Francesco: la gioia di portare Cristo al mondo – Padre Gheddo a Radio Maria 2014

papa FrancescoCari amici di Radio Maria, dopo un anno e mezzo che Papa Francesco è stato eletto Pontefice della Chiesa universale (il 13 marzo 2013), le novità del suo pontificato continuano ad interessare e provocare molti, portando frutti visibili di Vangelo. Francesco e la Chiesa sono temi di attualità in senso positivo, in tutto il mondo, come testimoniano i missionari che vivono in paesi non cristiani. L’attenzione dei mass meda e dell’opinione pubblica è sempre molto viva su tutto quello che dice e fa Papa Francesco. Anche in Italia, ogni giorno giornali telegiornali informano e commentano l’azione del Papa argentino-italiano che viene “quasi dalla fine del mondo” e indubbiamente interessa e piace a tutti.

Molti si interrogano su come Francesco intende riformare la Chiesa, cioè anche la nostra vita, di noi credenti in Cristo e membri della Chiesa. Eppure l’ha già detto con molta chiarezza con la lettera apostolica “Evangelii Gaudium”, la gioia del Vangelo, pubblicata nella Festa di Cristo Re, la domenica 24 novembre 2013. Nelle mie brevi vacanze al mese di luglio, ho riletto e meditato questo straordinario documento papale, che è il manifesto programmatico di Papa Francesco, pubblicato all’inizio del suo pontificato, nel quale indica le finalità e le vie per realizzare la riforma della Chiesa nel nostro tempo, e quindi anche la riforma della nostra vita cristiana ed ecclesiale. La riforma della Chiesa, infatti, incomincia da me e questo vale per tutti.
Ho intitolato questa catechesi “La gioia di portare Cristo al mondo”, perchè questo è il movente e lo scopo finale che si è proposto Papa Francesco: riportare gli uomini a Cristo e alla Chiesa, rendendo tutti noi credenti pieni di gioia e responsabili di questa missione universale. Un testo davvero interessante e leggibile, che io credo tutti dobbiamo leggere per capire questo Papa così originale e missionario.

La catechesi si sviluppa in tre punti, che sono:
1) “Guai a me se non annunzio il Vangelo”.
2) “La Chiesa deve uscire da se stessa”.
3) “Evangelizzzre con spirito missionario”.

I) “Guai a me se non annunzio il Vangelo”

Anzitutto lasciatemi dire che l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium ha avuto uno scarso impatto nel mondo cattolico, forse perchè, non essendo un’Enciclica, documento più solenne, più teologico, ma una “Esortazione apostolica”, cioè una lettera di natura pastorale, ha attirato un minor numero di commenti; o più probabilmente perché è un testo che riflette gli inizi del pontificato, quando Francesco viveva quasi alla giornata fidandosi dello Spirito e a poco a poco manifestava con la parola e gli atti lo stile e i contenuti del suo pontificato.
La Evangelii Gaudium risente di questo e tratta di molti e svariati temi, poichè il raggio d’azione della Chiesa che evangelizza è vastissimo e non è facile fare una sintesi, anche perché non dice tutto, presuppone temi che ha già trattato. Giovanni Paolo II ha pubblicato 14 Encicliche e 15 Esortazioni apostoliche, ciascuna su un tema specifico; Papa Francesco nella Gioia del Vangelo parla di tutto.
Comunque, la Gioia del Vangelo è il testo che bisogna conoscere per entrare in sintonia con Papa Francesco, con l’uomo e il suo programma, e poter davvero seguirlo e aiutarlo anche con la nostra vita e la nostra preghiera. La prima raccomandazione che voglio fare a tutti è di leggere, meditare e pregare questo libretto. Tra l’altro si legge bene perché è molto concreto e comprensibile da tutti, anche se, ripeto, non ha uno schema preciso, non è una lezione scolastica. Francesco parla col cuore e quasi racconta la sua esperienza di cristiano e di prete.

La Evangelii Gaudium inizia così (n. 1): “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita di coloro che si incontrano con Cristo, coloro che si lasciano salvare da Lui e sono liberati dal peccato, dalla tristezza del vuoto interiore. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia”. Papa Francesco si rivolge a tutti noi e ci rende protagonisti del suo piano di annunziare e testimoniare Cristo agli uomini.
Dice che la gioia è la caratteristica del cristiano che vive davvero la comunione con Cristo. Il vivere con gioia la nostra vita cristiana è la miglior testimonianza che possiamo dare del Vangelo, che – scrive Francesco (n.5) – “invita con insistenza alla gioia” e porta alcuni esempi. Nella visita a Santa Elisabetta, Maria dice: “Il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore” (Luc 1,17); Gesù promette ai suoi discepoli: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Giov. 15,19) e garantisce: “E nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Giov. 16,22). Gli Atti degli Apostoli confermano che nella prima comunità cristiana, pur in mezzo alla persecuzione e al martirio, “vi fu grande gioia” (At 13,52); i discepoli “prendevano cibo con letizia” (At 2,46); e persino il carceriere che assiste alla liberazione miracolosa di Pietro, appena battezzato “era pieno di gioia insieme ai suoi familiari per aver creduto in Dio (At 16,34)”.

La parola “gioia” è forse la più importante nella Evangelii Gaudium, che la cita 59 volte! Perchè Francesco apre la sua lettera parlando della gioia di vivere e amare Gesù Cristo? Perché il peccato, qualsiasi peccato, porta tristezza, pessimismo, depressione e conduce alla morte. Gesù Cristo, che morendo in Croce e risorgendo, ci ha liberati dai nostri peccati e quindi ci dà la gioia di vivere. Ecco la grande verità che sperimentiamo nella nostra vita: quando sono in pace con Dio e con il prossimo sono felice e contento, quando ho peccato sono triste.
L’atmosfera dominante nella nostra Italia e nell’Europa cristiana è il pessimismo, il lamento, la mancanza di speranza: quando dall’orizzonte di una persona, di una famiglia, di un paese si toglie il sole di Dio, l’uomo rimane da solo e vede solo buio nel suo futuro.
L’11 agosto 2014 è morto negli Stati Uniti quel grande attore e comico americano, Robin Williams (1951-2014), che si è impiccato nella sua grande e lussuosa residenza. Chi lo conosceva bene ha detto di lui: “Era famoso e pieno di soldi, capace di far ridere tutti gli spettatori dei suoi films e teatri, ma nella sua vita non c’era la luce, nel suo futuro vedeva solo buio”. Noi lo ricordiamo con simpatia e preghiamo per lui, l’ho citato solo come esempio e quasi simbolo della nostra mondo, che ha perso di vista che il senso vero della vita: quello che dà gioia, è riconoscere che dipendiamo e siamo amati da Dio e salvati da Gesù Cristo.

Papa Francesco invita ad un esame di coscienza. Scrive (n. 6): “Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua… Capisco le persone che inclinano alla tristezza per le gravi difficoltà che devono patire, però poco alla volta bisogna permettere che la gioia della fede cominci a destarsi”.
E aggiunge: “Invito ogni cristiano,in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Cristo, cercarlo ogni giorno senza sosta” (n. 3). Solo in questo “incontro con l’amore di Dio che diventa felice amicizia”, noi ci liberiamo dal nostro egoismo e diventiamo pienamente umani. E aggiunge: “Qui sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice” (n. 8).

“Un uomo tutto di Dio e tutto per gli altri”

La Evangelii Gaudium non è un documento teologico, ma pastorale. Più che approfondire le verità del cristianesimo o della morale cristiana, vuol stimolare la Chiesa e tutti noi pecorelle di Cristo ad evangelizzare.
Al centro della Gioia del Vangelo c’è l’idea base del suo Pontificato, l’annunzio della Misericordia di Dio. Francesco ha insistito fin dall’inizio nel dire e ripetere che Dio è buono, vuole bene a tutti e perdona sempre: “Non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono… Questo è il messaggio più forte del Signore: la misericordia… Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe… E’ la misericordia che cambia il mondo”. Chi ha sperimentato nella sua vita la bontà, la tenerezza, la misericordia infinita di Dio, non può non comunicare agli altri questa sua esperienza che lo riempie di gioia (n.10).
Poi si rivolge specialmente agli operatori pastorali: “Un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale. Recuperiamo la dolce e confortante gioia di evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime. Possa il mondo del nostro tempo ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo » (n. 10).
Cari amici di Radio Maria, io penso che questa richiesta del Papa valga per tutti noi credenti in Cristo, preti o suore, uomini o donne, giovani o anziani. La domanda che dobbiamo farci è questa: io che credo in Cristo, sono una persona serena, che sorride alla vita, oppure mi ritrovo triste e depresso? Non importa la situazione in cui ci troviamo, capisco che ci sono momenti nella vita in cui prevale in noi la preoccupazione, la coscienza di essere in una situazione difficile e dolorosa. Ma la fede e l’amore di Cristo, se sono in me autentici e profondi, debbono darmi la luce, il calore, la sicurezza che Dio mi vuole bene, mi aiuta e mi perdona sempre.
La meta a cui mira Papa Francesco è di suscitare in noi “la dolce gioia di evangelizzare”, per essere anche noi evangelizzatori e spiega perché: “Il bene tende sempre a comunicarsi”, chi ama Cristo e sperimenta con gioia che questa è la vera vita, ha pietà di tante persone che hanno bisogno anche loro del Salvatore e sente la spinta interiore a partecipare in qualche modo alla missione della Chiesa.
Papa Francesco cita queste espressioni di San Paolo: “L’amore di Cristo ci possiede” (2 Cor 5,14), “Guai a me se non annunzio il Vangelo” (1 Cor 9, 16) e spiega: “L’evangelizzatore non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale: la vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri. La missione alla fin fine, è questo” (nn.9-10).
Mi piace la definizione che un testimone e compagno di missione in Amazzonia ha dato di mons. Aristide Pirovano (1915-1997), fondatore della diocesi di Macapà in Amazzonia e poi superiore generale del Pime: “Era un uomo tutto di Dio ma anche tutto per gli altri”; e in una lettera agli abitanti della sua città natale di Erba (Como), mons. Pirovano (di cui ho scritto la biografia: “ll vescovo partigiano”, EMI 2007) lanciava un appello dal lebbrosario di Marituba per ricevere aiuti economici e ringraziava per quelli che già aveva ricevuto; ma poi aggiungeva: “Credetemi i soldi sono importanti specie in questo luogo, ma è molto più importante il calore umano e cristiano. Gli stessi miei lebbrosi contano più sulla mia amicizia, sul mio sorriso (mi chiamano il vescovo del sorriso!), che non sul mio portafoglio. Non è bello? Questo vale i piccoli sacrifici che si devono affrontare ogni giorno. Vale la pena di vivere così!”.
La carità è la prima testimonianza cristiana che i non cristiani apprezzano, virtù di cui noi credenti dobbiamo essere testimoni nella nostra giornata e nella nostra vita, perché rappresenta concretamente la paternità, la misericordia e l’amore di Dio. Ma l’amore è multiforme e comprende: accoglienza, sorriso, aiuto a chi ha bisogno, distacco dal denaro, misericordia, cordialità, bontà, consolazione dei malati, disponibilità ad ascoltare gli altri, ecc. Il cristiano, e soprattutto una persona consacrata, che ama Gesù Cristo dev’essere “un uomo per gli altri” come Gesù: preoccuparsi degli altri come e anche più che di se stesso.

“L’annunzio di Cristo è il compito primo della Chiesa”

Papa Francesco parla spesso dei poveri e degli ultimi, ma è anche convinto, come scrive nella Gaudium Evangelii, che “l’evangelizzazione è essenzialmente connessa con la proclamazione del Vangelo a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato. Molti di loro cercano Dio segretamente, mossi dalla nostalgia del suo volto, anche in paesi di antica tradizione cristiana. Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo ma « per attrazione» (n. 14).
E afferma. “Bisogna non perdere la tensione per l’annunzio a coloro che stanno lontani da Cristo, perché questo è il compito primo della Chiesa. L’attività missionaria rappresenta, ancor oggi, la massima sfida per la Chiesa… L’azione missionaria è il paradigma di ogni opera della Chiesa” (n. 15).
Parole molto forti che vanno contro corrente rispetto alla cultura dominante nella Chiesa oggi, almeno in Italia. Un giovane parroco di Calenzano (Firenze), don Paolo Cioni, col quale ho vissuto alcuni giorni in estate, mi diceva: “Le nostre parrocchie sembrano diventate delle Ong impegnate nel sociale, che lanciano appelli per aiuti ai poveri, ai perseguitati, ai disoccupati e concretamente impegnano i fedeli in queste opere e aiuti. Tutto bene, ma si dimentica spesso che il compito primo di noi preti e della Chiesa è di natura religiosa: portare Dio agli uomini e gli uomini a Dio, attraverso la fede, la preghiera, i Sacramenti, la lotta contro il peccato personale, ecc. Se seguiamo tutte le emergenze, le povertà, le ingiustizie umane, non diciamo più con chiarezza e forza che l’uomo e la società umana hanno bisogno anzitutto di Dio”.
Nell’ultimo Capitolo della “Evangelii Gaudium” (“Evangelizzatori con Spirito”), Papa Francesco dice che vorrebbe “trovare le parole per incoraggiare una stagione evangelizzatrice più fervorosa, gioiosa, generosa, audace, piena d’amore fino in fondo e di vita contagiosa, ma so che nessuna motivazione sarà sufficiente, se non arde nei cuori il fuoco dello Spirito” (n. 261). E aggiunge: “L’entusiasmo nell’annunziare il Cristo si fonda sulla convinzione di rispondere a questa attesa dei popoli” (n. 264). Ricevendo il Premio Nobel nel 1979, la Santa Madre Teresa diceva: “La più grande disgrazia dell’India è che non conosce Gesù Cristo” e aveva suscitato stupore e anche opposizioni. Lei, impegnatissima con i poveri e gli ultimi, diceva solo quel che dice e ripete la Chiesa.
Ancora Francesco: “La prima motivazione per evangelizzare è l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto, l’esperienza di essere salvati da Lui che ci spinge ad amarlo sempre di più” (n. 264)… “Non è la stessa cosa cercare di costruire il mondo nuovo con il suo Vangelo piuttosto che farlo unicamente con la propria ragione….Il vero missionario sa che Gesù cammina con lui, parla con lui, respira con lui, lavora con lui. Sente Gesù vivo insieme con lui nel mezzo dell’impegno missionario. Se uno non lo scopre presente nel cuore stesso dell’impresa missionaria, presto perde l’entusiasmo e smette di essere sicuro di ciò che trasmette, gli manca la forza e la passione. E una persona che non è convinta, entusiasta, sicura, innamorata, non convince nessuno” (n. 266).

“Per mantenere vivo l’ardore missionario occorre una decisa fiducia nello Spirito Santo, perché Egli « viene in aiuto alla nostra debolezza » (Rm 8,26). Ma tale fiducia generosa deve alimentarsi e perciò dobbiamo invocarlo costantemente. Egli può guarirci da tutto ciò che ci debilita nell’impegno missionario” (n. 280).

II) “La Chiesa deve uscire da se stessa”

Il primo Capitolo della “Evangelii Gaudium” indica col titolo la svolta epocale che la comunità dei credenti in Cristo deve compiere nel nostro tempo: “La Chiesa in trasformazione missionaria”. Cioè, deve uscire da se stessa per andare a tutti i popoli. Un tema molto interessante perché riguarda tutti noi e tutte le comunità ecclesiali,diocesi, parrocchie, associazioni, movimenti, famiglie. E’un’immagine di movimento verso l’esterno, poiché il fine delle comunità ecclesiali è di incontrare gli altri, andare alla ricerca di quelli che non credono o hanno rifiutato Gesù Cristo, per annunziare loro la gioia e la bellezza dell’incontro col Salvatore di ogni uomo.
Questa tensione dell’uscire, andare, non rimanere chiusi in se stessi è una cultura di popolo che è già presente nella Chiesa, ma non ha ancora coinvolto tutti i credenti in Cristo e tutte le strutture ecclesiali. L’alternativa è cadere nella tentazione della “mondanità”,come vedremo, che significa una Chiesa autoreferenziale che ha esaurito la sua carica, l’entusiasmo missionario di donarsi agli altri per testimoniare la salvezza in Cristo; e suscita scandalo, cioè scandali, che sono subito reclamizzati dai mezzi di comunicazione sociali e allontanano sempre più gli uomini e donne del nostro tempo.

La trasformazione missionaria della Chiesa

Papa Francesco ricorda che nella Bibbia appare spesso il dinamismo di “uscire” perché Dio chiama; Abramo accetta la chiamata di partire per una terra nuova che ancora non sa quale sia; Mosè ascolta la chiamata di Dio e porta il suo popolo fuori dall’Egitto verso la “terra promessa”; al profeta Geremia Dio dice: “Andrai a tutti i popoli ai quali ti manderò” e agli Apostoli: “Andate in tutto il mondo, annunziate il Vangelo a tutti gli uomini” (n. 20).
La crisi di fede di cui soffre oggi il popolo italiano è una crisi che si può superare rispondendo alla chiamata del Signore, che attraverso Papa Francesco ci dice: “Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una «semplice amministrazione». In tutte le regioni della terra mettiamoci in « stato permanente di missione” (n.25).
Francesco spiega che tutte le strutture, le istituzioni ecclesiali e tutti i battezzati devono riformarsi in senso missionario: il passaggio da una “pastorale di conservazione” dei fedeli che vengono in chiesa ad una “pastorale missionaria” verso quelli che si sono allontanati: “La parrocchia può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità” (n. 28).
Già si sono compiuti molti tentativi in questo senso, “ma l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente e si orientino completamente verso la missione”. Le parrocchie sono più o meno come quelle del passato, quando, in genere, la maggioranza degli italiani erano credenti e praticanti. Dagli anni cinquanta ad oggi, la situazione è radicalmente cambiata. Nell’ultimo censimento, circa 10 milioni si sono dichiarati “non religiosi o atei”; i cattolici sono poco più dell’80%, ma la frequenza media nazionale alla Messa domenicale è sul 20%!
Francesco scrive (n. 30): “La parrocchia, sotto la guida del Vescovo, anch’essa chiamata alla conversione missionaria” e dà indicazioni di come si può fare questa riforma: ricuperare l’entusiasmo della fede e “la gioia di comunicare Cristo”, che deve spingere verso i non credenti e le periferie del proprio territorio; e poi, l’unità degli spiriti e la collaborazione dei laici: “Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione … non solo recettivo”. Nella parrocchia è necessario “un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Questa convinzione si trasforma in un appello diretto ad ogni cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione… Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia (Gv 1,41)… E noi che cosa aspettiamo?”.
“I movimenti sono una ricchezza della Chiesa”

Oggi la parrocchia è fin troppo impegnata nell’assistere e conservare i fedeli che vengono in chiesa. Per chi è fuori, i sacerdoti non hanno più tempo di prendere iniziative missionarie e i laici non sono formati e abituati a pensarci. Papa Francesco accenna alle “comunità di base e piccole comunità, movimenti e altre forme di associazione: sono una ricchezza della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti e settori. Molte volte apportano un nuovo fervore evangelizzatore e una capacità di dialogo con il mondo che rinnovano la Chiesa. Ma è molto salutare che non perdano il contatto con questa realtà tanto ricca della parrocchia del luogo, e che si integrino con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare” (n. 29).
Perché i movimenti e le comunità di base, in genere, realizzano una pastorale missionaria? Perché sono comunità laicali, suscitate dallo Spirito Santo fuori dell’organizzazione territoriale delle diocesi-parrocchie, formate e dirette da laici con il carisma del loro fondatore; e si diffondono attraverso i contatti personali dei loro membri con i lontani o non credenti in vari ambienti e categorie di persone (studenti, giovani, famiglie, professionisti).
Nell’agosto scorso, Papa Francesco è stato in Corea del Sud dove la Chiesa cresce per circa 100.000 battesimi di adulti l’anno. La Chiesa in Corea è nata alla fine del 1700 dai laici convertiti in Cina, che poi hanno annunziato Cristo nella loro patria. E anche oggi i missionari verso i non cristiani sono i laici formati e diretti dalle loro comunità, inseriti nelle parrocchie per il compito missionario.
Sono stato in Corea vent’anni fa e un parroco di Kwanjù mi diceva che la sua parrocchia aveva circa 400-500 battesimi di adulti all’anno, dopo due-tre anni di catecumenato. Ho chiesto chi era missionario fra i non cristiani e mi ha detto: “Sono i laici, specialmente della Legione di Maria e altri movimenti, che formano piccole comunità e formano i laici ad uno spirito missionario, in piena collaborazione con la parrocchia”.

Per rievangelizzare il nostro popolo italiano, la parrocchia territoriale non basta. E’ fondamentale perchè è presente ovunque e rappresenta la Chiesa istituzionale, ma ha scarse energie per la missione verso i non credenti. “I movimenti – come scrive Francesco (n. 29) – sono una ricchezza della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti e settori. Molte volte apportano un nuovo fervore evangelizzatore e una capacità di dialogo con il mondo che rinnovano la Chiesa. Ma è molto salutare che non perdano il contatto con questa realtà tanto ricca della parrocchia del luogo, e che si integrino con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare. Questa integrazione eviterà che rimangano solo con una parte del Vangelo e della Chiesa, o che si trasformino in nomadi senza radici”.

Ho chiesto a due confratelli che fanno parte di un movimento perché ottengono, con l’aiuto di Dio, conversioni di lontani dalla fede in Cristo. Il “focolarino” mi detto: “Non abbiamo timore di dichiararci cristiani e stimolarci sulle cose religiose fra di noi. Attorno all’ideale dell’amore di Cristo, il Focolare forma piccole comunità di cristiani che si conoscono, si vogliono bene, si aiutano. Il movimento dà un senso alla nostra vita. Magari poi si sbagliano i mezzi, i metodi, le iniziative, ma quando c’è “il fuoco della missione”,  con l’aiuto di Dio i frutti si vedono”.
Il ciellino: “I giovani vogliono ideali forti. La formazione di CL è centrata su Cristo, come risposta radicale alle esigenze dell’uomo. Oggi tanto mondo cristiano parla della fede in modo relativo: prima vengono economia, politica, scienza, cultura, poi c’è anche la fede. Questo non convince nessuno. Tutti hanno bisogno dell’amore e della verità di Cristo e questo è affermato non in modo integralista o sentimentale, ma in modo esperienziale, comunitario e militante, che chiede qualcosa e dà molto di più”. Ci vorrebbe, anche in Italia, un’intesa tra Chiesa istituzionale e Chiesa carismatica, un’integrazione tra diocesi-parrocchie e movimenti-comunità laicali, le due forze che debbono camminare unite per il fine della Nuova evangelizzazione.

“Riforma della Chiesa per arrivare a tutti”

Per una “trasformazione missionaria” della Chiesa, Papa Francesco dà altre indicazioni. Prima dice (n. 31): Il Vescovo deve sempre favorire la comunione missionaria nella sua Chiesa diocesana,perseguendo l’ideale delle prime comunità cristiane nelle quali “i credenti avevano un cuor solo e un’anima sola” (At 4, 32); poi dà indicazioni concrete e conclude: “L’obiettivo non è principalmente l’organizzazione ecclesiale, bensì il sogno missionario di arrivare a tutti”.
Francesco ha sempre nella mente e nel cuore la missione ai lontani! E poi afferma con chiarezza: “Il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di una conversione pastorale… Una eccessiva centralizzazione anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria” (n. 31). In un anno e mezzo di pontificato Francesco si è impegnato molto in questo senso, ha scosso l’ambiente curiale romano col suo esempio e ha cominciato a mettere regole per la trasparenza, l’austerità e l’efficienza della burocrazia, per un miglior servizio alle Chiese locali di tutto il mondo.
Anche il rapporto del Papa con le conferenze episcopali dev’essere rivisto, affinchè “il senso della collegialità si realizzi concretamente”. Il modo di esercitare il primato di Pietro è un tema molto attuale, per facilitare il ritorno delle Chiese cristiane all’unità della Chiesa di Cristo. Poche parole, ma sufficienti a far capire che Francesco è mandato dallo Spirito Santo per l’ecumenismo e la missione universale.
Poi passa al “modo di comunicare il messaggio” e dice che anche questo dev’essere “rivisto in chiave missionaria”. Data la rapidità delle comunicazioni nel mondo d’oggi e la sintesi di quanto diciamo che fanno i mass media, bisogna annunziare “il cuore del messaggio di Gesù”, che è “la bellezza dell’amore salvifico di Dio, manifestato in Gesù Cristo morto e risorto”. “C’è una gerarchia nelle virtù – scrive Francesco – la misericordia è la più grande delle virtù ed è compito di chi è superiore, ecco perché è proprio Dio ad usare misericordia verso di noi”.
Francesco esprime in termini generali una norma che i missionari praticano dove c’è il primo annunzio del cristianesimo fra i non cristiani. là dove nasce la Chiesa, bisogna dare una precisa identità al cristianesimo, usando parole semplici e illustrando le verità fondamentali della nostra fede e non perdersi in aspetti anche importanti ma secondari oppure in senso negativo, la condanna di certi costumi morali. Francesco scrive (n. 39): “Quando la predicazione è fedele al Vangelo, si manifesta con chiarezza la centralità di alcune verità e risulta chiaro che la predicazione morale cristiana non è un’etica stoica, né un catalogo di peccati ed errori. Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da sé stessi per cercare il bene di tutti. Quest’invito non va oscurato in nessuna circostanza! Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta di amore”.

“Il deserto spirituale nelle società senza Dio”

Interessanti queste e altre precisazioni concrete sul come rendere missionaria la Chiesa la parrocchia, che invitano gli operatori pastorali, prima i vescovi e i preti ma anche tutti gli altri (diaconi, suore, catechisti, insegnanti di religione), ad un esame di coscienza sui contenuti e i metodi della nostra predicazione.
Francesco scrive (n. 86): “In alcuni luoghi si è prodotta una “desertificazione” spirituale, frutto del progetto di società che vogliono costruirsi senza Dio e distruggono le loro radici cristiane. Lì il mondo cristiano sta diventando sterile, e si esaurisce, come una terra supersfruttata che si trasforma in sabbia. Anche la propria famiglia o il proprio luogo di lavoro possono essere quell’ambiente arido, dove si deve conservare la fede e cercare di irradiarla”. Evidentemente s riferisce anzitutto all’Europa cristiana da duemila anni!
E richiama le parole di Gesù (n. 92): Siamo “chiamati a vivere come comunità che sia sale della terra e luce del mondo” (Mt 5,13-16). In caso contrario, se ci chiudiamo in noi stessi, rischiano di cadere “nella mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa, ma consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale. È quello che il Signore rimproverava ai Farisei” (n. 93).
Si tratta di un modo sottile di cercare “i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo » (Fil 2,21). Assume molte forme, a seconda del tipo di persona e della condizione nella quale si insinua. E’ legata alla ricerca dell’apparenza e all’esterno tutto appare corretto. Ma se invadesse la Chiesa, sarebbe infinitamente più disastrosa di qualunque altra mondanità semplicemente morale” (n. 93). Parole molto forti: l’ipocrisia dei cristiani, e soprattutto degli operatori pastorali, fa più danni alla Chiesa di altre mondanità morali!
Papa Francesco presenta due immagini di Chiesa: la Chiesa evangelizzatrice che esce da se stessa; e la Chiesa mondana che vive in sé, da sé, per sé: “Dio ci liberi da una Chiesa mondana, sotto drappeggi spirituali e pastorali! Questa mondanità asfissiante si sana assaporando l’aria pura dello Spirito Santo, che ci libera dal rimanere chiusi in noi stessi, in un’apparenza religiosa vuota di Dio” (n. 97).
“La Chiesa è chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre” e questo in due sensi (n. 47):
Un segno concreto di questa apertura è una chiesa con le porte aperte, così se qualcuno si avvicina cercando Dio, non incontri la freddezza di una porta chiusa;
Tutti possono partecipare alla vita ecclesiale, tutti possono far parte della comunità e nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi.

E conclude con questo accorato appello missionario (n. 49): “Usciamo per offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Ripeto qui per tutta la Chiesa ciò che molte volte ho detto ai sacerdoti e laici di Buenos Aires: preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti.
“Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: “Voi stessi date loro da mangiare (Mc 6,37)”.
III) Evangelizzare con spirito missionario

La Evangelii Gaudium, lo ripeto, è una panoramica a 350 gradi sulla pastorale ecclesiale, che deve diventare sempre più missionaria. Il terzo capitolo intitolato “L’Annunzio del Vangelo”, incomincia con una solenne dichiarazione (n. 110): “Non ci può essere vera evangelizzazione senza l’esplicita proclamazione che Gesù è il Signore”; e continua citando Giovanni Paolo II nella “Ecclesia in Asia” (del 1999), quando dice che in ogni attività di evangelizzazione ci deve essere “il primato della proclamazione di Gesù Cristo”; e poi ancora, sempre rivolgendosi ai vescovi dell’Asia: se la Chiesa “deve compiere il suo destino provvidenziale, l’evangelizzazione, come gioiosa, paziente e progressiva predicazione della morte salvifica e della Risurrezione di Gesù Cristo, dev’essere la vostra priorità assoluta”.

Il rischio dei valori evangelici laicizzati

Affermazioni che possono sembrare ovvie, scontate e invece sono molto importanti nel nostro tempo quando sta prevalendo la cultura secolarizzata, per cui molti nella Chiesa sono tentati di parlare dei “valori cristiani” (amore, pace, perdono, solidarietà…) ma di tacere che tutto questo è la Rivelazione del volto di Dio che Gesù ha portato all’umanità. Si predica il messaggio ma si tace del messaggero, i valori religiosi del Vangelo, diventano valori laici che vengono dall’Illuminismo, dalla Rivoluzione francese, dalle filosofie umane che ignorano Dio.
La cultura secolarizzante tende a ridurre la fede e la vita cristiana ad un hobby privato, di cui non è bene parlare in pubblico. Cioè la fede staccata dalla vita, che Papa Francesco spesso condanna, come i Papi che l’hanno preceduto.

Un esempio recente. Il 25 aprile 2014 gli istituti mìssionari italiani (e vari enti e ong collegati) hanno organizzato all’Arena di Verona una giornata per la Pace (“Arena di Pace 2014”) con due slogan “La resistenza oggi si chiama nonviolenza. La liberazione si chiama disarmo”. Tutto bene, una manifestazione per riflettere e cantare per può attirare molti giovani e persone di buona volontà. Peccato che l’annunzio evangelico della pace sia stato ridotto ad un ideale laico e politico:
1) Noi cristiani crediamo che la pace è un dono di Dio, infatti Gesù ha detto: “Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace. La pace che io vi do, non è come quella che dà il mondo” (Giov. 14, 27); e Giovanni XXIII scriveva nella “Pacem in Terris: “La pace è un dono di Dio”, scriveva Giovanni XXIII nella “Pacem in Terris” e hanno ripetuto molte volte i Papi nei messaggi annuali per la pace nel mondo.
2) Il manifesto di Verona mostra il bianco fiore della pace che nasce da una bomba spezzata. Cioè, aboliamo le bombe e avremo la pace, il contrario di quel che dicono i Papi nel Messaggio del 1° gennaio per la Giornata della Pace: la Pace viene dalla conversione del cuore, dall’odio all’amore per il prossimo, dalla capacità di perdonare. Nell’articolo che spiega la manifestazione si protesta contro le spese militari, si dice che per costruire la pace ci vuole una politica di disarmo e si cita lo slogan di Gandhi: “Solo la non violenza ci salverà”.
Sono richieste buone, ma anche il chiaro esempio di come il valore evangelico della pace diventa un valore laico; San Paolo scrive nella Lettera agli Efesini (2,14): “Cristo e la nostra Pace” e nessuno può negare che Gesù Cristo ha dato il primo esempio di non violenza, ben prima del Mahatma Gandhi.

Un altro esempio di laicizzazione da rilevare nell’opera della Chiesa è di mettere quasi solo l’accento sulle opere caritative a cui dobbiamo collaborare (aiuto ai poveri, ai perseguitati, ecc.), e mettere in secondo piano che siamo tutti chiamati alla santità e alla missione, perchè questo è il primo impegno e dovere del cristiano, da qui viene poi tutto il resto, l’amore a Dio e al prossimo, specialmente i più poveri.
Oggi la Chiesa, la parrocchia, almeno in Italia rischia di apparire come un’agenzia umanitaria, una specie di Croce Rossa Internazionale di pronto intervento per i casi più urgenti, una Ong che soccorre le miserie dell’uomo, non che annunzia il Figlio di Dio fatto uomo. La missione della Chiesa è di natura religiosa, non di natura politico-sociale-culturale. Bisogna che la Chiesa e noi preti torniamo a parlare soprattutto di Gesù Cristo, della persona di Cristo, dell’incontro con Gesù Cristo, che è il Figlio di Dio da conoscere e amare. Questo dovrebbe essere sempre chiaro a chi ci conosce, ci sente parlare, mentre spesso non lo è. Il cristianesimo è anzitutto la conversione a Cristo e vivere secondo il Vangelo.

“Siamo discepoli missionari di Gesù Cristo”

Papa Francesco viene da una Chiesa fondata dai missionari cinque secoli fa, che vive ancora in uno “stato permanente di missione”. Comunica la sua esperienza e dice (n. 119): “In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare. Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione”. E ancora (n. 120): “In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione… Se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo…Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù”.

In Italia, tutti noi operatori pastorali (preti, religiosi, laici) ci preoccupiamo di rafforzare la fede dei credenti e praticanti, poichè spesso è una fede superficiale, precaria. Non abbiamo ancora capito il valore di quanto scrive Papa Francesco: il cristiano che trasmette agli altri la fede con l’esempio e la parola, si santifica nell’esercizio della missione. Giovanni Paolo II ha espresso lo stesso concetto in termini più comprensibili: “La fede si rafforza donandola!” (Redemptoris Missio, 2). Invece di fare tanti studi e conferenze teologico-bibliche, che certamente ci vogliono ma non bastano, dovremmo preoccuparci di trasmettere l’ideale della missione in modo molto concreto, come fanno i missionari con i neofiti della fede, che sono educati e stimolati a comunicare la loro fede.
Francesco tratta poi il tema della predicazione e spiega a lungo come dovrebbe essere l’omelia, come prepararla anche mettendosi in ascolto del popolo al quale si annunzia Cristo; e soprattutto dice che non basta comunicare “verità astratte e freddi sillogismi”, ma si deve “far ardere il cuore di chi ascolta… e parlare con il cuore implica mantenerlo ardente” (n. 142, 144). La predicazione è intensa e feconda quando si comunica agli altri ciò che uno ha contemplato… Anche oggi la gente preferisce ascoltare i testimoni, ha sete di autenticità , reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se vedessero l’Invisibile” (n. 150).

E poi afferma (n. 127): “C’è una forma di predicazione che compete a tutti come impegno quotidiano. Si tratta di portare il Vangelo alle persone con cui ciascuno ha a che fare, tanto ai più vicini quanto agli sconosciuti. È la predicazione informale che si può realizzare durante una conversazione ed è anche quella che attua un missionario quando visita una casa. Essere discepolo significa avere la disposizione permanente di portare agli altri l’amore di Gesù e questo avviene spontaneamente in qualsiasi luogo, nella via, nella piazza, al lavoro, in una strada”.
Questa è proprio l’esperienza delle missioni, dove in genere la fede si diffonde e avvengono le conversioni a Cristo non per iniziativa del prete, ma per il contato quotidiano dei cristiani con la gente comune, introducendo il tema religioso quando è richiesto da quel che si dice. Nel nostro mondo secolarizzato questo è più difficile, ma se uno ha sperimentato che l’amore di Dio aiuta a vivere meglio, dà una motivazione alle nostre sofferenze, non è impossibile dire quel che si crede e si sente, testimoniando la bellezza della fede cristiana con la parola, anche raccontando la propria esperienza di fede.

“Vedere nei poveri il Cristo sofferente”
La fede e l’amore a Cristo non è un fatto solo personale, intimo, ma ha una forte “dimensione sociale”, perché “evangelizzare è rendere presente nel mondo il Regno di Dio” (n.146). I missionari lo toccano con mano ogni giorno. Quando una famiglia o un villaggio si convertono a Cristo, cambia non solo la loro vita personale, ma anche la vita della comunità sociale in cui vivono, perché è entrato il principio della carità, dell’amore a tutto il prossimo. Quando c’è nella famiglia e nella società un vero amore gratuito, la vita cambia. Scrive ancora Francesco: “Non si può più affermare che la religione deve limitarsi all’ambito privato e che esiste solo per preparare le anime per il cielo… Di conseguenza, nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini. Chi oserebbe rinchiudere in un tempio e far tacere il messaggio di san Francesco di Assisi e della beata Teresa di Calcutta?” (n. 182, 183).
Pensiamo a quanti missionari e laici cristiani nei paesi non cristiani ancor oggi vengono uccisi, e venerati come martiri, non per la fede cristiana in sé, ma perché, vivendo in modo autentico l’amore al popolo al quale sono mandati, denunziano le ingiustizie che la società compie nei confronti dei più poveri. Francesco scrive (n.183, 187): “Sebbene il giusto ordine della società e dello Stato sia il compito principale della politica, la Chiesa non può né deve rimanere ai margini della lotta per la giustizia  Tutti i cristiani, anche i pastori, sono chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore… Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumento di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri”.
Papa Francesco non parla, in questa Lettera apostolica, della “Chiesa povera” e del valore della povertà per il cristiano. Ne ha parlato tante volte! Ma sviluppa il dovere del cristiano e della Chiesa “a prendersi cura dei più fragili della terra” (n. 209) e scrive che nel modello attuale di società “privatistico” e che “mira al successo non ha senso investire affinchè quelli che rimangono indietro, i deboli e i meno dotati, possano farsi strada nella vita”.
Il cristiano deve prestare attenzione “a tutte le forme di povertà e di fragilità in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo sofferente”. A cui segue un elenco sommario delle categorie di poveri e sofferenti: senza tetto, rifugiati, tossicodipendenti, anziani sempre più soli, carcerati, le vittime della “tratta di persone”, le donne maltrattate e violentate, “i bambini nascituri che sono i piàù indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana per poterne fare quel che si vuole”, ecc. (Genesi. 4, 9; n. 210-211). “Dio chiede a tutti noi: dov’è tuo fratello? Dov’è tuo fratello schiavo?”.

Francesco viene da un paese, l’Argentina, dove i poveri sono molto più numerosi e abbandonati che non in Italia. E’ il primo Papa che rappresenta questa parte maggioritaria dell’umanità. Vuole provocare il mondo ricco, anche noi italiani, coinvolgendo ciascuno di noi e ogni famiglia a guardare ai poveri vicini a noi e a quelli lontani. Dobbiamo sentirci coinvolti personalmente,aottare un sistema di vita più austero, educare i giovani al sacrificio,alla rinunzia, al risparmio,

In questa Lettera apostolica Francesco non parla della “Chiesa povera” e del valore della povertà per il cristiano. Però quanto ha detto nell’omelia a Santa Marta (11-VI-2013) è valido anche oggi: “Se la Chiesa è ricca, la Chiesa invecchia, diventa una Ong, non ha più vita” e questo vale tutti i credenti Cristo. Io non ho alcuna colpa dell’abisso che esiste tra ricchi e poveri del mondo, ma non posso nemmeno esserne spettatori indifferenti. La tendenza generale è quella dello “scaricabarile”: è colpa della politica, delle banche, degli evasori fiscali, delle mafie, ecc. Non è un modo di pensare evangelico. Ciascun credente in Cristo è chiamato in causa, può fare poco, ma quel poco deve farlo con spirito di sacrificio, per aiutare i poveri rinunziando al nostro superfluo e prendere coscienza del fatto che il mondo in cui viviamo ha creato un sistema eonomico disumano: favorisce alcuni e scarta altri. Non solo in Italia, pensiamo ai 10.000 bambini che, statistica dell’Onu, muoiono di fame ogni giorno!; e oer sostenere una corrente di pensiero: l’economia a servizio dell’uomo, che è quella di Papa Francesco.

“Lo spirito della nuova evangelizzazione”

Per concludere la “Gioia del Vangelo – sull’annunzio del Vangelo nel mondo attuale”, Francesco scrive: “Gesù vuole evangelizzatori che annuncino la Buona Notizia non solo con le parole, ma soprattutto con una vita trasfigurata dalla presenza di Dio” (n. 259), cioè riscaldati e animati del “fuoco dello Spirito Santo, che è l’anima della Chiesa che evangelizza” (n. 260); e afferma: “evangelizzatori con Spirito vuol dire che pregano e lavorano”.
L’ultimo capitolo è vivace e bello, perché rivela l’animo e il cuore di Papa Francesco. Non è un lezione di spiritualità cristiana, né un orientamento mistico, ma semplicemente sono le motivazioni che debbono portare chi evangelizza all’entusiasmo della fede e alla passione di evangelizzare.

La spinta “per un rinnovato spirito apostolico” viene dall’amore a Cristo, dalla vita con Cristo: “La missione è una passione per Gesù e, al tempo stesso, una passione per il suo popolo” (n. 271). La prima domanda che dobbiamo farci, noi tutti operatori pastorali, è questa: cosa conta Cristo nelle mie scelte quotidiane? La sfida della vita cristiana é l’imitazione di Cristo, che non può avvenire senza un profondo amore alla persona di Gesù. Francesco rileva che la debolezza umana è sempre presente e si manifesta nella “malata ricerca di sé, l’egoismo comodo e in fin dei conti la concupiscenza che ci minaccia tutti… e ci porta ad una vita tiepida e superficiale” (n. 263-264).
Nel nostro tempo è molto facile vivere una vita superficiale, travolti come siamo dalle occupazioni, dagli impegni quotidiani e dalle distrazioni. Dobbiamo continuamente dirci: la vita cristiana è una consacrazione, una concentrazione, non una dispersione: “Se vogliamo crescere nella vita spirituale – scrive Francesco (n. 273) – non possiamo rinunciare ad essere missionari. L’impegno dell’evangelizzazione arricchisce la mente ed il cuore, ci apre orizzonti spirituali, ci rende più sensibili per riconoscere l’azione dello Spirito, ci fa uscire dai nostri schemi spirituali limitati…Può essere missionario solo chi si sente bene nel cercare il bene del prossimo, chi desidera la felicità degli altri. Questa apertura del cuore è fonte di felicità, perché «si è più beati nel dare che nel ricevere» (At 20, 35).
Infine il Papa afferma (n. 288): “Vi è uno stile mariano nell’attività evangelizzatrice della Chiesa. Perché ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto. In lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, che non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti”.

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