Un nuovo mondo è possibile ma solo a partire da Cristo – Padre Gheddo su “Mondo e Missione”

L’impegnomondo per la giustizia anima il movimento anti globalizzazione, che ha tra le sue fila molti giovani cattolici. Cosa può dire loro il mondo missionario? Denunciare le storture dal mondo non significa solo puntare il dito contro l’Occidente, piuttosto lasciarsi interrogare dalla verità sull’uomo.

Nel luglio 2001, a Genova, i no global (o new global) cattolici erano più della metà dei circa 200 mila che contestavano il G8. Inevitabile porsi la domanda: noi missionari e istituti missionari, noi animazione e riviste missionarie, che messaggio diamo a questi giovani e adulti di buona volontà, orientati verso la solidarietà con il Sud del mondo?

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La Chiesa italiana conta circa 15 mila missionari e missionarie (vescovi, preti, fratelli, suore, volontari laici) che hanno dato la vita o parte della vita per gettare ponti di condivisione, di educazione vicendevole, di aiuto verso i popoli non cristiani; essi “sono riconosciuti anche come promotori di sviluppo da governi ed esperti internazionali, i quali restano ammirati del fatto che si ottengano notevoli risultati con scarsi mezzi” dice il Giovanni Paolo Il nella Redemptoris missio (n. 58). I missionari sul campo sanno molto bene che questi popoli, come diceva Madre Teresa, “hanno fame di pane, ma ancor più hanno fame di Dio”. Per aiutare i poveri, non basta protestare e chiedere più soldi ai grandi della terra (facciamolo, ma non basta!): occorre annunziare Gesù Cristo, formando le coscienze, educando le famiglie, le comunità cristiane, i popoli stessi ai valori del Vangelo.

Tutti gli uomini, tutti i popoli e tutte le culture, hanno bisogno di Cristo. “Un altro mondo è possibile!”, gridano i new global. È un’aspirazione ideale che condividiamo profondamente: il modello di sviluppo in cui viviamo non soddisfa nessuno, nemmeno noi ricchi. Ed è un fatto positivo che, cadute le grandi ideologie, ci siano ancora giovani, e non, che si mobilitano spinti da ideali di giustizia, solidarietà, bene comune. Non di rado i no global cattolici cadono — a mio avviso — in letture semplicistiche della realtà, talvolta — forse senza averne piena coscienza — vengono strumentalizzati politicamente. Ciò non toglie che, a fronte di un immobi lismo del mondo giovanile ormai in larga parte appiattito sulla mera soddisfazione di bisogni materiali (discoteche ecc.), il fatto che molte persone spendano tempo ed energie per sognare un mondo diverso rimane un segno di speranza.

Ma la fede e l’esperienza dei missionari ci dicono che “un altro mondo” è possibile solo a partire da Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo. Se non siamo convinti di questo, dobbiamo interrogarci sulla nostra fede: “La missione è l’indice esatto della nostra fede in Cristo”, dice ancora la Redemptoris missio (n.11). Mi chiedo: perché questo messaggio, questa esperienza di vita, non passa nemmeno nei new global cattolici di associazioni, gruppi missionari e di volontariato internazionale?

Perché non diventa “movimento”, sostituendo l’ideologia della denunzia e della protesta, che se non ha sbocchi positivi porta alla delusione e al disimpegno quando non diventa concime per la violenza?

 Non è retorico farsi domande del genere. Proviamo a chiederci dove sono finiti i più vivaci e intelligenti “contestatori” del Sessantotto.

Risposta: nelle direzioni dei giornali e delle televisioni, nei consigli di amministrazione delle multinazionali che contestavano. Qualche anno fa, andando in aereo da Milano a Cagliari, mi si presenta (non l’avrei riconosciuto) uno dei giovani che avevano aderito a Mani Tese alla fine degli Sessanta, pieni di ideali e di capacità di sacrificio per gli altri. Adesso, cinquantenne, ha fatto carriera ed è amministratore di un impero economico che trent’anni fa avrebbe demonizzato.

Al di là delle semplificazioni del movimento new global (“loro sono poveri perché noi siamo ricchi”, è uno slogan facile e di sicuro effetto, ma anche una menzogna colossale), bisogna riconoscere che il movimento mobilita idealità e generosità che in altri settori giovanili non ci sono.

 Noi missionari abbiamo dunque una responsabilità fortissima, perché questi giovani ci interpellano, chiedono di essere orientati. Se proponiamo loro, come impegni prioritari, di lottare per la giustizia economica internazionale, di mandare più aiuti economico-tecnici ai popoli poveri, di azzerare il debito estero dei Paesi poveri, di abolire la vendita delle armi, di acquistare i prodotti del commercio equo e solidale, di protestare contro le multinazionali che sfruttano i poveri (questioni che riguardano quasi solo l’economia), noi li illudiamo, facendo loro proposte molto limitate, obiettivi che si possono anche condividere ma non assolutizzare come fanno i new global e i “profeti della protesta”.

Senza cadere nello spiritualismo disincarnato, dobbiamo mirare in alto, più in alto: l’obiettivo del cristianesimo è anche la giustizia e la solidarietà fra i popoli, ma i Papi e i missionari sul campo vanno ben oltre. Giovanni Paolo II lo dice chiaramente nella Redemptoris missio (n. 83): “Non si può dare un’immagine riduttiva dell’attività missionaria, come se fosse principalmente aiuto ai poveri, contributo alla liberazione degli oppressi, promozione dello sviluppo, difesa dei diritti umani. La Chiesa missionaria è impegnata anche su questi fronti, il suo compito primario è un altro: I poveri hanno fame di Dio e non solo di pane, e l’attività missionaria, prima di tutto, deve testimoniare e annunziare la salvezza in Cristo, fondando le Chiese locali, che sono poi strumenti di liberazione in tutti i sensi”.

Nella Sollicitudo rei socialis il Papa aggiunge (n. 41): “La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire al sotto-sviluppo in quanto tale, ma dà il primo contributo alla soluzione dell’urgente problema dello sviluppo quando proclama la verità su Cristo su sè stessa e sull’uomo, applicandola ad una situazione concreta”. I vescovi latinoamericani affermano: “Il migliore servizio al fratello è l’evangelizzazione, che lo dispone a realizzarsi come figlio di Dio, lo libera dalle ingiustizie e lo promuove integralmente (Puebla, 3.760).

Il compito dell’animazione missionaria è di educare i giovani, che ci seguono, a capire che il Vangelo è l’unica e vera soluzione ai problemi dell’uomo e di suscitare vocazioni missionarie, cioè di far innamorare i giovani di Gesù Cristo. Ma è possibile questo, quando di Gesù parliamo così poco o quasi mai in riviste, libri, convegni, incontri culturali e sulla fame nel mondo? Nel tempo della globalizzazione, quando tutti si interrogano su cosa possiamo fare per i popoli poveri, la sfida è di ripresentare con forza echiarezza la soluzione cristiana, che la Chiesa sperimenta da molti secoli: l’esperienza dei missionari che non hanno atteso I’Onu o la Fao per l’aiuto ai poveri e la loro elevazione umana.

Ora, sembra quasi che su questa dimensione dell’impegno missionario sia calata una sorta di morbida censura. Come se si avesse paura a proporre il Vangelo anche come fattore di autentico sviluppo umano.

Don Gianni Rocchia, sacerdote fidei donum di Cuneo in Brasile dal 1968, ha scritto a Mondo e Missione (giugno-luglio 2002, p. 8): “Da molti anni leggo la rivista di cui apprezzo la linea missionaria ed ecclesiale. Scrivo perché provo vergogna in Italia nel dire che in Brasile mi dedico a ritiri ai giovani e alla formazione dei preti.

Tutti vogliono sentire le lotte popolari, i senza terra e poi i meninos da rua e le adozioni internazionali. Anche in questo sono immerso, ma la mia opzione è più diretta all’evangelizzazione”.

Padre Igino Mattarucco del Pime, in vacanza dalla Birmania, scriveva sempre a Mondo e Missione (agosto-settembre 1986, p. 412): “Invitato a parlare in parrocchie, gruppi missionari e giovanili, ho trovato una buona sensibilità riguardo alla fame di pane, ma mi pare ci sia quasi un’insensibilità alla fame di Dio. L’aiuto materiale ai poveri è compreso, l’annunzio di Cristo sembra superfluo quando non è contestato: “Hanno anche loro una religione, mi sento dire, perché disturbarli nelle loro credenze?”. Dopo alcuni mesi che sono in Italia mi sento spinto anch’io a parlare soprattutto di lebbrosi da curare, di profughi e orfani da accogliere, di gente poverissima da aiutare in vari modi, di ingiustizie da riparare e denunziare… Tutto questo è un impegno preciso del missionario: ma mi accorgo che a volte finisco per dire solo questo, mentre la mia esperienza più profonda di vita in Birmania è un’altra, che qui in Italia non riesco ad esprimere, non trovo l’ambiente accogliente e interessato… Io ho toccato con mano che il contributo essenziale che il missionario e la Chiesa danno alla crescita di un popolo e alla liberazione da ogni oppressione non è tanto l’aiuto materiale o tecnico, quanto l’annunzio di Cristo: una famiglia, un villaggio, diventando cristiani passano da uno stato di passività, negligenza, divisione, ad un inizio di cammino di crescita e di liberazione. Il perché mi pare evidente e andrebbe approfondito nella cosiddetta “animazione missionaria”…

Non capisco perché in Italia, anche nelle riviste missionarie, questi discorsi si fanno poco e sembra quasi che noi ci siamo fatti missionari per distribuire cibo, costruire scuole, condividere la vita dei poveri… Insomma non mi risulta chiaro, nell’animazione missionaria in Italia, che il primo vero dono che noi portiamo ai popoli è la fede in Cristo, che trasforma la vita e la società, creando un modello nuovo e più umano di sviluppo”.

C’è un secondo motivo su cui riflettere. I new global, per spiegare la povertà del terzo mondo, puntano unicamente il dito contro l’Occidente: è una critica radicale alla società occidentale e al nostro modello di sviluppo, che rischia di portare al nichilismo. Si tratta di un atteggiamento negativo perché non risponde alla realtà dei fatti: il nostro modello di sviluppo va certo migliorato e corretto, ma ha fatto fare un cammino grandioso ai nostri popoli che per primi l’hanno inventato e adottato. I giovani d’oggi non hanno più idea di come si vivesse nell’Italia del recente passato. Negli anni Trenta, quand’ero ragazzo (sono nato nel 1929), a Tronzano (Vercelli) c’erano le malattie della denutrizione, nella maggioranza delle famiglie non si mangiava a sufficienza, la carne, quando c’era, solo alla domenica; mia madre è morta al paese di polmonite e di parto con due gemelli a 34 anni (il ricovero in ospedale era raro); forse un terzo dei ragazzi non finivano i cinque anni delle elementari perché andavano a lavorare per poter mangiare; nel 1921 il metalmeccanico faceva 60 ore di lavoro la settimana, nel 1948 solo 48, oggi 38-39; dopo la seconda guerra mondiale c’era solo una settimana di ferie l’anno, oggi un mese! Quando si dice che il nostro modello di vita non funziona, bisogna aggiungere che comunque ha migliorato moltissimo il livello di vita degli italiani.

Ma il nostro tempo ha bisogno di ottimismo e di speranza, non di pessimismo: la nostra società, che vive “come se Dio non esistesse”, è già troppo pessimista. Come si possono invitare i giovani a donare la vita alla missione della Chiesa e al volontariato internazionale, in un ambiente che ha una visione pessimistica del mondo occidentale, della Chiesa? Noi demonizziamo il progresso realizzato dall’Occidente: in realtà rinneghiamo le radici da cui esso proviene, che sono radici cristiane. Per quale alternativa? Il nichilismo della filosofia atea del Novecento, da Nietzsche in poi; una filosofia negativa, che non ha sbocchi positivi e porta l’uomo al nulla; è la stessa filosofia della “crescita zero” demografica.

Ascoltando certi “profeti della protesta”, sembra che dobbiamo ripudiare radicalmente l’Occidente cristiano, che l’Occidente non ha nulla da insegnare agli altri popoli. Dove porta questa ideologia diffusa nei new global? Alla delusione, al pessimismo, al nichilismo. Sono questi i sentimenti che riviste, libri e animazione missionaria debbono suscitare nei giovani e negli adulti, che dovremmo orientare positivamente all’amore di Gesù Cristo e a donare la vita agli altri, come Lui ha fatto?

Nelle conversazioni che propongo sulla globalizzazione e sull’aiuto ai popoli del mondo, dico sempre che dobbiamo ritornare a Cristo e al suo Vangelo. Questo discorso, con i relativi esempi che lo concretizzano, ha una certa efficacia. Ho parlato in Università, centri culturali e biblioteche, gruppi e associazioni, a una cinquantina di deputati a Montecitorio, nella sala del Consiglio comunale di Pescara, in centri culturali, in cinema e teatri: e lanciando il messaggio forte che nell’epoca della globalizzazione dobbiamo anzitutto convertirci a Cristo e cambiare vita, per essere più disponibili nell’aiuto ai fratelli, mi pare di aver incontrato molti disposti a discutere e riflettere.

Soprattutto, in questo contesto è un messaggio nuovo perché quando si parla di globalizzazione si parla quasi solo di soldi (Tobin tax, azzeramento debito estero, prezzi materie prime, finanziamenti allo sviluppo, commercio equo e solidale, ecc.). II passaggio dai soldi alla conversione a Cristo non è facile, ma come cristiani e missionari vale la pena di tentarlo, per lanciar proposte forti e provocatorie anche sul piano personale.

Sinceramente non riesco a capire perché l’associazionismo giovani cattolico italiano non si muova chiaramente e dichiaratamente in questa direzione; perché il movimento missionario e la stessa Chiesa italiana non promuovano studi, congressi, orientamenti culturali in questo senso.

Nel “Manifesto delle associazioni cattoliche ai leader del G8” (7 luglio 2001) Gesù Cristo, il Vangelo, la Chiesa, i missionari non sono nemmeno nominati. In un dibattito su questo tema, una personalità dichiaratamente cattolica, alla mia proposta di convertirci a Cristo, come modello di amore al prossimo, ha commentato: “La conversione a Cristo è un fatto personale e non è importante: l’importante è amare l’uomo …”. Come “amare l’uomo”! Ma per il cristiani la verità sull’uomo ha un nome preciso: Cristo. Nel lontano 1970 Paolo VI avvertiva: “Senza Cristo, i più grandi valori diventano facilmente disvalori”. E la storia, anche recente, ci ha dato ampie conferme della gravità di questo rischio.

Piero Gheddo
dicembre 2002

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