Augusto Gianola, cercava Dio nelle foreste e tra i popoli dell’Amazzonia

padre-augusto-gianolaRicorre quest’anno il 25° anniversario della morte di padre Augusto Gianola nel 1990. Aveva 60 anni, 27 dei quali in Amazzonia brasiliana. Credo sia il personaggio più affascinante, il più provocatorio e avvincente nei 165 anni di storia del Pime.

Chi era padre Augusto Gianola? Anzitutto un uomo eccezionale. Alto circa 1,85, atletico, muscoloso con una forza fisica fuori del normale, un volto e un sorriso da attore cinematografico. Fin da ragazzo era un appassionato scalatore di montagne e sognava di andare missionario in Birmania, dove ci sono monti inesplorati da scalare. Invece i superiori del Pime, l’hanno mandato in Amazzonia, una terra che più piatta non si può immaginare. Solo fiume e foresta, foresta e fiume.

Augusto svolge la sua missione viaggiando in barca per visitare le famiglie disperse, unire queste famiglie e creare delle comunità. Prima fonda le comunità lungo il fiume, poi tenta di spostarle verso la foresta, per coltivare la terra. Un’impresa difficile: i caboclos e gli indios sono sempre vissuti di quanto dà il fiume, la foresta l’hanno vista come un nemico, mentre rappresenta il luogo della loro stabilità. P. Gianola fonda una scuola agricola ad Urucarà (diocesi di Parintins fondata dai missionari del Pime) e varie comunità di caboclos nella foresta, per indicare che il futuro sta nelle terre alte dell’Amazzonia, nell’agricoltura. Lotta contro i fasenderos, contro i politici e i commercianti, contro la burocrazia statale per proteggere le sue comunità agricole. 25 anni dopo la sua morte, suo nipote Samuele è tornato nelle comunità da lui fondate e ha scritto un bel testo sulle opere che rimangono dello zio Augusto.

Ma il senso della sua missione non era di natura politica o sociale. Augusto amava l’uomo e aiutava i poveri nella loro crescita umana, ma per portarli a Dio. La grandezza di p. Gianola, in un tempo come il nostro, in cui la Chiesa rischia di apparire un’agenzia di assistenza sociale, sta qui: aveva il senso fortissimo di cosa significa essere missionario: portare Dio agli uomini e gli uomini a Dio. “Gli uomini hanno bisogno di Dio”, ripeteva spesso. E lui per trasmettere l’amore di Dio pregava molto, si mortificava, andava mesi in foresta per cercare Dio, per innamorarsi di Dio. Si sentiva indegno di essere sacerdote e diceva: come faccio a portare Dio agli altri uomini se io lo amo così poco?

Scrive nel suo diario (pag. 263) : “ Cercare Dio e trovarlo o non trovarlo è questione di cuore, l’intelligenza non lo trova. Il cuore deve appassionarsi nella ricerca, se no, non trova niente.”.

Padre Augusto Gianola ha congiunto nella sua vita, con grande sincerità e spirito di sacrificio, le due frontiere estreme del cristianesimo: la missione alle genti partendo dagli ultimi e la contemplazione del volto di Dio; l’evangelizzazione e promozione umana del popolo caboclo con la ricerca di Dio e della santità. Il ricordo di chi l’ha conosciuto spesso è troppo condizionato dagli aspetti avventurosi e stravaganti della sua vita; anche chi ha letto la sua biografia ricorda volentieri le tante avventure e gli episodi singolari, anticonformisti e bizzarri della sua personalità, mentre dimentica o sottovaluta quello che era l’orientamento fondamentale di tutto il suo essere: l’amore a Dio e al prossimo, spinti fino ad eccessi che indicavano l’esuberanza di vitalità che Augusto sentiva e che non poteva ridurre nei limiti dei percorsi sperimentati della via ascetica e mistica cristiana.

Quando ho scritto la sua biografia, diversi confratelli mi dicevano: “Lascia perdere, era un missionario fuori da ogni regola”. Allora ho chiesto il parere di mons. Aristide Pirovano, che era stato vescovo di Macapà in Amazzonia e poi superiore generale del Pime per 12 anni. Mi risponde: “Sì, scrivila perché Augusto era un uomo sincero e di sicura fede. Può fare del bene. Ma non presentarlo come un missionario tipico del Pime, perché di Gianola ne basta uno. Due sarebbero troppi!”. La biografia di padre Augusto (“Dio viene sul fiume”, EMI 1994, pagg. 331) ha avuto un successo editoriale insperato, cinque edizioni per complessive 30.000 copie. Ma quello che più mi ha stupito è l’ondata di lettere e telefonate di consenso ricevute, segno evidente che padre Augusto ha toccato il cuore dei lettori e che la sua “avventura missionaria”, scritta a partire dalle sue lettere e dal suo diario, fa del bene.

Augusto è davvero un personaggio interessante e, diciamo, giovanile. Era di natura sua un contestatore. Sognava sempre qualcosa di diverso, ma, a differenza dei falsi rivoluzionari laicizzati del Sessantotto, tutta la sua vita era orientata a Dio. In lui la fede era forte e sicura, ma era uno spirito libero, insofferente di formalismi e burocrazie. Leggendo le sue lettere mi veniva in mente lo slogan dei primi missionari del Pime: “Mandateci al martirio, ma non in fila”.

Ho incontrato padre Augusto in Amazzonia e nel febbraio 1996 sono andato al Mocambo, nei luoghi e nelle co,umità da lui fondate; in Italia ho avuto due incontri significativi con lui (1980 e 1985), entrambe le volte sono rimasto perplesso. Come direttore di “Mondo e Missione”, che lui leggeva e apprezzava, gli ho chiesto di poter pubblicare qualcosa sulla sua esperienza. La prima volta non voleva, la seconda volta l’avevo intervistato a lungo, poi erano passati due anni prima che permettesse di pubblicare il servizio speciale “Mission ‘87” su Mondo e Missione (maggio 1987). Enzo Biagi, dopo aver letto quella sua lunghissima intervista, mi ha telefonato dicendomi che voleva andare in Amazzonia a conoscere quel personaggio. C’è poi andato nell’ottobre 1989, con l’aiuto del Pime di Manaos. Ne è venuta fuori la trasmissione in prima serata su Rai Uno con l’intervista televisiva di Enzo Biagi (la video-cassetta della San Paolo) che ha fatto conoscere padre Augusto ad una vastissima cerchia di telespettatori. Biagi ha poi scritto la prefazione alla biografia “Dio viene sul fiume”.

Mi aveva sconcertato il motivo per cui Augusto rifiutava di farsi intervistare. Continuava a ripetere di essere indegno, peccatore, l’ultimo dei missionari, di non aver nulla di positivo da raccontare! Una umiltà sincera ma esagerata, drammatizzata. Eppure in quelle conversazioni lo ammiravo perché parlava di amore di Dio, di santità, di volersi spendere tutto per i suoi caboclos. A Roma, una sera d’estate del 1980 siamo andati a piedi sul Gianicolo e davanti a un bel gelato Augusto mi chiede: “Ma insomma, Piero, tu cerchi Dio? Tu aspiri alla santità? Che immagine ti fai di Dio? Quali sono i tuoi rapporti con Gesù e con la Madonna?”. Discorsi non abituali anche tra presti e missionari. Avevamo discusso a lungo su questa “ricerca di Dio”, gli dicevo che non dobbiamo pretendere di conoscere Dio più di quello che lui stesso ci fa conoscere e sperimentare. Quando preghiamo e rimaniamo fedeli nella Chiesa, osserviamo la legge di Dio e ci doniamo agli altri, dobbiamo vivere serenamente. Ma lui concludeva con quelle domande provocatorie.

Nei tre anni finali della sua vita al Paratucú, padre Gianola si immerge sempre più totalmente nell’isolamento, nella preghiera e nella contemplazione, nella tensione verso la santità, nelle mortificazioni e nei digiuni. In alcune lettere paragona il suo stato alla “pazzia dei Santi”, consacrati ad una sola meta: “I santi erano pazzi – scrive ai nipoti nel dicembre 1987 – con una sola idea in testa e una volontà fissa in quell’idea. S. Francesco era un pazzo, ma anche S. Paolo, lo stesso Gesù, con un’idea ed un amore totale a quell’idea. Come vorrei essere davvero pazzo, ragazzi, pazzo per il Signore, mio Padre, mio Re, mio Pastore, mio amico. Allora sarei santo. Invece, purtroppo, sono intorbidito nelle mie stupide idee e non riesco a correre».
Due i sentimenti di fondo in questa estrema ricerca di Dio: la coscienza della propria piccolezza, insufficienza, debolezza; e la certezza di aver pregato e cercato Dio con tutte le forze, raggiungendo la serenità di averlo trovato, nei ristretti limiti della natura umana. La “tormentata ricerca di santità» della vita di padre Augusto (sottotitolo della sua biografia) diventa, al termine della vita, una “serena e gioiosa certezza di aver trovato Dio”. Su tutto domina il sentimento profondo della fede, l’atmosfera di fede in cui Augusto è sempre vissuto, nonostante i suoi sbagli, stranezze, contraddizioni.

Bella la lettera in cui si dichiara il cagnolino di Dio! “Ho letto “Fuoco in Castiglia” e l’ho goduto. Perbacco, ma quella S. Teresa d’Avila è troppo alta per me, mi ha fatto invidia… mi sono sentito uno straccio e comunque se lei è un’aquila io sono un cagnolino, ma sempre del buon Dio. Mi basta avere una cuccia fuori del Paradiso. Gesù è il mio Pastore e quando mai si è visto un pastore senza un cane?” (lettera alla sorella Annamaria, Carmelitana del Monastero di Sassuolo, Natale 1987).
Piero Gheddo

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