri (Torino) in mezzo secolo di lavoro hanno cambiato il volto ad una regione, che non soffriva la siccità: tutto verde, la gente non era scappata. Perché? Perché i Fratelli, guidati dal famoso fratel Silvestro, avevano insegnato a fare laghetti per raccogliere l’acqua piovana (nel pre-deserto piove, anzi diluvia, ma poche settimane l’anno e l’acqua va persa), scavare canali per l’irrigazione, piantare eucaliptus e altri alberi contro la sabbia del vicino deserto, hanno scavato molti pozzi le cui pompe funzionavano, ecc. Nella capitale Ouagadougou, il ministro dell’agricoltura mi ha detto: “Se invece di due fattorie agricole i Fratelli ne avessero fatte 40-50 nel nostro grande Nord, ai confini col deserto, non avremmo avuto il problema della siccità”. Ho chiesto perchè non le fanno loro queste fattorie-scuola. Ha risposto scuotendo il capo: “Non abbiamo queste capacità!”.

Padre Camillo Calliari nel sud della Tanzania. Sull’altopiano di Kipengere, questo missionario della Consolata ha creato un polo di sviluppo agricolo che stupisce chiunque visita quella regione. Lavora tra i Wabena, cacciatori e agricoltori forti e fieri ma molto arretrati nelle tecniche di coltivazione. Padre Camillo (“Baba Camillo”) ha insegnato a fare i laghetti per trattenere l’acqua e la piscicultura; ha piantato migliaia di pini e altri alberi usando anche agli alunni delle scuole; ha insegnato a curare le vacche perché producano latte da cui fanno formaggi e yogurt; coltivare il mais di grande pannocchia, con raccolti quattro o cinque volte maggiori che nell’agricoltura tradizionale; l’uso del trattore e di altre macchine agricole; ha fatto cooperative di produzione e di vendita dei prodotti; ha piantato alberi da frutta, insegnando a fare marmellate, sughi, frutta in scatola. E potrei continuare ricordando scuole, ospedale, officina riparazione macchine, falegnameria, ecc.

Padre Giuseppe Fumagalli, missionario del Pime in Guinea Bissau dal 1968, è stato mandato fin dall’inizio ad evangelizzare i “felupe”, dove già un altro missionario del Pime aveva iniziato (padre Spartaco Marmugi) che poi è morto pochi anni dopo. Padre Fumagalli, vedendo che quella etnia, quasi isolata dal resto del paese con poche strade, in una regione ai confini col Senegal trascurata dal governo centrale, ha fatto della missione a Suzana, a poco a poco, con la collaborazione dei capi locali, il centro promotore di sviluppo in tutti i sensi, istruzione, sanità, promozione femminile (con le suore), agricoltura, meccanica, strade per l’autoambulanza, un ponte in ferro che congiunge le due metà del territorio. Non solo, ma padre Giuseppe ha studiato bene la lingua felupe, che era senza vocabolario né grammatica, ha tradotto i testi cristiani e pubblica un giornaletto in felupe; ha utilizzato i canti locali per farne inni liturgici.

Poi ha mandato giovani e ragazze a studiare a Bissau, in Portogallo e in Italia. L’etnia ha già insegnanti e infermiere, preti e suore, un deputato nazionale e altre personalità civili nel piccolo mondo della Guinea Bissau. Una visita alla missione di Suzana, fra gente ancora molto povera e con una minoranza di cristiani, fa capire cosa può fare il Vangelo per la promozione umana. Non solo in campo tecnico-economico, ma formando famiglie che rimangono unite e soprattutto portando la pace fra villaggi sempre in guerra. Quarant’anni fa, tra le tribù confinanti e anche in quella dei felupe la guerra era quasi continua. Oggi nella regione c’è la pace e la collaborazione per le opere pubbliche.

La Chiesa con i missionari e i volontari non risolvono certo i problemi dell’Africa nera e il suo sottosviluppo: non è il loro compito. Essi danno un modello di approccio e di azione per aprire gli africani allo sviluppo moderno e purificare i valori delle loro antiche culture attraverso l’educazione e col Vangelo.

All’inizio degli anni ottanta, avevamo invitato al Pime di Milano il prof. Ki-Zerbo del Burkina Faso, che insegnava storia africana a Parigi. Tra l’altro disse: “Voi europei venite in Africa, costruite un progetto di sviluppo, una fabbrica, scavate un pozzo, portate un trattore e ci date le chiavi in mano. Ma le chiavi dovreste mettercele in testa!”.

Lo sviluppo parte dall’interno di un popolo e si realizza soprattutto con l’educazione. La Chiesa e i missionari educano col Vangelo, che è alla radice anche del nostro eviluppo di paesi cristiani (o cristianizzati).

Per concludere. Noi, cosa possiamo fare? Certamente questo: convertirci a Cristo e al Vangelo. “Un mondo diverso è possibile” dicono i New global. Sì, ma solo a partire da Cristo, il Dio fatto uomo che cambia i cuori e le coscienze.

L’abisso culturale ed economico fra Nord e Sud è così “abissale” che non bastano leggi migliori, giustizia e accordi internazionali, e nemmeno soldi e macchine, bisogna gettare ponti di comprensione, condivisione, educazione: dare la vita per i fratelli come fanno i missionari.

Se fossimo migliori cristiani saremmo in grado di comprendere e aiutare meglio i poveri del mondo, tra l’altro anche con vocazioni missionarie e di volontari, sempre indispensabili. Oggi l’egoismo individuale e familiare si riflette nei comportamenti dei governi democratici dei paesi ricchi e degli organismi internazionali. Protestiamo pure contro gli Otto Grandi e le multinazionali: ma perchè non protestiamo contro il “modello di sviluppo” di noi popoli ricchi?

Padre Gheddo su Radio Maria (2009)

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