Testimonianza di padre Valentino Rusconi su padre Clemente Vismara

Nato a Valmadrera (Lecco) nel 1921, sacerdote del Pime dal 1946, parte per la Birmania nel 1948 ed è espulso nel 1966. Poi è partito per l’Amazzonia ed è morto in Brasile nel 2004. Ha deposto nel Tribunale diocesano a Macapà il 19 giugno 1998.La sua testimonianza al Tribunale diocesano è una delle migliori.

In missione ero a Bofà e per andare e venire da Kengtung dovevo passare per Mong Ping, dove mi fermavo qualche giorno da Vismara. Il suo carattere era quello di un uomo libero, un carattere felice, non aveva mai alti e bassi, era sempre su di giro. Per me è notevole il suo amore totale alla missione, un amore viscerale, che si esprimeva nella sicurezza che sempre ebbe di morire là. Egli infatti non amava tornare in Italia e infatti tornò in Italia una sola volta. Agli inizi della missione di Kengtung non si tornava più indietro. C’era una tradizione per cui, arrivati al fiume Salween si gettavano via le scarpe per dire che non si tornava più indietro e arrivati all’altra riva del fiume si baciava la terra, per dire che quella era la nostra nuova patria. Vismara teneva molto a questo gesto.
Anche nei suoi primi anni di missione, Vismara era convinto che non sarebbe più tornato in patria. Non l’ho mai visto scoraggiato. Si è vista questa forza d’animo soprattutto quando fu trasferito da Mong Lin a Mong Ping. Ricordo che andò a dirglielo mons. Guercilena e tutti pensavamo ch fosse cosa impossibile. Tra noi si rideva quando padre Banfi diceva che ”il vero vescovo di Kengtung sarà quello che riscirà a spostare Vismara da Mong Lin”, perchè aveva fondato tutto a Mong Lin. Guercilena allora andò e padre Vismara, appena il vescovo glie lo chiese, per tutta risposta cominciò subito a fare le valigie. Era pronto a partire lo stesso giorno! Fu mons. Guercilena a dirgli di aspettare a dopo gli Esercizi spirituali, E’ un alto segno del suo spirito di obbedienza al vescovo.
Padre Vismara aveva una fede rocciosa, che si esprimeva nella fedeltà alle pratiche di pietà tipiche del prete di allora, senza esagerazioni: la sua Messa, il Breviario, il Rosario, almeno per quello che potevo vedere io. Una fede cresciuta nelle sofferenze, che non si lamentava mai. Il trasferimento da Mong Lin a Mong Ping, che egli soffrì molto, non gli fece mai uscire parole di lamento.

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Ebbe non poche malattie e dovette spesso farsi ricoverare, ma non si scoraggiò mai. Non sapeva bene le lingue: parlava inglese e shan e gli bastava per farsi intendere. Eppure non si scoraggiava mai. Io non credo che fosse solo carattere, ma il frutto della sua fede, una fede vissuta in ogni azione.
L’amore a Dio era concreto, fedele ai suoi doveri e ai suoi ragazzi. Questo amore fu forte soprattutto quando ci fu il tentativo di uccidere tutti i suoi catechisti dei nuovi villaggi akkà che si erano convertiti con lui e i catechisti dovettero fuggire. Non so bene se fossero stati i ribelli o gli shan buddhisti a tentare questo massacro. Fu un momento duro per Vismara, ma nemmeno in quella occasione si scoraggiò. E’ qui io dico la sua speranza: amore per Dio, cioè fede incrollabile in ogni situazione.
Vismara non era pesante, non si imponeva, ma sapeva governare le situazioni, si pensi alle cose che ha costruito e ai suoi orfanotrofi. Era un uomo molto umano che sapeva comprendere. Io ricordo che da Mong Ping, prima di salire a Bofà, dove sarei stato per mesi senza vederci più, lui mi accompagnava per due ore di viaggio prima di salutarmi e lo faceva senza farlo pesare, per non lasciarmi partire subito da solo e lui starsene tranquillo in missione.
Sapeva sempre infondere fiducia. Una volta io ero partito per la mia missione e arrivato ad un fiume da attraversare persi il mio accompagnatore, che era annegato, allora tornai scoraggiato da Vismara, che subito mi rincuorò e si preoccupò di rasserenarmi e di farmi riposare: avrebbe pensato lui alla vedova e al mio viaggio di ritorno nella mia missione.
Questa sua capacità di non scoraggiarsi era singolare e la si vedeva, la si coglieva nelle sue parole, anche se non era fatto per fare belle prediche: era l’uomo che metteva il cuore nella missione. Non era un incerto, un titubante. Era un uomo convinto, deciso e fiducioso. Mai l’ho visto scoraggiatio e lamentoso. Era certamente forte, paziente, tenace, sereno. Era buono, scanzonato. Ricordo quando venne via da Mong Lin e io pensavo: ”Pover’uomo, dopo tanti anni passati a Mong Lin…”. Eppure lo vidi sereno, cominciò subito ad inserirsi nella nuova situazione come se ci fosse sempre stato. Rideva del fatto che aveva trovato tutto da rimettere in ordine, perchè padre Gerosa era un altro uomo, più disordinato nel cibo e nella casa. Ricordo che Vismara diceva che aveva trovato sedie con un solo bracciolo. Vismara era l’uomo organizzato ed ordinato e infatti rimise tutto in ordine, perché un missionario in ordine può fare molto più bene.
Era temperante nel modo giusto. Curava di mangiare per stare bene ed essere in forze per la missione. Su questo non credeva a chi faceva sacrifici esagerati, ma poi non aveva la forza di mettersi al servizio degli altri se il servizio era intenso. Ma quando viaggiava e mancava tutto, non c’era un lamento, in quella situazione era chiaro che bisognava accontentarsi.
Sono personalmente convinto che Vismara nel suo insieme è un esempio di amore viscerale per la missione. E questo può essere di esempio anche oggi. La sua santità era proprio questo, di non aver mai dubitato della sua scelta e della sua appartenenza per sempre a quella terra di Birmania. Esempio anche oggi per i missionari (pagg. 268-271 della “Positio”).

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